Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

mercoledì 30 settembre 2015

Il primo abbraccio (cap 2)



La terza regola della strada suggerisce di seguire il proprio istinto, che anni di vita all'aperto hanno affinato e reso sensibile all'estremo, come quello dei cani randagi in grado di subodorare il pericolo in agguato nell'apparente stato di quiete.
Anche i due compagni di strada, (che da questo momento in poi saranno John e Mary) avevano col tempo acquisito, e perfezionato, ognuno a proprio modo, le tattiche essenziali di sopravvivenza, quali l'invisibilità e il mimetismo.

A dire il vero, a Mary queste strategie primarie le erano state da subito precluse, che la sua altezza da giraffa la evidenziava tra la folla attirando su di sé tutti gli sguardi, costringendola a spostarsi più cautamente di notte, quando il mondo dorme e le strade sono meno frequentate.
Ma le strade deserte non sono di certo più sicure, e se si sentiva protetta dalla curiosità della folla diurna non poteva altrettanto esserlo da quella notturna, soprattutto nelle notti di luna piena quando anche gli agnelli si trasformano in lupi mannari. Così s'era premunita, come arma di estrema difesa, di una piccola lama, seppur mezza spuntata, che teneva ben nascosta nella profondità di una tasca.
La quarta regola della strada insegna, infatti, ad elargire avaramente la propria fiducia, che sovente accade che lo stesso col quale durante il giorno hai condiviso il cibo, quando cala il buio, poi, ti derubi dei tuoi miseri averi.

Al contrario di Mary, John, invece, le tattiche del mimetismo e dell'invisibilità, le aveva elevate ai massimi livelli, che avrebbe ben saputo insegnare agli strateghi della guerra il segreto dei gechi e dei camaleonti, o quelli più arcani dell'invisibilità, ad onor del vero, favorito in questo da quella sua fisicità minima e col tempo divenuta anche incolore, che ben s'apprestava all'amalgama col selciato e i muri e le nebbie mattutine. L'arte della mimetizzazione lo aveva salvato in più di una situazione. Per questo preferiva viaggiar solo che non tutti erano, al par di lui, in questo geniali. E in particolare questa sua compagna di strada, che svettava su tutti gli altri nella sua inopportuna altezza, costituiva per lui un pericolo serio e costante, Una vera disgrazia nascere così alti, soprattutto per una donna, s'era ritrovato più volte a pensare, finalmente rappacificato con la sua bassa statura, che un qualche centimetro in più in altezza lo avrebbe, in tempi passati, desiderato, anche se, a dire il vero, questa non era mai stata d'ostacolo alla sua carriera di dongiovanni, che le donne erano ipnotizzate dai suoi occhi turchini e attratte dal suo broncio d'adolescente.

In base alla quarta regola della strada, John, che di Mary nulla conosceva (neanche il colore dei capelli, celati dal foulard ), tanto meno era al corrente dell'esistenza di quel suo coltellino. La lama  che in più di un'occasione aveva fatto la differenza e che lei, egregiamente, aveva imparato ad usare.
Come la notte in cui un balordo, silenziosamente, era strisciato fin dentro il loro rifugio provvisorio, trovando ghiotta l'occasione di un facile bottino e di un veloce stupro, che la donna, pur essendo altissima, era pur sempre una femmina assoggettabile, come tutte le altre, dalla forza superiore maschile, e il nanerottolo che le camminava a fianco non costituiva di certo un ostacolo alla sua impresa. Oltretutto i due s'erano allocati negli angoli opposti e divisi da un tramezzo, con l'uomo già dormiva della grossa. La donna, invece, era di schiena, rivolta verso il muro, intenta a una qualche sua segreta operazione, al riparo dallo sguardo del suo compagno, semmai si fosse svegliato. Il che, pensò l'intruso, gli avrebbe reso tutto più facile, aggredendola alle spalle l'avrebbe colta di sorpresa togliendole ogni possibilità di reazione, e uno straccio, infilato in bocca, l'avrebbe azzittita. Non ci sarebbe stato neppure bisogno di tramortire l'uomo pesantemente addormentato, per non rischiare un  suo risveglio prematuro, o un qualsiasi trambusto, che potesse allertare la donna. Era strisciato così alle sue spalle, afferrandola con una mano per la vita e con l'altra cacciandole in bocca un fazzoletto, e contando sulla sorpresa non s'era aspettato alcuna reazione, tanto meno il baluginio di una lama spuntata d'incanto nelle mani della donna nell'attimo stesso in cui, s'era alzata in piedi, ergendosi in tutta la sua altezza disarcionandolo E s'era ritrovato a terra, con un coltello puntato alla gola. Invertite le parti era lei ora che conduceva il gioco. E il trambusto, in quello spazio minimo, aveva alla fine svegliato John che, ancora incredulo, s'era trovato davanti la  fantastica scena di un'amazzone scarmigliata, con la chioma tagliata a metà, che premeva un coltello  alla gola di uno sconosciuto.

