Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

lunedì 25 agosto 2014

Un'impresa davvero ardua

......e quando avrò posto la parola fine alla biografia di Rebecca, giuro che smetterò di scrivere altre storie!
Il mio contributo alla letteratura si ridurrà solo alla trascrizione psicografica dei miei pensieri più reconditi, al racconto dettagliato delle mie paranoie e a quello più ermetico dei miei desideri, finalmente sollevata dalle responsabilità delle incognite dei destini fittizi dei miei personaggi di carta; affrancata dall'ossessione nevrotica della necessità della parvenza del simil/vero; liberata dalla estenuante ricerca di un mio stile personale e dai conseguenti, quanto svantaggiosi paragoni, tra me e gli scrittori veri.

Ho riletto i primi capitoli di questa mia opera ancora incompiuta: quanta differenza tra quelli scritti ieri e quelli più recenti!
 L'entusiasmo iniziale, col passare del tempo e il troppo lento progredire del racconto, è tramutato in una sorta di stancante ossessione, di compito da portare a tutti i costi a termine, cosicché porre la parola fine a questa storia è diventata la missione della mia vita.

Creatura sfavillante, Rebecca, "femmina, senza ombra di dubbio" (come affermò la levatrice al momento della sua nascita)  ora rischia di rimanere, per colpa di questa mia subentrata disabilità intellettiva, prigioniera di quello scontato destino casalingo a cui soggiacciono le donne della sua epoca, agli albori della rivoluzione industriale.
"Femmina, senza ombra di dubbio" e "senza pentimento", aggiungo io, che in lei vivido ferve il germe della ribellione e del rifiuto alle norme societarie che relegano le donne ai ruoli prestabiliti di mogli e di madri, e che da lì a qualche decennio, si concretizzerà nel pensiero femminista.
Seppur, nell'adolescente Rebecca, questo germe in nuce non è ancora conformato a ideologia ma, piuttosto, necessità di giustizia.

Così, in questo momento, lei è laddove io l'ho collocata, fissata in un dagherrotipo color seppia, che la mostra seduta ad una tavola sobriamente imbandita, vestita del suo abito più semplice e col sorriso più sincero, in attesa di capire se Giandomenico Messinese, il giovane ed introverso maestro ebanista, designato dal volere paterno quale futuro marito, lo debba considerare solo un avversario da cui guardarsi oppure un  inedito alleato.

.....e di alleati, in questo frangente, avrei bisogno anch'io, che da troppo tempo, ormai, verso in un improduttivo impasse vegetativo, dove la mia disabilità intellettiva mi spinge, inutilmente, a tentare d'afferrare le parole, diventate d'impeto sfuggenti, con lo stesso retino con cui la madre demente di Rebecca cerca di acciuffare le comete.
Un'impresa davvero ardua.

venerdì 22 agosto 2014

Rebecca (Cap. 21)

E la cena remissiva di quella sera era il risultato dell'alleanza clandestina, preventivamente concordata tra Gemma e Rebecca, piuttosto che dell'illusoria vittoria a tutto campo di Concetto Scalavino.

Era ben conscia, Rebecca, che a quella cena nessuno avrebbe recitato, neppure quel Giandomenico Messinese, l'introverso artista dalla buia aura, a lei destinato come futuro marito.
Di lui si sapeva poco ma si mormorava molto.
Persino suo padre, che ora ambiva a diventarne il suocero, s'era lasciato sfuggire un qualche commento, talvolta impertinente e talvolta compassionevole, con mezze parole e con termini oscuri, cosicchè Rebecca pur nutriva una qualche curiosità nei riguardi di quell'ospite illustre e renitente, che pubbicamente nota era la sua scarsa predisposizione all'intrattenimento e ai rapporti sociali.
Cosicchè, immaginava, anche lui doveva aver subito pressioni tali da non potersi rifiutare di partecipare a quella cena di cui, forse, avrebbe fatto volentieri a meno.

