Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

mercoledì 29 maggio 2013

Dislivello. E giustizia compensativa.

Quest'ultimo anno ho diradato la scrittura del mio diario a favore della stesura dei racconti che so di certo un giorno, dopo la mia morte finiranno, di diritto, nelle future antologie.
Non m'interrogo più su il perché ho sviluppato la convinzione che tutte le cose belle che mi possono riguardare avverranno post mortem, probabilmente per una forma di giustizia compensativa ad una vita insignificante anche se, a dirla tutta, non è che poi io nel concreto dei fatti mi sia data da fare più di tanto, per cambiare e realizzare.
Ma si, un editore capiterà su questo mio blog presumibilmente per caso e così, quel fato che tante volte ho disconosciuto, declassandolo a ipotesi da romanzo, stavolta mi pare conveniente chiamarlo in causa e sforzarmi di crederci.
Se deve così essere, così sarà.
Questa la mia sintesi.
E, comunque, non credo che dal Paradiso (perché sono convinta che sarà quella la mia meta finale dal momento che sono dell'idea di non aver fatto troppi danni, eppoi non mi risulta che gli autolesionisti, categoria in cui mi riconosco, ne siano banditi) mi sarà dato curiosare ancora sulla terra e così, non avendo alcuna prova del contrario, potrò conservare il sogno di un post mortem che mi consegnerà alla gloria dei posteri.

Continuo a soggiornare in Blogosphere anche se mi rendo conto di viverci da marziana.
Così, per via di questo dislivello, ho molto circoscritto il mio territorio, scegliendo di usare lo strumento blog essenzialmente per costruire mondi paralleli dove io vi possa stazionare.
Perchè la mia Blogosphere, ormai, non è più nella vastità del web ma circoscritta all'interno dei miei racconti: un passaggio qualitativo
Marilena

martedì 28 maggio 2013

Adam


Images by August Bradley


 La richiesta
Vorrei una coppia di cavallucci marini ammaestrati. Me li mandi possibilmente già completi di sella, grazie.
(Anonimo, 20/05/2013)

La risposta

Provvederò immediatamente ad espletare, caro lettore, questa sua richiesta. I cavallucci di Mr Wolf sono una meraviglia assoluta, oltrechè una rarità. Ovviamente Le verranno recapitati già completi delle loro minuscole selle e, se Le aggrada, Mr Wolf in persona si renderà disponibile, gratuitamente, per un corso scientifico sulla manutenzione di questi piccoli, prodigiosi animali.
Grazie per averci contatto e congratulazioni per l'ottima scelta!
(Amaranta, 20/05/2013)

