Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

giovedì 30 gennaio 2014

Il colore viola



 Non ho più idee e le ispirazioni se le è portate via Amaranta, nel disordine felice della sua valigia, e a me non resta che raccogliere le sue cose lasciate, indumenti, forcine e un rossetto, e diligentemente riporle nei cassetti.
Ha portato via gli abiti più belli ma ho trovato, appeso nel mio armadio, il suo vestito viola, quello che a me più di tutti piace, per via del colore, sensibile alla luce, racchiude le sfumature dell'alba e del tramonto.
Lo ha lasciato a me, appeso nel mio armadio a ravvivare, come un raggio d'arcobaleno, la monotonia delle mie palandrane color melanzana e dei miei crespi neri: vuole che splenda anch'io della sua stessa magnificenza.
Impresa ardua, soprattutto dopo i sogni devastanti della notte appena trascorsa, e non aiuta, poi, questa fredda mattinata grigia che trasuda inverno, tedio e tristezza.
A volte immagino che questi risvegli non siano veri, che sono parte di un sogno: io sono ancora addormentata nel mio letto ma sogno di esser già sveglia, già avviata a quelle azioni che mi sembra di compiere, determinate da cause che ignoro e di cui, all'atto stesso, non rilevo l'incongruenza.
Ed è una salvezza il non rilevarne l'incongruenza perché  così tutto sembra normale: l'assurdo, il grottesco e perfino l'impossibile.

Ma questo risveglio è reale e non contempla finzioni: apro gli occhi e sono scaraventata nella mia realtà.
Posso odiarla la mia realtà, guardarla con occhi da infelice, ma quella, ostinata, permane.
Seppur le infelicità tragiche sono altre, concordo, ma quelle piccole come la mia, che troppo facilmente sono ritenute meschine, innapropriate ed inopportune, se paragonate ai drammi umanitari, sono le più devastanti perchè quasi mai la gente si suicida per un dramma  mondiale, no, sono le oscure infelicità private a scaraventarci nel baratro: non occorre, per morire, essere in guerra col sistema, è sufficiente esserlo con se stessi.

Ecco spiegata, in qualche modo, la nostra fame insaziabile di droghe, il bisogno costante di un paliativo per lenire il dolore esistenziale e raccimolare quel pò di forza per tentare di rimanere, in qualche modo, aggrappati all'orlo del baratro e non precipitarvi.
Ma è solo un rimandare, che la bocca nera del pozzo reclama le sue vittime sacrificali, e non resta mai per troppo tempo a digiuno che qualcuno c'è sempre pronto ad intraprendere il salto, in crisi d'astinenza dalle droghe o dalla vita.

Ma stamani c'è la sorpresa di questo abito viola, sgargiante come un ciclamino nell'oscurità del mio armadio......

sabato 25 gennaio 2014

Alter Ego

Amaranta è partita, ed anche se non mi ha voluto dire dove fosse diretta, io l'ho capito ed ho iniziato, da subito, a preoccuparmi.
Ha messo in valigia i suoi abiti più belli e quelle che lei chiama "le scarpe della regina", deccoletè da sballo, con un tacco a spillo temperato come una lama, arma impropria che lei usa anche come mezzo di difesa personale.
Scarpe fantastiche, quelle sue killer shoes, assolutamente valide sia come strumento d'attacco che di difesa (per sedurre o per toglier di mezzo, come ama specificare).
Ahimè, stavolta son per sedurre, e lo dico con apprensione, che il tipo in questione non è certo né amabile né facile, e che si porta dietro una cattiva fama a livello mondiale, proprio il genere che piace a lei.
                                                                                                                         
Ultimamente era inquieta, non trovava pace, tutto l'infastidiva e le veniva a noia.
Ne ha fatto le spese Iggy, il killer/salamandra, legato a lei da un insano cordone ombelicale, cosicché nutre nei riguardi della mia alter ego una passione morbosa ed ambivalente: talvolta è quella di un figlio, spesso quella di un padre, troppe volte quella di un amante.
Ma lei, forte del  potere di vita e di morte che esercita su questa strana creatura, non se ne avvede, anzi va giù dura con lui, che è sempre il primo a far le spese delle sue decisioni, improvvise ed umorali.
Così Iggy è di nuovo relegato nel suo anfratto sotterraneo dove, impotente, sferra calci alla porta sbarrata.
 A dire il vero quasi sempre Amaranta lo porta con sè, ma stavolta no, non era il caso, così il piccolo killer affetto da D.O.C, è rimasto nell'antro a menar calci alle pareti e a recitare instancabile le sue misteriose litanie.

