Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

giovedì 26 marzo 2015

Danzo guardando il sole

IERI
Dopo aver ceduto alla violenza meterologica del vento e della pioggia, il mio fragile ombrello galleggia sotto il bordo del marciapiede come un grosso anemone rosso a cui è stato reciso il gambo.
Unica macchia di colore nel grigio sferzante del nubifragio.
Mi riparo come posso sotto il cappuccio della giacca, ma l'acqua cola a rivoli e mi penetra i vestiti in un abbraccio liquido e freddo.
Una tazza di latte caldo, e abiti asciutti, è tutto quello che desidero.

 OGGI
Un sole stinto s'affaccia codardo dalla volta celeste, pronto ad arrendersi alle minacce di una grossa nuvola masnadiera.
Non piove, anche se un vento refrattario s'ostina a soffiare, più lento ma costante, oltre la barriera dei tetti e degli alberi.
Una città in ostaggio.
O forse solo io, che dopo una notte insonne scivolo fuori dalle coperte alla ricerca del calore fittizio della stufetta e di una tazza di caffè.
Calore che ovviamente non trovo.

DANZO GUARDANDO IL SOLE
Quella di un calore, che non sia soltanto alogeno o derivato da una sostanza stimolante, diventa col passar delle ore un'esigenza primaria.
Mi guardo allo specchio: la notte insonne ha lasciato tracce sul mio viso.
Una sciagura per una donna della mia età.
Devo reagire.
Non lasciarmi sopraffare dallo spleen.

Una doccia calda e capelli che profumano di miele.
La seconda tazza di caffè è una sferzata più decisa verso l'accettazione di questa giornata, che decreto debba essere, a dispetto del tempo, all'insegna del sole.
E se il sole non c'è, poco importa, lo invento.
Tondo e giallo, su un foglio azzurro, con i raggi che filtrano attraverso i rami, bianchi e delicati, di un melo.
E' il disegno sulla ceramica della mia tazzina da caffè, quel tenue bordo merlettato, col quale configuro i contorni di questo giorno metafisico.
Mi vestirò col suo ricamo dalla trama leggera affinchè il sole possa penetrare, coi suoi raggi benefici, la scorza superficiale dell'epidermide e irradiare, diritto al cuore, il suo calore vitale.
......che la magia non è nel vedere, ma nel sentire.
 Marilena

sabato 21 marzo 2015

Abitare l'eclissi

Dalla mia finestra privilegiata nel mio antro in Blogosphere, ho visto il sole diventare nero e, per miglia e migliaia, calare un silenzio immoto.
Per un lungo momento tutto si è fermato, impresso nel dagherrotipo del tempo e negli occhi di chi, come me,  ha visto l'ombra calare come una larga ala nera ad oscurare il giorno.
Ma forse sono io l'unica testimone di quest'evento, così come lo racconto, che è esattamente come l'ho vissuto nella consapevolezza delle mie distorsioni percettive, dal momento che è appurato della soggettività, dalle millle sfumature, con cui si ammira, ad esempio, lo stesso tramonto, o si odora un fiore, o si ascolta un brano musicale, o ancora si assaggia una pietanza o si accarezza un velluto: nulla giungerà, a livello emotivo, alla stessa identica maniera a chi si sottopone all'esperimento.
Quel livello emotivo che poi, di certo, influenzerà tutti i cinque sensi.