  Il resoconto di questa trattativa
  ......prima, però, un brevissimo inciso sulla funzione di questa rubrica ed in particolare sul cronotopo, il continuum spazio/tempo, che la caratterizza
Questa rubrica è al servizio dei nostri lettori ai quali si propone anche nella sua peculiarità di "cronotopo", ossia di tramite in grado di attuare il transfert spazio/tempo e realizzare la interconnessione artistica attraverso la quale è possibile la partecipazione attiva agli eventi della narrazione nella dimensione, storica o fantastica, loro riconosciuta.
 Il punto di partenza
Appena ci è giunta questa richiesta la redazione al completo si è resa disponibile a fermarsi oltre l'orario di lavoro, e gratuitamente, per realizzare il desiderio del nostro lettore anonimo che, alla nostra accettazione, privatamente ci ha fornito d'indirizzo e dati.
Ci siamo immediatamente attivati presso Mr Wolf , l'addestratore di cavallucci marini, ed abbiamo organizzato la più grande spedizione spazio temporale mai più avvenuta dal lontano 1985, ai tempi di Emmett "Doc" Brown e della sua farraginosa  "macchina del tempo".
Così, dopo un minuzioso studio delle mappe stellari, e di quelle sinottiche, abbiamo stabilito che sarebbero state le gole del Grand Canyon, nella regione del Colorado Plateau, lo spazio fisico in cui sarebbero converse, all'ora X, (nello specifico intercettata mediante gli orologi atomici UTC) le coordinate temporali.
Ieri, lunedì 27 Maggio, ci siamo dati appuntamento col nostro lettore, che chiameremo Adam, in cima alla Cappella Sistina, (er Cupolone), individuato come punto di partenza (e quale altro edificio se non questa meraviglia michelangiolesca, radicata nel suolo di Roma ma svettante verso quel cielo che è di tutti, avrebbe potuto essere più indicata?)
Con Adam, confusi nella folla dei pellegrini, abbiamo scalato gli insidiosi 551 scalini fino alla lanterna (niente ascensore, bisogna pur conquistarselo il Paradiso!) ed una volta qui giunti abbiamo atteso, per attivare  i flussi cronotopici, la scarica di fulmine che avrebbe dovuto colpire alle 12,18 (ora di Roma) il crocefisso svettante sulla sommità della cupola.
E l'evento s'è felicemente verificato nelle modalità da noi previste: all'apice del mezzogiorno il cielo s'è fatto d'improvviso buio ed il fulmine s'è indirizzato verso la solenne croce per frantumarsi, poi, in uno scintillio di stelle cadenti e fulgore di fuochi d'artificio.
Tutti gli sguardi erano volti al cielo e nessuno s'è accorto della scomparsa di Adam, eclissatosi nell'attimo stesso in cui il fulmine ha colpito la croce e la parola miracolo, ripetuta all'infinito ed in tutte le lingue del mondo, ha continuato a riecheggiare anche quando l'oscurità s'è dissolta e, in un apocalisse di nuvole, ad imitazione di un dipinto di Michelangelo, è riapparso di nuovo il sole.
Il punto d'arrivo
Adam, sappiamo per certo esser felicemente giunto a destinazione, nel Colorado Plateau, dove Mr Wolf aveva già issato le tende bianche ed azzurre del "Great Sea Circus", per offrirgli una dimostrazione concreta del valore dei suoi cavallucci marini.
Così,  il nostro lettore per noi non più anonimo, al suo ritorno ci ragguaglierà sulle ultimissime vicende di Culver City, in particolare quelle riguardanti Ketty e Miss Rose di cui noi, a causa della scarsità di tempo e del surplus lavorativo, abbiamo un pò perso le tracce.
La data del ritorno
A causa delle difficoltà che sempre si riscontrano nell'organizzare i flussi temporali, la data per il ritorno di Adam la dobbiamo ancora stabilire.
......anche se non è affatto scontato che, alla fine, voglia far ritorno a questa epoca e a questa storia.

giovedì 23 maggio 2013

Rebecca (cap 5)

Cinque figlie femmine, per Concetto Scalavino, non compensavano quella nascita mancata.