Amaranta ha messo dunque in valigia gli abiti più belli e le "scarpe della regina" e ha lasciato uno scarno fogliettino viola: torno presto, non preoccuparti.

E' proprio quel suo "non preoccuparti" a farmi stare in apprensione.
Lei sa benissimo che io non ho alcuna possibilità, stavolta, d'interagire, di mettere in atto alcunchè per modificare gli eventi, richiamarla a me impedendole questa ulteriore pazzia, che stavolta ha deciso di mettersi alla prova proprio con quello là, assolutamente fuori controllo e che ne sà una più del diavolo, anarchico e folle al tempo stesso, un mix pericoloso in un uomo sobrio, un miliardo di volte, ancor di più, in uno, come lui, perennemente in stato d'eccitazione, etilica e sessuale.

La colpa è mia, assolutamente mia, sono io che gliel'ho fatto conoscere, sia pure indirettamente, così lei se ne è invaghita, lei che fa innamorare ma raramente s'innamora, di solito attratta dalla sfida prima ancora che dall'uomo, sollecitata da quella sua connaturata esigenza di azione, scontro, affermazione e vittoria finale.

 Ma non credo che Henry Chinaski, perchè di lui stiamo parlando, che sulle sue tracce che Amaranta s'è involata, sia tipo da stendere al tappeto, più facilmente su un letto, questo è certo, e mi dà tanto l'idea che su quest'ultima ipotesi l'alter ego di Bukowski non muoverebbe, in tal senso, nessuna obiezione.
Ho paura che stavolta, Amaranta, se pur non l'ammetterà mai, neppure con se stessa, si sia davvero innamorata, una di quelle poche volte, e che alla fine a soffrirne sarà lei sola, che i tipi come quello là non li stendi al tappeto e nel letto ci restano solo il tempo necessario ai loro bisogni. Chinaski è fra tutti quelli della categoria il più instabile, cinico e volubile e, a completare il quadro, alcolizzato. Neppure una femmina del valore di Amaranta può farcela con un tipo simile. Ma la sfida è per lei troppo allettante e non la sfiora, neppure per un momento, la possibilità di tirarsi indietro.
Ancor meno l'ipotesi di un fallimento.

Ma ho pur cercato di porre rimedio a questa catastofe a cui io, sia pur incospevolmente, ho dato l'avvio, attraverso la lettura dei racconti di Bukowsky, cercando notte tempo un'alleanza proprio con lui, il deus ex machina, l'unico in grado di richiamare all'ordine il suo poco raccomandabile alter ego, ma non c'è stato verso d'arrivare ad alcuna intesa con Charles, evocato, con mezzi stregoneschi al limite dell'illecito, da quel mondo parallelo dove ora sta.

Mi ha ascoltato paziente.
Io parlavo mentre lui ingollava sorsate di birra, ho avuto l'impressione, però, che dentro di sé se la ridesse, e di gusto, immaginando forse la trama di un nuovo racconto con protagonista quel suo alter ego che di soddisfazioni gliene continua a dare, eccome!

Io - Charles aiutami ad evitare questa probabile catastrofe -
Bukowsky - Non capisco di cosa ti preoccupi. "Qualsiasi cosa, del resto, è una perdita e spreco di tempo: tranne fottere di gusto o creare qualcosa di buono o guarire o correr dietro a una specie di fantasma-amore-felicità." Lasciali in pace e che si vivano il loro momento. E per quel che riguarda noi due, baby, la prossima volta che m'inviti ricordati di rifornire adeguatamente il tuo mobile bar, vedo solo bottiglie di "delicious", roba da femmine. Timide, per giunta -

venerdì 24 gennaio 2014

Solo un giorno perfetto




Sono caduto, mi sono rialzato, sono caduto ancora. Ma sono qui.
(Lou Reed - Intervista al Festival della Creatività di Cannes)

Dedicato a endi

E' vero, endi, il vinile giaceva dimenticato in un angolo del mio antro, così l'ho messo su e mi è sembrato bello poterlo riascoltare insieme.
Buone vibrazioni, amico.

