Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

sabato 31 agosto 2013

Calamity Jane alla conquista di Blogsphere

In preda alla febbre del distacco, e del rinnovamento, stanotte ho bruciato i crespi del lutto e le palandrane da ipnotizzatrice.
Gli specchi compensativi e gli elisir delle lacrime.
Lo scapolare della penitenza. E quello della passione.
I pettinini d'argento delle malie. E tutti i miei feticci illusivi.
Ancora conturbanti.
Ancora capaci d'irretirmi, nonostante la iattura della cattiva sorte.
Portentoso falò, esaltato dall'esplosione pirotecnica di una bomboletta spray, finita tra le fiamme nell'euforia del rinnovamento.
Un moderno incantesimo acquistato su E-bay.
Un aerosol terapeutico, disciplinato all'equilibrio dell'umore. E della ragione.
 Lenitivo ai tormenti delle reminiscenze. Cicatrizzante per le ferite dell'anima.
Effetti collaterali: apatia, sonnolenza, amnesia.
Obnubilamento irreversibile. Coma.
Lo scoppiettare del fuoco, e gli spari della mia carabina, mirati a far cadere le stelle, hanno richiamato il coro aggiuntivo di uno sparuto branco di coyote, attratti dal trambusto e dalle fiamme.
Che ad ogni colpo, e con enfasi, hanno ululato alla luna la loro partecipazione emotiva.
Ingollo un sorso di delicious per scacciare i fantasmi che gemono con voce di vento in questa notte scura.
 Notte da fandango.
Sciolgo i capelli.
Mi sento bella. E travolgente.
Pronta alla sfida.
Calamity Jane alla conquista di Blogosphere.

mercoledì 28 agosto 2013

Configurazione di un continente


Così mi sono assunta l'incarico della configurazione, orizzontale e verticale, di Blogosphere e, per assolvere con più precisione a questo compito, ho fatto ricorso, sia pur con qualche azzardo, alle componenti della fisica, per delineare, con maggiori e più precisi dettagli, i miei esiti.
Ed eccomi dottamente a dissertare di atto di moto, sistema di riferimento, posizione d'equilibrio, distribuzione elettronica (in attinenza ai magnetismi) e raffigurazione di campo. Il tutto trascritto in bella grafia sul mio diario di bordo, che ha sempre meno pagine dal momento che la mia ossessione per la perfezione mi vieta cancellature e fuoriuscita dai margini, per cui ad ogni errore strappo il foglio e riscrivo da capo.
Cosicchè questo mio brogliaccio è simile, in tutto e per tutto, alla tela di Penelope, a quella faticosa e leggendaria intraprendenza notturna, che lei puntualmente disfaceva all'alba per prolungare i tempi dell'attesa, e concedere ad Ulisse una possibilità ulteriore di giungere in tempo per il lieto fine.
Ma le similitudini si limitano a questa strategia di femmine perchè io, invece, dopo aver smesso di consumare le mie notti nell'attesa di un sogno premonitore, e trascorrere i giorni a scrutare, dietro una porta o una finestra, le tracce di un auspicio indiziario favorevole, coscientemente in questo viaggio esplorativo ho indossato i panni di Ulisse.

Una zattera bianca e la mia gonna rossa, tramutata in vela, che svetta come un vessillo corsaro, gonfia di vento e di pioggia e di sole, splendente come un astro novello ed immaturo, che i secoli su Blogosphere sono ancora a venire, e così le giornate sono imprecise, con ritmi  incoerenti a determinare gli intervalli del giorno e della notte, alla stessa stregua delle maree, imprevedibili  nell'indecifrabile alternarsi delle correnti direzionali,  estemporanee ai corrispondenti cicli dell'atmosfera.

Un mondo in fermento, dove nulla è definito e niente è stabile.
Una enorme massa di creta da plasmare con le dita forti di un titano e le carezze di una dea.
La vitalità di Blogosphere è nel suo dinamismo convulso, affannato perfino, in quel suo battito cardiaco accelerato che rimbomba interno ai vulcani e dirompe sotto la crosta terrestre e quella marina, insinuandosi tra le grige rocce ignee e i rossi banchi di corallo, per esplodere poi in superficie, in roboanti geyser.