......anche se il pragmatismo e la consapevolezza, doti assolutamente tangibili e prioritarie del suo carattere lo inducevano ora, seppur forzosamente, verso il superamento di questa delusione esistenziale che se non poteva ribaltare avrebbe potuto, però, tentare di modificare.
Le tre maggiori avevano contratto ottimi matrimoni, seppur tutti circoscritti all'ambiente commerciale, così Concetto Scalavino aveva iniziato a fantasticare sulla ipotesi di uno sconfinamento in altri ambiti, per conseguire un percorso alternativo verso quella evoluzione artistica che aveva immaginato possibile solo con la nascita di un erede del suo stesso sesso, ma la cui attuazione, adesso, si trovava costretto a vagliare su procedimenti diversi.
Questo suo progetto, non una necessità dal momento che i suoi affari continuavano a mantenersi floridi, era anche un modo per tenersi occupato e sfuggire quegli stati depressivi che lo assalivano con sempre maggior frequenza,in agguato nella casa abitata  dalla presenza turbolenta della moglie e da quella aliena delle figlie.
Fu in virtù di questo nuovo progetto, che direttamente contemplava il coinvolgimento delle due adolescenti, che tentò di stabilire con loro un primo, vero, seppur difficile contatto, dal momento che entrambe si mostravano genuinamente avulse alle seduzioni materiali così come alla retorica dei sentimenti che, d'altra parte, Concetto Scalavino, pessimo attore, malamente metteva in scena alzando a sproposito i toni e, altrettanto a sproposito abbassandoli, nell'intento di proporsi in quel ruolo paterno che egli stesso era ben conscio non essere in grado minimamente d'interpretare.
 Questi suoi eccessi producevano uno scompiglio intrusivo in quella convivenza militarmente instaurata sull'autonomia e sul rispetto del territorio, dettami a cui Gemma e Rebecca fieramente s'attenevano con la stessa deferenza leale con la quale due soldatesse, che pattugliano i confini dei propri avamposti, si scrutano da dietro i rispettivi steccati senza però mai parlarsi, prigioniere inconsapevoli della stessa attesa e della stessa solitudine.
Due soldatesse che non s'erano mai combattute ma che neppure s'erano mai formalmente strette la mano, oscuramente trovando in questo loro quotidiano fronteggiamento una indefinita, quanto benefica, sensazione di conforto che, seppur non s'identificava nella motivazione dell'affetto, di certo poteva configurarsi in quella dell'atavismo della specie.
Entrambe, pur non essendolo, eran cresciute come orfane, nell'indifferenza materna e nel disprezzo paterno, senza quei punti di paragone del mondo adulto che contribuiscono, nel bene o nel male, a forgiare lo spirito dei giovani spingendoli all'emulazione o alla ribellione, stimolando contrasti o armonie, indurendo o addolcendo quei caratteri ancora informi quando, immaturi, subiscono la fascinazione dei prototipi parentali: le bambine emulano la mamma così come i maschietti il papà.
Nulla di tutto questo, invece, era toccato a Gemma e a Rebecca che s'erano industriate, fin dalla più tenera età, a voler esser somiglianti solo a se stesse, poiché gli adulti che gli si paravan davanti sembravano avere la stessa aleatoria consistenza delle ombre cinesi che, per essere visibili, abbisognano di una luce indirizzata e di una parete disadorna.

domenica 19 maggio 2013

"Giulietta all'Inferno" un post che ha creato fraintendimenti.

"Giulietta all'inferno", un post che ha creato fraintendimenti perchè mi sono pervenute, tramite e-mail, richieste da parte di lettrici sul confezionamento e la somministrazione di misture per i "legamenti d'amore".
Innanzitutto chiedo loro scusa se la mia scrittura le ha indotte in errore anche se, nella finestra dei commenti, spiego l'origine di quei legamenti trovati su Internet e da me poi elaborati, e personalizzati, ai fini specifici di quel post.
 Premettendo che non c'è mai stata da parte mia alcuna volontà d'inganno perchè, nel post in questione, a me risulta evidente essere, la terza parte, quella riguardante la descrizione del legamento, chiaramente fantasiosa per poter essere scambiata per vera (il rospo bollito e i peli strappati ad un caprone!)
 Ma sulla disperazione, e sul dolore, non si scherza, per questo ho deciso di scrivere questo breve inciso che riporterò anche sul post in questione, per non indurre in errore nessun'altra.

La storia di Giulietta
Capita a chi scrive in un blog d'interagire con chi lo legge: è il lato meraviglioso di Blogosphere che abbatte il muro divisorio tra lo scrittore ed il lettore e, spesso, anzi, favorisce l'inversione dei ruoli.
Mi è capitato sovente in questi cinque anni d'intrattenere rapporti epistolari, alcuni trasformati poi in amicizia, con lettori/lettrici del mio blog.
E "Giulietta" ne è un esempio.
Ovviamente non è il suo vero nome ma, per ragioni di privacy, è quello con il quale io l'ho ribattezzata, omaggiandola del nome dell'eroina di Shakespeare e trasferendo la sua storia in quel di Verona.
La storia però è vera: trascritta col mio stile e pubblicata col suo consenso.
Dopo diversi scambi di mail ho proposto alla mia nuova amica di poter raccontare la sua vicenda, ovviamente senza fornire alcun suo dato personale, per farla sorridere un pò e renderla protagonista di un racconto in cui lei potesse trovare un conforto, seppur ironico e fantasioso, per alleggerire quel suo dolore di donna tradita, quello si purtroppo vero.