lunedì 28 settembre 2015

Il primo abbraccio (cap 1)


La vita non era stata affatto generosa con loro due, e questa era la ragione unica per cui s'erano adeguati l'uno all'altra.
Ma questo non significava che si piacessero.
Il loro stare insieme era più dettato da una necessità di sopravvivenza dove il sentimento non c'entrava affatto, tant'è che in quelle giornate quando non occorreva dover fronteggiare le avversità del mondo, entrambi, pur senza dirselo, andavano valutando l'idea di proseguire separatamente.
Neppure lo stato di continua necessità aveva contribuito a trasformare quel loro fortuito, e strampalato legame, in qualcosa di più solido e cordiale, come un'amicizia.
Camminavano fianco a fianco limitandosi nelle parole, e nei contatti, allo stretto indispensabile.
 La gente si voltava, incuriosita, a guardarli: lei altissima, il mento a punta, sopra al quale si disegnava una bocca pallida, quasi incolore. Per contrasto gli occhi, invece, erano belli, scuri e grandi, occhi gitani, brillanti e velleitari, incastonati sotto una fronte bassa, rigidamente incorniciata da un foulard che le nascondeva completamente i capelli.
Lui, invece, era molto più basso, le arrivava a mala pena alla spalla. Il viso, però, era ancora bello, dai tratti regolari, una di quelle fisionomie che reca impresso il fulgore dell'adolescenza anche quando si è in là con gli anni. I capelli, incolti ed unti, conservavano nel grigio invasivo tenui striature di biondo. Gli occhi chiarissimi avevano però perso la loro tonalità turchina, declinando in un anonimo grigio.
Camminavano, come d'abitudine, l'uno di fianco all'altra, senza mai sfiorarsi, assorti nei propri pensieri, cosicché risultava difficile capire chi dei due fosse a stabilire il percorso.
Ad un più attendo sguardo, però, risultava evidente che lei aveva adeguato il suo passo a quello di lui, molto più breve e cauto.
Era il suo compagno, dunque, a decidere la strada.

"Lei si limita a seguirlo, che un posto vale l'altro, che in tanti anni di strada non ha mai trovato nessun luogo che rechi un conforto, un piccolo agio che induca a rimanere. Un muro di strada che si possa chiamar casa, con una fontanella nei paraggi dove dissetarsi e lavar via la stanchezza. E un bordo di marciapiede fiorito, cangiante durante le stagioni, che possa ricordare il davanzale di una finestra o lo slargo di un balconcino.
Questo il suo sogno segreto: un muro, un ciglio di strada ed una fontanella, circoscritti a lei sola, alle sue minime esigenze. A quel suo desiderio, mai sopito, di una vita stanziale."

Gli sguardi, al loro indirizzo, non erano meno dolorosi delle parole. La forza era nell'ignorarle. Forza acquisita con l'esperienza, che il primo insegnamento della strada consiste nel non accettare provocazioni, e fingere di non avere orecchi per non alimentare la crudeltà di chi non ha cuore. Così era stato per vincere la paura che s'erano ritrovati a camminare insieme, uniti da una comune sventura che non era tramutata, però, in sentimento, perché la loro diversità era evidente non solo agli occhi del mondo, ma ai loro stessi. Non avevano mai provato a raccontarsi le reciproche traversie, e nemmeno avrebbero saputo dire quanti chilometri avevano percorso insieme dal giorno in cui, per scampare ad una banda di balordi, s'erano ritrovati a correre sullo stesso marciapiede, travolti dalla stessa identica paura che li aveva portati a condividere l'anfratto che li aveva messi al sicuro.
Ognuno provvedeva alle proprie necessità senza pesare sull'altro, senza mai chiedere nulla, che il secondo insegnamento della strada è quello di fare affidamento sempre e solo su se stessi. Mai perdere dunque la propria indipendenza, anche quando si è in due, che il rischio maggiore è quello di abbassar la guardia e trovarsi d'improvviso nei pasticci.

