Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

domenica 20 dicembre 2015

Nuove trame



Nell'antro fervono i preparativi per il Natale, me lo raccontano i rumori, e le voci spesso concitate, che provengono dal basso. Non ho bisogno di scendere per vedere cosa sta accadendo poiché a memoria conosco i miei protagonisti e le loro performance rituali.
Perché è di riti che si parla, quegli stessi che vanno in scena ormai da anni e di cui nessuno di noi può farne a meno, pena la perdita della memoria.
E' da circa due mesi che non vi  faccio una capatina, da quell'otto di Novembre, giorno in cui è giunto  qui a Roma il piccolo Conte Cagliostro del Vlad, a stravolgere in positivo la mia vita.
E così, se nell'antro va in scena una commedia già collaudata, e che può quindi essere inscenata senza la mia regia, io mi ritrovo nel mio appartamento a doverne scrivere una inedita, dove è prevista la partecipazione, come protagonista principale, del piccolo felino che man mano che passa il tempo si disvela sempre più in tutta la sua regale grazia di sinuosa pantera in miniatura.
Ed ecco allora che da regista mi trasformo in spettatrice, attenta a non perdermi neppure un passaggio di questo suo meraviglioso, felino sbocciare, non solo nel fisico ( una struttura solida, compatta, ma al contempo agilissima e scattante, che la tensione dei muscoli si rivela nella posizione a lui più congeniale, quella del cacciatore nell'atto di avventarsi contro la preda), ma anche nell'evoluzione del comportamento e dell'apprendimento di codici comuni  e dell'etica della convivenza.
 Siamo troppi presi, in questo attuale momento, a stabilire intese e approfondire la reciproca conoscenza, che tutto il resto, quello già consolidato, può benissimo aspettare.

...eppoi le nuove trame hanno sempre bisogno di ritocchi e di perfezionamenti, soprattutto in corso d'opera, quando è più facile cogliere il dettaglio difettoso e correggerlo in tempo reale, cosicché l'accuratezza della tessitura non appaia deturpata da particolari impropri o inopportuni.

Nell'antro tornerò agli inizi di Gennaio, quando terminato il clangore delle feste, ed esauriti gli eccessi degli entusiasmi e dei nervosismi, che anche lì si consumano, tutto sarà ritornato alla solita innocua, coadiuvata follia.
Marilena

mercoledì 9 dicembre 2015

Divine condivisioni

Riprendo a raccontare sulle pagine del mio diario, a un mese esatto dal suo arrivo, della fantastica convivenza con il mio nuovo coinquilino, il Conte Cagliostro del Vlad, di cui mostro una foto.


Il Conte non è di quegli aristocratici con la puzza sotto il naso, niente affatto snob, da subito mi ha lasciato ampio spazio d'interazione in modo che io potessi, in maniera soft, capire quanta confidenza avrei potuto lecitamente prendermi senza incorrere in spiacevoli fraintendimenti.
Il mio temperamento, materno e al contempo passionale, fa si che le mie dimostrazioni d'affetto siano talvolta irruente, chiassose ed istintive, molto teatrali, e il piccolo Conte, seppur magnanimamente le sopporta, non sempre dà mostra di apprezzarle.
Allora faccio un passo indietro, chiedo scusa e mi dileguo, attendendo il momento in cui sarà lui a cercarmi per reclamare, con grazia regale, un bocconcino o una carezza.
Quando avanza con la coda dritta (spettacolare quella sua coda bicolore, che svetta nera nella parte superiore e grigia in quella inferiore, così come lo è nel sottopancia, della stessa soffice tonalità che alla luce acquista sfumature d'argento e metallo, che irradiano in un'aura avvolgente, così da farlo somigliare ad un fantastico cavaliere lunare), e il richiamo, dolce ed imperativo, del sovrano che è disponibile, solo in quel momento, ad accogliere le mie suppliche e concedersi alla mia ammirazione.

Solo i gatti, tra tutti gli esseri viventi, possiedono il misterioso segreto della seduzione innata, solo loro ne conoscono gli atavici codici, e così quando ti permettono un sia pur momentaneo approccio a quella loro sublime divinità, ti par di toccare il cielo con un dito, perché non c'è nulla di più spontaneo, incorrotto, prezioso e sincero, di quel momento condiviso.
Marilena

lunedì 23 novembre 2015

Un piccolo amore


 Io non voglio tutto, solo alcuni confort ed un piccolo amore.
(Charles Bukowski)                                                               

Un piccolo amore che riempie la vita, che mi ha fatto riscoprire la gioia di dare senza chiedere nulla in cambio; di mettere in campo, quando occorre, la pazienza senza inveire contro; di riscoprire l'entusiasmo genuino per i progressi, e le intese quotidiane, della coabitazione; di ritrovare la fiamma calda della condivisione di quei piccoli comfort che rendono degna l'esistenza: cibo, calore e carezze.
Un piccolo amore, questo cucciolino, che ora dorme placido sulla sedia accanto alla mia, e se allungo una mano ad accarezzarlo mi risponde con un motorino di fusa, che sono convinta che il mio calore gli giunge tra le pieghe del sogno.

Cosa sogna un gattino?
Di rincorrere farfalle technicolor in un prato; cacciare topolini abusivi nelle crepe di un muro; annusare fiori ed erbette nelle aiuole di un giardino; misurarsi con altri micini nel gioco maschio della lotta.

Cagliostro sogna di poter passeggiare sull'ampio terrazzo di casa che intravede dietro i vetri e che ha percorso, solo una volta, tra le mie braccia.
E' ancora troppo piccolo, e oltretutto affetto da raffreddore, perché io possa dare il via libero alla sua esplorazione, soprattutto in giornate trabocchetto come questa, dove nel falso tepore dell'aria s'insinua l'insidia subdola del vento.
Così stamani ho raccolto per lui qualche foglia, ancora odorosa di rami e di aria, e con quelle ha giocato instancabile per un pò, rincorrendole per tutto l'appartamento, stanandole dal sotto dei mobili dove lui stesso, nell'enfasi del gioco, le andava a cacciare.
Inutile dire che gli ho riempito la cesta di giochini e palline che lui, da vero mago, ha fatto sparire nel nulla, e ogni tanto, per mio unico diletto, fa ricomparire da chissà quale parallelo, e me lo offre come un prezioso cadeau che io accolgo con applausi e piccole grida di meraviglia.
Allora lui inarca la sinuosa schiena e drizza la regale coda per offrirsi intero alla mia tenerezza.
Lo stringo tra le braccia e sento il suo cuore battere.
...e nulla è più sensazionale di quel battito.
Marilena

venerdì 6 novembre 2015

Tattiche di sopravvivenza


Stamani proprio non gira per il verso giusto.
Un senso di gelo opprimente, di distacco e di solitudine mi pervade, quasi fosse subentrato, al mio interno, un precoce inverno siberiano.
Ho acceso la stufetta nonostante fuori ci sia un solicello tiepido e l'aria tersa.
Sono quasi certa che davanti al fuoco di un caminetto sarei scoppiata in lacrime.
Odio questi miei improvvisi sbalzi di umore, queste mie repentine ascese verso vette inaccessibili e le subitanee rovinose cadute verso il suolo.
Uno sfracellamento metaforico ma altrettanto doloroso quanto uno reale.
Non ce la faccio proprio a rimanere in alto per un tempo abbastanza lungo per far sì che le mie ali, irrobustendosi nell'esercizio del volo, non cedano alle subdole lusinghe della forza di gravità.
  Devo rialzarmi al più presto, e per farlo ho bisogno di una motivazione valida.

I miei occhi cadono sull'elenco delle cose da fare: tante e tutte noiose, mentre ho bisogno, in questo momento, di qualcosa che mi stimoli e che mi appassioni.
Ma nessuna ispirazione giunge in mio soccorso, così, come altre volte, dovrò far ricorso alla mia immaginazione.

Per sfuggire all'oppressione non esistono formule magiche, si deve far ricorso unicamente alla propria riserva personale di tattiche di sopravvivenza (che siano virtuali, metafisiche o  reali, o un assemblaggio di tutte le risorse disponibili, non ha alcuna importanza, quello che conta è il risultato).

Un buon caffè, caldo e profumato, da sorseggiare nel chiarore della finestra, godendo della luce e dei colori del mattino, è un preliminare necessario ad una più positiva predisposizione verso noi stessi ed il mondo.
E se al di là della finestra non c'è un paesaggio all'altezza, allora lo s'inventa, concentrandoci su un particolare che ha attratto il nostro sguardo (niente, in questo frangente, avviene per caso) ed isolandolo dal contesto generale, possiamo, attraverso la fantasia, rigenerarlo in qualcosa di più vasto.
La chioma dell'albero che si staglia oltre la mia finestra, ad esempio, può costituire, secondo il caso, la veduta aerea su un continente come l'area disordinata di un paesaggio boschivo piuttosto che l'intrigo di una foresta amazzonica.
Gli elementi indispensabili sono tutti alla mia portata: il cielo, i rami e le foglie.
E le varianti date dagli agenti atmosferici, quali vento, luce, pioggia, nebbia, neve, contribuiscono a far si che il paesaggio, e quindi anche il viaggio, sia sempre diverso, ricco di sorprese e scoperte.
I rami di quell'albero meraviglioso mi hanno trasportato, con le loro traiettorie inedite, in luoghi fantastici ed inesplorati.