 Ti confezionerò un legamento d'amore e lui non potrà più fare a meno di te. Ma accetteresti di riaverlo in questo modo?
Giulietta, molto onestamente mi ha risposto che, se fossi stata in grado di fare la magia, lei se lo sarebbe tenuto in qualunque modo, tanto forte era il dolore della rinuncia, ma ancor più insopportabile sarebbe stato quello della conferma del tradimento.
Ho sofferto anch'io molto per amore però, se mi sono soffermata a lungo e con dovizia di dettagli sull'idea della vendetta, immaginandola cruenta e dolorosa, non mi ha mai sfiorato l'ipotesi miracolosa di un legamento.
In realtà, fino a quel momento, neppure a Giulietta.
Ho raccontato così la sua storia, che è poi quella di molte altre donne, e vederla scritta le è piaciuto.
Soprattutto le è servito per riflettersi in un riquadro di specchio, un rettangolino attraverso il quale ha potuto focalizzare il suo dolore, non certo sfuggirlo e nè annientarlo, un piccolo passo avanti. però, verso la consapevolezza.

La storia di Giulietta è vera quanto, invece, è fasullo il legamento d'amore 
 Mi piacerebbe concludere questo post chiarificatore dicendo che il mio assurdo, quanto improbabile legamento d'amore, ha comunque funzionato perchè, pur non riavendo indietro il suo uomo, Giulietta ha trovato in quella mia disgustosa, ma benefica mistura, il coraggio di guardare in faccia la verità.
Questo è il finale che avrei auspicato, ma non è andata così perchè Giulietta è ancora lì a torturarsi e a chiedersi dov'è che ha sbagliato.
Avrei potuto chiamarla Penelope, ma la storia sarebbe tale e quale.

Odio i  pistolotti moralistici e i giudizi facili, e qui spero di non averne inflitti.
Il dolore è dolore, ed ognuno di noi lo vive a modo suo.
E più il dolore è forte e più ci si aggrappa al conforto di un miracolo o di una magia.
Con Giulietta, però, abbiamo stabilito che il dolore ha un fattore comune per molte di noi: la pazienza dell'attesa.
Per questo Shakespeare ha immaginato un balcone.
Per questo, Giulietta, non avrei potuto battezzarla con nessun altro nome.

venerdì 17 maggio 2013

Rosso Cancerino


Rosso Cancerino è il colore del mio rossetto che, però, non è in vendita in nessun negozio perchè questo colore nasce dall'alchimia della casualità, delle combinazioni e delle sovrapposizioni, da me sperimentate dei diversi toni del rosso.
Brillante di base ma calibrato sugli umori e le necessità del momento, il Rosso Cancerino, sperimentato ieri si è rivelato una potente arma di seduzione alla stessa stregua del Rosso Valentino e del Rosso Ferrari.
Ci sono giornate in cui hai una marcia in più e, seppur vuoi rallentare, proprio non ti riesce, che la benevolenza del mondo pare quasi voglia fagocitarti e tu, che non sei abituata a trattamenti di eccessivo favore, ne rimani quasi destabilizzata.