"Fidarsi, per lui, non è affatto facile. Soprattutto delle donne. E si che ne ha avute, e di molto belle, nella sua altra vita, ed è stata proprio una di loro a portarlo alla distruzione Senza rimpianti, vorrebbe aggiungere, ma non gli riesce, consapevole che sarebbe solo una scontata battuta da film. Di rimpianti ne ha, e molti, da portarseli sulle spalle come il carico di uno zaino troppo pesante e voluminoso,  che però non gli servirebbe. Non nella sua attuale vita. Di cosa abbisogna ora non saprebbe dirlo neppure lui, tante sono le cose che gli vengono in mente, e così, nella consapevolezza di un sogno irrealizzabile, le scarta tutte."

lunedì 21 settembre 2015

Una scenografia mutevole all'interno di un prisma.


Fuori dal tunnel?
Forse.
Ma nell'incertezza voglio godere appieno di questo periodo per me nuovamente positivo, con la testa che ribolle di idee, simile ad un treno a vapore messo anzitempo a riposo su un binario morto, ma che ora sbuffa, impaziente, la sua resurrezione, con lunghi e vigorosi pennacchi di fumo, come parole sulla lavagna limpida del cielo.

Travolta da questo folle, e al contempo carezzevole turbine, scrivo su questo blog e sulla pagina di Amaranta in fb (quante idee, piccole e allo stesso tempo impegnative, mi va suggerendo lo spazio della mia alter ego). Scrivo nella schiuma del lavello, mentre rigoverno le stoviglie; nella polvere accumulata sugli arredi; scopro parole perfino nelle volute del tubetto del dentifricio.

E' un momento di grazia questo che sto vivendo nel presente, ma ben conscia degli alti e bassi della mia mente, cerco di non disperdere nulla di questa meravigliosa vendemmia dove gli aggettivi, i verbi, le preposizioni e gli articoli, le frasi perfette come gli errori grammaticali, pendono come tralci d'uva, succulenti nella delicata trasparenza della loro polpa, dove sono visibili, ad occhio nudo e alla luce del sole, i piccoli semi scuri del loro cuore.

Festosi tralci di quel carnevale pagano che l'autunno ai miei occhi incarna, con i bagliori dei suoi chicchi d'uva, bianchi perlacei o gialli cristallini, rossi, quasi neri, viola e porpora cardinalizi, disegnati sullo sfondo di un cielo trascolorante ed umorale, (un cielo di certo femminile), che varia dall'azzurro ancora estivo al più cupo antracite, dove gli spazi di tiepida luce s'intersecano con il rosso vivido dei lampi, e ci può sorprendere con una pioggia torrentizia o un vento maramaldo che, invece, le nubi le spazza via.

E' questo il meraviglioso autunno: una scenografia variabile all'interno di un prisma.
Fortunato lo sguardo che sa cogliere quei suoi repentini bagliori e trasformarli in versi.
Marilena

domenica 20 settembre 2015

Relazioni pericolose (parte terza)


Il mio abbraccio spontaneo di riconciliazione con l'Imperatrice, mi ha di fatto reso consenziente alla sua intervista: ecco cosa accade a farsi prendere dai sentimenti.

Camilla l'adoro, è stata la mia editor fin dall'inizio, ed anche quando mi sono trasformata per lei in una causa persa, ha continuato a spronarmi, ad essermi amica.
Io e lei siamo agli opposti, ma questo anziché generare incomprensioni e disagi, ci ha portato ad essere molto intime, seppur la maggior parte del merito va ascritto al mio accomodante carattere in grado di sopportare le sue amorevoli ruvidezze.