E questa congettura alquanto la rincuorava, intravedendovi possibilità di strategie alternative e forse perfino l'ipotesi di un'alleanza insperata.
Quella cena le offriva la possibilità di stabilire un contatto diretto con Giandomenico Messinese e avere così l'opportunità di agire in maniera più autonoma, e più adeguata, dopo aver valutato quanto egli fosse consapevolmente correo del ruolo che avrebbe dovuto rivestire all'interno di quella farsa.
Non voleva però porre pregiudiziali preventive nei confronti del giovane, cosciente che un giudizio affrettato, e privo di qualsiasi riscontro diretto, avrebbe potuto negativamente condizionarla da subito.
Aveva bisogno di tutta la sua lucidità, ed obiettività, per capire se il copione che ci si apprestava a recitare intorno alla tavola sobriamente imbandita, fosse opera di uno o più sceneggiatori.

 Così s'era predisposta a partecipare a quella cena svestita di ogni malanimo nei confronti di Giandomenico Messinese,  ma vestita col suo abito più semplice e il sorriso più sincero.

Encomiabile questa strategia riduttiva di bellezza, messa in opera da una ragazza giovanissima, consapevole di voler lealmente condurre il confronto nel campo della ragione e non in quello della seduzione, che pur consente alle più dotate, e alle più scaltre, di ottenere strepitose quanto egoistiche vittorie.
Ma Rebecca, per sua natura, avrebbe rifiutato a priori una siffatta astuzia, l'equivalente della trappola di una buca profonda  ricoperta di terra, dove condurre, attraverso un ingannevole sentiero di petali di rosa, l'incauto antagonista, con lo scopo ultimo di farcelo sprofondare.

Troppo leale, Rebecca, per aspirare ad una vittoria ottenuta con l'imbroglio, non avrebbe però avuto alcuna misericordia di quell'avversario che, ad una risoluzione condivisa di uno scontro ad armi pari, avesse poi ceduto alla tentazione dei colpi bassi o delle pugnalate alla schiena.

 Rischio che istintivamente presagì di non correre quando Giandomenico Messinese fece, per la prima volta, il suo ingresso nella sua sala da pranzo e nella sua vita.

continua......

images by Katarina Sokolova

venerdì 15 agosto 2014

Arabesco (l'ossessione della scrittrice per la sua "incompiuta")

Ho ripreso a scrivere, dopo tanto tempo, la storia di "Rebecca".
Le prime righe sono state facili, poi di nuovo, è subentrato lo stand-by.
Da mesi la vado inseguendo con la lucida logica del giorno e gli incubi colpevoli della notte, e con i sensi di colpa di una cattiva madre che non ha saputo vigilare sulla propria innocente creatura, ed ora invano si dispera di averla, con la sua deplorevole inanità, inconsciamente voluta annichilire.
Devo assolutamente ritrovarla prima che la sua immagine trasmuti nel riflesso sbiadito di un'ombra vagante tra i ghirigori arabescati della carta da parati di questa stanza, in quello che si prefigura il triste destino finale di tutte le "incompiute".

 Ma è ciò che invece è proprio accaduto quando, al culmine delle mie sterili doglianze, posando distrattamente lo sguardo sulla parete, ho captato il riflesso rosso dei suoi capelli e la luce nera delle sue iridi: solo un'istantanea, fugace e confusa, e l'attimo dopo era già sparita, inghiottita dal fitto intrico del disegno di un fogliame vintage.
Invano ho cercato di ritrovarla esplorando più volte, in verticale ed in orizzontale, e con l'ausilio di una potente lente d'ingrandimento, le pareti della stanza, vagando tra le sinuose volute e i viluppi floreali, come una mosca tenace, ma assolutamente impotente.
Il mio scarso senso dell'orientamento del tutto spiazzato dalla ripetitività ossessiva dell'arabesco.
Come essere all'interno di un labirinto, dove gli elementi dei sentieri, tracciati con precisione millimetrica, sono esattamente identici gli uni agli altri.
Si perde l'orientamento.
E la ragione.

Tali e tanti altri rischi si corrono a voler inseguire le ombre mimetizzate sulle pareti.
Miraggi che si dissolvono nell'oscurità più fitta così come nel chiarore più intenso, che la luce inganna allo stesso modo del buio.