......  una notte mal dormita alle spalle, un mattino burrascoso di vento e di pioggia, con il caffè che  sà di poco, privata perfino della consolazione illusoria di quel placebo.
Una giornata che si preannuncia, a dispetto del calendario, assolutamente autunnale nei colori e nella temperatura e, se dipendesse unicamente dalla mia necessità, me ne tornerei a letto che forse, chissà, mi riuscirebbe d'agguantare quel sonno, latitante e masnadiero, che ogni notte inseguo invano.
Intravedo nello specchio una faccia dark...... una notte insonne, il colorito pallido, gli occhi bui e i capelli sul viso, e quel senso d'oppressione che inesorabile mi schiaccia con un surplus di gravità, quale altra faccia potrei avere?
Help me!
Ma in questo condominio, così poco abitato, non c'è nessuno che mi ascolta, nessuno che mi risponda.
E questo silenzio è un incubo.
Buongiorno casa
Buongiorno mattino
Buongiorno sole che ti nascondi
 Ma nessuna voce risponde ai miei buongiorno.
Vita da single......
Ho deciso che mi comprerò un cane, un molosso, una creatura dalle grandi proporzioni, molto fisica e molto ingombrante, che occupi un posto in questa casa troppo vuota dove gli concederò, perfino, il privilegio della prepotenza e della preponderanza.
Ricaccio indietro le lacrime, fuori dalla porta c'è il mondo, rumori, voci, inquietudini, prepotenze, spavalderie e, di sicuro, altre fregature d'aggiungere a quelle già collezionate.
Ma che importa?
Se si è disposti a collezionare fregature ad oltranza significa essere ancora vivi così, sostenendo questo coraggioso assunto, desumo di esserlo anch'io.
Jeans color fumo, tacchi alti e, dal mio cassetto delle meraviglie, rispolvero quel twin set verde che mi fa sentire sexy senza essere troppo appariscente.
Poi mi siedo davanti allo specchio e dalla pala degli ombretti estraggo polverine verdi e oro.
 Soprattutto verde, perché nei momenti di squilibrio è il colore che mi soccorre, mi rassicura.
E, subito dopo, il maquillage fondamentale delle labbra, perché non sono mai uscita, in tutta la mia vita, senza rossetto.
E stamani ci vuole un rossetto dal colore evidente, tumultuoso ed aggressivo, per contrastare le lacrime che, oltretutto, sciuperebbero questo trucco così curato.
Gli stick dei rossi ordinatamente allineati sulla consolle dello specchio sfavillano, seducenti e provocatori, nelle tonalità più disparate e sensuali, dal rosso cupo al rosso geranio.
Pazientemente, come un pittore davanti la tela, inizio la sperimentazione delle misture, seleziono e scelgo.
I fazzolettini kleenex, quegli stessi coi quali avrei dovuto asciugarmi le lacrime, sono invece accatastati alla rinfusa in un mucchio allegro e colorato, sgargiante dell'impronta delle mie labbra, fotogrammi più intensi o più tenui, brillanti o vellutati, prove di colore e di sorrisi.
Dalla mistura traggo fuori un rosso vivido, palpitante ed insidioso, in netto contrasto con gli umori della giornata e le mie vicissitudini esistenziali.
Un Rosso Cancerino assolutamente esclusivo, che nessun'altra donna potrà mai possedere e che mi renderà unica diva per tutto il resto della giornata.

Ed è una magia che funziona: un impiegato del Municipio, giovane e piuttosto carino, spontaneamente si offre per un aiuto e, subito dopo, per un caffè; un collega del turno smontante mi lancia un complimento; un ministeriale, a dir la verità sempre molto gentile, stavolta si sbilancia e chiede a che ora termina il mio turno e se capita di fare la stessa strada.
Potere della seduzione del colore del mio rossetto, quel Rosso Cancerino umorale, timido ed aggressivo, teatrale, drammatico e sentimentale, schivo e prepotente, seduttivo e solitario: una magia riuscita.
Però, un cane, mi sà che comunque me lo prendo!
Marilena

mercoledì 15 maggio 2013

Rebecca (cap 4)

Concetto Scalavino, aspirante genitore di un figlio maschio, si trovò, invece, a doversi confrontare con quelle sue due figlie.

E con la follia convulsa della moglie della quale egli dovette, se non per amore ma per dovere, personalmente occuparsene dal momento che le stelle, e tutti gli astri celesti sparsi a miriadi nell'universo, pareva non le dessero tregua, perseguitandola con l'inaudito bagliore delle radiazioni a cui lei opponeva lo schermo nero di una mascherina, rassegnandosi a vivere al riparo di un buio fittizzio a causa del quale, come una cieca, andava continuamente a cozzare contro i corpi statici, e quelli in movimento, dell'universo fisico.
Concetto Scalavino s'era così trovato a rivestire il ruolo di angelo custode di quella moglie, bislacca ed impudente, che girava vestita solo di una mascherina nera sugli occhi e armata del retino per le farfalle col quale, dal suo mondo di tenebra menava, a destra e a manca, incauti, quanto pericolosi fendenti.