Così, partendo dallo sfondo di un cielo di seta celeste, complice la scenografia del palazzo che s'intravede parziale dietro il suo fogliame, ed emergente solo di un tono di colore più scuro di quello del cielo, ho  inquadrato il dettaglio architettonico del balconcino dell'ultimo piano, la cui veranda incastonata dietro una grata elaborata come una preziosa filigrana, occhieggiante del rosso vivido e del fucsia smagliante di piccoli fiori tardivi, ed affioranti dall'intrigo dei rampicanti, mi ritrovo davanti alla porta, misteriosa e tragica, del Palazzo del Principe Shahriyar, nel  regno di Tartaria, dove ebbe inizio la saga delle "Mille e una notte" ad opera di Shahrazad, immaginifica quanto scaltra affabulatrice, che con la sua fervida immaginazione ammaliò il Principe sanguinario, riuscendo a sfuggire al suo programmato destino di morte.
L'ho intravista nella penombra dei tendaggi, assisa ai piedi del Sultano che l'ascoltava estasiato, innamorandosi, prima ancora che della sua bellezza, della sua voce e della sua fantasia.
Shahrazad, intuendo la mia presenza al di là del vetro del balconcino, si è voltata, sorridendomi complice

Nessun'altra strada avrebbe potuto condurmi in quel luogo incantato se non i rami di quest' albero magico che si staglia nel riquadro della mia finestra, ma che pure è reale, con le radici ben piantate nell'asfalto, e contro il quale mi capita sovente d'inveire, soprattutto in questa stagione quando le sue foglie si cospargono, come un tappeto scricchiolante sul mio terrazzo, ostruendo lo scolo dal quale defluisce l'acqua piovana
Ma quest'albero ha un cuore molto più grande del mio: è un albero saggio e non mi serba rancore per l'ingratitudine dei miei ingiusti improperi.
E' un albero che non ha rami, ma braccia.
Marilena

martedì 27 ottobre 2015

Cagliostro

Cagliostro, il mio futuro coinquilino, generoso dono della mia amica Giulia, giungerà da Napoli il 7 di Novembre, così mi sto dando da fare per rendere quanto più accogliente possibile il mio appartamento, che i gatti, è noto, sono una specie molto difficile d'accontentare.
Come l'ho visto è scattato il colpo di fulmine: un cucciolino nero, minuscolo sullo sfondo giallo di una coperta, in attesa di una casa possibilmente comoda e dotata di tutti i comfort di cui un gatto assolutamente necessita, in particolare questo che reca con sé il blasone di Conte.
Nero, con due occhioni d'ambra ed il carattere peperino di un cucciolo di appena due mesi.
Adoro che giunga in Novembre a condividere con me il calore della casa, l'intimità del divano e quella delle braccia, entrambi al riparo, sotto lo stesso tetto, dalla pioggia battente e dai venti impetuosi dell'autunno.
Così ho creato per lui questa rassicurante scenografia che...no, in realtà credo d'averlo fatto essenzialmente per me stessa, perché da troppo tempo vivo da sola e così tutto ruota esclusivamente intorno alle mie necessità, piccole o grandi, vere o fittizie, maturate nelle lunghe e solitarie ore, scandite dal battito di un immaginario pendolo in costante rotazione antioraria, scansionato sull'orbita delle stelle fisse.

Il Conte Cagliostro del Vlad (questo il suo nome completo, un mix tra il Conte di Cagliostro e il Conte Vlad, ideato, questo, in sinergia con la mia amica Lucy, entrambe convinte della necessità di omaggiare il felino di un nome adeguato) ), ne sono certissima, apporterà benefico subbuglio in questo mondo circoscritto ai miei soli bisogni personali, salvandomi dall'inaridimento esistenziale che potrebbe col tempo sopraggiungere.
Perché quando l'unico calore lo si trae unicamente da se stessi è facile incorrere nel rischio di morire per autocombustione.
Marilena


lunedì 19 ottobre 2015

Magie


Quando sono a corto d'idee indosso un mio cappello, alquanto sformato dal lungo uso, che però considero dotato di fantastiche prerogative, ed esco sperando di trovare, sulla strada, l'ispirazione.
 Le idee, talvolta, si materializzano sollecitate dalla fantasmagoria della luce dei fari di una macchina che sbuca, improvvisa e minacciosa, da un vicolo buio.
 Da un lussurioso cesto di rose imperiali, che ammicca da un negozio di fiori, come una splendida prostituta intenta ad adescar clienti da una vetrina di Amsterdam.
 Da un cane randagio che si abbevera beato ad una fontanella, soddisfatto di quel momentaneo benessere, e lappa, ingordo e grato, anche la più piccola goccia d'acqua, consapevole che potrebbe essere la sua ultima polla per un lunghissimo tratto di strada.
Da un sole kamikaze, che si lascia esplodere nei colori di sangue del tramonto, martirio perpetrato all'ora dei vespri per impedire alla notte d'invadere, col suo occulto splendore, quel cielo che egli considera suo per diritto divino.
Tutto ciò che mi colpisce, d'inedito, favoloso, originale ed improbabile, lo infilo in quel mio cappellaccio, che è abbastanza fondo da contenere il tutto, e anche il di più.
E' questo bottino corsaro, che alla bisogna tirerò fuori dalle profondità deformi di quel mio cappello, come dal cilindro di un prestigiatore, spacciandolo, al mio  pubblico, come straordinarie opere di magia congenita anziché di disperata ribellione all'amnesia.

sabato 3 ottobre 2015

Dopo l'ultimo capitolo - John e Mary


John e Mary li ho incontrati per la prima volta in una giornata d'affanno in cui andavo troppo di fretta per espletare i convenevoli del galateo, così mi sono limitata ad un saluto frettoloso, ripromettendomi, però, di non perderli di vista.
Invece ho perso le loro tracce. 
Ma non poteva essere altrimenti visto che non hanno fissa dimora e la loro casa è la strada.
Così dopo aver invano, per qualche giorno ancora, cercato di rintracciarli, ho alla fine rinunciato.

Chissà poi dov'erano finiti nel frattempo, che il mondo è sterminato e la finestrella del mio video, sia pur dotata di una visualità ad ampio raggio, non mi permette di esplorarlo nella sua intera ampiezza.
Oltretutto, la pazienza, in questo particolare periodo, non è la mia virtù principale.
La fugace apparizione di John e Mary mi aveva però fornito di un buon spunto di scrittura, che io non intendevo assolutamente mandare sprecato.
Ho così lavorato sui particolari che ricordavo, rifinendoli di fantasia e assemblando il tutto nei capitoli qui pubblicati.

...poi stamani, mentre sorseggiavo il primo caffè, godendomi lo stato di grazia in cui m'ero risvegliata dopo una notte intera di sonno, ecco che qualcuno bussa, con eccessiva foga, alla mia porta. Mi appresto ad aprire con l'intenzione di mettere al suo posto lo scocciatore mattiniero e, con grande sorpresa, mi trovo davanti proprio loro due, John e Mary.

...e non sono affatto in vena di convenevoli.

Noto che Mary è molto diversa nell'aspetto da come la ricordavo.
Il foulard che le copriva interamente il capo ora è usato come fascia a trattenere la massa straripante e riccioluta dei suoi spettacolari capelli rossi.
Ma non è solo il dettaglio dei capelli a farla sembrare diversa, perché in lei ora traspare una inedita, gradevole morbidezza, in quella sua fisicità, fino allora, spigolosa.

- Accidenti, Mary, ti trovo straordinariamente bene, Sei più bella di come ti ricordavo. Sono davvero felice per te, anzi...per voi -
Mi rivolgo sorridendo verso John che, però, non ricambia il sorriso.

...e questo un pò mi preoccupa.

Perché John, per come lo ricordo io, è un tipo gentile, molto cordiale.
Soprattutto con le donne.

- E come va la vita di coppia? - Azzardo la domanda cercando di rompere il ghiaccio e capire il perché di quella freddezza. Mi sarei aspettata, da parte loro,  un pò più d entusiasmo, visto che sono io l'artefice della loro felicità.
- Aspetto un figlio - Risponde Mary, fissandomi negli occhi.
- Ma è meraviglioso. E' una notizia fantastica. Ecco perché mi sembravi così diversa, la gravidanza ti dona, sei diventata ancora più bella. Dovremmo festeggiare, non credete? -
Sorrido ad entrambi, predisponendomi ad andare a prelevare dal frigo la bottiglia di "Moet & Chandon"  tenuta in serbo nel caso ci fosse stato, un giorno, qualcosa d'importante da festeggiare.
E cosa, più dell'arrivo di un neonato, merita le bollicine dello champagne?

- Siediti, che dobbiamo parlare -
Il tono di Mary sgonfia ad una ad una le ipotetiche bollicine che già immaginavo frizzare nei calici.
- Sono incinta - Ribadisce asciutta.
Io mi limito educatamente ad annuire. Fin qui è tutto chiaro.
Ma quello che aggiunge dopo mi destabilizza.
- Ed è solo tua la responsabilità - Il suo tono di voce è molto serio.
- Mia?- Ripeto stupita
- Come può essere mia la responsabilità di questo bambino concepito da voi due!- Replico incredula
- Sei tu che hai dato corso al tutto, è quindi è interamente tua la responsabilità di ciò che è avvenuto -
- Io vi ho lasciato in quella stanza a scambiarvi confidenze, abbracci e innocui bacini...anzi no, questi non li ho neppure menzionati. E alla fine v'addormentate l'uno fra le braccia dell'altra -
Meno male che la trama, così recente, me la ricordo bene.

John mi lancia un'occhiata malandrina, e il suo sorriso sghembo sottintende un'altra storia.
- Io non sono responsabile di quello che i miei personaggi combinano dopo il capitolo finale - E stavolta sono io ad essere arrabbiata
- Lo scrittore è per tutta la durata della sua vita responsabile dei percorsi e delle azioni dei suoi personaggi. Responsabilità che non ha scadenza. Troppo facile, mia cara, il ruolo di deus ex machina, Così divertente, ed eccitante, programmare e decidere le sorti dei malcapitati protagonisti e poi, dopo l'ultimo capitolo, abbandonarli al proprio destino. Eh no, non funziona così! - Controbatte Mary, che da prova di un'ottima, seppur aggressiva, facondia oratoria

- Anche tu, John, pensi che sia d'attribuire esclusivamente a me, tutta la vicenda? - Chiedo sarcastica
Lui si limita ad alzare le spalle e guardarmi con simpatia. Eppoi la sua risposta coincisa, che pone fine ad ogni discussione: sapevi chi ero! 

Oh certo che lo sapevo, ma questo però non lo giustifica. Insomma, è evidente che, seppur tra le righe, trapela la sua predisposizione al riscatto dal suo burrascoso passato di dongiovanni, in nome dell'amore.