Per liberare Rebecca dalla trappola dell'arabesco ho iniziato a cancellare, con solventi ed intrugli chimici, gli immaginifici ghirigori e le sontuose impalcature floreali, piallare linee e demolire vettori, al fine di rendere visibile lo sfondo per poterla finalmente intercettare.
Ostinata, continuo a cancellare le sinuose geometrie dell'arabesco sulla carta da parati che somiglia, sempre più, ad una bizzarra mappa geografica dove le espugnazioni nette hanno prodotto aree concave come pianure innevate; l'uso improvvido dei solventi ha delineato marcate slabbrature rossicce, simili a crateri di vulcano; di contro, invece, il solvente troppo diluito ha  trattenuto le impronte dei miei polpastrelli, che hanno generato il tenue contorno di laghetti.

Quella che va delineandosi tra le mie mani è la mappa psicografica di un mondo parallello.

E mentre cerco d'intercettare nella trama, minuta e fittissima dell'arabesco, tracce della presenza di Rebecca, m'interrogo se anche io sono, al pari di lei, una creatura metafisica, mimetizzata nel disegno della carta da parati, sulla parete opposta.
Un'ombra che prende vita solo se ne viene rilevata la presenza.

martedì 5 agosto 2014

Agnese seduce il Re. E la vendetta della Regina


Accade anche alle donne più timide di rimanere intrappolate in amori adulteri, che la passione non tiene conto delle vere nuziali né dei contratti stabiliti per l'eternità.
E così è accaduto anche ad Agnese, timida e riservatissima Dama di Camera della Regina, di soccombere alla passione irreversibile per un uomo assolutamente proibito.
Intoccabile: il Re.
Agnese, la damina diafana, che sembra possedere, per via di quella sua timidezza congenita, il dono dell'invisibilità.
Che in silenzio si materializza nel bianco delle sue vesti.
Che in silenzio scompare, senza lasciare traccia di quel bianco.
Agnese che arrossisce, parla poco, e le cui dita gentili sfiorano il mondo con l'inconsistenza di un respiro.
Ed in virtù di queste doti, la Regina, fra le tante ha scelto lei come Dama di Camera, per affidarle il privilegio della cerimonia mattutina della vestizione e, per il delicato compito, di fare e disfare il viluppo impervio delle trecce e dei posticci, sui quali innalzare la regale corona.
La timida Agnese si materializza quando serve, per dissolversi quando più non è necessaria la sua presenza.
Questo immensamente piace alla Regina, personalità altera e suscettibile, che poco tollera le altre donne, soprattutto se più giovani ed avvenenti.
Ed in quella sua dama non ha riscontrato la minaccia né di un corpo, né di un'anima.
E' solo un fruscio di veste.
Ed un sussurro di dita.
Forse neppure saprebbe individuarla fra le tante che fanno ala al suo passaggio.
Ma Agnese non figura mai nella coreografia degli inchini.
Avvalendosi del dono dell'invisibilità sguscia via, inosservata, per rifugiarsi a leggere poesie e a fantasticare sul volo peregrino delle farfalle, nella solitudine del labirinto botanico, meraviglia e delirio dei giardini reali in cui nessuno, avventatamente, osa avventurarsi.
E' leggenda quel labirinto.
Inestricabile. E demoniaco.
Una trappola a cielo aperto.
Si racconta che il tracciato vero lo conosca solo la Regina, e che è mefistofelico inganno visivo quello che si prospetta dall'esterno al visitatore che, per sventura addentrandosi nei suoi fitti meandri, rimane inesorabilmente intrappolato nel demenziale dedalo di un percorso che conduce verso il nulla.
Ma Agnese non ne ha paura.
Non l'attraggono le incognite esplorative, ma la quiete che li vi trova.
Percorrendo sempre lo stesso breve itinerario, senza addentrarsi troppo nell'ignoto del labirinto, ha fissato punti di riferimento in particolari che, seppur minimi, l'aiutano nell'orientamento: una foglia sporgente, un intreccio di rami, un arboscello puntuto, un leggero diradamento nel reticolo fogliare.
E, proprio attraverso quella sottile smagliatura, un pomeriggio autunnale, ha scorto il Re che solitario passeggia, senza scorta di armigeri né compagnia di gentiluomini.
Così, Agnese, può constatare che Sua Maestà ha gli occhi mansueti di un cucciolo, le mani sensibili di un artista e la barba ribelle di un poeta.
Appare perfino meno alto senza la corona che, certificando il potere, accresce anche la statura.
E tra le mani, invece dello scettro, reca un libro.
Questo la colpisce enormemente.
Lo vede, per la prima volta, nella sua forma privata e non in quella consueta ed ufficiale dove, d'altronde, è sempre secondario alla preponderanza, caratteriale e scenica, della Regina.
D'impulso vorrebbe mostrarsi.
Chiedergli cosa stia leggendo.
Una conversazione tra lettori, e non di certo quella sconveniente tra il Re ed una Dama della Regina.
E' trattenuta, però, da quella sua endemica timidezza che la costringe a ritrarsi, come d'abitudine, nell'involucro dell' inconsistenza.
Ma il tenue chiarore della sua presenza, filtrato attraverso il respiro delle foglie, ha attratto l'attenzione del Re che, con voce gentile, le chiede di mostrarsi.
Lei obbedisce e s'inchina al suo cospetto e, nel rialzarsi, un soffio di vento le scioglie i capelli ed ecco che, in quell'imbarazzo, le cade il libro di mano.