Ed ecco che si ritrovò a svolgere a casa buona parte del lavoro d'ufficio, riducendo al minimo anche i suoi spostamenti e contando, per la tenuta dell'azienda, soprattutto sulla solidità del nome e la fedeltà della clientela.
Gli capitava però di sentirsi spesso demotivato in quel suo lavoro, che pur così tanto lo aveva appassionato, sentendosi defraudato di qualsiasi prospettiva di un futuro cosicche, più di una volta gli era capitato di pensare che se tutto fosse andato in malora ne avrebbe patito solo lui.
Immaginava che diverso sarebbe stato se avesse potuto contare sulla presenza di un figlio maschio, idealizzando la complicità di un rapporto, in quella stessa situazione, perfetto e perfettibile, col passaggio di testimone al compagno di squadra più giovane, e più in forma, quello che avrebbe terminato, in sua vece e nel suo nome, il percorso fino al gradino più alto sul podio.
Invece, ironia della sorte, si trovava costretto a far da balia ad una moglie tornata bambina e a quelle sue due figlie che gli risultavano estranee e, alle quali, si rapportava in maniera approssimativa, spesso, incoerente, poichè di certo loro seppur non lo intralciavano, neanche gli offrivano collaborazione.
Su questa riflessione amara riaffiorava come sempre il rancore, per la verità mai sopito, nei riguardi della moglie che, in cambio del benessere e della ricchezza da lui a piene mani elargitele, non era riuscita a contraccambiare con quell'unico dono a cui lui aspirava.
Cinque figlie femmine, per Concetto Scalavino, non compensavano quella nascita mancata.

domenica 12 maggio 2013

Amore a prima vista

Come l'ho visto me ne sono perdutamente innamorata e non credevo fosse possibile, alla mia età, provare ancora un'attrazione così forte ed irresistibile per un esemplare, davvero fuori da ogni schema, della razza maschile.
Amore a prima vista, ed  il mio incupito cuore di strega ha iniziato a battere forte così  come da tanto tempo, ormai, più non accadeva.
Un giocatore di rugby, è questa l'immagine suggerita dalla sagoma massiccia, dall'ossatura solida e l'aria perplessa, quella che i campioni di solito assumono fuori dal campo di gioco quando, anzichè doversela vedere con avversari palesemente riconoscibili, se la devono sbrogliare con individui subdoli, mimetizzati nella normalità.

Avanza, dunque, il mio campione dall'aspetto stropicciato, ma sicuro, del fuoriclasse avezzo ad avere la meglio nelle situazioni di contatto, soprattutto ravvicinato, un vis à vis con l'avversario, vigile ma non ostile, mitigato da un sogghigno simpatico, tra il sarcastico e l'esistenzialista,  lo stesso spavaldo atteggiamento di affasciante canaglia, stile Jean Paul Belmondo.
Eh si che funziona cosicche, al suo passaggio, la folla apre un varco e s'inebria del suo carisma pret-a-porter, niente di sacro o inarrivabile, che il mio campione generosamente elargisce dimostrando, oltretutto, tolleranza ed estrema pazienza verso chi non sa resistere ed allunga una mano per un contatto, seppur fugace, che lui, con molto applomb, non respinge.
D'altronde è un inglese, e di razza, e dietro l'aspetto minaccioso cela uno spirito di generoso combattente  pronto alla mischia, esperto nel touch, predisposto alla difesa e all'attacco, senza però mai trasgedire alle regole leali del gioco.

L'osservo incantata perchè ha un aspetto così particolare, bellissimo nella sua bruttezza: basso e largo sugli arti, corti ma possenti e muscolosi, lievemente angolati verso l'esterno; la testa, massiccia e larga rispetto alla stazza; il naso corto, da cui respira un pò affannato; la mandibola inferiore in linea retta con la punta del naso e l'estremità della fronte; le orecchie morbide, a rosa e, sul tondo posteriore vibra, come una nota d'amore, una corta codina lievemente attorcigliata.
Ma, ciò che su  tutte queste meraviglie mi ha irrimediabilmente sedotto, è stato quel suo sguardo di latin lover, sornione e disincantato, ironico e remissivo, ma ampiamente consapevole della potenza del suo appeal e, in virtù di questo, senza troppe pregiudiziali, magnanimamente disposto a lasciarsi amare.


Bulldog Inglese

venerdì 10 maggio 2013

Rebecca (cap 3)

Maritate le figlie maggiori erano rimaste le adolescenti, Gemma e Rebecca, a suddividersi gli enormi spazi disabitati della casa.

