Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

sabato 28 settembre 2013

Quo vadis baby?

 Si siede accanto a me sulla panchina del capolinea del tram, tira fuori una sigaretta e, dopo essersi invano frugato nelle tasche, mi chiede se ho d'accendere.
Gli porgo il mio accendino e nel restituirmelo mi dice: è proprio una bella signora.
Con aria sostenuta cambio di posto, ma intanto ho incassato il complimento e segretamente ne sorrido.
Una bella signora: non lo so se sono bella, ho sempre avuto un rapporto molto conflittuale con me stessa e, forse, lo sconosciuto vuole solo attaccar discorso per far passare il tempo in attesa dell'arrivo del tram.
Dall'accento non sembra di Roma, ma non mi dò modo d'accertarmene perchè, a quella sua prima avances, mi alzo e cambio di posto.
Ho notato però una voce piacevole, le mani curate e un buon odore.
E occhi che continuano a cercarmi.

Dunque lo sconosciuto mi trova bella perchè lo sono davvero o solo per ingannare l'attesa, che una donna vale l'altra?

Quo vadis baby?
Intercetto la donna della panchina in un riflesso mentale di me stessa che fa capolino, nella visione nota, di capelli seni braccia e gambe.

Quo vadis baby?
M'accendo una sigaretta, pazientemente predisponendomi all'attesa di una risposta.

 Quo vadis baby?
Da qualche parte d'inesplorato, rispondo io, intanto m'avvio, poi chissà......
Marilena

giovedì 26 settembre 2013

Lo sguardo attraverso - Il mio invito, agli amici di Genova, a visitare la mostra fotografica di Claudia

Trovare qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare prima, qualcosa che solo tu puoi trovare perchè, oltre ad essere fotografo sei un essere umano un pò speciale, capace di guardare in profondità dove altri tirerebbero dritto.
(Margaret Bourke-White)

E, Claudia, speciale lo è davvero

Lo sguardo attraverso
dal 28/09/ al 11/10 2013
 Inaugurazione: sabato 28 ore 16.00
 Via Luccoli, 26 r. - Genova

Una giornata fittizia

'fanculo tutto.
Stamani gira storto, ma come tutte le altre giornate dovrò farmela quadrare, essere cordiale, se possibile sorridere, tenere a bada l'ansia, non pensare a tutte le ore di vuoto che ancora m'aspettano.
Evitare gli specchi, questo è categorico.
Era tanto che un'ansia così forte non m'aggrediva.
Riconosco i sintomi, se solo potessi fuggire lontano da me stessa o, almeno, riuscissi a piangere.
Ma tant'è che l'unica cosa che resta è la rassegnazione a far scorrere questa giornata, già abortita alle prime luci dell'alba quando il buio s'incenerisce in pallida luce e gli oggetti riemergono, nitidi e nauseanti, nella consistenza impassibile dei contorni definiti della loro anima di silicone.
Ho fatto a pezzi la mia sciarpa di seta verde, una delle mie preferite, e finalmente, su quelle spoglie effimere ho pianto.
Adesso sono più pulita dentro, anche se il mio vuoto interno s'è andato ancor di più allargando.
Con cosa lo riempio?

Una giornata fittizia, come tutte le altre.
La noia su tutto.
La prevedibilità delle azioni, le mie e quelle degli altri, e l'ovvietà delle parole.
La vita come una catena di montaggio: dopo la fatica della fabbrica il ristoro del riposo
Eppoi si ricomincia.
Ma io non ho nemmeno quella pausa, l'insonnia e la tensione emotiva, tutto mi condanna a vivere con gli occhi perennemente aperti in un eterno giorno.
Giorno, anche quando è notte.
Così sento scorrere la vita negli oggetti, la nausea delle cose inanimate che pur mi restano fedeli, come cani di pezza che posso prendere a calci e quelli non mordono, nè abbaiono, nè mostrano risentimento.

 Una giornata fittizia, come i miei occhi inquadrati in un rettangolo di specchio con le rughe sottili ai lati che conferiscono allo sguardo un tono illusorio, sorridente.
E il resto del viso cancellato.
Marilena

martedì 24 settembre 2013

Nel cuore nero del pozzo (cattive ossessioni) - Tributo a E.A. Poe


Nel cuore nero del pozzo (cattive ossessioni)
 Dietro il sipario scuro c'è un eccesso di vuoto, un pozzo nero in cui precipitare ancora vivi mentre il pendolo di Poe scandisce, tra isterici squittii, le ultime ore della nostra vita.
Le prime ore della nostra morte.
Dove sono le mie vecchie ali appassite?
Stanotte ne avrò bisogno.
Stanotte, quando la festa giungerà all'apice e i fantasmi già ebbri alzeranno i calci per ingoiare nelle loro torbide gole l'ultimo assaggio, allora io, in silenzio, sguscerò nell'ombra alle loro spalle e con le mie ali appiccicose balzerò oltre la tenda scura del sipario, diritta nel cuore nero del pozzo.