Il re lo raccoglie e, porgendoglielo con un sorriso, le mostra il suo.
E' lo stesso libro, l'identica storia, che entrambi stanno leggendo.
Non vi ho mai vista.
Dice lui, colpito.
Non sono una che si nota.
Risponde lei, arrossendo.
E' questo il primo di innumerevoli incontri.
Il re l'attende, tutti i pomeriggi, nella stanza di foglie, sotto il soffitto mutevole del cielo, alla mercé degli elementi meteorologici, e delle schermaglie della luce e del buio.
Leggono e commentano versi di poesia, assaporando quella sintonia perfetta che scaturisce dalla intensa condivisione di una stessa passione.
E la passione per la poesia tramuta presto in passione dell'anima.
E dei sensi.
Seppur combattuta e rinnegata, è un'attrazione irresistibile quella che vanno provando.
Le dita si sfiorano, cercandosi, nello sfogliare le pagine.
La voce frammenta in sussurro quando l'irruenza amorosa del poeta esplode nei versi.
Un pallido riflesso, se paragonato allo sconvolgimento interno che li va sopraffacendo.
E quel giorno Agnese, dopo aver recitato il toccante brano su un amore proibito, soccombe alla visibilità di una lacrima che, prontamente, le dita sensibili del Re raccolgono.
La seconda, l'asciuga con le labbra.
E la terza, l'assapora con un bacio.
Si ritrovano così a sfogliare i loro ardenti desideri e non più le pagine complici di un libro che avrebbero ora arricchito con i capitoli inediti delle ardite sperimentazioni del loro amore.
Ed Agnese fiorisce tra le braccia del Re, nel tumulto progressivo del piacere sessuale, dapprima timidamente, come un bocciolo tremulo che presto tramuta in un lussurioso fiore carnivoro.
Insaziabile, si lascia trascinare nell'estasi sessuale, concedendosi senza quel ritegno che conviene ad una vergine inesperta ma, come una peccaminosa Eva, il suo ventre partorisce orgasmi multipli che assorbono tutto il vigore del Re.
Lasciandolo stordito.
Esterrefatto. Beato.
Più quella passione progredisce, più Agnese acquista splendore.
E visibilità.
Ed è una scia luminosa quella che ora preannuncia il suo passaggio.
Vestita di scarlatto, di azzurro o di viola.
Non arrossisce più, Agnese, pur mantenendo inalterata la riservatezza innata delle parole indispensabili.
E la Regina, sugli indizi di quei cambiamenti, inizia ad accorgersi di lei.
Delle sue assenze.
E di quelle del Re.
E delle voci cortigiane che, tempestive, zittiscono al suo passaggio.
Decide, la Regina, di far luce sulla tresca di cui a corte si va mormorando, incaricando il Capitano della Guardia Reale, veterano fedelissimo e discreto che, seppur non possedendo come Agnese il dono dell'invisibilità, ha affinato sui campi di battaglia un talento mimetico che si è rivelato provvidenziale nelle situazioni più estreme, di appurare quanto di vero ci sia in quei mormorii, e dove conducono le passeggiate del Re e quelle della sua Dama di Camera.
Di missioni difficili è esperto il Capitano, ma questa si rivela la più penosa.
Vorrebbe dire di no alla Regina.
Che la sua onorabilità di soldato rifiuta questo meschino incarico di pedinamento.
Ma a lei ha giurato fedeltà ed obbedienza.
Non può tradire la sacralità di questo voto.
Si predispone, quindi, il leale Capitano ad assolvere l'incarico, con tutta la discrezione che l'evento impone e non gli ci vuole molto per appurare che le passeggiate del Re e della dama della Regina hanno una meta comune: il labirinto botanico.
Dove si officia un amore adultero.
Spudorato e sublime.
Una poesia sperimentale, di orgasmi multipli e complesse geometrie di corpi.
Il Capitano è turbato, e commosso, dalla sacralità e dalla dissolutezza di quell'enfasi celebrativa.
La versione in prosa di una poesia trascendentale.
Ma pur dovrà riferire alla Regina quello che ha visto.
E quello che nelle viscere del labirinto si va consumando ha un solo nome: tradimento.
Il buon Capitano cerca le parole più opportune, meno crude, per fare il suo resoconto alla Regina.
Ma ben sa che non ne esistono.
E' tutto vero, Maestà.
Non gli riesce di dire altro.
E' una donna altera, e con una luce buia negli occhi, quella che con un gesto lo congeda.
Ma è pur sempre una donna tradita.
Pensa il Capitano.
Che nella sua esperienza di veterano ha appurato che, nella vita e nelle guerre, la ragione non è mai solo da un'unica parte.
Così, Agnese, non trova più il Re ad attenderla nella cinta protettiva del labirinto.
Mentre a palazzo si sparge la notizia di un male, repentino e mortale, che ha colpito il sovrano.
Ma la Regina pur continua ad avvalersi dei servigi della sua dama.
Del tocco etereo delle sue dita.
E godere di quegli occhi disperati.
Di quello splendore che offusca in patimento.
Del tormento di quell' anima estirpata.
Di quelle domande mute, perché proibite.
Del dubbio, che col tempo tramuterà in certezza, che non è stato il male ad uccidere il Re, ma il suo amore.
E della colpa, e dei rimorsi che, inesorabili, la perseguiteranno per tutta la vita.
Continuerà a godere, la Regina, dei servigi della sua Dama di Camera.
Che nessun'altra ha un tocco di dita leggero come il suo.