- Ok, cosa volete che faccia?- Alzo le mani in gesto di resa

- Procuraci un posto dove stare. Un bambino ha bisogno di un tetto, non può certo vivere all'addiaccio. Eppoi un lavoro per John. Un neonato ha bisogno di cose indispensabili e noi vogliamo che le abbia. Niente altro. E' questo l'ultimo, definitivo capitolo. Da questo momento in poi ti liberiamo da ogni altra ulteriore responsabilità nei nostri riguardi visto che ti sei dimostrata completamente inadeguata, e gestiremo da soli i nostri sequel. E la prossima volta, quando scrivi una storia, cerca di essere meno fantasiosa e più attenta a valutare le possibili conseguenze a cui esponi i tuoi personaggi. Più pragmatica e meno immaginifica - Mi suggerisce Mary prima di uscire di scena. 

venerdì 2 ottobre 2015

Il primo abbraccio (cap 3)


- Cosa aspetti, vuoi aiutarmi o resti lì a guardare? -
Così Mary andava incitando l'incredulo John
- Legagli le mani a questo figlio di puttana. Legalo bene, che non si possa facilmente liberare. Usa la tua cinta che del foulard io ho bisogno. Dopo gli togliamo i vestiti. Portiamo via tutto, che i vermi in natura sono nudi. -

John la guardava trasognato, ubbidendo meccanicamente ai suoi ordini, incerto se fosse nel bel mezzo di un sogno o protagonista di un fatto di cronaca.
In quel determinato contesto Mary si muoveva agile, certa del fatto suo.
Ma ciò che più lo aveva colpito era stata la visione di quella sua gran chioma zingaresca, malamente sforbiciata, e del colore vivido del fuoco, che sembrava illuminare la penombra della stanza.
 Mary aveva raccolto gli abiti dell'uomo in un fagotto, muovendosi sicura, senza impaccio apparente.
- Nelle tasche frugheremo poi, con agio, quando saremo lontani da qui -
Così aveva stabilito mentre andava nascondendo, sotto il foulard da hippy, quella sua irruenta chioma tizianesca.

Avevano poi ripreso il cammino, fianco a fianco, nel loro consueto silenzio, alla ricerca di un rifugio dove trascorrere il tempo restante della notte.
Ma ora era lei che tracciava il percorso, con lui che la seguiva, adeguando i suoi passi a quelli della sua compagna.
Trovarono riparo in quello che doveva essere stato una volta un casolare, scegliendo ognuno il proprio angolo privato dove poter riprendere a sognare miraggi impossibili.
Al centro della stanza, dove Mary lo aveva depositato, troneggiava il fagotto degli abiti dell'uomo.
Una prova di fiducia? Si era ritrovato a domandarsi John.
Quel bottino apparteneva di diritto a Mary, poiché era lei ad averlo conquistato.
Ma lui avrebbe potuto tranquillamente impossessarsene,  mentre lei dormiva, senza contravvenire a nessuna legge del popolo della strada.
La quinta regola, infatti, suggerisce di non separarsi mai dai propri beni, soprattutto di non tenerli troppo in vista per non scatenare eventuali mire di possesso.
Una trappola, il bottino lasciato in bella vista? Andava congetturando, nel suo angolo insonne, John.
Si può fuggire inducendo l'altro alla fuga, motivandolo con argomenti irresistibili.
Un modo sottile per dire: prendi tutto e vattene.

Eppure lui che aveva, in quel periodo di strana convivenza, prospettato tante volte l'abbandono, ora non era più certo di voler proseguire da solo. Cercò d'immaginare se stesso girovagare senza la sua altissima compagna, e vide solo un'ombra confusa, invisibile prima ancora che agli occhi del mondo, ai suoi stessi. In qualche modo la vicinanza di Mary lo rendeva reale: materia, e non ammasso di particelle addensate nello spazio circoscritto del suo polveroso io.
Eppoi c'era stata la rivelazione di quei suoi capelli sfolgoranti come un sole sfarzoso, da sempre celati sotto il fazzoletto che ne occultava lo splendore.
Perché una donna nasconde ciò che, invece, la renderebbe unica?
E la risposta fin troppo facile: la visibilità.
Mary aveva dovuto rinunciare alla vanità femminile di quella sua chioma sontuosa, per rendersi il più invisibile possibile, che già in questo la sua altezza non l'aveva favorita, e lo splendore dei suoi  capelli di fiamma l'avrebbe maggiormente esposta allo sguardo invasivo del mondo.
Questo pensava John nel suo angolo insonne, trovando estremamente ingiusto il destino di quei capelli che sarebbero stati il tesoro più prezioso, ostentato da qualsiasi  altra donna, ma non da Mary, nata con un destino avverso e troppi centimetri d'altezza.
Andava destandosi in lui un irresistibile, sopito, desiderio di bellezza, poter immergere le dita in quella seta rossa e dimenticarsi, per un momento, del grigio del mondo.
Lui che aveva amato il femminino in tutte le sue sfumature, si sentì sconsolatamente triste per lei

Anche Mary non riusciva a dormire. La paura era stata tanta, sentiva ancora le mani dell'uomo brancicare su di lei, ed era stato un  miracolo che l'avesse colta nell'atto di tagliarsi i capelli, che il coltellino a portata di mano, non sempre nel momento del bisogno è così raggiungibile come sembra. Stavolta era stata fortunata, ma la prossima? Avrebbe voluto non pensarci, ma i fotogrammi della lotta, solitaria e silenziosa, che l'aveva vista protagonista, continuavano a materializzarsi nel buio ricchi di particolari come le sequenze di un thriller.
Disgusto, impotenza e solitudine, la pervasero.
Rannicchiata contro la parete finalmente pianse.

Quel singulto sommesso di animale braccato, unica eco nel silenzio desolante della notte, aveva raggiunto John, ancora desto nel suo cantuccio, intento ad analizzare quel suo nuovo sentire nei riguardi della sua compagna, D'istinto si alzò per raggiungerla e consolarla ma, dimentico della barriera (o trappola?) del fagotto posto al centro della stanza, vi inciampò contro rovinando rumorosamente  a terra.
Con un balzo, Mary, fu sopra di lui, tenendo bene in vista la sua piccola lama.
Ma lui fu più desto e gliela fece cadere di mano, eppoi fece qualcosa che lei non si aspettava: la strinse tra le braccia.
Un abbraccio forte, caldo, protettivo.
Un abbraccio silenzioso, che la trovò impreparata, ma che non respinse.

Fu quella una notte di confidenze, d'incontro e non di fuga, dove lei pianse tutte le sue lacrime represse e rise di tutte le cose buffe che lui le andava raccontando per asciugarle il pianto.
Fu quella una notte di rivelazioni, in cui lei gli fece il dono della sua bellezza, sciogliendo, solo per lui, i suoi meravigliosi capelli di fiamma.
In quel vivido rosso John immerse gioioso le dita, riscoprendo con  stupore in quella stanza notturna i colori delle albe e dei tramonti, dei fiori e delle farfalle, della bellezza suprema del mondo che talvolta si è costretti a celare sotto un cencio perché non risplenda troppo e desti inopportuni desideri di possesso. E al diavolo tutte le strategie dell'invisibilità, che nella natura dell'uomo è vivere nella luce e non nell'ombra, anziché condannato al destino di preda o  predatore.
Tutti, infine, hanno diritto al sole, all'aria, alle stagioni, alla bellezza dell'esistenza e non solo alle sue disperazioni.

- Domani sarà un giorno di sole, te lo prometto. -
Sussurrò John a Mary, stringendola tra le braccia, prima di addormentarsi

mercoledì 30 settembre 2015

Il primo abbraccio (cap 2)



La terza regola della strada suggerisce di seguire il proprio istinto, che anni di vita all'aperto hanno affinato e reso sensibile all'estremo, come quello dei cani randagi in grado di subodorare il pericolo in agguato nell'apparente stato di quiete.
Anche i due compagni di strada, (che da questo momento in poi saranno John e Mary) avevano col tempo acquisito, e perfezionato, ognuno a proprio modo, le tattiche essenziali di sopravvivenza, quali l'invisibilità e il mimetismo.

A dire il vero, a Mary queste strategie primarie le erano state da subito precluse, che la sua altezza da giraffa la evidenziava tra la folla attirando su di sé tutti gli sguardi, costringendola a spostarsi più cautamente di notte, quando il mondo dorme e le strade sono meno frequentate.
Ma le strade deserte non sono di certo più sicure, e se si sentiva protetta dalla curiosità della folla diurna non poteva altrettanto esserlo da quella notturna, soprattutto nelle notti di luna piena quando anche gli agnelli si trasformano in lupi mannari. Così s'era premunita, come arma di estrema difesa, di una piccola lama, seppur mezza spuntata, che teneva ben nascosta nella profondità di una tasca.
La quarta regola della strada insegna, infatti, ad elargire avaramente la propria fiducia, che sovente accade che lo stesso col quale durante il giorno hai condiviso il cibo, quando cala il buio, poi, ti derubi dei tuoi miseri averi.

Al contrario di Mary, John, invece, le tattiche del mimetismo e dell'invisibilità, le aveva elevate ai massimi livelli, che avrebbe ben saputo insegnare agli strateghi della guerra il segreto dei gechi e dei camaleonti, o quelli più arcani dell'invisibilità, ad onor del vero, favorito in questo da quella sua fisicità minima e col tempo divenuta anche incolore, che ben s'apprestava all'amalgama col selciato e i muri e le nebbie mattutine. L'arte della mimetizzazione lo aveva salvato in più di una situazione. Per questo preferiva viaggiar solo che non tutti erano, al par di lui, in questo geniali. E in particolare questa sua compagna di strada, che svettava su tutti gli altri nella sua inopportuna altezza, costituiva per lui un pericolo serio e costante, Una vera disgrazia nascere così alti, soprattutto per una donna, s'era ritrovato più volte a pensare, finalmente rappacificato con la sua bassa statura, che un qualche centimetro in più in altezza lo avrebbe, in tempi passati, desiderato, anche se, a dire il vero, questa non era mai stata d'ostacolo alla sua carriera di dongiovanni, che le donne erano ipnotizzate dai suoi occhi turchini e attratte dal suo broncio d'adolescente.