I confini tra il mare e la terra, in Blogosphere, non sono ancora delineati, e così è tutto sfumato e promiscuo, fertile e concupiscente. Una soffice natura, dolcemente lasciva, mollemente fluida, ancora invertebrata, che riluce con trasparenze di medusa e riflessi di acquamarina. Ad una occhiata più attenta, però, s'evidenziano, inglobate nel cristallino, minute inclusioni, le impronte cromosomiche di un destino programmato ad evolvere, nel travaglio delle ere, in artigli e becchi e zanne.

lunedì 26 agosto 2013

In viaggio verso Blogosphere : geografia metafisica



Confina con i territori nebbiosi di Utopia, dalle cui recondite alture è possibile intravedere, in situazioni meteorologiche favorevoli e con l'ausilio di un potente cannocchiale puntato verso nord, i labili contorni dell'Isola Che Non C'è. Focalizzando le lenti verso sud, invece, nitidissimi emergono i bastioni decadenti del Deserto dei Tartari. Immemore avamposto di una frontiera morta. Che ad est fiancheggia la monotonia uniforme, ed ingannevolmente sconfinata, di un anonimo tavoliere, in origine pianura di sollevamento, trasversalmente percorso da una lunga dorsale montuosa, che rammenta il profilo radiologico di una colonna vertebrale scoliotica.
Modeste altitudini che però spiccano evidentissime nella desolante depressione paesaggistica, con una rilevanza abnorme e fittizia. Cime e pinnacoli puntano perentori contro un cielo ardente, circumnavigato dal volo ossessivo dei passeri dal petto nero.
Ed ancora s'intravede il tracciato indicativo di un fiume denutrito. Ormai quasi del tutto prosciugato. Nel cui letto hanno un tempo dimorato, in pacifica coesistenza, le specie endemiche con quelle aliene.
Sottili alberelli dal tronco refrattario, alla cui base parassitano cespugli anemici.
Ed una moltitudine, spontanea ed invasiva, di funghi ibridi e di radici filamentose.
Questi sommariamente i contorni morfologici, con dettagli di flora e di fauna, della regione metafisica che mi appresto a percorrere in sella ad un ronzino distrofico e sordo, ma devotamente paziente. Che, in virtù del suo lodevole carattere, ho battezzato Mahatma.
Convinta come sono che per intraprendere questa audace esplorazione avrò bisogno più di un compagno fidato che di un motore efficiente. Così per non gravargli come soma aggiuntiva diventerò incorporea, percorrendo a piedi i tratti più disagevoli.
Un tascapane ed un barilotto di acqua, un'essenziale cambio d'abiti ed una coperta notturna. Questo il volume totale del bagaglio stabilito per fronteggiare le necessità del viaggio.
Verso la leggendaria regione di Blogosphere.
Che all'inizio, anch'io come tutti, erroneamente avevo ipotizzato si dovesse trovare nell' insondabile intrico dei labirinti siderali.
E, per questo, irrangiungibile.
Ma, dopo attenta rilettura di pergamene indiziarie e di mappe geografiche approssimative, mi sono lasciata permeare dall'idea che l'ubicazione di Blogosphere sia contenuta, in realtà, in un enigma irrisolto di meridiani e paralleli terrestri.
E' quanto ci apprestiamo ad appurare, in questo viaggio ardimentoso, Mahatma ed io.

sabato 24 agosto 2013

Maree di sabbia


Il vento gonfia e sospinge le onde di sabbia che s'infrangono alla base delle grandi rocce.
 La luna è un tondo, rosso e luminescente, in un cielo incredibilmente nero.
 Il sommesso sciabordio delle maree di polvere non è l'unica eco captabile nella notte desertica perchè ancora c'è il ruscellare del sangue, il respiro dei polmoni, il pulsare delle vene e il battito del cuore.
E poi ancora fruscii esterni di ombre nel buio e rumori ostili smorzati nel silenzio: presagi sotto il cerchio di una luna sfavillante come l'aureola deì santi, che non cancella le tenebre ma, piuttosto, ne accentua la loro immane voragine.
Sono i picchi della paura a determinare l'intensità delle maree.
Il terrore riduce la facoltà di pensiero a un coacervo di sensazioni primitive e incontrollabili, ponendo  il reale e l'immaginario sullo stesso piano, tattile e visivo: senza più alcuna delimitazione è tutto, infine, dannatamente vero.
Vero, come le tracce lasciate dalle maree di sabbia.
Vero, come questa solitaria notte di veglia.