sabato 21 settembre 2013

Anatomia di un racconto - I libri dei defunti (parte seconda)


I libri dei defunti
Canone Inverso
Ed ecco sullo scaffale, poggiati vicini, il diario di  Mafalda Lupinelli, uno smilzo quadernetto dalla pallida copertina rosa tea, e il brogliaccio, mezzo stracciato e dalle pagine color piombo, del partigiano Attilio Rossetti. Mafalda (Torino 1775 - 1817) e Attilio ( Blevio 1901 - Menaggio 1944) nati in epoche diverse, separati da uno spazio temporale di 126 anni, di fatto non si sarebbero mai potuti incontrare se non in quella stanza e su quello scaffale, opportunamente predisposto a mò di panchina, dal vecchio e romantico collezionista di libri (il padre di quel padrone di casa di cui abbiamo fatto la conoscenza nella prima parte di questa storia).

 Immaginiamo seduta su quella panchina, sullo sfondo di una mattinata estiva, una giovane donna molto graziosa che indossa un abito leggero color rosa tea, ed è immersa nella lettura del libro di Jane Austen, "Orgoglio e Pregiudizio", al passo dove Eizabeth Bennet con convinzione afferma che *solo il vero amore può condurmi al matrimonio, ragion per cui...morirò zitella"* ed alzando lo sguardo scorge, a pochi passi da lei, un uomo alto, vestito di scuro e col fucile in spalla, che la sta osservando.

* Si trovarono a una ventina di passi uno dall'altra, e il suo apparire era così improvviso, ch'era ormai impossibile evitare il suo sguardo. Subito i loro occhi s'incontrarono e a ciascuno il viso avvampò del più intenso rossore*.
 Attilio non riesce a staccare lo sguardo da quell'immagine diafana e conturbante, una visione scaturita da un'epoca remota a recargli, seppur per un momento, serenità e speranza, che il coraggio da solo non gli basta ad affrontare quell'eternità che pur lo attende, e lo atterrisce, con la sua fredda solitudine irreversibile.
Avvedendosi del suo turbamento lei gli sorride invitandolo, con un gesto cortese, a sedersi sulla panchina.
- Non passa mai nessuno di qui che è un miracolo poter parlare con qualcuno. Per fortuna che esistono i libri. Senza di loro l'eternità risulterebbe intollerabile.-
Sospira, facendogli posto.
- Gentile e bella! -
Lui la ringrazia con un buffo inchino.
 *Le donne credono sempre che l'ammirazione significhi qualcosa di più di quello che è in realtà*
Puntualizza, ridendo, Mafalda.
*L'immaginazione di una donna è molto veloce, salta dall'ammirazione all'amore e dall'amore al matrimonio in un momento*
 Attilio ribatte, divertito da quella schermaglia.

 *Lui se ne sentiva attratto più di quanto gli facesse piacere*.
 Lui che non ha avuto troppo tempo da dedicare alle donne e all'amore, e di quel poco accaduto nel suo passato ne ha perfino dimenticato il calore, ma che ora seduto accanto a Mafalda, su quella panchina, nel pieno sole dell'estate, estasiato, riscopre esistere.
 La morte solo apparentemente cancella il ricordo delle dolcezze della vita che, invece, ad onta di ogni più radicale pessimismo, viaggiano con noi, magari clandestine, ma pronte a riemergere alla prima sosta propizia, per  recarci conforto e speranza.
 Attilio non ha avuto modo, fino a quel momento, di far quella sosta, e così ora, a questa fermata imprevista, tutte le dolcezze del mondo riemergono intatte, col profumo e il colore della rosa tea che miracolosamente cancella l'odore del sangue e degli spari.
Seduto accanto a lei, Attilio intuisce d'esser giunto alla meta, che quel suo lungo viaggio notturno termina sulla panchina inondata dalla luce gaudiosa di quel sole estivo.
Mai più dovrà uccidere.
Mai più dovrà morire.
E' finalmente libero.