In base alla quarta regola della strada, John, che di Mary nulla conosceva (neanche il colore dei capelli, celati dal foulard ), tanto meno era al corrente dell'esistenza di quel suo coltellino. La lama  che in più di un'occasione aveva fatto la differenza e che lei, egregiamente, aveva imparato ad usare.
Come la notte in cui un balordo, silenziosamente, era strisciato fin dentro il loro rifugio provvisorio, trovando ghiotta l'occasione di un facile bottino e di un veloce stupro, che la donna, pur essendo altissima, era pur sempre una femmina assoggettabile, come tutte le altre, dalla forza superiore maschile, e il nanerottolo che le camminava a fianco non costituiva di certo un ostacolo alla sua impresa. Oltretutto i due s'erano allocati negli angoli opposti e divisi da un tramezzo, con l'uomo già dormiva della grossa. La donna, invece, era di schiena, rivolta verso il muro, intenta a una qualche sua segreta operazione, al riparo dallo sguardo del suo compagno, semmai si fosse svegliato. Il che, pensò l'intruso, gli avrebbe reso tutto più facile, aggredendola alle spalle l'avrebbe colta di sorpresa togliendole ogni possibilità di reazione, e uno straccio, infilato in bocca, l'avrebbe azzittita. Non ci sarebbe stato neppure bisogno di tramortire l'uomo pesantemente addormentato, per non rischiare un  suo risveglio prematuro, o un qualsiasi trambusto, che potesse allertare la donna. Era strisciato così alle sue spalle, afferrandola con una mano per la vita e con l'altra cacciandole in bocca un fazzoletto, e contando sulla sorpresa non s'era aspettato alcuna reazione, tanto meno il baluginio di una lama spuntata d'incanto nelle mani della donna nell'attimo stesso in cui, s'era alzata in piedi, ergendosi in tutta la sua altezza disarcionandolo E s'era ritrovato a terra, con un coltello puntato alla gola. Invertite le parti era lei ora che conduceva il gioco. E il trambusto, in quello spazio minimo, aveva alla fine svegliato John che, ancora incredulo, s'era trovato davanti la  fantastica scena di un'amazzone scarmigliata, con la chioma tagliata a metà, che premeva un coltello  alla gola di uno sconosciuto.

lunedì 28 settembre 2015

Il primo abbraccio (cap 1)


La vita non era stata affatto generosa con loro due, e questa era la ragione unica per cui s'erano adeguati l'uno all'altra.
Ma questo non significava che si piacessero.
Il loro stare insieme era più dettato da una necessità di sopravvivenza dove il sentimento non c'entrava affatto, tant'è che in quelle giornate quando non occorreva dover fronteggiare le avversità del mondo, entrambi, pur senza dirselo, andavano valutando l'idea di proseguire separatamente.
Neppure lo stato di continua necessità aveva contribuito a trasformare quel loro fortuito, e strampalato legame, in qualcosa di più solido e cordiale, come un'amicizia.
Camminavano fianco a fianco limitandosi nelle parole, e nei contatti, allo stretto indispensabile.
 La gente si voltava, incuriosita, a guardarli: lei altissima, il mento a punta, sopra al quale si disegnava una bocca pallida, quasi incolore. Per contrasto gli occhi, invece, erano belli, scuri e grandi, occhi gitani, brillanti e velleitari, incastonati sotto una fronte bassa, rigidamente incorniciata da un foulard che le nascondeva completamente i capelli.
Lui, invece, era molto più basso, le arrivava a mala pena alla spalla. Il viso, però, era ancora bello, dai tratti regolari, una di quelle fisionomie che reca impresso il fulgore dell'adolescenza anche quando si è in là con gli anni. I capelli, incolti ed unti, conservavano nel grigio invasivo tenui striature di biondo. Gli occhi chiarissimi avevano però perso la loro tonalità turchina, declinando in un anonimo grigio.
Camminavano, come d'abitudine, l'uno di fianco all'altra, senza mai sfiorarsi, assorti nei propri pensieri, cosicché risultava difficile capire chi dei due fosse a stabilire il percorso.
Ad un più attendo sguardo, però, risultava evidente che lei aveva adeguato il suo passo a quello di lui, molto più breve e cauto.
Era il suo compagno, dunque, a decidere la strada.

"Lei si limita a seguirlo, che un posto vale l'altro, che in tanti anni di strada non ha mai trovato nessun luogo che rechi un conforto, un piccolo agio che induca a rimanere. Un muro di strada che si possa chiamar casa, con una fontanella nei paraggi dove dissetarsi e lavar via la stanchezza. E un bordo di marciapiede fiorito, cangiante durante le stagioni, che possa ricordare il davanzale di una finestra o lo slargo di un balconcino.
Questo il suo sogno segreto: un muro, un ciglio di strada ed una fontanella, circoscritti a lei sola, alle sue minime esigenze. A quel suo desiderio, mai sopito, di una vita stanziale."

Gli sguardi, al loro indirizzo, non erano meno dolorosi delle parole. La forza era nell'ignorarle. Forza acquisita con l'esperienza, che il primo insegnamento della strada consiste nel non accettare provocazioni, e fingere di non avere orecchi per non alimentare la crudeltà di chi non ha cuore. Così era stato per vincere la paura che s'erano ritrovati a camminare insieme, uniti da una comune sventura che non era tramutata, però, in sentimento, perché la loro diversità era evidente non solo agli occhi del mondo, ma ai loro stessi. Non avevano mai provato a raccontarsi le reciproche traversie, e nemmeno avrebbero saputo dire quanti chilometri avevano percorso insieme dal giorno in cui, per scampare ad una banda di balordi, s'erano ritrovati a correre sullo stesso marciapiede, travolti dalla stessa identica paura che li aveva portati a condividere l'anfratto che li aveva messi al sicuro.
Ognuno provvedeva alle proprie necessità senza pesare sull'altro, senza mai chiedere nulla, che il secondo insegnamento della strada è quello di fare affidamento sempre e solo su se stessi. Mai perdere dunque la propria indipendenza, anche quando si è in due, che il rischio maggiore è quello di abbassar la guardia e trovarsi d'improvviso nei pasticci.

"Fidarsi, per lui, non è affatto facile. Soprattutto delle donne. E si che ne ha avute, e di molto belle, nella sua altra vita, ed è stata proprio una di loro a portarlo alla distruzione Senza rimpianti, vorrebbe aggiungere, ma non gli riesce, consapevole che sarebbe solo una scontata battuta da film. Di rimpianti ne ha, e molti, da portarseli sulle spalle come il carico di uno zaino troppo pesante e voluminoso,  che però non gli servirebbe. Non nella sua attuale vita. Di cosa abbisogna ora non saprebbe dirlo neppure lui, tante sono le cose che gli vengono in mente, e così, nella consapevolezza di un sogno irrealizzabile, le scarta tutte."

lunedì 21 settembre 2015

Una scenografia mutevole all'interno di un prisma.


Fuori dal tunnel?
Forse.
Ma nell'incertezza voglio godere appieno di questo periodo per me nuovamente positivo, con la testa che ribolle di idee, simile ad un treno a vapore messo anzitempo a riposo su un binario morto, ma che ora sbuffa, impaziente, la sua resurrezione, con lunghi e vigorosi pennacchi di fumo, come parole sulla lavagna limpida del cielo.

Travolta da questo folle, e al contempo carezzevole turbine, scrivo su questo blog e sulla pagina di Amaranta in fb (quante idee, piccole e allo stesso tempo impegnative, mi va suggerendo lo spazio della mia alter ego). Scrivo nella schiuma del lavello, mentre rigoverno le stoviglie; nella polvere accumulata sugli arredi; scopro parole perfino nelle volute del tubetto del dentifricio.

E' un momento di grazia questo che sto vivendo nel presente, ma ben conscia degli alti e bassi della mia mente, cerco di non disperdere nulla di questa meravigliosa vendemmia dove gli aggettivi, i verbi, le preposizioni e gli articoli, le frasi perfette come gli errori grammaticali, pendono come tralci d'uva, succulenti nella delicata trasparenza della loro polpa, dove sono visibili, ad occhio nudo e alla luce del sole, i piccoli semi scuri del loro cuore.

Festosi tralci di quel carnevale pagano che l'autunno ai miei occhi incarna, con i bagliori dei suoi chicchi d'uva, bianchi perlacei o gialli cristallini, rossi, quasi neri, viola e porpora cardinalizi, disegnati sullo sfondo di un cielo trascolorante ed umorale, (un cielo di certo femminile), che varia dall'azzurro ancora estivo al più cupo antracite, dove gli spazi di tiepida luce s'intersecano con il rosso vivido dei lampi, e ci può sorprendere con una pioggia torrentizia o un vento maramaldo che, invece, le nubi le spazza via.

E' questo il meraviglioso autunno: una scenografia variabile all'interno di un prisma.
Fortunato lo sguardo che sa cogliere quei suoi repentini bagliori e trasformarli in versi.
Marilena

domenica 20 settembre 2015

Relazioni pericolose (parte terza)


Il mio abbraccio spontaneo di riconciliazione con l'Imperatrice, mi ha di fatto reso consenziente alla sua intervista: ecco cosa accade a farsi prendere dai sentimenti.

Camilla l'adoro, è stata la mia editor fin dall'inizio, ed anche quando mi sono trasformata per lei in una causa persa, ha continuato a spronarmi, ad essermi amica.
Io e lei siamo agli opposti, ma questo anziché generare incomprensioni e disagi, ci ha portato ad essere molto intime, seppur la maggior parte del merito va ascritto al mio accomodante carattere in grado di sopportare le sue amorevoli ruvidezze.

Seduti sullo stesso divano, io, Cristiano ed Amaranta, sembriamo scolaretti in attesa dell'interrogazione, ed ognuno gestisce, come meglio gli riesce, la propria ansia.
In realtà ad essere ansiosa sono io sola: Amaranta sfoggia la sua disinvoltura con lo stesso charme con cui aveva indossato l'abito rosso col quale aveva sedotto Cristiano, a quel tempo mio innamorato in nuce.
E Cristiano, d'altra parte, è nel suo campo: i giochi d'amore sono materia che gli compete.

Chissà se anche l'algida, inarrivabile, Camilla, è stata sedotta dal bellissimo matematico che, abiurando alla sua scienza, si è improvvisato filosofo della follia dell'amore, con laurea honoris causa acquisita sul campo.