 IL RACCONTO
Una pioggerllina, fine e leggera, odorosa di sabbia, è iniziata a cadere sporadica tutt'intorno accompagnata da un lontano rombo di tuono, ma che un gabbiano tramortito, piovuto dal cielo sul davanzale della mia finestra, trasportato dal vento improvviso di bufera che cercava di penetrare le pur solide pareti del mio antro, mi ha fatto riflettere che non fosse acqua di pioggia ma gocce residue di quel mare remoto che pur non arriva a lambire, con le sue lunghe onde insidiose, le aiuole del mio Eden.
Il gabbiano, trasportato dalla burrasca fittizia, è stato strappato via al suo mare per venire a morire, naufrago, in questo illusorio paradiso, sferzato ora dall'ira ingorda del vento, che si è mangiato onde e nuvole, con la stessa voracità con quale cerca ora d'inghiottirsi questo mio avamposto.
Per un'eternità traballiamo nel buio più assoluto, Robinson e Lizard, acquattati sotto la stessa pietra, mentre i poliedrici Freaks, invece, si sono strettamente abbarbicati alla loro trave, con gli arti trasformati in robuste gomene.
Non fidando nel mio equilibrio, mi son seduta a terra, tra la convergenza di due pareti, con le spalle appoggiate all' una ed i piedi puntellati all'altra.
Da questa posizione percepisco le flebili scosse di un terremoto ancora profondamente sotterraneo, forse destinato ad emergere in superficie.
Se così fosse nessuno di noi avrà scampo: la terra inghiottirà ciò che il cielo ha risparmiato.
Da un avara visuale di finestra assisto, impotente, al diverbio in atto tra i ciclopi della natura: il cielo nero e le sagome dei rami arruffati in un intrigo di foglie e di piume e di ali, e le nubi basse stillanti gocce di mare, pesciolini incolori e rametti di corallo e piccoli molluschi lattiginosi, come stelle riflesse nello sciabordio di una tempesta lontana, la cui collera è solo marginalmente giunta in questo luogo.
E ci ha risparmiati.
Il vento cala e la luce riappare con un sole scialbo, velato di nebbia.
Nulla sarà come prima.
E' questo che si dice ogni volta che si scampa ad un pericolo.
Ma io non lo dirò.
Forse perchè amo le incognite dei naufragi.
E le salvezze miracolose.

sabato 14 marzo 2015

Paso Doble

MARILENA
Trasloco faticoso, seppur nel cambiamento forse ci ho guadagnato: il colore amaranto ha preso il posto del nero, e l'immagine dell'enigmatica signora che sta per varcare la soglia del portone, ben s'addice alle peculiarità del mio antro. E' un immagine molto più virtuale della precedente, che pur molto mi piaceva e che a fatica ho messo da parte, ma se cambiamento doveva esserci, stavolta, che fosse totale, almeno nella forma, che i contenuti no, quelli non si toccano, e ai quali sto alacremente lavorando per ristabilirli nel loro giusto ambito. Come i link che, altrimenti, si aprirebbero su pagine introvabili.
E le immagini, tutte da centrare, come esige l'estetica di questo nuovo blog.

Ho perso il mio dominio, quel "punto com" che per sei anni ho mantenuto, come una proprietà inalienabile, territorio mio di diritto, anche se non frutto di conquista ma di contratto.
E, invece, eccomi quà, sfrattata ma felice, che liberi si vive meglio e questa nuova casa sarà eternamente mia, al pari dell'altra, almeno finchè le anime nere di Blogosphere non prospetterano balzelli aggiuntivi, trasformando questo mio bislacco bric à brac, in un esercizio commerciale qualunque: un punto vendita di fasulli articoli stregoneschi, e non luogo di poesia e di sogni, i miei, e quelli di altri, raccolti lungo il cammino.


AMARANTA
Non fatevi intimorire dalla bella signora dalla treccia rossa che s'affaccia minacciosa sulla soglia armata di roncola, (in realtà quell'arma è solo una proiezione metaforica delle distorsioni fantasiose dell'autrice del blog), ma consideratelo l'inusuale ingegno, di cui si avvale la lunatica scrittrice che qui vi soggiorna, per irretire i passanti a dar prova di coraggio a varcar quell'uscio, dietro cui fa balenare, ad arte, l'immaginifica prospettiva della rivelazione di chissà quali nebulosi segreti.
 Non fate caso, quindi, ai suoi mutismi o, di contro, alle sue pessimistiche esternazioni, che lei è fatta così e va presa per quello che è, che poi a pillole è pur sopportabile e v'assicuro, io che la conosco bene, ride molto più di quello che qui mostra, ma ha la tendenza, come tutti i lunatici, a cambiar spesso d'umore, e novanta volte su cento a non aver quello adatto al momento.

Di qui recriminazioni e piagnistei perché sempre alla ricerca di una perfezione ad personam che, sono convinta, neppure lei ha ben chiara. La sua visione del mondo passa attraverso la gamma dei neri (escludendo i grigi, questo lo do per certo) per approdare direttamente ai rossi, così senz'altro passaggio intermedio. Questo per spiegarvi quanto è difficile convivere con lei e da qui la mia necessità, ogni tanto, di staccare la spina e partire, lasciarla sbollire e meditare, in modo da riportarmi, a lei stessa, in una visione meno caotica e personalistica della mia funzione, che è quella, appunto, dell'alter ego.
Ed essendo io "l'altra se stessa" non posso certo comportarmi a sua immagine e somiglianza, che altrimenti non avrei ragione d'esistere, né lei avrebbe avuto bisogno del mio conforto se davvero, strutturata così com'è, si fosse piaciuta fino in fondo.
Non prendetela troppo sul serio, è questa la mia raccomandazione, è umorale e nevrotica, insicura, seppur lo confermo, progressi ne ha fatti e una certa indipendenza l'ha pure acquisita, ma la sua passione è quella di cinchischiarsi con le negatività esistenziali piuttosto che risolversi a confrontarsi con le positività acquisite, di cui forse, per scaramanzia, ne fa poca mostra.
Ma ognuno ha il suo modo di essere e va accettato per quello che è, seppur con lei è una gran fatica!