Cresciute senza l'ausilio del mondo adulto, abbandonate a se stesse, esse ignoravano l'arte del compromesso così come le sottigliezze della mediazione e, non avendo cognizione di codici etici o morali a cui far riferimento, incarnavano quanto più d'istintivo, e non condizionato, si potesse trovare in creature nate nel secolo moderno dell'industrializzazione.

Un cucciolo di cane.
Un cucciolo di lupo.
Entrambe ringhiavano.
Entrambe mordevano.

Ma, mentre nel ringhio di Gemma s'intuivano note di pianto, un disperato quanto sconosciuto bisogno d'amore, la necessità di scodinzolare per accaparrarsi una lode o una carezza, e la disponibilità, seppur non francamente espressa, ma in nuce agognata di un'adozione, con la resa incondizionata dopo una breve lotta dove il cucciolo di cane, sguainati zanne ed artigli, avrebbe ben fatto attenzione, però, a non dilaniare quella mano che pur gli si tendeva. Solo una piccola, quanto indispensabile dimostrazione di fierezza, per cui la resa, alla fine, non sarebbe risultata troppo umiliante.
Rebecca, cucciolo di lupo, invece, quella sua anarchia, scaturita in parte dall'ignoranza delle regole societarie ed in parte naturalmente congenita nella sua natura, esaltava come dote preponderante di un carattere impavido, fiero ma non altero, e comprensivo di quella lealtà insita nei temperamenti superiori, dati inconfondibili del pedigree di un campione di razza, che si traduceva nel divieto franco, ma non reiterabile, a sconfinare in territori circoscritti. Un avvertimento schietto che, se disatteso, il cucciolo di lupo non avrebbe avuto nessun tentennamento nell'azzannare l'improvvido trasgressore.

Concetto Scalavino, aspirante genitore di un figlio maschio, si trovò, invece, a doversi confrontare con quelle sue due figlie, prototipi femminili antesignani delle future generazioni e, a lui, assolutamente sconosciute.
Un confronto davvero difficile, questo, che Concetto Scalavino si accinse ad affrontare con lo stesso piglio col quale trattava i suoi prosperi affari, basato sulla secolare e sperimentata transazione del dare e dell'avere, salvo rendersi conto, quasi da subito, che stava invece imbastendo un fallimento e, soprattutto, che entrambe le figlie erano immuni al fascino corruttivo dei gioielli.
Gemma e Rebecca, d'altro canto, non nutrivano ostilità preconcette nei suoi riguardi ma, piutttosto, una sorta d'irridente curiosità davanti a quei suoi palesi, quanto infruttuosi tentativi di compravendita, per abbreviare i tempi di accreditamento al suo ruolo genitoriale, saltando i preamboli della conoscenza e dell'accettazione,  affidandosi a quella  prassi in uso per ottenere favori e supremazie, sperimentata con successo nella sua lunga, quanto prolifica esperienza di uomo d'affari.

domenica 5 maggio 2013

Rebecca (cap 2)

 Femmina. E senza ombra di dubbio.

Così, il ricco commerciante di legname, Concetto Scalavino, s'era dovuto rassegnare a questa ennesima e sconfortante paternità, quando ancora una volta erano andate deluse le sue speranze di un figlio maschio che gli garantisse la continuità del cognome e quella del commercio.
Questa bambina, però, sarebbe stata anche l'ultimo tentativo poichè l'utero amaro della moglie s'era dimostrato incapace di generare figli maschi e, oltretutto, le gravidanze ravvicinate l'avevano resa arida al riguardo di qualsiasi persuasione sperimentativa, farmacologica o popolana, tant'è che s'era risolta a dormire in un letto singolo e con la porta inchiavardata, ben lontana dalla camera matrimoniale e dalle stanze delle figlie, così ferma nel suo proposito di castità da riuscire, lei così sensibile al potere seduttivo dei gioielli, a restare indifferente alla sofisticata insidia di una meravigliosa spilla, un capolavoro floreale in oro, smalto e gemme preziose, di Tiffany.
Lo sfavillante bouquet venne rispedito al mittente che, profondamente risentito nell'orgoglio, s'astenne da qualsiasi altro tentativo di corruzione coniugale, rimanendo però fedele a quel matrimonio ormai solo di facciata.
Concetto Scalavino s'era allora acquartierato nei suoi uffici commerciali dispensando la sua presenza solo per le occasioni importanti, le feste comandate e gli anniversari, o quando necessitava la recita di un'armonia domestica.