Camilla estrae, da un'elegantissima borsa Louis Vuitton, un taccuino elettronico che scartabella col tocco lieve delle lunghe dita affusolate, alla ricerca del promemoria su cui immagino abbia già da tempo fissato tutte le domande.
Tra le sue molteplici doti non c'è quella dell'improvvisazione, è nel suo stile, quindi, programmare ed attenersi rigidamente agli schemi. Se volessi metterla in difficoltà saprei come fare, ma non lo farò.
Ci siamo appena ritrovate e non voglio perderla di nuovo.

Sono pronta a testimoniare, affermare e giurare sul mio amore, in verità mai sopito, per il seducente uomo che mi siede accanto e...si, 'fanculo, davanti alla sua sete d'amore e di conforto, non ho avuto scrupoli a dividerlo con un'altra donna, al pari di me generosa perché innamorata di lui.
Ed è stata un'esperienza bellissima, che di certo non intendo rinnegare.

Rinnegare... oh no.
Mi fa eco Amaranta.
Cristiano è un amante meraviglioso, assolutamente degno della fama che lo accompagna.
Uno degli uomini più prodigiosi col quale io abbia condiviso il letto, e di letti ne ho attraversati.
 Sottolinea con un sorriso malizioso, tanto per render chiaro il concetto.
A differenza della nostra comune amica,( aggiunge indicandomi), posso vantare una larghissima quanto variegata esperienza  di uomini e situazioni, ed è in virtù di ciò che posso affermare che solo per questo meraviglioso uomo (è la volta di Cristiano ad essere indicato) provo un amore unico e totale, seppur squilibrato, perché sono io quella, in tutte le storie, che mai si innamora.

Dividerlo con lei non è stato poi così difficile.
Aggiungo d'istinto, sorprendendomi per le mie stesse parole.
Devo ammettere che all'inizio da parte mia c'è stato molto imbarazzo e anche  gelosia. Mi è sembrato, da parte della mia alter sorellina, una invadenza oltraggiosa, una mancanza di rispetto e di sentimento, nei miei confronti. Lei è la vincente, quella che ottiene sempre quello che vuole. Io, invece, l'insicura, quella che ha continuamente bisogno di conferme. Ed ecco, al mio orizzonte, profilarsi quest'uomo leggendario, che non so neppure io in virtù di quale misterioso sortilegio, mi è venuto a cercare, confessando d'aver bisogno di me. E' ventto a cercare me e ha trovato anche lei.  Non ha potuto, o forse voluto, scegliere. Scegliere avrebbe significato ferire una delle due.

Non è quella la ragione, Mari.
Controbatte Cristiano.
Non si tratta di non aver voluto scegliere ma piuttosto di non aver voluto rinunciare a nessuna delle due.  Attraverso voi ho visto l'alba e il tramonto fondersi in una favolosa eclissi e generare qualcosa di nuovo e per me straordinariamente sorprendente e miracoloso: l'amore che non conosce gli egoismi dell'orgoglio della primogenitura.

Stai parlando di amore vero? Come quello mistico, per la tua misteriosa amante parigina?
Domanda allusiva Camilla.

Esattamente.
Risponde Cristiano, spiazzandola.
Spiazzandoci.

venerdì 18 settembre 2015

Relazioni pericolose (parte seconda)



L'entrato in scena di Cristiano Diogo de Santos, conosciuto alle cronache come Il Portoghese, ha prodotto un amorevole, quanto strampalato trambusto, tra le creature di genere femminile che abitano il mio antro.
Tutte follemente innamorate di lui, della sua bellezza e della sua tristezza, quando a causa di una ancor più di lui scaltra incantatrice, decadde dall'Olimpo dei conquistatori votati alla solitudine.

Il Portoghese, vestito di chiaro, i bellissimi occhi verdi nascosti dietro gli occhiali scuri,  è seduto sul divano in meraviglioso contrasto con l'imperiale Camilla, vestita di scuro e con il seducente volto messo a nudo dai capelli raccolti in una pesante, elaborata treccia.
Discutono, in modo pacato, a bassa voce, davanti lo sguardo discreto, ed incantato, di Lizard/Monna Lisa, la lucertolina bionda, acciambellata in adorazione ai pedi di Cristiano.
Lei, così timida e riservata, sfoggia per lui uno sfarzoso nastro di seta gialla posto sulla sommità della piccola coda, a guisa di strascico regale.
Lentamente, come fosse attratta da una calamita, dimentica il suo pudore innato di creatura mimetica, e si avvicina a lui, un centimetro per volta, solo per respirarne il profumo ed entrare, anche se per un solo momento, con l'abbaglio frusciante del suo nastro di seta, nel suo campo visivo.

Faccio il mio ingresso sulla scena senza pensare minimamente di essere inadeguata alla parte che mi è stata assegnata: quella  seducente dell'amante.
Mi rendo conto di indossare una maxi t-shirt da lungo tempo fuori moda, i cappelli tenuti indietro dalla scenografica, quanto inutile, mascherina nera per dormire.
Alle mie spalle avverto la presenza silenziosa, e divertita, di Amaranta
Cristiano e Camilla, quando mi vedono si alzano allo stesso tempo, l'uno per abbracciarmi e l'altra per tendermi la mano.
Una volta io e lei ci saremmo abbracciate, qualunque fosse stata la causa del litigio, ora, invece, ci ritroviamo entrambe, impacciate ed estranee, nel gesto sportivo di stringerci la mano.
Così d'impulso l'attiro a me, l'abbraccio stretta e mi ritrovo, come ai vecchi tempi, ad inspirare il  sontuoso profumo del suo perfettissimo essere, e sentirmi rinascere nelle sue grandi, confortevoli braccia materne.
Siamo coetanee, ma l'abisso delle mie insicurezze ha stabilito il grado della parentela.

Cristiano mi avvolge in un lungo abbraccio, caldo ed innocente.

Eu te amo, Escura.
Mi sussurra tra i capelli.

Questo impenitente peccatore ci ama tutte con lo stesso trasporto, la stessa sincerità e gli stessi inganni.
Chissà se anche la perfetta, incorruttibile Imperatrice Camilla, ha ceduto alle lusinghe di quest'uomo irrimediabilmente  perso perché toccato da un irreversibile destino,.
Lei che si è costruita da sé, un centimetro alla volta, facendo attenzione a calibrare il meraviglioso, incredibile volume del suo divino essere, col quale avrebbe potuto, invece, facilmente e in un solo boccone, fagocitare il mondo con la sua bellezza celebrativa: i piedi da soldato, le mani grandi, la chioma straripante, i seni colmi da nutrice, e il soffice ancheggiare dei fianchi sinuosi.
 E lo splendore della sua pelle maculata da minuscole lentiggini, sparse a pioggia come un impalpabile velo di zucchero scuro.

giovedì 17 settembre 2015

Relazioni pericolose (parte prima)


Stamane, appena sveglia ma ancora ostaggio dello strampalato quanto indecifrabile sogno notturno, sono tornata in cerca di rassicurazioni, nel mio antro, da cui mi sono volontariamente esiliata per dar modo a tutti i miei coinquilini di ripristinare le vecchie, seppur squilibrate armonie, senza l'ingombro della mia presenza.

Sulla soglia mi ha accolto Amaranta, un cigarillo  Moods tra le labbra e una tazzina di caffè, ancora fumante, tra le mani, e quell'aria blasé che quasi sempre è presagio di novità che di solito poco mi entusiasmano.
Schivo ogni argomento, probabile tranello, e mi mantengo sulle generali.

E' tornato BLOG.
Mi annuncia sorridendo.

Ci siamo, ecco, prima la notizia buona, poi arriverà quella che non vorrei sentire.

Sta bene?
Chiedo con apprensione
Ma che BLOG stia bene non ho dubbi, l'inquietudine è per il seguito.

Sta alla grande. E' tornata anche Camilla...e non da sola.
Aggiunge soave.

Bene. E chi è l'altro ospite?
 Domando fingendo una  tranquillità che in realtà è da me lontanissima, consapevole, al contempo, che potrei risparmiarmi la farsa dal momento che Amaranta sa leggermi nel pensiero.

Non ti piacerà saperlo. O forse si?
Sta prendendo tempo per allungare l'attesa.
La ucciderei.

Come faccio a risponderti se non mi dici chi è?
Controbatto sorridendo.

Cristiano Diogo De Santos.
Annuncia trionfante.

Cristiano?
Domando al culmine della sorpresa.

Camilla sta scrivendo la sua biografia e ha bisogno di conferme sul nostro passato menage a trois. Ha anche aggiunto, in qualità di tua ex editor, che sarebbe per te atto suicida sottrarti al confronto, visto che questo potrebbe comunque darti una buona spinta nella tua alquanto traballante carriera di scrittrice.

Ti prego, dimmi che non è vero!
Imploro.
Camilla ha superato ogni limite.

E tu cosa le hai risposto?
L'apprensione questa volta non posso proprio mascherarla

Che sono dispostissima a collaborare. Soprattutto se questo può aiutarti nella tua carriera di scrittrice.
Risponde suadente, mentre intravedo tra il fumo del cigarillo e quello del caffè, un sorriso divertito.

sabato 12 settembre 2015

Penelope

Sempre più scopro che il diario è uno sforzo contro la perdita, la transitorietà, la morte, lo sradicamento, l’appassimento, l’irrealtà. Sento che quando rinchiudo qualcosa, lo salvo. Qui è vivo. Quando qualcuno se ne andava, sentivo di trattenerne la presenza in queste pagine.
(Anaïs Nin, Diario IV)


In altri tempi le ore insonni le trascorrevo seduta al computer, imbastendo la traccia di un racconto o riesumando un sogno o, ancor più di frequente, cercando le tracce del mio stesso passaggio nelle righe dei miei scritti, quasi avessi paura di non riuscire a ritrovarmi.
I dodici anni trascorsi accanto a mia madre malata di alzheimer mi hanno profondamente segnata, resa consapevole della labilità della nostra esistenza, non solo agli occhi del mondo, ma ai nostri stessi.
Così faccio mie le parole di Anaïs, ritrovandovi appieno la mia esperienza e la fatica di perseguirla, dal momento che ogni giorno che passa diventa sempre più difficile proseguire il racconto poiché tanti interpreti di questa mia sceneggiatura hanno abbandonato la scena, e non fa differenza se vivi o morti, dal momento che non ci sono più.
A onor del vero non sì è trattato neppure di abbandoni improvvisi che alcuni erano preannunciati, altri, invece, da me stessa favoriti.