giovedì 22 agosto 2013

L'esule

Non era la più bella ma la più luminosa.
Il volto, dall'incarnato chiarissimo e circonfuso dall'aureola pallida dei capelli, e i movimenti aggraziati di una ballerina, le donavano un che di etereo, d' impalpabile, sicchè sentivi forte l'impulso materiale di toccarla per sincerarti che non fosse una visione.
Il suo abito grigio, quasi monacale, risultava ancora più nitido nella cornice dei rossi festosi e dei neri aggressivi, perchè la funzione dei colori violenti non sempre è quella di catalizzare lo sguardo ma, come capita in questo caso, di far risaltare, invece, ciò che è solo apparentemente incolore.
Dunque non era la più bella ma la più luminosa.
Quella che avresti voluto toccare.
Eppure nessuno degli astanti aveva trovato il coraggio di avvicinarla, d'invitarla a ballare, un cortese approccio per una prima confidenza.
Una invisibile linea di confine la divideva dal resto della sala.
Intimidivano la malinconia del suo sguardo spaesato di esule.
E quell'abito grigio, serrato fino al collo.

mercoledì 21 agosto 2013

Prigioniera di una perversa malia

In questi ultimi giorni di nuovo pensieri di morte.
E costante mancanza d'aria.

Una ricaduta nella depressione che io in tutti i modi osteggio poichè sò benissimo che se mi lasciassi andare avrei molte più dificoltà, oggi, di venirne fuori, perchè sono più stanca e meno motivata.
Di sicuro molto più sola.
Sentirsi soli non è un fatto di numeri, ma di testa.
M'arrabbatto, quindi, come meglio posso ad alleviare l'oppressione interna, ad allentare la stretta che mi soffoca da dentro, sforzandomi ogni mattina di aprire gli occhi e trovare motivi per andare incontro al giorno.
Per andare incontro alla vita.

Prigioniera di una perversa malia, vivo in una stanza dalle pareti bianche dove non ho altro da fare che  scrivere sui muri.
Ed è quello che faccio: le parole scritte mi salvano perchè i pensieri tenuti nascosti, invece, mi seppellirebbero.
Ma anche questo sta perdendo di efficacia.
Scrivere mi costa una fatica incredibile, uno stress mentale ed emotivo, un affaticamento di una tale intensità che mi lascia prostrata, annichilita.
Rincorro le parole, le afferro e le stringo nella mia mente, tramuto il mio cervello in dita affinchè la presa sia salda, e riuscire a trattenerle il tempo bastevole ad appurarne la veridicità.

Il caldo e la pesantezza del lavoro.
La noia.
La solitudine.

E quelle mie inquietudini personali, umorali e pessimistiche, che fronteggio con un autocontrollo da gendarme, che metto in campo, però, con sempre più fatica e meno convinzione.

La cosa che più mi affascina, e mi spaventa, è che sto scientemente smettendo di desiderare predisponendomi all'accettazione del nulla e, su tutto, la consapevolezza di essere uscita di scena già da tanto tempo, e che quella che lo schermo proietta non sono io, ma solo una comparsa, perchè è pur vero che la morte fisica e quella reale non sempre coincidono.
Marilena

martedì 20 agosto 2013

Rebecca (cap 13)

Una moglie gravida, inoltre, avrebbe posto fine a tutte le insinuazioni maligne, lesive della persona e dell'onore, e sfatato l'ignobile leggenda, dettata dall'antipatia e dall'invidia, e molto più ancora dall'ignoranza, che s'era andata consolidando nell'opinione pubblica nei riguardi del giovane artista.

 Concetto Scalavino s'era reso conto d'aver ecceduto con lo zelo amicale quando aveva visto Mimì Messinese terribilmente sbiancare e flettere le ginocchia  e, se di riflesso non l'avesse prontamente sostenuto, di  certo sarebbe stramazzato a terra.
Mimì Messinese, la fisionomia stravolta, boccheggiava in carenza di aria e di parole, tant'è che Concetto Scalavino ebbe timore d'un attacco di cuore, e già manovrava a slacciargli il colletto quando l'altro, svincolandosi da quel contatto, lo andò respingendo con le sue pur deboli forze.
Il buon senso lo indusse a rispettar la distanza imposta ed affannosamente elaborare una strategia per uscire dal cul de sac in cui improvvidamente s'era andato a cacciare.
Mimì Messinese s'era accasciato su una sedia, il volto coperto dalle mani e le spalle scosse da silenziosi singulti, rattrappito su se stesso, imbambolato, incapace di una parola o di un gesto di rabbia pur legittima, tant'è che Concetto Scalavino s'era già avviato alla porta, convintosi d'aver irrimediabilmente compromesso non solo il suo piano ma d'aver perfino perso il suo più illustre acquirente, quando questi, invece, inaspettatamente si scusò, pregandolo di rimanere.

Che suo figlio non riscuotesse simpatia, questo lo aveva sempre saputo, troppo timido e troppo insicuro, non riusciva a mostrarsi nel verso giusto, tant'è che molte volte aveva dovuto esplicare in sua vece, come ultimamente era accaduto con monsignor Galimberti, l'inviato di Sua Santità, che Giandomenico era stato colto da una febbre improvvisa, probabilmente causata dall'ansia e da quella sua sensibilità così esasperata.