Un'armonia così somigliante all'educato imbarazzo degli estranei che, ottemperando alle norme dell'etica e della creanza, sono usi scambiare le solite e banali frasi di circostanza sul tempo e la salute, e le stagioni che non sono più le stesse.
Maritate le figlie maggiori erano rimaste le adolescenti, Gemma e Rebecca, a suddividersi gli enormi spazi disabitati della casa, senza per'altro contendersi nulla perchè, estranee l'una all'altra, niente mai avevano condiviso, neppure il ricordo dell'infanzia recente, quella indelebile memoria che, nel bene e nel male accomuna, ed identifica, l'appartenenza alla stessa progenie.
Ma fu quando la madre delle sue figlie s'affacciò alla soglia della sua camera d'esiliata, completamente nuda e munita di un retino per farfalle ed intenzionata, con quello, ad acchiappar le stelle cadenti e i frammenti delle code delle comete che la perseguitavano col bagliore esaperato della loro lucentezza, a discapito delle pause benefiche del buio e del sonno, mostrandosi peraltro refrattaria a qualsiasi ragionevole convincimento che la distogliesse da quella sua solitaria, quanto bislacca, guerra alla Via Lattea, che Concetto Scalavino dovette risolversi ad un ritorno stabile in famiglia.

mercoledì 1 maggio 2013

Rebecca (cap 1)

 Rebecca era nata in un mondo limitato, vuoto e silenzioso che lei, al momento della sua nascita, aveva provveduto a colmare con abbondanza di capelli e vigorosi vagiti.
Era fuoriuscita dalla vagina esausta della madre, avvolta nel bozzolo rosso della sua chioma contestando, a pieni polmoni, la sorpresa per quella inaspettata, quanto fraudolenta, estirpazione uterina.
La levatrice, con fatica, aveva convinto la madre ad attaccarsela al seno per metter fine a quel trambusto neonatale, poiche la puerpera, dopo i patimenti del parto era preda della tentazione del ripudio, consapevole che anche quest'ultima figlia  avrebbe subito, al pari delle altre quattro che l'avevano preceduta, la fredda accoglienza paterna.
Ed in sopraggiunta sarebbe di nuovo sfumato lo splendido collier di Boucheron, 2.000 diamanti e zaffiri cobalto, pattuito come regalo per la nascita di un erede maschio.

 Femmina. E senza ombra di dubbio. 
La drastica conferma della levatrice aveva scaraventato nel mutismo dell'impotenza il padre di Rebecca, opulento commerciante nel ramo del legno con ambizioni d'ebanista, che aspirava alla nascita di un figlio maschio d'associare nella prospera attività  famigliare e trasmettergli la passione per i mosaici e gli intarsi.
Per lui avrebbe dato vita al più prestigioso laboratorio d'ebanisteria, fucina che avrebbe indirizzato alla sperimentazione, e alla progettazione, giovani talentuosi  tra i quali, ne era certo, sarebbe emerso il nuovo Giuseppe Maggiolini.
E chissà, se dopo tanto sperare e tanto credere e tanto desiderare, come accade nei sogni più arditi,  sarebbe stato proprio quel figlio, battezzato col suo stesso nome, il redivivo Maggiolini.

Ed invece era nata lei, Rebecca, la quinta delle sue figlie.
A differenza delle sorelle che passivamente avevano respirato l'indifferenza paterna, rimanendone poi condizionate con sintomi fisiologici quali l'incarnato opaco, lo sguardo incerto ed il languore nei gesti, Rebecca, niente affatto scoraggiata da quel freddo disinteresse, rifulgeva di luce propria.
Sotto la regale chioma tizianesca, incastonati nell'ovale color di miele, splendevano gli occhi, liquidi e neri, e la bocca carnosa ed irridente che, nel sorriso, si faceva beffe di una dentatura leggermente irregolare che avrebbe contribuito a conferirle, anche in età matura, una fisionomia scanzonata ed acerba.