 *E' una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo facoltoso senta il bisogno di prendere moglie. Per questo, appena un tale uomo appare all'orizzonte, tutte le famiglie del vicinato lo considerano proprietà legittima delle loro figlie in età da marito*
Sentenzia ora lui in tono scherzoso.
- Suppongo, allora, che voi siate scapolo ma...... non direi facoltoso, almeno a giudicare dai vostri abiti.-
-  E voi siete una di quelle figlie in età da marito? -
- L'età l'ho superata ormai da un pezzo. La verità è che nutro una seria allergia al matrimonio, ragion per cui, come s'afferma in questo libro, morirò zitella -
- Il matrimonio non è indispensabile all'amore. L'amore vive d'altro, di momenti come questo, di questa panchina, del vostro profumo, del libro che state leggendo e di cui io non conosco la storia, ma che spero vorrete un giorno raccontarmi, se non avete fretta d'andare e se non c'è un altro che v'aspetta. -

Una composizione contrappuntistica
Nella musica classica, un canone è una composizione contrappuntistica che unisce ad una melodia una o più imitazioni che le si sovrappongono progressivamente. Entrano inoltre in gioco la distanza temporale tra ciascuna voce e il fatto che gli intervalli della seconda voce coincidano con quelli della prima, o vengano modificati in base alle esigenze della scala diatonica.
Un canone inverso fa muovere la voce conseguente in moto contrario alla voce antecedente. Ad esempio, se quest'ultima sale di una quinta, la conseguente scende di una quinta, e viceversa.

Così, su uno spartito immaginario, in questa seconda parte, ho intrecciato dialoghi scritti da me a brani, evidenziati dall'asterisco, tratti dal libro di Jane Austen "Orgoglio e Pregiudizio"
Mi piaceva l'idea di questa composizione contrappuntistica dove le storie si narrano a vicenda: da una lontananza remota la voce appassionata di Elizabeth diventa quella scanzonata di Mafalda, allo stesso modo il tono fiducioso di Attilio  fa da contrappunto a quello più pessimistico di Darcy.

Storie che raccontano di altre storie, che s'intersecano e interagiscono, ipotesi che prendono forma, trame che s'evolvono in altro, alternativo o contrastante, dove nulla termina con l'ultimo capitolo e la frase finale può benissimo rappresentare l'inizio di un nuovo racconto.

E' anche un tributo, questo mio Canone Inverso, a Jane Austen, scrittrice che immensamente amo.

Particolarità
- Mafalda Lupinelli,  protagonista del mio racconto "I libri dei defunti" ha la stessa età anagrafica di Jane Austen (1775- 1817)
- La data e i luoghi di nascita e di morte di Attilio Rossetti (Blevio 1901 - Menaggio 1944) sono quelli di un  partigiano realmente esistito e di cui ho incautamente smarrito l'identità.

mercoledì 18 settembre 2013

Anatomia di un racconto: I libri dei defunti (parte prima)



 I libri dei defunti
Canone a due voci
Lo stile di questo racconto, didattico e leggermente pedante, non è casuale, ma una scelta precisa per configurare, fisicamente e caratterialmente, i profili del padrone di casa e della giovane donna interessata all'appartamento.
I due protagonisti si esprimono in un  linguaggio classico, così da richiamare alla mente del lettore voci cortesi modulate su toni tranquilli, calibrate a lasciar presupporre comunità d'interessi ed una visione del mondo condivisa, lasciando perfino ipotizzare l'appartenenza ad una identica classe sociale.
Lui, il padrone di casa, potrebbe essere  un professore (o un avvocato, un dottore, un dirigente di una qualche impresa) a fine carriera, forse già in pensione. Ci si prospetta come un uomo colto, intellettualmente raffinato, che tiene in conto l'etica e le buone maniere. Un uomo che ti spalanca la portiera dell'auto per farti salire o ti copre col suo cappotto se viene d'improvviso freddo.
 Un uomo che non ha scritto libri (ce lo fa presupporre il suo linguaggio, colto ma selettivo, di chi è avvezzo per professione ad affidarsi a termini consoni) ma che forse avrebbe voluto scrivere (dotiamolo di un sogno segreto) e per questo ama i libri, non solo come oggetti ma come soggetti, in quanto custodi della cultura e della memoria. Non vuole così disfarsi di quella collezione perchè sarebbe come abiurare al suo credo che contempla, in primis, il rispetto per la memoria della storia,( intesa nella sua complessità, come momento e come passaggio), come pure quella del padre/collezionista.
Lei, la ragazza, la scorgiamo sulla soglia della stanza, vestita in maniera sobria, tinte chiare, tono su tono,  i capelli legati con una coda di cavallo o raccolti  in uno chignon improvvisato, particolari che raccontano di una vita dinamica, ma anche di una donna sicura di sè, che non ha l'esigenza di fronzoli aggiuntivi per sentirsi a posto.
Una  studentessa in procinto di dare la tesi, che noi immaginiamo conseguirà col brillante risultato di centodieci e lode. Una ragazza già fornita di un suo solido bagaglio intellettuale e culturale, comprensivo di principi etici e morali ed indirizzo politico, e che non ha  tentennamenti sulle sue scelte future, si muove in un mondo che non la contrasta, in cui si sente sicura delle sue certezze.