martedì 21 gennaio 2014

Agatha al centro del mondo


Agatha, dal sogno della notte appena trascorsa, aveva rilevato auspici benevoli per il compimento della sua impresa.
Nel sogno c'era stato il ritorno delle rondini a nidificare tra le tegole precarie del suo sottotetto.
Poi la fioritura, selvaggia e trasbordante, di un cespuglio di gelsomino ormai da tempo inaridito.
Aveva perfino ripreso a zampillare l'umile fontanella del cortile, irrimediabilmente disseccata dalla siccità della passata stagione.
Eppoi, nel sogno, si era vista anche lei.
Appena un pò più giovane, con i capelli fluenti e la gonna rossa che tanto piaceva a Juan.
Lui, però, nel sogno non c'era.
Il bastardo che l'aveva mille volte tradita e che lei mille volte aveva perdonato.
Il miserabile che poi l'aveva umiliata fuggendo di notte, di nascosto come un ladro, con la sua sgualdrinella ancora impubere.
L'assenza di Juan, in quel suo sogno così bello, l'aveva ulteriormente convinta della positività di quei segnali notturni.
E di quelli diurni.
Perchè si era destata con il sole che le solleticava le gambe e che, approfittando della sua incosciente remissività, andava penetrando, sempre più ardimentoso, sotto la cotonina diafana della camicia da notte.
Lei, allora, con distratta malizia, aveva aperto un pò di più le gambe facendo si che gli immateriali polpastrelli del sole non trovassero ostacoli insormontabili a quella sfacciata manovra.
Non si mosse da quella posizione fino a che non si sentì colma di quel calore espansivo, generoso ed umido,  quello dell'innamorato che vorrebbe per sempre rimanere dentro l' intima fessura, nel ventre della sua amata.
Quando si fu alzata, per prima cosa, controllò se le rivelazioni del sogno si fossero materializzate anche nella realtà del presente.
Ma tutto, all'apparenza, sembrava come sempre.
Ciò che sembra non sempre è.
Ricordava la frase che sua madre era solita recitare ogni volta che si era trovata di fronte ad un possibile inganno.
Ciò che sembra non sempre è.
Anche Juan, un tempo, le era sembrato un uomo diverso da quello che poi era stato.
Ma quella mattinata, di sole e di vento, no, non la stava ingannando.
Era esattamente quello che sembrava.
Perchè c'era anche il vento, altro elemento che consolidava il suo convincimento che quella fosse la giornata perfetta per la sua impresa.
Il vento era ben calibrato.
Nè troppo forte.
Nè troppo debole.
Deciso.
E tiepido.
Un vento androgino.
Donna e uomo insieme.
Ed un vento di questa natura non l'avrebbe di sicuro tradita.
Aveva indossato pantaloni e stivaletti da cavallerizza per domare le nubi.
Con le forbici, senza tentennamenti, aveva mozzato la treccia scura che le ondeggiava sulla schiena, pesante come una gomena.
Ogni inutile zavorra, per il successo dell'impresa, andava senza pentimento eliminata.
 A Juan piaceva l'intrico selvaggio dei suoi capelli di femmina.
La treccia recisa, ciondolante nella sua mano, questo le rammentava.
Agatha, quel mattino aveva, invece, con decisione stabilito che la sua gonna rossa e la treccia tagliata, gli occhi verdi di Juan e la sua anima bastarda, erano solo gravami di cui poteva benissimo fare a meno.
Fardelli del passato.
La donna che si accingeva a celebrare la mirabolante impresa era una donna inedita.
Una domatrice di nuvole con i capelli da fantino.
Una donna che mai avrebbe sprecato la sua vita ad amare un figlio di puttana come Juan.
Con questi convincimenti propositivi, Agatha, era entrata nel buio della rimessa per riemergere alla luce trascinandosi dietro un carretto, sbilenco e traballante, sul quale era issato uno stravagante marchingegno: un argenteo corpetto rigido simile al busto, privo di maniche, di un'armatura, e sulle spalle del quale erano montate due flessibili stecche perpendicolari.
Ed ancora, da entrambi i lati del dorso, si dipanava un complesso ricamo di funicelle che convergeva sui fianchi.
Aveva trascinato il suo trabiccolo, cercando di non esaurire troppo le sue energie, arrampicandosi fino alla sporgenza frastagliata del dirupo.