domenica 3 agosto 2014

Ventitre giorni per tentare di ritrovarmi

Il mio ultimo scritto è datato 11 Luglio 2014, giorno del mio cinquantottesimo compleanno, e rileggendolo rilevo, in quelle frasi sgranate come chicchi di rosario, una mia precisa e consapevole volontà di lascito morale e letterario.

Ventitre giorni d'assenza: mai così a lungo avevo latitato dalle pagine del mio blog
Ventitre giorni di totale e volontario distacco per cercare di riposarmi dal pesante fardello delle parole scritte.
Ventire giorni per tentare di ritrovarmi.
Non ci sono riuscita.

Un periodo passivo e colmo di rassegnazione ma, soprattutto, improntato all'accettazione di un destino ormai incontrovertibile e, di conseguenza, la definitiva presa di coscienza della futilità di voler sublimare, attraverso le parole scritte, un'esistenza che non ha, in realtà, nessun'altra motivazione se non quella della mera sopravvivenza, priva di qualsiasi effetto collaterale.

Così, in questo presente, rifuggo gli specchi e il crudo chiarore della luce, per acquattarmi nella più confortevole penombra dove, però, non sono mai davvero sola, poichè nel pulviscolo rado dei raggi filtrati ed opacizzati s'aggirano, come falchi predatori, gli spettri queruli dei morti e quelli baldanzosi dei personaggi in cerca d'autore, coalizzati ad accrescere il frastuono nella mia  testa ed amplificare il silenzio del mio cuore.
Marilena