I due protagonisti li ho dotati entrambi dello stesso linguaggio poichè, nonostante le età diverse, sono simili, e la ragazza perfino si propone, seppur in maniera sottointesa, ( ma quanto davvero  inconsapevole?) nel ruolo di figlia adottiva e custode di quell'eredità che, invece, la figlia naturale non è interessata a raccogliere, come riprova che non è  la consanguineità a renderci parenti ma, piuttosto, la  nostra predisposizione intellettuale.
E' lei, alla fine, ragazza di questo millennio, ad indicare la soluzione per adempiere alla promessa fatta al padre del padrone di casa, di rendere pubbliche le storie dei defunti attraverso il racconto orale, inteso come messaggio diretto, vis a vis, sguardo e mimica in primo piano a stabilire un contatto vivo, una sorta d'imprinting, tra il narratore e l'ascoltatore.
YouTube, è infine, la soluzione semplice che contempla tutto questo.
Il nuovo che non fagocita il passato, ma anzi ne diventa prezioso strumento di sopravvivenza.

lunedì 16 settembre 2013

I libri dei defunti

Entrai.
Era una stanza più lunga che larga, completamente tappezzata di libri che poggiavano su assi di legno grezzo, attaccate alle pareti.
Le assi partivano appena sopra il livello del pavimento, salendo verso il soffitto.
Gli unici varchi liberi erano la finestra e la porta.
Niente altro che libri posti in orizzontale e in verticale, in obliquo, pressati ed accatastati in bizzarre geometrie di volumi e accostamenti di colore.
Esaurito lo spazio verso l'alto, alcuni grossi tomi giacevano sul pavimento, sotto le assi più basse, quelle a livello di suolo.
- Nelle condizioni d'affitto troverà la clausola che questa stanza non può essere toccata, deve rimanere così com'è. Il resto della casa, invece, è assolutamente a sua disposizione per tutte le modifiche che lei vorrà apportare -
- E' una collezione fantastica -
- Lieto che la pensi così. Abbiamo difficoltà ad affittare l'appartamento proprio a causa di questa collezione. Per la maggior parte delle persone è uno spreco di spazio e un ricettacolo di polvere, anche se questa camera rimane piuttosto appartata, ed è assolutamente irrilevante per quanto riguarda la logistica della casa -
- A chi appartengono tutti questi libri?-
- A mio padre. Era un collezionista, non troppo esigente, devo dire, e alquanto fuori dagli schemi. Qui può trovare edizioni molto vecchie e altre molto dozzinali, tutte senza valore di mercato. Non ci sono rarità. Tutti questi libri hanno la particolarità di essere appartenuti a persone decedute. Mio padre leggeva i necrologi e si offriva di acquistare i libri del defunto qual'ora sussisteva la necessità di disfarsene. La loro particolarità è nell'essere appartenuti a persone morte -
- Perchè solo di persone morte? -
- Gliel'ho detto che lui era un collezionista fuori degli schemi. Ogni libro è stato da lui personalmente visionato e medicato, ed infine, collocato fra gli innumerevoli altri. Qui tutto può apparire disposto secondo una casualità, ma in realtà vige una sua personalissima metodica di collocazione. Vede, dei defunti non gli interessavano solo i libri ma voleva conoscere anche le loro vite: interessi, passioni, idiosincrasie. Tutto questo per creare poi sugli scaffali una giusta armonia per favorire rapporti di buon vicinato. Questa stanza per lui, convintamente ateo, era un luogo sacro. Qui si entrava in silenzio e vi si sostava con rispetto. Ci passavamo interi pomeriggi. Era davvero coinvolgente il racconto di quelle vite reali che s'intrecciavano con storie assolutamente fantastiche da lui inventate per spiegarci la metodica del suo ordine. Ed ecco così, ad esempio, il partigiano Attilio Rossetti coabitare sulla stessa mensola della signorina Mafalda Lupinelli, accomunati entrambi dall'amore per la libertà. Il partigiano Rossetti era stato ammazzato dai fascisti mentre combatteva per difendere il suo principio di libertà, lo stesso principio per cui la signorina Lupinelli era morta irriducibilmente single, ancora piuttosto giovane, stroncata da una polmonite ma fermamente decisa, nel corso della sua breve vita, a rimanere a tutti i costi nubile. Entrambi ribelli e di gran temperamento, non si sarebbero mai conosciuti da vivi, il partigiano Rossetti e la signorina Lupinelli, ma qui, in questa stanza, è accaduto. Amanti passionali, concludeva mio padre, ma per loro niente matrimonio! -
- E' davvero affascinante. Suo padre avrebbe dovuto scrivere un libro su questa stanza. Ed ora è lei a curare la collezione?-
- Io, anche se presumo che con la mia morte tutto questo finirà in un macero. Ho provato a coinvolgere mia figlia ma non è molto interessata. Forse non sono un buon narratore -
- E se narrasse a me le loro biografie? Io sono un' ascoltatrice molto attenta e adoro i racconti. Potremmo registrarli. -
- Niente meccanica, diceva mio padre, le storie vanno tramandate oralmente, ma vis a vis, solo così i morti continuano a vivere: nel calore dello sguardo e nella passione della voce. Raccontati attraverso un anonimo nastro di registrazione risulterebbero privi d'identità ed anima: irrevocabilmente morti -
- Le racconti a me le storie di questa stanza. Le prometto che sarò un' ascoltatrice concentrata ed un'appassionata divulgatrice, assolutamente fedele alle regole stabilite da suo padre: ha mai sentito parlare di YouTube?