Il fianco di quella montagnola offriva solidi appigli per i piedi ma presentava anche tratti infidi di sassolini scivolosi, e di un friabile pietrisco, ingannevole imitazione di roccia.
Raggiungere la cima non era stato affatto agevole dovendo trascinarsi dietro anche l'ingombro del carretto che, alla fine, v'era approdato, seppur martoriato e privo di una ruota, ma con il carico ben protetto, assicurato com'era da robuste cinghie.
Si era riposata solo il tempo necessario per recuperare le forze, che il percorso era stato ben più duro di quello che aveva previsto.
Ma non poteva permettersi una sosta più lunga nel timore che il vento perdesse di forza.
Allora, Agatha, aveva indossato il corpetto.
Ne era emersa prima la testa che, privata dell'oceano dei suoi capelli di donna, sembrava piccola, come quella di un bambino.
Eppoi le braccia sottili, fragili, nella loro magrezza costituzionale.
Quel corpetto panciuto la rendeva simile ad una irreale e tenera creatura intrappolata in un otre da cui fuoriuscivano membra irrisorie che, sembrava, dovessero cedere sotto il suo peso.
Il bustino d'amazzone luccicava, in pieno sole, delle mille sfumature dell'iride.
Ed Agatha ne risplendeva.
Ben salda sulle sue gambe esili resisteva alla forza del vento che, senza quel suo pesante carapace di guerriera, forse l'avrebbe strappata dal suolo, involandola.
Si era sporta dall'orlo dello strapiombo.
Le cime degli alberi, viste da lassù, sembravano cespugli.
Una distesa compatta di verde che non lasciava intravedere il nero della terra.
Ma non era ad una discesa verso il basso, plateale e dimostrativa, a cui lei mirava.
D'altronde non ci sarebbe stato nessuno a testimoniare l'evento.
No, al contrario, aspirava, invece, a librarsi verso il cielo.
Dove avrebbe domato le nuvole.
Ma, in ogni caso, non ci sarebbe stata folla ad applaudire.
Una impresa solitaria.
Una sfida che, dal suo punto di vista, non necessitava di alcuna celebrazione.
Una rivincita, attraverso la quale si sarebbe trovata al centro del mondo.
Lo avrebbe saputo lei sola.
E questo le era sufficiente.
Decisa, Agatha, aveva portato le mani ai fianchi, allentando alcune cordicelle e trattenendone altre.
Dalle stecche perpendicolari, posizionate sulle sue spalle, si spalancarono due magnifici ventagli alari che lei  poteva aprire, o comprimere, secondo il suo capriccio, adesso che ancora non si era librata.
Poi, una volta in volo, sarebbero servite ad espletare le manovre necessarie per assecondare le volontà del vento.
Per cui lei, opportunamente, si andava assicurando che tutto quel complicato intrigo, di cordicelle e di  fili, funzionasse alla perfezione.
Non era alla morte che aspirava.
Ma alla vita.
Così controllava che le funicelle fossero libere nel loro percorso.
Che nessuna ostacolasse le altre.
Accertandosi che nessun malaugurato nodo si potesse, al momento delle manovre, sciaguratamente formare.
Agatha, sul ciglio ventoso del burrone, apriva e chiudeva quelle sue splendide ali di farfalla fantascientifica, soppesando e valutando, concedendo giogo ad alcuni fili, trattenendone altri per modificarne, in misura adeguata, l'estensione.
Doveva essere certa di calibrarle alla perfezione studiando la potenza del vento e delle correnti ascensionali a cui avrebbe dovuto affidarsi per spiccare il volo, e per rimanere poi in quota.
Agatha sapeva che ci sarebbero stati momenti in cui le correnti alte sarebbero state più deboli in caduta,  e di questo avrebbe dovuto ricordarsene al momento opportuno, per non cedere al panico dello sfracellamento.
Era pronta a non aver paura.
Perchè, la paura, sarebbe stata la zavorra più pericolosa di tutte.
Il peso aggressivo che, irrimediabilmente, l'avrebbe trascinata verso il basso.
Il vento era ben calibrato.
Nè troppo forte.
Nè troppo debole.
Deciso.
E tiepido.
Un vento androgino.
Donna e uomo insieme.
Ed un vento di questa natura non l'avrebbe di certo tradita.

domenica 19 gennaio 2014

Buon Compleanno, Lucy!