Seduti sullo stesso divano, io, Cristiano ed Amaranta, sembriamo scolaretti in attesa dell'interrogazione, ed ognuno gestisce, come meglio gli riesce, la propria ansia.
In realtà ad essere ansiosa sono io sola: Amaranta sfoggia la sua disinvoltura con lo stesso charme con cui aveva indossato l'abito rosso col quale aveva sedotto Cristiano, a quel tempo mio innamorato in nuce.
E Cristiano, d'altra parte, è nel suo campo: i giochi d'amore sono materia che gli compete.

Chissà se anche l'algida, inarrivabile, Camilla, è stata sedotta dal bellissimo matematico che, abiurando alla sua scienza, si è improvvisato filosofo della follia dell'amore, con laurea honoris causa acquisita sul campo.

Camilla estrae, da un'elegantissima borsa Louis Vuitton, un taccuino elettronico che scartabella col tocco lieve delle lunghe dita affusolate, alla ricerca del promemoria su cui immagino abbia già da tempo fissato tutte le domande.
Tra le sue molteplici doti non c'è quella dell'improvvisazione, è nel suo stile, quindi, programmare ed attenersi rigidamente agli schemi. Se volessi metterla in difficoltà saprei come fare, ma non lo farò.
Ci siamo appena ritrovate e non voglio perderla di nuovo.

Sono pronta a testimoniare, affermare e giurare sul mio amore, in verità mai sopito, per il seducente uomo che mi siede accanto e...si, 'fanculo, davanti alla sua sete d'amore e di conforto, non ho avuto scrupoli a dividerlo con un'altra donna, al pari di me generosa perché innamorata di lui.
Ed è stata un'esperienza bellissima, che di certo non intendo rinnegare.

Rinnegare... oh no.
Mi fa eco Amaranta.
Cristiano è un amante meraviglioso, assolutamente degno della fama che lo accompagna.
Uno degli uomini più prodigiosi col quale io abbia condiviso il letto, e di letti ne ho attraversati.
 Sottolinea con un sorriso malizioso, tanto per render chiaro il concetto.
A differenza della nostra comune amica,( aggiunge indicandomi), posso vantare una larghissima quanto variegata esperienza  di uomini e situazioni, ed è in virtù di ciò che posso affermare che solo per questo meraviglioso uomo (è la volta di Cristiano ad essere indicato) provo un amore unico e totale, seppur squilibrato, perché sono io quella, in tutte le storie, che mai si innamora.

Dividerlo con lei non è stato poi così difficile.
Aggiungo d'istinto, sorprendendomi per le mie stesse parole.
Devo ammettere che all'inizio da parte mia c'è stato molto imbarazzo e anche  gelosia. Mi è sembrato, da parte della mia alter sorellina, una invadenza oltraggiosa, una mancanza di rispetto e di sentimento, nei miei confronti. Lei è la vincente, quella che ottiene sempre quello che vuole. Io, invece, l'insicura, quella che ha continuamente bisogno di conferme. Ed ecco, al mio orizzonte, profilarsi quest'uomo leggendario, che non so neppure io in virtù di quale misterioso sortilegio, mi è venuto a cercare, confessando d'aver bisogno di me. E' ventto a cercare me e ha trovato anche lei.  Non ha potuto, o forse voluto, scegliere. Scegliere avrebbe significato ferire una delle due.

Non è quella la ragione, Mari.
Controbatte Cristiano.
Non si tratta di non aver voluto scegliere ma piuttosto di non aver voluto rinunciare a nessuna delle due.  Attraverso voi ho visto l'alba e il tramonto fondersi in una favolosa eclissi e generare qualcosa di nuovo e per me straordinariamente sorprendente e miracoloso: l'amore che non conosce gli egoismi dell'orgoglio della primogenitura.

Stai parlando di amore vero? Come quello mistico, per la tua misteriosa amante parigina?
Domanda allusiva Camilla.

Esattamente.
Risponde Cristiano, spiazzandola.
Spiazzandoci.

venerdì 18 settembre 2015

Relazioni pericolose (parte seconda)



L'entrato in scena di Cristiano Diogo de Santos, conosciuto alle cronache come Il Portoghese, ha prodotto un amorevole, quanto strampalato trambusto, tra le creature di genere femminile che abitano il mio antro.
Tutte follemente innamorate di lui, della sua bellezza e della sua tristezza, quando a causa di una ancor più di lui scaltra incantatrice, decadde dall'Olimpo dei conquistatori votati alla solitudine.