sabato 14 settembre 2013

All'apparenza un foglio ordinato, senza sottolineature e note a margine: questa sono io

Scrivere mi rende una piccola dea: ricreo il flusso e l'urto del mondo attraverso i miei piccoli schemi di parole ordinate
(Sylvia Plath  - Diari)

Alla ricerca dell'ispirazione
Per ritrovare l'ispirazione in questi giorni sto attuando una full immersion nelle passate stagioni del mio blog/diario (ormai più blog che diario) e così ho avuto modo di elucubrare sui cambiamenti avvenuti nella mia vita, e nella mi scrittura, in questi cinque anni di permanenza in Blogosphere.
Ho iniziato a scrivere per fronteggiare la depressione, scaturita dalle mie difficoltà a gestire la mia vita, precaria e allo sbando, fagocitata dall'alzheimer di mia madre e dai miei problemi esistenziali.
In quel periodo buio la passione della scrittura è stata la forza trainante verso il recupero, seppur forzato, di quella lucidità, se non proprio cristallina però abbastanza veritiera, necessaria per esternare in maniera intelligibile i miei pensieri.
Scrivevo, in quel periodo, ovunque trovassi uno spazio, e con un fervore, così ardente e totale, col quale davo tutta me stessa, con convincimento e senza risparmio, spesso con sofferenza, talvolta con  vergogna, altre ancora con rabbia ed orgoglio, per ritrovare o inventare motivazioni e stimoli atti a giustificare la mia esistenza e il mio latente, inespresso, bisogno d'affermazione.

All'apparenza un foglio ordinato, senza sottolineature e note a margine: questa sono io
Eppure mi sono resa conto, sfogliando le pagine del mio blog/diario che, quello che a me sembrava un poderoso volume, un consistente accumulo di materiale autobiografico e di fantasia, in realtà è quantificabile in un centinaio di fogli.
E' pur vero che io ho l'abitudine di strappar le pagine non riuscite, di non conservare appunti, di distruggere quello che a me pare non ben scritto.
 La febbrile ricerca dell'estetica e della perfezione non mi ha portato a nulla, piuttosto mi ha rallentato, condizionandomi.
Abito un caos esteticamente disciplinato.
Un controsenso, perchè più intenso è il mio disordine interiore, più aumenta la mia necessità di un ordine esteriore.
 All'apparenza un foglio ordinato, senza sottolineature e note a margine: questa sono io.

Uno sguardo al passato
E in questo periodo, in cui difetto d'idee e d'ispirazione, ripropongo cose già scritte.
Uno sguardo al passato: leggo e correggo i miei vecchi post, (così ho constatato di avere un contenzioso con le virgole, che semino a pioggia, e con le doppie, che da buona romana tolgo dove andrebbero e metto dove non andrebbero) mentre la tecnica di scrittura, improntata in tutti questi cinque anni alla ricerca di uno stile personale, è stata oggetto di una sperimentazione attraverso la quale ho acquisito peculiarità che mi soddisfano e, anche se non ho conseguito una vera originalità, testimoniano i progressi di una mia evoluzione.

Uno sguardo al presente
Scorrendo le pagine del mio diario mi rendo pur conto che non sono riuscita, per quel che riguarda la mia vita reale, a conseguire un percorso altrettanto soddisfacente, sempre alla ricerca di un equilibrio, ancor oggi  oscillo tra alti e bassi, momenti di parossistica esaltazione e cupa disperazione, rassegnazione e desiderio di affermazione.
Ci sono post che sono contenta d'aver scritto perchè oggi, in questa fase di regresso, non sarei stata in grado di elaborare per via della mancanza di concentrazione dovuta al disordine prolungato dei ritmi del sonno, deficit che rende tutto difficile, anche una banale ricerca, perchè facilmente smarrisco la concatenazione logica dei passaggi, perdo la pazienza, mi scopro incapace ed inadeguata, e penso che non sarò più in grado di scrivere niente e che questa è la rivelazione ultima di quell'inganno a cui sto sforzandomi di dare una parvenza di verità, per convincere me stessa e giustificare tutto questo eccesso d'inchiostro.
E di parole.
Marilena



venerdì 13 settembre 2013

Welcome in Blogosphere


Toc Toc busso piano, ma ho trovato aperto, a passo felpato sono entrata nel tuo antro buio e luminoso.
Mi è piaciuto e mi sono accoccolata silenziosa per un pò, spero non ti spiaccia,
Un saluto Felino da una gatta randagia della Blogosphera
(02 agosto 2009  22:46)

