Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

venerdì 11 luglio 2014

Sono nata da una pagina bianca

Una volta scrivere, per me, era vitale e liberatorio. Esaltante.
Una sorta di compensazione alla banalità del quotidiano.
Una cosa in cui credevo e a cui per tanto tempo mi sono aggrappata.
Una grazia, meglio, un indulto: attraverso la pratica della scrittura mi veniva condonato il reato di non aver saputo vivere.
Ho scritto con frenesia, nel tempo in cui le parole erano difficili ma non aliene; con rabbia e con passione; con misurata dolcezza, più che altro per pudore, per non incappare nel banale sentimentalismo letterario col quale, di sicuro, avrei guadagnato facili consensi a scapito della più cruda determinazione all'analisi introspettiva; con ironia, costringendo, en plair air, il mio ego, ossessionato e sbilenco, all'adeguamento di un suo, seppur fragile, baricentro.
E con amore, sempre, anche quando usavo le parole più violente, distruttive ed autolesioniste.
Attraverso la scrittura ho esplorato quel mondo remoto, ed interiore, nel quale mi sono avventurata da naufraga, per sfuggire all'emarginazione e alla disperazione dei fallimenti e delle mie crisi esistenziali, a bordo di un guscio di noce che all'origine fu culla e poi traballante zattera.
Perchè sono nata da una pagina bianca.
Con la scrittura ho dotato la mia ombra di una voce e di un corpo, rendendola così visibile al mio stesso sguardo prima ancora che a quello del mondo, materializzandomi tramite le parole, e poi la voce della strega, che quelle parole le ha urlate, rendendomi evidente nella mia consistenza fisica, volume e peso e stato di bisogno.
Ma non c'è nulla di più inconcludente che iniziare a vivere nel momento stesso in cui si muore, quando gli altri, ormai rassegnati, sono già predisposti a raccogliere il tuo ultimo respiro e tu, invece, li destabilizzi declamando, con voce forte e chiara, l'elenco assurdo delle tue necessità, cosicché in questo inaspettato inganno ci si ravvede una perfidia piuttosto che una resurrezione.
La vendetta di chi sta per morire e ancora la vuol tirare a lungo, a scapito dei vivi, costringendoli a una sosta forzata presso quel tuo capezzale, impegnandoli, nel loro tempo e nelle loro energie, nella misericordiosa, quanto inutile opera dell'ultima assistenza.
Quei vivi che al cospetto di un morente pur si credono eterni, e di sottecchi controllano impazienti l'orologio per calcolare il tempo speso nell'attesa di quell'ultimo respiro, consapevoli che la quotidianità li reclama, richiamandoli al disbrigo di più urgenti impegni.
Ha il cuore forte!
Finchè il cuore batte...
Il cuore non vuole arrendersi, seppur è evidente che ogni battito gli costa una fatica immane.
Questo è ciò che vanno sussurrando i vivi, sperando che tutto termini in breve tempo: un'agonia veloce equivale ad una più veloce ripresa della loro vita, al ripristino di una normalità fatta di attese, speranze e desideri. E delusioni.
Ma il mio cuore è forte e continua ostinato a battere, a non volersi arrendere, anche se ogni battito mi costa una fatica immane, pur continuo ad esistere in questo vuoto esistenziale, nella mia consistenza fisica, volume e peso e stato di bisogno.
E la scrittura si pone come necessità primaria, assolvendo il compito di mantenermi in vita attraverso il racconto di me stessa, perché sono nata da una pagina bianca e tale tornerò ad essere quando avrò definitivamente perso memoria delle parole.
Marilena
Images by August Bradley