Sensibilità d'artista.
Aveva prontamente sottolineato lo Scalavino.

D'artista, lo sappiamo io e voi, ma il popolo no. Per la gente Giandomenico è un arrogante, uno schizzinoso, ed ora, dalle vostre parole, anche un depravato. Ma, se  fosse vero, Sua Santità gli avrebbe forse commissionato un incarico così prestigioso?
Aveva domandato Mimì Messinese

Chiacchiere di popolo, a cui non dobbiamo prestare orecchie. Il popolo si sà è invidioso e se prende in antipatia sa essere anche maligno. Don Mimì, Giandomenico è un grande artista, dovete esser fiero di lui.
E' questa l'unica verità a cui dovete credere.
Aveva, con convinzione ribattuto, Concetto Scalavino.

Fiero lo sono, ma sò anche che un talento così grande avrebbe abbisognato di spalle più forti e di un carattere più prepotente.
Aveva sospirato Mimì Messinese.

Una moglie, Don Mimì, è quello che ci vuole per Giandomenico. Una giovane accorta e di carattere,  capace di fare i suoi interessi e di sostenerlo. Ricca, perchè un artista deve occuparsi solo della sua arte, esaltarla ai massimi livelli, non essere afflitto da quisquilie e problemucci materiali come qualsiasi altro comune mortale. E bella, perchè la bellezza ispira bellezza e un artista essenzialmente vive di bellezza.
La risposta ispirata di Concetto Scalavino.
Una moglie metterebbe a posto molte cose. La nascita di un figlio, poi, farebbe zittire le malelingue e donerebbe serenità, e spunti nuovi, al nostro artista.
Andava perorando, sempre più infervorato, il mercante.

Una moglie......ma chi? Giandomenico non ha mai palesato l'intenzione di sposarsi nè mostrato interesse per nessuna delle nostre amicizie o conoscenze.E' così chiuso. Impenetrabile e crepuscolare come un riccio.
Questo il pensiero sconfortato del Messinese.

Eppure ci sono donne capaci di trasformare gli aculei del riccio in dita gentili. La mia figlia più giovane, ad esempio, appartiene alla specie. Odora di femmina, Don Mimì, un profumo da risvegliare i sensi ad un morto, ed un caratterino da far rigar dritti i vivi.
Aveva soggiunto ridendo Concetto Scalavino
 E' una confidenza, questa mia, che solo a voi mi permetto di fare, da padre a padre, dettata dalla stima incondizionata che nutro per voi e per la vostra famiglia e per Giandomenico in particolare, che merita il meglio del meglio. Ed è proprio quello che oggi, tramite voi, gli sto offrendo.
Andava così concludendo la sua arringa finale, con una mano sul cuore, a testimoniare la bontà e la veridicità delle sue affermazioni. E l'affetto che le aveva determinate.

Mimì Messinese, ancora frastornato dalle ultime rivelazioni, non trovò altro che chiedere: ma voi cosa ci guadagnate in tutto questo?

L'onore grande d'apparentarmi con voi!
La risposta decisa di Concetto Scalavino

sabato 17 agosto 2013

Minotauro


Che se avessi saputo che nel mio ventre albergava cucciolo di lupo anzichè d'uomo lo avrei seppellito vivo nel profondo dei visceri, negandogli da subito la luce.
Che niente giustifica la furia e l'oltraggio, la violenza cattiva su un'altra creatura.
E poco più che creatura era, coi fianchi stretti di bambina e due mammelline inconsistenti, e la sottanina spalancata su quello squarcio vivo, sanguinante tra le gambe.
E l'ho sentita urlare, Dio misericordioso. Invocava la madre terrena e quella celeste. E l'uomo che la inchiodava a terra. E non si dava pace la piccina. Pregava, supplicava, piangeva. E quello la teneva crocefissa a terra. Stà zitta o t'ammazzo. E lei provava a non chiedere più niente, ma il male era tanto.
E la paura ancora più grande.
Una farfalla infilzata al suolo.
E quello continuava a dire zitta o t'ammazzo, mentre la dilaniava col suo grosso pene di bestia, sporco di terra e di sangue.
 Zitta o t'ammazzo. E non vedeva quanto inutili erano le sue minacce perchè lei stava già morendo. L'anima non l'aveva più. Portata via dal vento freddo e nero.
E la voce per piangere e per chiamare, risucchiata nella gola e pisciata tra le gambe.
Una cosina minuta, immobile a terra. Seppellita sotto l'uomo che la inchiodava, ebbro di sperma. Un minotauro impazzito. Che non mi viene da definire in altro modo. Mai vista tanta malvagità.
Che se avessi saputo che nel mio ventre albergava cucciolo di lupo anzichè d'uomo lo avrei seppellito vivo nel profondo dei visceri, negandogli da subito la luce.
Quel pugno di carne che avevo custodito nel grembo per nove mesi e che avevo nutrito di latte e di luce. E raccontato di angeli e di fate.
Quel cucciolo caldo che pensavo fosse uomo e non belva.
Uomo e non Minotauro.
Avrei dovuto negargli la luce prima che risucchiasse l'anima di questa piccina.
Ma non potevo sapere.
Perdonami, Madre, per avergli dato quel giorno la vita.