Eppure le presenze dei fuggitivi continuano ad aleggiare all'interno delle pagine di questo diario on line, e quando le scorro è come assistere alla replica di un film in onda sul monitor del mio pc.
Film muto, sottotitolato.

Nelle febbrili esaltazioni di certe notti insonne, quelle più difficili da trascorrere fino al mattino, m'immagino che dagli schermi dei due televisori e del computer, eternamente accesi, vengano proiettati alla rinfusa fotogrammi casuali della mia vita, in un carosello caotico dove si sovrappongono scene di disperazione e di allegria,
Mi rendo conto, però, che le scene di disperazione sono quelle meglio riuscite perché più intense delle altre: il pathos mi appartiene.
Esattamente come apparteneva a mia madre.
Più trascorre il tempo e più trovo similitudini con lei, non solo nei gesti fisici,  ma nelle scelte e forse nel destino finale, che intravedo essere quello della solitudine esistenziale, della stanchezza dei sentimenti, dell'invecchiamento precoce dei desideri.

L'ultimo fotogramma di questo ipotetico film, che sta andando in onda ora sullo schermo del mio computer, mostra una grande finestra spalancata su un mondo azzurro, fatto di mare e di cielo, l'uno privo di onde e l'altro privo di nubi: due tavole identiche, piatte e monocromatiche.
Al di qua del vetro c'è Penelope seduta davanti ad un grande telaio, vestita di nero, all'interno di una stanza vuota e bianca, intenta a filare un complicato ordito con le dita che scorrono agili con sicurezza mnemonica, che la tela non la guarda neppure, perché il suo sguardo è fisso nell' azzurro, immoto ed irreale, che si espande oltre la finestra.
Avverte la mia presenza estranea e brevemente si volta verso di me: ha gli occhi dello stesso azzurro di quel mare e di quel cielo che baluginano dalla sua finestra, senza albe né tramonti.
Poi, come se non mi avesse neppure vista, torna a fissare l'immoto paesaggio.

Deve averlo fissato così a lungo, quel fondale di aria e di acqua, da esserne diventata parte.
 Dopodiché il tempo ha smesso per lei di esistere.
Marilena

lunedì 7 settembre 2015

Rebecca (cap 26)

Un'alleanza con Giandomenico Messinese si andava profilando sempre più come una realtà possibile.
E di questo avrebbe messo al corrente sua sorella Gemma, confinata quella sera nel chiuso di una stanza a far da custode a quella loro madre che aveva trovato, nella follia, la sua libertà.

L'avrebbe resa partecipe delle proprie positive impressioni riguardo a quel suo pretendente, che in realtà sembrava anch'egli essere vittima del progetto esistenziale di Concetto Scalavino.
C'era comunque la necessità di acquisire la sicurezza assoluta che egli realmente potesse ricoprire il ruolo di alleato in quella causa comune, consapevoli che sviste grossolane, ed errori di valutazione, avrebbero compromesso qualsiasi loro piano.
Bisognava, come primo passo, accertarsi che Giandomenico Messinese fosse realmente una pedina, e non un complice, della smania paterna di volersi assicurare tramite la nascita di un nipote maschio, un posto privilegiato tra le memorie postume.
Rebecca e Gemma, generalesse in campo, concordarono sull'urgenza di stabilire una strategia comune basata su un'apparente sottomissione alla volontà paterna, cosicché conquistando la sua fiducia, avrebbero potuto godere di una maggior libertà di azione e, soprattutto guadagnar tempo.

Era noto a tutti l'impegno prestigioso a cui era stato chiamato ad adempiere da lì a breve, presso la Santa Sede, Giandomenico Messinese, e quanto fosse occupato con i preparativi che tale impegno comportava cosicché potendo contare sulla sua presunta complicità, non sarebbe stato difficile rimandare a data da stabilirsi quel matrimonio, di cui non ancora non c'era stata ancora formale richiesta, ma che l'impaziente Scalavino agognava avvenisse il più presto possibile.
Occorreva quindi fare in modo che Rebecca potesse liberamente parlare con Giandomenico, palesandogli i suoi intendimenti che non contemplavano il matrimonio, né questo né altri futuri.
Gli avrebbe confidato francamente il suo anelito di libertà, la sua propensione all'indipendenza, al voler gestire da sola la propria vita e le proprie scelte, nella convinzione che nessun marito, per quanto condiscendente, le avrebbe mai permesso di attuare senza dover richiederne il consenso, ed essendo lei dotata, per virtù o per disgrazia, di una natura orgogliosa che rifiutava a priori prostrazioni e imbonimenti, le sarebbe stato dunque impossibile adempiere, convenientemente, al ruolo di moglie.

Così andava confidandosi, per la prima volta nella sua vita con Gemma, forse senza neppure rendersene conto che, in quel preciso momento, i suoi intenti erano, molto più semplicemente quelli di render partecipe la sua più stratta alleata ad un disegno che sarebbe diventato comune, e che ne prevedeva la partecipazione.
In questo l'orgoglio non c'entrava affatto, era piuttosto l'inconsapevolezza alla condivisione più schietta, quella tra sorelle,che ad entrambe era venuta a mancare durante l'infanzia e quell'inizio di adolescenza, per cui erano cresciute insieme sotto lo stesso tetto, ma distanti ed estranee l'una all'altra.
L'unico vero sentimento che le legava era quello del rispetto piuttosto che dell'affetto.
Se non c'erano state, fino a quel momento tra loro complicità tanto meno c'erano state discordie o baruffe, ambedue rispettose della presenza dell'altra, vissuta naturalmente senza l'ingombro di quei sentimenti forzatamente vissuti in virtù della comune matrice di nascita, che troppo spesso enfatizzata, predominava sulla prerogativa delle esigenze personali, degenerando, in questo modo, le  incomprensioni più puerili in fratture insanabili.

E quindi eccole insieme a confabulare a bassa voce, novelle cospiratrici, sedute allo stesso tavolo, r avvicinate, per la prima volta nella loro vita, dal perseguimento di uno scopo comune che abbisognava, per esser raggiunto, del credito di una fiducia illimitata l'una nell'altra.
Fiducia che ancora in quel momento non era dettata dall'affetto ma dalla necessità di sfuggire ad un destino imposto, e per entrambe, intollerabile.
Quella loro intimità così nuova ed ancora inconsapevole, era essenzialmente basata sul piano dell'azione e non dell'emozione, cosicché a Gemma, la maggiore delle due, non venne in mente di chiedere a Rebecca se il progetto  di quell'indipendenza solitaria, di cui avrebbe messo al corrente Giandomenico Messinese, fosse il destino a cui realmente aspirava o semplicemente una strategia per evitare quel matrimonio e a lei l'asservimento alla loro madre.

Ma nonostante queste mancanze, che in altri contesti si sarebbero potute evolvere in ambizioni di  predominio, quella loro intesa s'andava disegnando in maniera molto spontanea e naturale, assolutamente priva d'incresciosi imbarazzi o speciose ipocrisie.

martedì 1 settembre 2015

Per acquisire un vero equilibrio bisogna prima sperimentare una qualche acrobazia

Lentamente, molto lentamente in proporzione alla mia impazienza di tornare a scrivere fluidamente come un tempo, sto comunque facendo passi importanti nella direzione giusta.
Il distacco da fb si è rivelato salvifico.
Bisogna sempre capire quando arriva il momento di fermarsi e cambiare direzione.

Curo con dedizione la pagina di "Amaranta", perché davvero mi entusiasma e la vivo come una propaggine importante del mio blog poiché implica ricerca, immaginazione, ed elaborazione, e la possibilità di ricavarne materiale per lo stesso.
Ed anche un importante allenamento di scrittura, dove mi cimento nell'esercizio di un pensiero sintetico e nello stesso tempo esaustivo, e senza aver la pretesa di raggiungere la perfezione di un haiku, imparo a snellire, e gestire, il mio stile forse troppo ricercato e "autoreferenziale".

Rivisito così anche i miei vecchi scritti, apporto correzioni e rivivo emozioni.
E' un'avventura solo positiva, questa che sto condividendo con la mia alter ego.
Ma da lei, nonostante i nostri contrasti e le nostre testardaggini, non può venirmi altro che bene.
Oltretutto sono più in diretto contatto con chi, fino ad ora, mi ero limitata solo a commentare, o esser commentata, perché condividere, invece, mi pone nella necessità di approfondirne il pensiero, riscontrarvi armonia col mio, e amarlo, come fosse scaturito dalla mia stessa  mente.

Con sorpresa ho scoperto che in twitter ci sono anche meravigliosi autori di aforismi, poiché ovviamente si tratta di scrittura in pillole, e che vanno ad arricchire la mia pagina.
Avrei ignorato questi nuovi stili di scrittura se fossi rimasta ferma all'oggettività statica, e forse per questo rassicurante, del mio blog.

Entusiasta di essermi messa in discussione e di volermi misurare con queste nuove realtà, a mio parere niente affatto spicciole o irrilevanti, come arrogantemente a tutta prima verrebbe di pensare, ma piuttosto sintomi di un cambiamento, e per alcuni di una ricerca, nel campo del linguaggio delle comunicazioni e quindi anche della scrittura.

Personalmente sono sempre stata convinta che per acquisire un vero equilibrio bisogna prima sperimentare una qualche acrobazia.
Marilena

Images by Peter Kemp

domenica 30 agosto 2015

The show must go on

Preda della nostalgia, stamani cercavo con l'aiuto di una potente lente d'ingrandimento, d'individuare sulla mappa planetaria, il minuscolo puntino ubicativo del mio antro.
E' un punto davvero microscopico, sperduto tra  i più evidenti cerchi montani e le nitide linee fluviali dei corsi a lunga percorrenza, al confine con i bastioni decadenti del Deserto dei Tartari e le terre nebbiose di Utopia, in quella regione ancora inesplorata di Blogosphere.
E il cui percorso ho momentaneamente smarrito.