Il Portoghese, vestito di chiaro, i bellissimi occhi verdi nascosti dietro gli occhiali scuri,  è seduto sul divano in meraviglioso contrasto con l'imperiale Camilla, vestita di scuro e con il seducente volto messo a nudo dai capelli raccolti in una pesante, elaborata treccia.
Discutono, in modo pacato, a bassa voce, davanti lo sguardo discreto, ed incantato, di Lizard/Monna Lisa, la lucertolina bionda, acciambellata in adorazione ai pedi di Cristiano.
Lei, così timida e riservata, sfoggia per lui uno sfarzoso nastro di seta gialla posto sulla sommità della piccola coda, a guisa di strascico regale.
Lentamente, come fosse attratta da una calamita, dimentica il suo pudore innato di creatura mimetica, e si avvicina a lui, un centimetro per volta, solo per respirarne il profumo ed entrare, anche se per un solo momento, con l'abbaglio frusciante del suo nastro di seta, nel suo campo visivo.

Faccio il mio ingresso sulla scena senza pensare minimamente di essere inadeguata alla parte che mi è stata assegnata: quella  seducente dell'amante.
Mi rendo conto di indossare una maxi t-shirt da lungo tempo fuori moda, i cappelli tenuti indietro dalla scenografica, quanto inutile, mascherina nera per dormire.
Alle mie spalle avverto la presenza silenziosa, e divertita, di Amaranta
Cristiano e Camilla, quando mi vedono si alzano allo stesso tempo, l'uno per abbracciarmi e l'altra per tendermi la mano.
Una volta io e lei ci saremmo abbracciate, qualunque fosse stata la causa del litigio, ora, invece, ci ritroviamo entrambe, impacciate ed estranee, nel gesto sportivo di stringerci la mano.
Così d'impulso l'attiro a me, l'abbraccio stretta e mi ritrovo, come ai vecchi tempi, ad inspirare il  sontuoso profumo del suo perfettissimo essere, e sentirmi rinascere nelle sue grandi, confortevoli braccia materne.
Siamo coetanee, ma l'abisso delle mie insicurezze ha stabilito il grado della parentela.

Cristiano mi avvolge in un lungo abbraccio, caldo ed innocente.

Eu te amo, Escura.
Mi sussurra tra i capelli.

Questo impenitente peccatore ci ama tutte con lo stesso trasporto, la stessa sincerità e gli stessi inganni.
Chissà se anche la perfetta, incorruttibile Imperatrice Camilla, ha ceduto alle lusinghe di quest'uomo irrimediabilmente  perso perché toccato da un irreversibile destino,.
Lei che si è costruita da sé, un centimetro alla volta, facendo attenzione a calibrare il meraviglioso, incredibile volume del suo divino essere, col quale avrebbe potuto, invece, facilmente e in un solo boccone, fagocitare il mondo con la sua bellezza celebrativa: i piedi da soldato, le mani grandi, la chioma straripante, i seni colmi da nutrice, e il soffice ancheggiare dei fianchi sinuosi.
 E lo splendore della sua pelle maculata da minuscole lentiggini, sparse a pioggia come un impalpabile velo di zucchero scuro.

giovedì 17 settembre 2015

Relazioni pericolose (parte prima)


Stamane, appena sveglia ma ancora ostaggio dello strampalato quanto indecifrabile sogno notturno, sono tornata in cerca di rassicurazioni, nel mio antro, da cui mi sono volontariamente esiliata per dar modo a tutti i miei coinquilini di ripristinare le vecchie, seppur squilibrate armonie, senza l'ingombro della mia presenza.

Sulla soglia mi ha accolto Amaranta, un cigarillo  Moods tra le labbra e una tazzina di caffè, ancora fumante, tra le mani, e quell'aria blasé che quasi sempre è presagio di novità che di solito poco mi entusiasmano.
Schivo ogni argomento, probabile tranello, e mi mantengo sulle generali.