Dedico questa canzone alla mia meravigliosa amica Lucy, con tutto il mio affetto, la mia stima e la mia amicizia.
Buon Compleanno, Lucy!

venerdì 17 gennaio 2014

Esistenzialismo predatorio


Il viaggio non richiede una spiegazione ma solo dei passeggeri
(Waking Life)

Prendo spunto, per questo scritto, dalla mia risposta al commento di Lucy, nel post "Il bacio del vampiro"

Se raccontassi che la mia alter ego, e tutta la banda dell'antro, personaggi di carta inclusi, vogliono che io rimanga in Blogosphere perchè consapevoli che la mia defezione comporterebbe la loro morte, non sarebbe vero, perchè è esattamente il contrario: sono io a temere di non esistere senza di loro.

Esistenzialismo predatorio 
Qualcun altro, più compassionevole di me, questo esistenzialismo predatorio lo definirebbe "istinto di sopravvivenza", benevolmente modificandone il senso, che è notorio che l'istinto di sopravvivenza è da sempre un'efficace attenuante, invocata, e spesso ammessa, come giustificazione a discarico anche nei delitti più efferrati.
E' concedere al cannibale, colto nell'atto di banchettare coi resti sanguinolenti del corpo appena smembrato, di potersi giustificare con un banale, stavo morendo di fame e questo disgraziato era, al momento, l'unica cosa commestibile di cui potessi disporre.

Ma il mostro vero, invece, non intende avvalersi di alcuna attenuante strategica, che è insito nella sua natura il rifiuto a non voler essere rimpicciolito alle dimensioni di un topolino, conscio che la sua grandezza consiste nell'affermazione esclusiva delle sue inique necessità, aspirando, orgogliosamente e senza pentimento, ad esser condannato per i suoi osceni peccati piuttosto che accettarne il declassamento a piccole nefandezze.

Lo stesso orgoglio con cui anch'io rivendico la veridicità delle imputazioni ascrittimi, di cui non intendo sminuirne nè la portata nè la gravità.
Esistenzialismo predatorio, è il capo d'accusa di cui mi fregio, con l'aggravante della recidiva.
Imputazione infamante per qualsiasi scrittore, eppure me ne faccio un pregio, che se nella vita non si ha niente altro di cui menar vanto, va bene anche il male.

Uno di quei paradossi che tanto ami, direbbe Camilla, ex biografa, ex agente letterario, ex amica, ed oggi testimone principale per l'accusa, che pur lei lo aveva intravisto quel mio buio interiore, ed una volta ebbe a dirmi: gli assassini seriali si nascondono dietro identità anonime, e tu, Mari, con la tua aria da brava ragazza,  compunta e metodica, perfino timida, potresti benissimo essere una di loro: commesso il crimine saresti capace di dar la cera al pavimento, non per far sparire le tracce del delitto, ma perchè lo sporco ti disturba.

L'Imperatrice, invece, mai potrebbe essere un killer seriale, è troppo scenicamente visiva, straripa di particolari identificativi: le sue mani troppo grandi, il suo passo da soldato, l'abbondanza dei capelli, le lentiggini che, al primo pallido sole, le indorano il viso e le spalle.
Camilla è l'unica tra le mie creature che non ho fagocitato.
Una scelta opportunistica, poichè l'ho dotata di una natura superiore e schietta, incorruttibile, tanto da farmi sperare nel miracolo di una inversione di ruoli: lei, la scrittrice, io, il personaggio.
Camilla è l'Imperatrice dei miracoli, una madonna ibrida che ha partorito figlie non al suo livello, pallide ed implumi, prive della sua meravigliosa perfezione, e questo al fine di proteggerle, che la bellezza accessiva  può indurre in tentazioni terribili.
Sono certa che se fosse stata lei a concepirmi mi avrebbe fornita d'istinti più sani e di  una diversa visione del mondo: mai avrei saziato la mia fame divorando le mie creature, mai della mia disperazione ne avrei fatto un vanto.

martedì 14 gennaio 2014

Il bacio del vampiro


Non puoi ancora andartene, Mari, devi terminare la storia di Rebecca.