Questa data e questa ora, 2 Agosto 2009 ore 22,46, segnano l'inizio di una meravigliosa amicizia tra una strega ed una gatta randagia. Connubio scontato, penserà qualcuno, che è risaputo che streghe e gatti storicamente se la intendono, ed io ne dò conferma. Quello sopra riportato è il primo commento di Lucy (Felinità) nel mio blog, che ha sancito l'inizio di questa meravigliosa amicizia che tutt'oggi ci lega.

A Lucy
All'amicizia

WELCOME IN BLOGOSPHERE
In una buia serata di un freddo gennaio, a cavallo di una palla di cannone, come il barone di Munchausen mi sono catapultata su questo fazzoletto di terra nella regione più estrema, a settentrione di Blogosphere.
Una landa desolata.
Terra di coyote e di lucertole.
Di roccia viva. E di sabbia.
E di vento turbinoso.
In un viluppo tempestoso di sottane e di foglie, ho sparso le ceneri di mio padre.
Polvere di cipria. Il belletto per i morti, che non hanno più una faccia.
L'ho reso randagio. Restituendogli la libertà.
Welcome in Blogosphere.
Ed ho acceso un falò. Al riparo di una roccia.
Perchè il vento soffiava maligno.
E maledicente.
Avidamente ho ingollato una lunga sorsata di delicious.
Aggressivo come acquavite.
Che ha pervaso la mia gola come una lingua di fiamma. Aquietandomi.
E tutta la notte le fiamme distorte del falò hanno continuato a scaldarmi e a contorcersi, come fuochi fatui, nell' isteria di una danza epilettica.
Proteggendomi dai lupi. E dai fantasmi.
E dalla nenia ossessiva di mia madre.
Che, instancabile, ripeteva il mio nome.
Delirante richiamo psicologico.
Nella mia prima notte clandestina
Welcome in Blogosphere.
Ed oggi, Blogosphere, non è più solo una ipotesi pionieristica ma una realtà geografica.
Un punto preciso sulle mappe.
La mia landa, desolata e battuta dai venti, approdo di viaggiatori spaesati o di esperti girovaghi.
Alcuni giungono trascinandosi dietro il pesante fardello d'ingombranti bauli.
Chini sotto il peso dei loro bagagli.
E con una luce disperata negli occhi.
Alla ricerca della terra promessa.
Cercatori d'oro. Principi in esilio.
Schiave in fuga. Avventurieri.
Esploratori esausti.
Domatori di leoni. Ed incantatori di serpenti.
Imbonitori. Ed affabulatrici.
Splendide puttane. E poeti crepuscolari.
Bussano alla porta del mio antro.
Acqua e cibo.
Ed in cambio il racconto delle loro storie.
Fanfaluche. Leggende. Deliri.
Cronache.
Quelle stesse che io, poi, condivido con voi.
Welcome in Blogosphere.
E' passata di qui Fernanda Castillia, col cadavere di Ignacio Amaral nascosto nel suo baule.
E La Mangiatrice di Farfalle, in fuga dalle ombre ostinate dei morti che non sono morti e dei vivi che non sono vivi.
Ed Achab, l'enigmatico principe della foresta viola. Mi ha regalato una pietra di luce.
E la profondità ermetica del suo sguardo.
E Logos, l'illuminato, il filosofo stratega di un mondo futurista. Mi ha fatto ridere e piangere. Lasciandomi in dono un anello d'argento e la certezza dell'amore.
In una notte d'eclissi qui è approdata Amaranta, con appeso alla sua treccia, come un lugubre orpello, lo psicotico Iggy.
E nessun bagaglio. Non è più ripartita.
E Francy274, fatina diurna ed ape siderale, messaggera in avanscoperta nei cieli elettrici di Blogosphere, è planata nella mia landa desertica, nel pieno di una tempesta di sole.
Preannunciata, invece, da una insondabile nube di polvere, l'irruenta e passionale subcomandante Alba Viola, in sella ad uno strano cavallo munito di una psichedelica criniera rasta. In missione, per unirsi al popolo clandestino di Utopia.
E di qui è passato Drummer, il batterista, leggendario capitano di ventura, così soprannominato per quella sua capacità di sparare pallottole con un fraseggio ritmico, come se picchiasse con le bacchette su un piatto crash. E per l'assolo, enfatico e definitivo, col quale è solito chiudere le sue solitarie jam session.
Ed i bevitori di birra, hobos e diseredati alla ricerca della libertà e d' improbabili giacimenti d'oro.
Affascinanti narratori.
Meravigliosi bugiardi.
Dispensatori di storie fantastiche.
E di bizzarre teorie.
Welcome in Blogosphere
Welcome, a chi busserà alla porta del mio antro.