E' tornato BLOG.
Mi annuncia sorridendo.

Ci siamo, ecco, prima la notizia buona, poi arriverà quella che non vorrei sentire.

Sta bene?
Chiedo con apprensione
Ma che BLOG stia bene non ho dubbi, l'inquietudine è per il seguito.

Sta alla grande. E' tornata anche Camilla...e non da sola.
Aggiunge soave.

Bene. E chi è l'altro ospite?
 Domando fingendo una  tranquillità che in realtà è da me lontanissima, consapevole, al contempo, che potrei risparmiarmi la farsa dal momento che Amaranta sa leggermi nel pensiero.

Non ti piacerà saperlo. O forse si?
Sta prendendo tempo per allungare l'attesa.
La ucciderei.

Come faccio a risponderti se non mi dici chi è?
Controbatto sorridendo.

Cristiano Diogo De Santos.
Annuncia trionfante.

Cristiano?
Domando al culmine della sorpresa.

Camilla sta scrivendo la sua biografia e ha bisogno di conferme sul nostro passato menage a trois. Ha anche aggiunto, in qualità di tua ex editor, che sarebbe per te atto suicida sottrarti al confronto, visto che questo potrebbe comunque darti una buona spinta nella tua alquanto traballante carriera di scrittrice.

Ti prego, dimmi che non è vero!
Imploro.
Camilla ha superato ogni limite.

E tu cosa le hai risposto?
L'apprensione questa volta non posso proprio mascherarla

Che sono dispostissima a collaborare. Soprattutto se questo può aiutarti nella tua carriera di scrittrice.
Risponde suadente, mentre intravedo tra il fumo del cigarillo e quello del caffè, un sorriso divertito.

sabato 12 settembre 2015

Penelope

Sempre più scopro che il diario è uno sforzo contro la perdita, la transitorietà, la morte, lo sradicamento, l’appassimento, l’irrealtà. Sento che quando rinchiudo qualcosa, lo salvo. Qui è vivo. Quando qualcuno se ne andava, sentivo di trattenerne la presenza in queste pagine.
(Anaïs Nin, Diario IV)


In altri tempi le ore insonni le trascorrevo seduta al computer, imbastendo la traccia di un racconto o riesumando un sogno o, ancor più di frequente, cercando le tracce del mio stesso passaggio nelle righe dei miei scritti, quasi avessi paura di non riuscire a ritrovarmi.
I dodici anni trascorsi accanto a mia madre malata di alzheimer mi hanno profondamente segnata, resa consapevole della labilità della nostra esistenza, non solo agli occhi del mondo, ma ai nostri stessi.
Così faccio mie le parole di Anaïs, ritrovandovi appieno la mia esperienza e la fatica di perseguirla, dal momento che ogni giorno che passa diventa sempre più difficile proseguire il racconto poiché tanti interpreti di questa mia sceneggiatura hanno abbandonato la scena, e non fa differenza se vivi o morti, dal momento che non ci sono più.
A onor del vero non sì è trattato neppure di abbandoni improvvisi che alcuni erano preannunciati, altri, invece, da me stessa favoriti.

Eppure le presenze dei fuggitivi continuano ad aleggiare all'interno delle pagine di questo diario on line, e quando le scorro è come assistere alla replica di un film in onda sul monitor del mio pc.
Film muto, sottotitolato.

Nelle febbrili esaltazioni di certe notti insonne, quelle più difficili da trascorrere fino al mattino, m'immagino che dagli schermi dei due televisori e del computer, eternamente accesi, vengano proiettati alla rinfusa fotogrammi casuali della mia vita, in un carosello caotico dove si sovrappongono scene di disperazione e di allegria,
Mi rendo conto, però, che le scene di disperazione sono quelle meglio riuscite perché più vere delle altre: il pathos mi appartiene.
Esattamente come apparteneva a mia madre.
Più trascorre il tempo e più trovo similitudini con lei, non solo nei gesti fisici,  ma nelle scelte e forse nel destino finale, che intravedo essere quello della solitudine esistenziale, della stanchezza dei sentimenti, dell'invecchiamento precoce dei desideri.