La voce dell'Imperartice Camilla  mi giunge, attraverso il cellulare, da una distanza ignota, e non c'è verso di sapere da dove chiama, che ancor oggi ce l'ha con me per quella storia di Mr Nativity, per questo specifica con puntiglio che non mi sta parlando in qualità di agente letterario, ormai ex, ma piuttosto, e nonostante tutto quello che tra noi è accaduto, come amica.
Amica/martire, sottolinea.
Questa definizione mi strappa un sorriso che lei deve aver intuito, così la immagino irrigidirsi e porsi sulla difensiva per non concedermi niente di più di quello che ha stabilito potesse darmi, che è già questa una lodevole e generosa concessione, ennesima prova del suo affetto indomito, dal momento che io sono, nella sua cerchia, quella per la quale s'è sempre spesa in prima persona e spesso rimettendoci.
Amica/martire, appunto.

Io - Rebecca......ma a chi vuoi che importi? Rincollo i capitoli in bozze e di lei non rimarrà più alcuna traccia: il delitto perfetto -
Imperatrice  - Lei è qui, con me -
Io - E' con te? Dove? -
Imperatrice - Non dovresti chiedermi dove, ma perchè -
Io - Perchè è con te? -
Imperatrice - Di te non si fida più. E con ragione. Le hai fatto delle promesse e dato una speranza, proponendoti madre putativa avresti dovuto proteggerla anziche servirtene -
Io - Servirmene? Ma cosa stai dicendo? -
Imperatrice - Te ne sei servita per esistere attraverso di lei, sfruttando le sue intatte energie per emergere dall'acquiescenza esistenziale, quel coma srategico in cui normalmente versi, e resuscitare te stessa. Il vero scopo della tua scrittura, Mari, non è quello di dar vita ai personaggi, ma di ricavare dalla loro spunti vitali per la tua. Sei un vampiro che vive del sangue delle proprie vittime. Deve esser questa la tua idea di immortalità! -

Camilla riesce a dire cose tremende senza mai alterare il tono della voce e senza alcun riguardo verso l'interlocutore, ma lo fa con garbo pacato, senza intento d'offesa o di umiliazione, perchè le sue parole, per quanto dure e devastanti possono essere, non sono mai dettate da sentimenti ambigui o avversi, ma piuttosto da ciò che per lei costituisce la verità.
Ti squarcia i polmoni col suo pugnaletto, non per farti morire ma per farti meglio respirare.

Io - Dunque, sarei una specie di parassita! -
Imperatrice - No, poichè tu non miri ad alterare la biologia dei tuoi disgraziati ospiti, nè tanto meno ad ucciderli, anzi ti dai da fare per mantenerli in vita perchè sei di certo consapevole di aver bisogno di loro. Aspiri all'immoralità personale ma anche a quella delle tue creature, così ti rinvigorisci con il loro sangue, e le loro energie, per poter continuare a vivere (o almeo apparentemente farlo) e preservare loro stessi dalla morte, concedendogli, col tuo bacio, l'immortalità. Ma in realtà sono "non morti" che è assai diverso dall'esser vivi. Uno di quei paradossi, Mari, che così tanto ti piacciono -
Io - Va bene, ora che ti sei sfogata puoi dirmi dove siete? -
Imperatrice -  A tempo debito lo saprai. Nel frattempo t'nvito a riflettere -

venerdì 10 gennaio 2014

Signora di un dominio


BLOG, il mio figlio obeso e nichilista, ha compiuto ieri sei anni: un compleanno non festeggiato perchè qui nell'antro ormai si respira aria di smobilitazione e di partenze. Immagino perfino che ognuno di noi abbia già la sua valigia nascosta sotto il letto, pronti per un'uscita di scena senza lacrime nè convenevoli: rimarranno solo i Freaks, abbarbicati alle travi della soffitta in attesa di un inquilino nuovo al quale invelenire i sonni.
Io andrò via per ultima, spetta a me il solitario compito di sprangare porte e finestre, radunare gli oggetti volontariamente dimenticati, in realtà regali, testimonianze e ricordi, di questo lungo periodo vissuto assieme.