mercoledì 11 settembre 2013

La camera oscura

Ha promesso che, nonostante tutto, ne ricaverà una bella immagine.
Ma io dubito fortemente che possa riuscirvi.
Chiudo i tendaggi per impedire alla luce di filtrare e mi raggomitolo ostinandomi nel mio buio, schermandomi con i capelli e respingendo ogni ipotesi collaborativa, o di sola apertura, verso l'esterno.
Rimani così, sei perfetta.
M'impone la voce al di là dell'uscio.
Ma io, anche se volessi trasgredire, non potrei fare neppure un movimento: il disappunto me lo covo dentro, nelle viscere immobili e nel respiro trattenuto.
Rimani così, sei bellissima.
Sussurra, ancora, la voce.
Non sono bella, sono morta, non lo vedi?
E' questo che vorrei obiettare se solo ancora avessi una voce o la capacità di un gesto.
Non sono più niente e tutta questa scenografia è solo un inganno, un pretesto.
Un alibi per l'esterno.
La luce mi proietta capovolta, nitida come non lo sono mai davvero stata, e così  è pur vero che sono gli inganni a passare alla storia, fissati in dagherrotipi muti, senza veri colori, come nebbia sbiadita dalla quale emerge, con un qualche nitore, un solo particolare, o degli insiemi secondari, e da quelli si ricava la traccia della storia.
E la mia immobilità è, al contempo, acquiescenza e rifiuto: l'involucro, che l'occhio spia, dal foro stenopeico della camera oscura.

Foto di Carlo Mollino

domenica 8 settembre 2013

L'ultima tournée

L'ho visto venir giù dal sesto piano, col suo strumento stretto al petto.
Armonioso, nonostante la stazza.
Sembrava si godesse il paesaggio mentre precipitava, no......non è esatto dire che stesse precipitando perchè veniva giù tranquillo, un pò in frenata, cercando di acquistare tempo sulla discesa per poter con più agio guardarsi attorno: esplorare,  contemplare e nel contempo schivare l'inciampo delle corde da bucato, per non rimanerne impigliato.
Per non esser trattenuto.
A livello della mia finestra i nostri sguardi si sono incrociati.
Ha strizzato un'occhio e mi ha sorriso.
Qualcuno da basso ha cominciato a gridare.
Una stonatura, quell'acuto.
Non s'era accorto della presenza di un pubblico.
E non lo voleva.
L'isteria dei fans, non era mai riuscito a comprenderla.

Images by Kavabanga

giovedì 5 settembre 2013

Rebecca (cap 15)

Mentre un rinato Mimì Messinese, soavemente imbaldanzito, s'avviava celere verso casa per compartecipare i suoi alla novità di quel progetto, Concetto Scalavino, invece, volutamente ritardava  il rientro......