L'ultimo fotogramma di questo ipotetico film, che sta andando in onda ora sullo schermo del mio computer, mostra una grande finestra spalancata su un mondo azzurro, fatto di mare e di cielo, l'uno privo di onde e l'altro privo di nubi: due tavole identiche, piatte e monocromatiche.
Al di qua del vetro c'è Penelope seduta davanti ad un grande telaio, vestita di nero, all'interno di una stanza vuota e bianca, intenta a filare un complicato ordito con le dita che scorrono agili con sicurezza mnemonica, che la tela non la guarda neppure, perché il suo sguardo è fisso nell' azzurro, immoto ed irreale, che si espande oltre la finestra.
Avverte la mia presenza estranea e brevemente si volta verso di me: ha gli occhi dello stesso azzurro di quel mare e di quel cielo che baluginano dalla sua finestra, senza albe né tramonti.
Poi, come se non mi avesse neppure vista, torna a fissare l'immoto paesaggio.

Deve averlo fissato così a lungo quel fondale di aria e di acqua da esserne diventata parte.
 Dopodiché il tempo ha smesso per lei di esistere.
Marilena

lunedì 7 settembre 2015

Rebecca (cap 26)

Un'alleanza con Giandomenico Messinese si andava profilando sempre più come una realtà possibile.
E di questo avrebbe messo al corrente sua sorella Gemma, confinata quella sera nel chiuso di una stanza a far da custode a quella loro madre che aveva trovato, nella follia, la sua libertà.

L'avrebbe resa partecipe delle proprie positive impressioni riguardo a quel suo pretendente, che in realtà sembrava anch'egli essere vittima del progetto esistenziale di Concetto Scalavino.
C'era comunque la necessità di acquisire la sicurezza assoluta che egli realmente potesse ricoprire il ruolo di alleato in quella causa comune, consapevoli che sviste grossolane, ed errori di valutazione, avrebbero compromesso qualsiasi loro piano.
Bisognava, come primo passo, accertarsi che Giandomenico Messinese fosse realmente una pedina, e non un complice, della smania paterna di volersi assicurare tramite la nascita di un nipote maschio, un posto privilegiato tra le memorie postume.
Rebecca e Gemma, generalesse in campo, concordarono sull'urgenza di stabilire una strategia comune basata su un'apparente sottomissione alla volontà paterna, cosicché conquistando la sua fiducia, avrebbero potuto godere di una maggior libertà di azione e, soprattutto guadagnar tempo.

Era noto a tutti l'impegno prestigioso a cui era stato chiamato ad adempiere da lì a breve, presso la Santa Sede, Giandomenico Messinese, e quanto fosse occupato con i preparativi che tale impegno comportava cosicché potendo contare sulla sua presunta complicità, non sarebbe stato difficile rimandare a data da stabilirsi quel matrimonio, di cui non ancora non c'era stata ancora formale richiesta, ma che l'impaziente Scalavino agognava avvenisse il più presto possibile.
Occorreva quindi fare in modo che Rebecca potesse liberamente parlare con Giandomenico, palesandogli i suoi intendimenti che non contemplavano il matrimonio, né questo né altri futuri.
Gli avrebbe confidato francamente il suo anelito di libertà, la sua propensione all'indipendenza, al voler gestire da sola la propria vita e le proprie scelte, nella convinzione che nessun marito, per quanto condiscendente, le avrebbe mai permesso di attuare senza dover richiederne il consenso, ed essendo lei dotata, per virtù o per disgrazia, di una natura orgogliosa che rifiutava a priori prostrazioni e imbonimenti, le sarebbe stato dunque impossibile adempiere, convenientemente, al ruolo di moglie.

Così andava confidandosi, per la prima volta nella sua vita con Gemma, forse senza neppure rendersene conto che, in quel preciso momento, i suoi intenti erano, molto più semplicemente quelli di render partecipe la sua più stratta alleata ad un disegno che sarebbe diventato comune, e che ne prevedeva la partecipazione.
In questo l'orgoglio non c'entrava affatto, era piuttosto l'inconsapevolezza alla condivisione più schietta, quella tra sorelle,che ad entrambe era venuta a mancare durante l'infanzia e quell'inizio di adolescenza, per cui erano cresciute insieme sotto lo stesso tetto, ma distanti ed estranee l'una all'altra.
L'unico vero sentimento che le legava era quello del rispetto piuttosto che dell'affetto.
Se non c'erano state, fino a quel momento tra loro complicità tanto meno c'erano state discordie o baruffe, ambedue rispettose della presenza dell'altra, vissuta naturalmente senza l'ingombro di quei sentimenti forzatamente vissuti in virtù della comune matrice di nascita, che troppo spesso enfatizzata, predominava sulla prerogativa delle esigenze personali, degenerando, in questo modo, le  incomprensioni più puerili in fratture insanabili.