venerdì 16 agosto 2013

Nocturna

M'acquatto nell'ombra.
E mi lascio cercare.
Per rendere il gioco ancora più vero non ho messo profumo.
Che nell'aria si spande come coda di fumo.
Traccia sicura della mia ombra.
Ammantata di nero.
Senza monili che tintinnino al vento.
I capelli raccolti sotto il buio cappuccio.
E gli occhi in penombra, che non risplendano troppo
di riflesso lunare
e di trepida attesa
nel gioco notturno
di preda e di lupo.
Starò ben accorta a non farmi trovare
che duri la caccia
e s'allunghi l'attesa
che io ben conosco tane nascoste
in cui far perder le tracce
ed ingannare i tuoi sensi
Che tu già mi scovi
ed assapori vittoria
ma non è la mia ombra che attraversa la notte
è una gazzella,
che fugge affannata in cerca di tana
per trovare riparo dalla luce di luna
e dagli occhi di brace che esplorano avidi
cespugli di felci ed anfratti notturni
alberi cavi e dirupi di roccia
per cercare una donna che si dona e si nega
una puttana dall'anima pura
angelo e strega
farfalla e balena
Sei tu il lupo scuro che cerca la preda?
O son io il predatore che sente l'odore
della tua voglia di maschio
e gioca all'inganno facendoti credere
che sia tu il cacciatore?
Così altero il gioco sulle tue tracce evidenti
mentre cieco nell'ombra
agogni un odore,
un rumore di ramo spezzato,
un lembo di veste in cui s'è impigliato.
Ma nuda è la preda sotto il mantello
e non ti concedo nemmeno una mossa
che tu fino in fondo mi debba agognare.
Esaspero il gioco
con piacere di bimba
che scherza col fuoco
senza averne paura.
Ma è questo che cerco
nel fondo dei sensi
una paura, un fremito
un sussulto latente
nella caccia notturna
dove io sono preda
per scelta
per sfida.
Per desiderio.
E un lupo violento che mi catturi.

mercoledì 14 agosto 2013

La pelle e la seta

"Il sesso non prospera nella monotonia. Senza sentimento, invenzioni, stati d'animo, non ci sono sorprese a letto. Il sesso deve essere innaffiato di lacrime, di risate, di parole, di promesse, di scenate, di gelosia, di tutte le spezie della paura, dei viaggi all'estero, di facce nuove, di romanzi, di racconti, di sogni, di fantasia, di musica, di danza, di oppio, di vino "
(Anais Nin)