martedì 10 marzo 2015

Niente è reale

I primi a far ritorno sono stati loro, i Freaks, con un loro trasformismo più soft: niente horror ma molta angoscia. Uno stato continuo di tensione che trova il suo apice nei brevi sonni notturni, cosicchè al mattino mi sveglio frastornata e consapevolmente conscia del mio sogno disturbato da flash back alienanti, discontinui ed angosciosi.
Piccoli promemoria che mi ritorneranno in mente nei momenti più silenziosi.
Per questo odio stare da sola.

Uno di loro pendeva, attaccato a testa in giù, da una travicella della soffitta: un piccolo kamikaze dormiente, armato d'esplosivo e pronto, al minimo contatto, a farsi saltare in aria trascinandomi con sè.
Ecco perchè loro arrivano a notte perfettamente riposati, mentre io combatto le insidie del giorno nella consapevolezza di quelle notturne.




 Ma insieme ai Freaks è tornata anche Lizard/Monna Lisa, la lucertolina bionda dal musetto di sfinge che sibila, da sotto un tronco, il suo linguaggio arcaico e rassicurante.
Lizard è il mio angelo custode, non ha ali ma un'agile coda serpentina ed irrequieta, una piccola treccia chiara che frusta l'aria a cacciar via i demoni o i cattivi pensieri.




Dunque la trasformazione del mio antro, da landa desolata ed irrangiungibile in uno squarcio smeraldino di Eden, non ha cambiato di un punto l'essenza delle cose.
Eppure io ci ho creduto a questa trasformazione.
Se m'affaccio alla finestra vedo ora una distesa di cespugli e fronde e fiori macrospici dalle tinte lussuriose, che si stende sotto un cielo indaco, ed è tutto un cinguettio, un mormorio, uno svolazzare d'ali di farfalle bianche ed insetti dorati.
Ma è ugualmente irragiungibile, al pari della landa desertica che fin'ora ho abitato.

Mi sorprendo in attesa: quando arriveranno tutti gli altri?
Tutti gli altri chi? controbatto a me stessa.
 E' tutto finto, mi rispondo.
Niente è reale.
Neppure io.



sabato 7 marzo 2015

Controvento

E' un mattino di sole, ma freddo, col vento che spazza le strade e sibila, ossessivo nelle orecchie, il suo fischietto ad ultrasuoni, affinchè non ci si possa dissociare dalla realtà oggettiva del momento.
Un vento deleterio, ma non mortale.
Un vento che devasta, ma non uccide.
Vorrei essere altrove ma sono costretta ad ascoltare il suo monito ad ultrasuoni che mi costringe a rimanere presente nel contesto reale.
 Un paesaggio spettinato, nonostante un tiepido sole tenti inutilmente di sciogliere il gelo dalle foglie incartapecorite, che ad un leggero tocco delle dita si staccano e cadono al suolo.

Cammino allora controvento, lottando contro le folate gelide che, come onde burrascose, tentano di sommergermi.
Ma sono determinata a procedere, armata perfino di un sorriso, e spronata da non so nemmeno io quale obiettivo (che in realtà non ne ho nessuno) ma solo quello di andare testardamente avanti, verso un non/luogo qualsiasi, che a costruirne di fittizi sono brava ma, ecco, oggi vorrei non dipendesse dalla mia capacità congenita a creare contesti e sfondi, ma che si materializzasse dal nulla, come una sorpresa fortuita, quel posto in cui incappi casualmente e te ne innamori, tanto da volerci sostare all'infinito.

Un posto qualsiasi: un balconcino fiorito, una panchina soleggiata, lo spazio privato di un ombrellone in riva al mare, un angolo luminoso in una stanza, il riquadro incorniciato di una fotografia.
En plein air.

L'esigenza della luce, una volta tanto, prevalica quella più intima della penombra.
Marilena