E quindi eccole insieme a confabulare a bassa voce, novelle cospiratrici, sedute allo stesso tavolo, r avvicinate, per la prima volta nella loro vita, dal perseguimento di uno scopo comune che abbisognava, per esser raggiunto, del credito di una fiducia illimitata l'una nell'altra.
Fiducia che ancora in quel momento non era dettata dall'affetto ma dalla necessità di sfuggire ad un destino imposto, e per entrambe, intollerabile.
Quella loro intimità così nuova ed ancora inconsapevole, era essenzialmente basata sul piano dell'azione e non dell'emozione, cosicché a Gemma, la maggiore delle due, non venne in mente di chiedere a Rebecca se il progetto  di quell'indipendenza solitaria, di cui avrebbe messo al corrente Giandomenico Messinese, fosse il destino a cui realmente aspirava o semplicemente una strategia per evitare quel matrimonio e a lei l'asservimento alla loro madre.

Ma nonostante queste mancanze, che in altri contesti si sarebbero potute evolvere in ambizioni di  predominio, quella loro intesa s'andava disegnando in maniera molto spontanea e naturale, assolutamente priva d'incresciosi imbarazzi o speciose ipocrisie.

martedì 1 settembre 2015

Per acquisire un vero equilibrio bisogna prima sperimentare una qualche acrobazia

Lentamente, molto lentamente in proporzione alla mia impazienza di tornare a scrivere fluidamente come un tempo, sto comunque facendo passi importanti nella direzione giusta.
Il distacco da fb si è rivelato salvifico.
Bisogna sempre capire quando arriva il momento di fermarsi e cambiare direzione.

Curo con dedizione la pagina di "Amaranta", perché davvero mi entusiasma e la vivo come una propaggine importante del mio blog poiché implica ricerca, immaginazione, ed elaborazione, e la possibilità di ricavarne materiale per lo stesso.
Ed anche un importante allenamento di scrittura, dove mi cimento nell'esercizio di un pensiero sintetico e nello stesso tempo esaustivo, e senza aver la pretesa di raggiungere la perfezione di un haiku, imparo a snellire, e gestire, il mio stile forse troppo ricercato e "autoreferenziale".

Rivisito così anche i miei vecchi scritti, apporto correzioni e rivivo emozioni.
E' un'avventura solo positiva, questa che sto condividendo con la mia alter ego.
Ma da lei, nonostante i nostri contrasti e le nostre testardaggini, non può venirmi altro che bene.
Oltretutto sono più in diretto contatto con chi, fino ad ora, mi ero limitata solo a commentare, o esser commentata, perché condividere, invece, mi pone nella necessità di approfondirne il pensiero, riscontrarvi armonia col mio, e amarlo, come fosse scaturito dalla mia stessa  mente.

Con sorpresa ho scoperto che in twitter ci sono anche meravigliosi autori di aforismi, poiché ovviamente si tratta di scrittura in pillole, e che vanno ad arricchire la mia pagina.
Avrei ignorato questi nuovi stili di scrittura se fossi rimasta ferma all'oggettività statica, e forse per questo rassicurante, del mio blog.

Entusiasta di essermi messa in discussione e di volermi misurare con queste nuove realtà, a mio parere niente affatto spicciole o irrilevanti, come arrogantemente a tutta prima verrebbe di pensare, ma piuttosto sintomi di un cambiamento, e per alcuni di una ricerca, nel campo del linguaggio delle comunicazioni e quindi anche della scrittura.

Personalmente sono sempre stata convinta che per acquisire un vero equilibrio bisogna prima sperimentare una qualche acrobazia.
Marilena

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