Sono nella mia casa di Roma, seduta al computer, totalmente immersa nel mio ruolo di scrittrice: una tazzina di caffè ancora fumante alla mia destra, e la sigaretta che si va lentamente consumando nel piattino alla mia sinistra.
In quest'atmosfera sospesa mi predispongo, con entusiasmo e chiarezza d'intenti, a rivestire questo ruolo almeno per buona parte della giornata.
Peccato, però, che non ci siano spettatori, perché non c'è nulla di più frustrante che recitare davanti ad una platea vuota, quando si è completamente calati nella parte e così sicuri della propria maestria.

The show must go on: lo show deve continuare, e d'altronde io non potrei, pur se volessi, fare altrimenti, perché la recitazione è nel mio dna.

- Interno giorno
Una stanza luminosa dove predomina il colore bianco. Dalle finestre spalancate s'intravede il profilo grigio chiaro di un palazzo e il ciuffo verde di un albero.
- Primo piano su M. che è seduta al computer, indossa una sottoveste rosa, i capelli arruffati e uno sbafo di rimmel sotto gli occhi.
La telecamera scende ad inquadrare il piano ordinato della scrivania, dove gli oggetti sono un foglio color lavanda fittamente scritto, una penna, occhiali, una tazzina di caffè, e un piattino dove va consumandosi la brace di una sigaretta.
Ancora un primo piano su M. che, distolto lo sguardo dal monitor, si guarda intorno con aria smarrita.

Questa è, nella sua integrità, la sequenza scenica appena andata in onda e opportunamente filmata dal mio invisibile regista, il quale avendomi eletta, non so neppure io per quali insondabili ragioni, sua musa, s'è in ultimo perfino rassegnato a non servirsi di alcun copione affinché io possa dar sfogo alle alle mie occulte, quanto discutibili doti di mattatrice.

- Campo lungo ad inquadrare la stanza, dove sullo sfondo si vede M. esibirsi davanti ad un pubblico invisibile, in un impeccabile inchino.
Marilena




giovedì 20 agosto 2015

Uscita di scena

...soprattutto le uscite di scena meritano la cura dei particolari
(Amaranta)


Dunque ho preso congedo da fb  per concentrarmi esclusivamente sul mio blog.
Riacquistare il senso delle parole e il valore della scrittura che su fb ho comunque messo da parte a favore di una comunicazione più facile e rapida ma, di certo, più impersonale ed omologata.
Lungi dal considerare negativa la mia esperienza su fb, da cui ho tratto spunti di scrittura e di riflessione, ho però stimato esaurito il mio tempo di permanenza quando mi sono ritrovata a non proporre più nulla di mio, ma solo a partecipare a condivisioni di massa: una voce nel coro.
Troppo poco per chi, come me, aspira ad avere un suo palcoscenico e suonare la propria musica.

E così sono uscita di scena, in maniera lievemente teatrale, secondo il mio stile, ma senza calcare troppo la mano sulle mancate promesse di fb (o più verosimilmente sulle mie aspettative), che pur essendo ormai una veterana dei mondi metafisici (primo strumento di esplorazione è stato un baracchino CB, assemblato artigianalmente dall'ingegno di mio fratello, e col quale comunicavamo da casa) e avendo io esplorato un pò tutte le strade del virtuale  (o almeno quelle a cui si ha accesso), non da ultima la mia permanenza in Blogosphere, quale autrice di questo blog, avrei dovuto essere consapevole del senso di solitudine, quasi di isolamento, che prima o poi inevitabilmente subentra, rendendosi conto, in un dato momento, che non si sta declamando al mondo, così come si era creduto, ma piuttosto a confabulare con se stessi.
Un borbottio che si perde tra mille altri.

Ma di questa sperimentazione non traggo valutazioni negative, anzi, al contrario, la considero determinante alla mia crescita personale, e ricca di spunti di riflessione per la mia scrittura.

Da quest'esperienza è nata la pagina di "Amaranta" che molto mi entusiasma, poiché mi fornisce la possibilità d'interagire col mio blog che, a dire il vero, stava già da un pò languendo per via della mia mancanza d'ispirazione e la necessità di un rinnovamento.
Marilena

domenica 16 agosto 2015

Un momento magico

Le finestre spalancate sulla pioggia e il primo caffè sorseggiato sulla veranda, godendo del silenzio della strada e aspirando l'odore umido dell'aria.
Una mattinata che profuma d'autunno e d'intimità casalinga.
Adoro starmene rannicchiata sul divano e osservare dalla finestra, incorniciata dai leggeri tendaggi bianchi, l'orizzonte ialino dove si disegna nitida la chioma vaporosa di un albero, dietro cui scompaiono le linee dei palazzi.
 Adoro questa casa che sta invecchiando con me, così piena di ricordi coi quali ora, finalmente, riesco a convivere in serenità, dopo il lungo travaglio attraverso il quale mi sono liberata dell'assillo della nostalgia rancorosa.

Indosso il fresco come un abito di garza, e le gocce di pioggia come fossero perle traslucide con le quali adornare il collo, le mani, i polsi e i lobi, e spandere a profusione sui capelli.

Una sigaretta e un pò di musica, non mi occorre altro, stamani, per sentirmi davvero in sintonia col mondo.
Un momento magico.
Marilena

giovedì 13 agosto 2015

La bizzarria creativa che non genera mostri ma creature enigmatiche.



Sicuramente è questo attuale un periodo confuso.
Dormo di più, l'umore, senza neppure troppi sforzi, è quasi sempre improntato al positivo, nonostante le vicissitudini che hanno caratterizzato l'ultimo periodo delle mie ferie.
Ma c'è questa stanchezza mentale, che non mi riesce di superare, e contro cui mi batto, ahimè, sempre più debolmente, con la conseguenza di un rifiuto alla scrittura e alla lettura.
Così, tutto ciò che impegna l'intelletto è vissuto come una fatica, con poi gli inevitabili sensi di colpa e di frustrazione, che cerco di contrastare con proponimenti a lungo termine, quasi fossero dei farmaci a rilascio programmato.

Ma quante parole ho smarrito nel frattempo?
Avvilita prendo nota della creatività altrui: io che ero così traboccante di parole sono ridotta a ricopiare piccoli stralci dal mio blog e pubblicarle sulla pagina di Amaranta, per ricordare a me stessa che un tempo anch'io ero in grado di creare.

Tutte le mattine mi siedo al computer col proposito di scrivere, ma poi non succede.
Un lungo periodo d'inattività creativa questo che sto attraversando, anche se mi sento fisicamente bene, mi rendo conto che è comunque un benessere relativo, poiché mancante di questa parte essenziale di me.

Forse è vero che è la sofferenza a generare le cose più belle e così, quando viene a mancare, subentra il vuoto.
Ci si conforma alla routine, si accetta supinamente quella normalità che nello stato di malessere è stata posta sotto accusa, adeguandosi facilmente a quegli stessi schemi fino a quel momento rifiutati.

Inizio a pigiare sui tasti in attesa che le parole si materializzino da quella zona remota di me stessa  che in passato s'è rivelata fonte inesauribile di favolose idee, tanto più meravigliose quanto più incoerenti ed irrealizzabili.
La bizzarria creativa che non genera mostri ma creature enigmatiche.
Così lontane dalla realtà da risultare, per chiunque altro, insondabili.
Ma non per me
Marilena

lunedì 27 luglio 2015

La radice è la stessa ma i rami sono dissimili



ALTER EGO
E così, in virtù del mio carattere, ho da subito messo in chiaro le cose: sono la tua alter ego, quindi non sono te. Ho una mia vita che prescinde la tua e nella quale non gradisco intromissioni. Sei tu ad aver bisogno di me e non viceversa.
Questo a sfatar la leggenda che noi alter ego siamo blocco unico con l'altro.

Nulla di più vero.
Diversissime io ed Amaranta, e per mia volontà, che di un'altra identica a me non avrei saputo cosa farci.
Quando lei è entrata a far parte della mia esistenza era una creatura indefinita, dotata però di un temperamento forte. Dominante.
Era quello di cui, in quel momento, avevo bisogno: un carattere e non una figura, poichè io stessa risultavo, al mio sguardo e a quello del mondo, appena tratteggiata sul filo dell'invisibilità.

LA RADICE E' LA STESSA MA I RAMI SONO DISSIMILI
Spesso mi domando se sono io ad averla concepita o è lei, creatura metafisica, che dalla lontananza di quel confine sfumato che divide, e al contempo unisce, i mondi paralleli, ha scelto me.
Risultato, questo, di una trasmutazione, quella fusione nucleare a freddo, che pur frettolosamente etichettata come pseudoscienza, è in realtà fenomeno reale, seppur relegata alla cerchia ristretta dei medium e dei visionari, in ottemperanza al fasullo teorema che ciò che non vediamo non esiste.
L'errore è appunto in quel guardare con gli occhi, ignorando deliberatamente tutto ciò che la mente, e gli altri sensi, percepiscono.


Dunque all'inizio la mia alter ego non possiede, al pari di me, una propria fisionomia: il volto nascosto nella penombra dei capelli dove solo gli occhi rifulgono di una lamina sottile di luce.
Simile ad un fiabesco animale, Amaranta non procede in posizione eretta, ma gattona, nella posizione dell'agguato, mani e piedi al suolo, silenziosa e tetra come un grosso felino all'erta, pronto a scattare al primo segnale di pericolo.

I capelli spioventi sulla faccia, gli occhi imponderabili dietro gli occhiali scuri, mi trascinavo nei miei stadi depressivi, apatica o furibonda, che altri umori non conoscevo.
Gli angeli neri e la strega, l'antro e le creature che vi coabitavano, al centro di  un paesaggio arido ed ostile (ora potrei facilmente affermare, con enfasi dottorale, che quel panorama era rappresentativo del mio malessere ma, in quel periodo, per me era la solitudine esistenziale, il relegamento coatto in un lembo di purgatorio per espiare le mie colpe reali e quelle presunte, attraverso una condanna di cui io, nel duplice ruolo d'imputato e giudice, avevo stabilito la durezza e la durata).