LA PELLE  E LA SETA
 Lui le ordinò, spogliati!
E lei, obbediente, iniziò a spogliarsi.
Fallo lentamente, impose lui.
Allora lei iniziò dalle mani, denudandole degli anelli e quindi passò ai polsi, liberandoli dai bracciali come da pesanti catene.
Poi le dita salirono verso il collo a slacciare il nastro che lo cingeva, ma lui le disse, quello no, è l'unica cosa che puoi tenere.
E le indicò uno specchio verso cui guardare.
Allora lei tolse le scarpe.
Un'accenno di danza.
Poi alzò la gonna, sul fianco destro, e nello specchio balenò un riflesso di seta.
Flettendo il busto, con una lenta carezza, sbucciò la gamba dal suo lucido velo.
Alzò la sottana sul fianco sinistro, per toglier la calza che ancora vestiva, ma lui la fermò.
Solleva la veste ed apri le gambe, disse sdraiandosi sotto di lei.
Docile lei acconsentì a quella visione inibita allo specchio.
Con dita esperte lui esplorò la gamba ancora vestita, nella zona di confine tra la pelle e la seta, con una lunga, suadente carezza, a lambire il suo delta.
E l'ombra umida sulle sue mutandine.
Il capriccio di un'onda che nasce da un intimo tumulto, e lascia traccia di spuma, laddove lambisce la riva.
Continua, le impose lui riprendendo il suo posto.
E lei denudò la gamba che, nella seta, la pelle bruciava.
Fu poi la volta della sottana che scivolò a terra, pallida e aperta, come labbra di vulva.
Nello specchio cercò i suoi occhi per sentirsi più bella.
Ed avere conferma di quella sua offerta.
Lui disse, vieni sopra di me.
E la fece sedere sopra il suo sesso.
Ora l'onda montava come mare in subbuglio e su quel duro scoglio non vide salvezza.
Che lasciarsi andare a seguirne il sussulto.
Tutto bruciava, e s'inumidiva, la pelle e la seta, arsura e tempesta.
Il corsetto, pesante come armatura, e la carne che invocava incondizionata la resa.
Ma lui disse, ritorna allo specchio.
E lei obbedì, ma con fretta eccessiva nell'aprire i gancetti, impigliò le dita nelle stringhe e nei nastri.
Così forte la voglia di spegnere il fuoco, di essere nuda come legna di bosco, che l'acqua irrora e reca ristoro.
Agognava alla lingua, alle dita ed al sesso, che muovevano l'ombra come fili nascosti.
Con mani febbrili sciolse l'ultimo nastro ed i seni eruppero come splendide lune.
Con rumore di foglia, staccata dal vento, scivolarono a terra le sue mutandine.
Per offrire all'uomo, che la sovrastava, il suo sesso ricciuto bagnato di miele.

domenica 11 agosto 2013

Dodicesimo piano

Con Rebecca siamo salite fino al dodicesimo piano di questo magnifico palazzo, miraggio scaturito dall'incandescente baluginio di un allucinatorio sole agostano, e qui abbiamo fatto sosta, sedute sulle scale, io con un sandalo in mano (il tacco, improvvisamente molle, ha ceduto sotto il peso del tallone), mezze svenute per il caldo e per il mancato funzionamento dell'ascensore.

Abbiamo bussato alle porte, mendicando un pò d'acqua.
Ma nessuna s'è aperta.
Nessuno s'è mosso a compassione.

Forse quest'enorme palazzo è abitato da clandestini.
Licantropi e vampiri.
Gente che si nasconde o che teme la luce del giorno.

Wanted: i nostri identikit, affissi sul muro del pianerottolo, ci guardano sfottendoci.
 Non siamo noi quelle due "Barbarelle" futuriste, sommariamente vestite e armate di vertiginosi tacchi a stiletto, accuminati come lame.
Un oltraggioso travisamento?
Un depistaggio programmato?
Una spregiudicata operazione di marketing?
  
Nella realtà (semmai esiste una realtà materiale al dodicesimo piano di questo illusorio palazzo/miraggio) io sono quella con un sandalo in una mano e la sigaretta nell'altra.
Rebecca è la ragazzina che potrebbe essere mia figlia.
Potrebbe, e vorrei lo fosse o, ancor di più, vorrei essere lei.
D'altronde donne coi capelli rossi, gli occhi scuri e la carnagione chiara, ce ne sono nella mia famiglia e, al pari di Rebecca, niente affatto remissive.
Ma le similitudini terminano qui, che le femmine della mia progenie, nevrotiche, umorali ed istintive, si distinguono per quella spiccatissima, e più volte da me ribadita propensione alla tregenda, che pur m' appartiene e che fieramente rivendico come codifica di un nostro ipotetico blasone.
Aggressività e compassione, un binomio caratteriale alquanto faticoso da vivere e da condividere, così che quelle note di dolcezza, che pur ci sono e permeano il fondo, grezze come zucchero di canna, stentano ad imporsi come peculiarità predominante.

Dodicesimo piano, e chissà quanto altro ancora c'è da salire per giungere in cima
Fa caldo e Rebecca è vestita fuori stagione e durante la salita s'è fatta insofferente e disseminato di tracce il suo passaggio: un fazzolettino con le  iniziali, un nastro strappato al corpetto, le calze da prima comunione e un guanto di pizzo.
Guardo con tenerezza questi suoi accessori da bambola, dai colori diurni e odorosi di lavanda, sparpagliati lungo le scale di questo palazzo/miraggio, apparentemente deserto.

Wanted.
Confronto la sua immagine proposta dall'identikit con la Rebecca che ho davanti e penso che non le somigli nemmeno un pò.
Il fumettista, sedotto dalla sua chioma di fiamma e dagli occhi di giaietto, l'ha travisata e rivisitata, immaginata straordinariamente perfetta, così perfino i suoi denti irregolari hanno subito un lifting odontoiatrico.