Sono arrivata con una valigia vuota e riparto con un baule pieno.
Ma pieno di cosa?
 In realtà non c'è nulla che mi sia materialmente concesso portar fuori dai confini di Blogosphere, questo strano regno dove da sei anni sono padrona di un dominio, "Antro della strega.com", perchè mi era piaciuta l'idea di acquisire, sia pur solo virtualmente, una dimora meno precaria di quella esistenziale e, nel frattempo, espandermi.

Espandermi......forse è accaduto, forse no.
Non ho una vera risposta in quanto mi riconosco soggetto umorale, e così se ci fosse stato il sole avrei magari risposto di si, ma oggi, al cospetto di questo cielo incredibilmente incolore, mi viene da dire no.

Incolore, come la mia esistenza, che ho pensato di tinteggiare con le sfumature di un racconto, questo "Antro della strega.com", un gioco, una terapia, una speranza, non sono in grado di definire quali fossero le mie aspettative, o forse si, ma credo non sia il caso di renderle pubbliche.

In qualche modo, però, l'espansione c'è stata e ben oltre il punto/com, attraverso la propagazione della mia materia oscura (le ipotetiche particelle WIMP, entusiasticamente interattive nel Big Bang carnevalesco delle stelle solitoniche, dei bosoni e delle pepite di quark) con la quale ho tentato d'ingravidare, quasi fosse un pene, la verginità uterina di questo universo ancora insoluto.

Delirio di grandezza ed enfasi di soprano, quando io, disarmonica e stonata, mi son trovata a dominare, e poi gestire, tutti gli elementi, i miei interni e quelli esterni, con la sicumera di una primadonna dalla voce melodiosa ed irresistibile, audace strumento di seduzione in abito rosso, al cui volere si sarebbero piegate le fiere più aggressive e i riottosi più tenaci, ampiamente riconoscendomi un ruolo di supremazia in questo mio regno punto/com dove, seppur su uno sfondo da operetta, con quanta grazia avrei provato a muovermi recitando a braccio un copione senza un vero finale, di quelli che piacciono a me.
Finale aperto e con ipotesi di sequel......

Ma non è andata così perchè i miei finali aperti sanno molto d'incompiuto, come se non fossi davvero capace di chiudere definitivamente le storie, nella vita privata così come nei miei racconti: virgole affastellate e caotici punti.
Un paradosso, a pensarci bene, questo della punteggiatura, che la virgola, all'interno del discorso è solo un respiro, un prender fiato, mentre il punto ne rappresenta, secondo il caso, la chiusura o la fine.
I punti e le virgole forzatamente costretti a coabitare in uno spazio ristretto, metafisico ed ibrido: una contraddizione che ben mi rappresenta.
Come questo mio dominio, un blasone nè ereditato nè conquistato, ma comprato.

lunedì 6 gennaio 2014

Parallelismi


Nella foto a sinistra sono io a 33 anni, in quella a destra è come sono oggi, al traguardo dei 58 anni.
Tra le due foto intercorre un lasso di tempo di 25 anni.
Quello che mi ha colpito di queste due istantanee è la loro specularità e poi la mia immagine, che pur invecchiando rimane fedele a se stessa, seppur quella nella foto di sinistra è nitida e con un sorriso accennato, quella di destra, invece, è sfocata e l'espressione pensosa.
Nella prima appaiono persone sullo sfondo, nella seconda, invece, solo una parete bianca.
Queste due foto, assolutamente emblematiche, mi rispecchiano nel mio passato e nel mio presente.

A 33 anni ero sposata e con un figlio di 7 anni, con certezze affettive acquisite e benessere economico. Con questi presupposti, in quella prima foto avrei dovuto essere addirittura raggiante ma, in realtà, sono sempre stata una persona tormentata, nevrotica ed umorale (chissà se la scarsa fotogenia dipende da questi tratti interiori, cosicchè nel corso degli anni ho sviluppato una vera avversione all'obiettivo della macchina fotografica e agli specchi)

La foto di destra, scattata ieri, è emblematica su quella che io sono oggi alla soglia dei 58 anni (compleanno a Luglio) come se quell'immagine del mio passato fosse stata rielaborata, dopo 25 anni, dallo scatto fotografico di mio figlio, e ricollocata nella scenografia reale del mio presente: lo sfondo di una parete vuota, la mia immagine sfocata e neppure l'ombra di un sorriso.
Marilena