Nel frontespizio del mio "Diario", Amaranta è seduta  di spalle sulla riva di un mare notturno, la schiena scoperta e i capelli che s'intuiscono diramati ancora a nasconderle il volto.
E' questo il periodo dei naufragi, che spesso tornano nelle mie cronistorie.
Punto di partenza, e di ritorno, è sempre l'antro.
I naufragi sono solitari e, quando avvengono, Amaranta non è mai con me.
E' seduta, in attesa dei miei rocamboleschi rimpatri, sulla riva buia di quel mare in  eterna penombra.

Sono stati quelli i momenti di esaltazione e fallimento che sempre, ed in quest'ordine, si succedevano in maniera convulsa nella mia vita di allora.
L''affrancamento dalle catene esistenziali mi portava a salpare le ancore per avventurarmi in viaggi eccitanti, e al contempo spericolati, in nome di quell'indipendenza che, in realtà, ero ancora lontana dall'aver acquisito, e che inevitabilmente mi avrebbe condotta al naufragio.


La permanenza nell'antro, testimoniata da una non sempre facile coabitazione, mi ha indotto a mettere a fuoco, in ragione di una perentoria richiesta della mia alter ego, la  sua fisionomia, partendo dall'assunto che "la radice è la stessa ma i rami sono dissimili".
Differenze, fisiche e caratteriali, di cui ampiamente ho dissertato nei capitoli de "L'antro Della Strega" dove risaltano evidenti le nostre personali peculiarità sulle quali, entrambe, fin da subito abbiamo concordato dovessero esserci, in nome di quell'autonomia esistenziale di cui godono tutti i miei personaggi di carta.
Ma c'è una caratteristica a cui nessuna delle due ha voluto rinunciare: i capelli con la frangia.




Capelli corti o lunghi, ma la frangia ancora permane, ad attestare l'atavico potere delle leggi della genetica.
In questo primo piano di Amaranta, facente riferimento all'etichetta "Block Notes", le differenze sono più visibili, con soddisfazione di entrambe, dal momento che anch'io, oggi, al pari di lei reclamo il mio diritto all'unicità.

E così mentre acquisivo maggior conoscenza di me stessa anche la mia alter ego maturava, sempre più completa, nella sua dirompente essenza.
E lei stessa scopriva così di desiderare di appartenere al mondo degli umani con la stessa intensità con cui io avevo agognato appartenere a quello delle creature metafisiche.
Ovviamente nessuna delle due potrà mai completamente appartenere all'universo dell'altra, ma in virtù di quella provvidenziale fusione a freddo che ha poi originato questa trasmutazione, l'accesso, per entrambe, è diventato possibile.


Così possibile che ora lei gestisce una pagina fb: l'eroina di carta è diventata scrittrice delle sue gesta.
Ed io, come si confà ad una madre comprensiva o ad una sorella maggiore o ad un'amica complice, sono riuscita, seppur con difficoltà, a metter da parte i  sentimenti del possesso, della paura e dell'egoismo, lasciandola libera di andare senza pretendere la sua presenza ogni volta che si presenta una difficoltà, o solo per il semplice piacere della sua compagnia.
Quell'affrancamento che Amaranta pur non avrebbe avuto nessuna difficoltà ad ottenere anche senza il mio benestare, ma che pure in nome di quelle radici comuni, ha voluto ci fosse.



Questa la sua ultima performance sulla sua pagina fb.
Sparita la frangia?
No, solo tirata indietro.
A questa peculiarità neppure Amaranta riesce a rinunciare.

martedì 21 luglio 2015

Metamorfosi di una donna immaginaria

Amaranta ai primordi
Immagine per l'etichetta " Diario"
Questa per l'etichetta "L'Antro della Strega"
Quest'altra, invece, per la raccolta "Block Notes"

La prima immagine nella pagina fb "Amaranta"
La recente metamorfosi sulla stessa pagina
In ultimo, quella che sarà la futura trasformazione

domenica 19 luglio 2015

Vacanze romane

Pomeriggio avanzato, le finestre spalancate su un panorama immoto, ancora inondato di sole, dove solo giunge il rumore ovattato delle auto che scorrono sull'asfalto gommoso, mentre da una pianura immaginaria giunge il frinire di grilli e cicale, sommersi in un mare rosso di papaveri.
Il sole desertico lambisce il confine estremo tra la città reale e la prateria immaginaria, ammantandoli nello stesso fantastico crepuscolo di rame e di fuoco.
Il tramonto, che stenta ad arrivare, ha camuffato i suoi colori furtivi in strisce scintillanti di agata e acquamarina, bagliori riflessi del miraggio di una spiaggia remota.
E ancora nessuna traccia di ombra che ponga fine a questa eterna, assolata mattina.

Da domani l'inizio delle mie ferie cittadine.
Invano ho cercato in questi giorni di fuliggine solare l'energia per scrivere, che tante volte ho tentato, ma senza successo, di agggiungere altre pagine a questo mio diario on line, e non importa l'argomento, purchè riuscissi di nuovo a scrivere.

Sono arrivata dunque alle mie ferie stanchissima: vicissitudini lavorative ed esistenziali, e sempre sull'orlo di un cedimento che però, malgrado tutto, sono riuscita a contenere.
Questa la mia unica, grande, solitaria vittoria.

Questo week end mi sono imposta (ma anche se avessi diversamente voluto il caldo infernale non me l'avrebbe permesso) ozio assoluto, tramite il quale recuperare le forze e spurgare la mente.
Fatica immane anche questa, paragonabile al rimettere ordine all'interno di un grande baule ingombro di ogni genere di cose: sottane, sentimenti, monili, libri, ricordi, desideri, e un paio di sandali nuovi che non mi condurranno in nessun luogo.

Ma non è il luogo che importa, piuttosto lo stato d'animo con cui s'affronta l'immaginario viaggio, ma con un obiettivo reale verso cui puntare, che per me è quello di tornare di nuovo a scrivere.
Marilena

domenica 28 giugno 2015

Universi paralleli


Gli uomini...e la loro puerile pretesa di dirti chi essere, cosa pensare, cosa fare, anche quando sei un personaggio inventato.

(Amaranta)

venerdì 26 giugno 2015

Esplorazioni & Sperimentazioni

Ti criticheranno sempre,
parleranno male di te
e sarà difficile che incontri qualcuno
al quale tu possa andare bene come sei.
Quindi: vivi come credi, fai quello che ti dice il cuore...
la vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali.
Canta, ridi, balla, ama...
e vivi intensamente ogni momento della tua vita...
prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi....

( Charlie Chaplin )


 Inutile girarci attorno perchè è agli applausi che noi tutti miriamo, ad aver successo in quello in cui appassionatamente crediamo, tanto da indurci a far ricorso a tutto il nostro sapere e, ancor di più, a inoltrarci alla ricerca di sentieri inesplorati, pur essendo consapevoli che quell'ignoto che noi cerchiamo di portare alla luce e sotto cui apporre la nostra firma, è magari già stato contaminato da altri, subito modifiche di cui noi nulla mai sapremo poichè si presenta, per quella prima volta, vergine ai nostri occhi.
Ed ecco che piantiamo semi già dove altri hanno interrato il loro, e il frutto che ne nascerà sarà un ibrido che però noi, ignari, riterremo puro.

Questo per dire che è un impresa davvero ardua cercare la diversificazione, quel marchio d'autore che ci renda eccellenze in coda ad una lunga fila di geni, compresi o meno, arrivati prima di noi a reclamare il brevetto per il loro innesto, in buona fede ritenuto il prototipo.

Un piccolo affollamento di personaggi strampalati, ma tutti così simili in quella esasperata diversificazione, da parere cloni gli uni degli altri, così uguali da rendere impossibile stabilire chi sia il genitore e chi il figlio.
Un caos da fiera, dove ognuno espone le proprie cianfrusaglie come fossero divine reliquie, nel convincimento che, prima o poi, s'affaccerà alla piazza del mercato quell'intenditore capace di scovare nel comune ciarpame il gioiello grezzo.

Pura illusione.
Possibilità remota.
Ma tanto ci basta per tirar fuori il meglio, o il peggio (secondo i punti di vista) di cui siamo capaci.
Alcuni puntano su se stessi per focalizzare l'attenzione del probabile mecenate, vestendosi della propria, presunta, originalità, come di un abito fastoso o sgargiante, mentre altri, sempre in virtù della ricercata diversificazione, di incolori, plumbee palandrane, che però scenicamente risalteranno con la luminosità di una nube scura, all'interno di un arcobaleno.
Altri, ancora, punteranno sulla propria mercanzia, sicuri dell'incontestabile genuinità del proprio prodotto, il migliore in assoluto.

Non prendo in considerazione, in questo contesto, i mercificatori e i plagiatori, pirati e truffatori, infiltrati nelle fila degli entusiasti, novelli esploratori.
Consapevolmente l'ignoro, riservando a loro un ampio, successivo capitolo.

Anch'io, dunque, e non troppo modestamente, sono alla ricerca della mia diversificazione, dell'inconfondibile impronta d'autore, pur essendo consapevole che quasi mai niente si crea ma tutto si reinventa, perchè nulla è rimasto vergine, intoccato, dopo il fragoroso scoppio del Big Bang.

Ho però riservato un margine ristretto all'esplorazione dedicandomi maggiormente alla sperimentazione, creando connessioni tra il mio blog, la mia pagina fb e quella di Amaranta, e l'idea d'inserire frasi estrapolate dai blog amici. Mi piacerebbe anche ampliare il discorso coinvolgendo altre pagine fb, simili alla mia, per costruire un mondo dove personaggi di fantasia interagiscono tra di loro, dando vita ad un network parallelo.
Ma sono ancora molto circoscritta per dar vita ad un simile tentativo, che sto conquistando, lentamente e a fatica, piccole zolle di territorio, dove già altri hanno immensi possedimenti.
E questo a sfatare il mito che la rete sia una sorta di astronave che può condurti dapertutto.
Troppo affollamento crea un deserto.
E come in ogni percorso ci sono le scorciatoie.
Ma io preferisco tracciare, seppur a fatica, centimetro per centimetro il mio sentiero, così da esser certa che ogni minimo avanzamento è il risultato genuino della mia intraprendenza di esploratrice.