E' la solita vecchia storia che lo scrittore crea un personaggio e il lettore lo intende a suo modo, perfino nella connotazione visiva, non corrispondono i colori o le dimensioni, e così anche per la trama, suscettibile d'interpretazioni arbitrarie, al limite dell'abusivismo, molte volte per nulla inerenti al contesto o a quello che l'autore si è prefisso.
Il tutto sbrigativamente riportato sotto la dicitura: soggetto liberamente tratto......

Queste non siamo noi!
Urlo infuriata lanciando il sandalo mutilato contro il manifesto affisso al muro.
Non siamo noi!
Grido rivolta alle porte sbarrate.

 Dodicesimo piano.
E dobbiamo ancora salire.

mercoledì 7 agosto 2013

Deflagrazione & Oscillazione

Tenere a bada se stessi è quanto di più faticoso, e frustrante, possa esserci.
Questo compito ingrato lo sto esplicando nei miei confronti, con poca convinzione ma molto puntiglio, in virtù di quel "forte senso del dovere e della responsabilità" da cui, invano, ho cercato per tutta la vita d'affrancarmi, come da una catena troppo corta e troppo pesante, che da sempre  mi limita nelle azioni e mi circoscrive nei movimenti.
Quel "forte senso di dovere e di responsabilità" lo esplico nei riguardi di me stessa per mettere al sicuro chi amo dalle mie tentazioni autodistruttrici, seppur convengo che parlare di morte è  facile ed anche romantico, ma il metterla in atto non lo è poi così  tanto perchè occorre un coraggio immenso, e quella disperazione estrema che io, forse, ancora non ho toccato.

Cosa mi farebbe star bene?
Cosa mi darebbe sollievo?
Non mi viene in mente nessuna risposta.

Sto bene solo qui e così, ecco, se potessi ridurmi ad un semplice punto e posizionarmi in una parte qualsiasi di questo spazio virtuale, forse troverei finalmente una mia più convincente funzione.

La parola depressione, ad un certo punto della storia, e dopo averne così tanto parlato, ha perso perfino di significato. All'inizio è stato l'urlo liberatorio, il vaffanculo, esibito e gridato, ora, invece, c'è solo questa apatia subdola ed intontita, questo balbettamento incoerente di pensieri e di parole.
E nuovi, funesti, sensi di colpa.

 E' una storia sbagliata, questa mia, almeno nei tempi cronologici, dal momento che la deflagrazione è già  avvenuta tempo fa quando lo spettacolo pirotecnico s'è esaurito davanti ad una platea semivuota e, forse, perfino perplessa sulla sincerità della mia esibizione.
Recitare dal vivo è sempre difficile perchè l'improvvisazione è una tentazione ed una risorsa, puntando, l'attore, sulla certezza che lo spettatore non può sapere se si tratti di una battuta dettata dal copione o di un suo pensiero delirante.
La conferma la si potrebbe avere alla recita successiva, solo che lo spettacolo non è mai  lo stesso.

La deflagrazione, quindi, c'è già stata, ed ora c'è solo questa oscillazione, isocronica, quieta e silenziosa, puro meccanismo fisico soggetto alle leggi gravitazionali e, per quel che mi riguarda, a quelle della sopravvivenza.
Marilena


martedì 6 agosto 2013

On the road

« Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare»
 (Jack Kerouac - On the road)


 On the road
E così, stamani, farei volentieri la valigia e partirei per una destinazione qualunque, lontano dalle mie storie di Roma,  lontano da me stessa (è solo un sognare, quest'ultima cosa, che il peso dei miei desideri, al pari di  quello delle mie ossa, sono imprenscindibili gli uni dalle altre, e devo per forza di cose trascinarmeli dietro, ovunque io vada e con qualunque stato d'animo).
Più una fuga che un viaggio, lo confesso.
Poi, il mese d'Agosto, ha da sempre la facoltà di deprimermi.
Reciprocamente ci detestiamo, seppur le abbiamo provate tutte per trovare un punto di contatto, abbiamo, alla fine, dovuto convenire che questo non esiste e che siamo ormai troppo oltre per un ulteriore, e di certo fallimentare, tentativo.

Ma stamani il richiamo della strada è davvero forte se fa così presa su di me, refrattaria da sempre al fascino della vita on the road, che la mia casa me la trascinerei sul dorso come il guscio di una chiocciola, ma che oggi, volentieri, mi strapperei di dosso per vagare mutilata, ma leggera, con le scapole sanguinanti laddove c'erano le fondamenta ora estirpate, permettendo perfino a qualche passante d'insidiarmi con la domanda: che fine hanno fatto le tue ali?
Perchè, in realtà, quello è il posto delle ali e, forse, anche per me lo sarebbe stato se io non mi fossi improvvisata, nel corso della vita, costruttrice edile di una struttura precaria e traballante, materialmente fragile, perchè di mattoni effimeri e di malta scadente, cosicchè quelle ali sulla mia schiena sarebbero risultate incongrue, quasi una bestemmia, perchè chi aspira alla solidità del suolo, così come ho fatto io, non ne ha diritto.

Presuppongo che questo mio pressante desiderio di strada, e di libertà, sia solo un bisogno dei miei nervi troppo provati, risultato delle notti insonni e dei pensieri in balia del caldo e delle ossessioni, e del vuoto, profondo ed assoluto, che di nuovo si spalanca come l'unico spazio possibile dove potermi involare con le mie ali fasulle.
Marilena

sabato 3 agosto 2013

L'immenso potere evocativo dell'immaginazione


Non era più giovane ed era sola ormai da tanto tempo: spazi vuoti e silenzi assordanti laddove prima c'erano corpi e voci.
E Malinconia come unica, fedele compagna.
La sua tristezza s'accomunava a quella dell'autunno, grigio e piovoso.
Deprimente.
Avvilente come la porzione invariabilmente pallida di cielo che scorgeva dalle sue finestre, percorsa dalle fila, a ranghi serrati, di stormi di uccelli migratori, neri e minacciosi come avvoltoi in esplorazione su un campo di battaglia.
Così, per non cedere alle lacrime, pazientemente provava a ricolorare il tutto, attingendo ai ricordi ed alla fantasia, ritrovandosi ad elaborare storie che poi raccontava, a voce alta, alla sua fedele compagna, Malinconia.
Ed il tempo non era più statico, l'autunno veniva inghiottito dalle sue stesse nebbie e, davanti ai suoi occhi, si spalancavano scenari vivi, di corpi e di voci.
L'immenso potere evocativo dell'immaginazione!
Si accorse che poteva, in questo modo, resuscitare i morti, terminare conversazioni interrotte, chiarire malintesi, chiedere scusa o mandare al diavolo.
Non era più sola.
E c'era un autunno nuovo, odore di castagne e di legna e di buon vino caldo, quello che accende i sensi ed entusiasma il corpo.
E, dopo tanto tempo, nell'intensità dei ricordi, aveva piacevolmente riscoperto il palpito ardente del ventre.
Lo raccontava sorridendo a Malinconia, con malizia mitigata dalla consapevolezza dell'età e al felice convincimento di non essersi del tutto inaridita, di abitare un corpo ancora vivo.
Ricordi del passato e nuove ipotesi di storie riempivano la sua testa.
Il giorno diventava notte e quasi non se ne accorgeva.
Tesseva instancabile le sue trame, vagando di epoca in epoca e rendendo, con l'esercizio continuo della fantasia, sempre più rigoglioso il suo giardino delle meraviglie.
Guardava, come sempre, il suo rettangolo di cielo e non le sembravano più così minacciosi i neri stormi migratori ora che attendeva, con impazienza, di vederli sbucare dalle nebbie e planare, in cerca di riposo, sui rami spogli degli alberi, per rifocillarli.
Partivano, ma sarebbero ritornati e, forse, avrebbero di nuovo fatto sosta sul suo davanzale.

giovedì 1 agosto 2013

Per istinto e per passione

 Grafomane inveterata, scrivo con lo stesso straripante entusiasmo con cui Kilroy imbratta di colore i muri dell' antro.
Entrambi maniaci della firma, cerchiamo, tramite essa, una conferma di noi stessi.
Scrivere e ancora scrivere: per istinto e per passione.
Scrivo senza regole e senza ordine, assecondando gli impulsi del mio pensiero e le necessità del mio sentire, libera da tutte le coercizioni delle leggi di mercato, senza alcun asservimento agli umori della critica, incurante dei canoni di riferimento agli estetismi letterari.
Scrivo perchè solo la scrittura mi fa sentire davvero libera.
Intimamente appagata.
Eccitante come fare sesso, gioco con le parole, le provoco.
 Le seduco.
Mi lascio da loro sedurre.
Allargo le gambe per prenderle dentro di me, nella loro intima interezza, per irrorarle dei miei liquidi affinchè odorino del mio stesso odore.
Allargo le gambe e mi lascio da loro penetrare, sopraffatta dal piacere.
Le più intense, le più stuzzicanti, le trattengo poi tra le labbra, turgide e gonfie come il pene d'un amante.
Le provoco, le eccito, le stravolgo, finchè languidamente esauste m'irrorano la bocca.
Le possiedo. Mi possiedono.
Mi lascio da loro fecondare.