......non aspettandosi, di certo, di trovare lo scompiglio in casa, con la moglie che, eludendo la sorveglianza di Gemma, aveva scalato un alberello tra i cui rami s'era appollaiata, nuda e col retino in mano, ad attender la notte, per tender un agguato a quelle stelle a cui s'ostinava a dar la caccia.
Legato alla catena, e rischiando a tratti lo strangolamento, il cane lascivo inveiva abbaiando furioso di rabbia impotente, con acuti lancinanti e prolungati, che avevano richiamato uno sparuto gruppo di cani randagi, bellicosi ed interventisti, che premevano alla cancellata con la forza disperata dei loro muscoli denutriti.
Quel trambusto aveva finanche attirato l'attenzione della serva sordomuta che sbirciava dall'uscio della cucina, mentre Rebecca, la gonna avvoltolata sui fianchi, s'apprestava con agilità d'acrobata a salir sull'alberello dove la pazza s'era rintanata con l'intento belligerante di assaltare entrambi  i carri dell'Orsa.
Gemma, nel frattempo, s'era munita di uno specchio attraverso cui rimandava i raggi esausti del sole, convogliandoli fra le intercapedini dei rami e gli spazi nel fogliame, una proiezione mirata ad attirar l'attenzione della fuggitiva e farla cadere nel tranello illusorio che quei raggi stentati, con cui tentava d'abbacinarla, fossero code di cometa al loro primo bagliore, disorientate nel cielo ancora diurno e facili prede del suo retino.
 E ben assolsero al loro compito quelle ingannevoli stelle che puntavano al suolo, che già lei ipnotizzata ne seguiva la traccia con lo sguardo sognante di una bambina, predisponendosi alla discesa, incurante dei graffi inflitti dalle fronde, che null'altro vedeva se non quelle luci che smorzavano a terra.
Impavida ed incosciente, non badava neppure a valutare la consistenza dei rami a cui s'affidava, cieca al pericolo e sorda alle voci che da basso l'incitavano di fare attenzione, indirizzandola, come se lei  fosse dotata di una qualche ragionevolezza.
Sulla scia di quelle luci aleatorie, che invano tentava d'abbrancare, aveva mancato la presa del ramo e di certo sarebbe malamente precipitata se Rebecca non l'avesse prontamente afferrata per una mano.
E ancora, sospesa nel vuoto, continuava a scalciare e a reclamare, con voce di bimba, il retino che aveva perduto.
Invelenita, la muta dei cani randagi, che mai aveva smesso di ululare, aveva impedito a chiunque l'accesso al cancello.
Eppur questo ancora era un bene, s'era ritrovato a pensare Concetto Scalavino, che mai nessuno avrebbe potuto fornire una testimonianza oculare su quello che oltre lo steccato stava accadendo. Lo scandalo della moglie vaneggiante, appesa nuda a un ramo, assolutamente doveva rimanere circoscritto al perimetro interno del giardino. Tranne  le due figlie, e la serva sordomuta, che facilmente l'avrebbe convinta trattarsi di una sua allucinazione, non c'erano altri testimoni diretti, e così raccontare una versione modificata e credibile dell'accaduto non sarebbe stato difficile, perchè non era questo il momento che quel segreto famigliare divenisse pubblico, non ora, con un matrimonio imminente e la gloria a portata di mano.
Questo, febbrilmente almanaccava all'esterno dello steccato, Concetto Scalavino mentre, all'interno, Gemma correva con una coperta in mano a dar soccorso alla madre e alla sorella.
Oltretutto questa vicenda gli forniva lo spunto per mettere al corrente le figlie del suo progetto, senza ricorrere alla diplomazia riguardo al ruolo che da quel momento avrebbero dovuto rivestire.

mercoledì 4 settembre 2013

La Gladiatrice


...ma ecco che egli emerse dal suo fragoroso mal di testa, conseguente alla sbronza entusiasta della sera precedente, ancora straripante dell'ottimismo alcolico che pervadeva il suo sistema venoso.
Sull'onda di questa esaltazione s'accese una sigaretta ben deciso a non smaltire quei positivi residui dell'ubriacatura ma, anzi, ad avvalersene per accendere il mondo del suo stesso fervore.
Al diavolo tutti gl'impegni, decise di fruire della persistente euforia per non mandar sprecata quella memorabile giornata poichè tutto, in quel momento, gli sembrava nelle sue possibilità: comporre una romanza, dar vita ad un nuovo innesto floreale, inventare una pietanza ma, soprattutto, colmare il mondo col fulgore dei suoi sensi.
Sotto l'influsso irresistibile di questo suo concupiscente calore da zingaro si ritrovò a varcare la soglia de La Piccola Università Del Piacere, dove avrebbe potuto contemplare, a suo agio, le ragazze di Mme Nguyen sedute in circolo, regali e discinte, come bellissime ancelle in attesa di essere scelte, e favorirne la più graziosa.
Venne però sedotto da una nera gigantesca, dalle solide fattezze di gladiatrice, che fumava una pipa, in agguato, come un magnifico predatore, nell'angolo più buio del postribolo.
Con sgomento, e con gioia, se ne invaghì seduta stante.
L'affrancamento di quella splendida creatura dalle catene di Mme Nguyen, la sua rieducazione morale, ecco quella sarebbe stata l'opera meritoria del suo dopo sbronza.
L'avrebbe sedotta parlandole d'amore, immaginando che nessun uomo onesto, per via della particolare arte da lei praticata, avrebbe mai avuto il coraggio di confessarle.
Le avrebbe regalato la libertà ed il suo cuore.

Non deve contrattare nessun prezzo per l'affrancamento, gli aveva detto Mme Nguyen, le mie ragazze sono libere di andarsene quando vogliono.

Nell'angolo occulto, dove la gladiatrice fumava pacifica la sua pipa, egli le confessò quell'amore spontaneo e turbolento che, imprevisto, s'era impossessato  del suo animo e dei suoi sensi, e sull'onda di questo inappellabile travolgimento esistenziale, le avrebbe perdonato la vergogna del bordello in cambio della promessa di una vita onorevole e monogama, ivi sottintendendo alla sua riconoscenza e alla imperitura gratitudine di quel generoso riscatto, che solo la nobiltà del suo amore avrebbe reso possibile.
La gladiatrice lo ascoltò impassibile per poi erompere in una risata divertita e, soffiandogli in volto il fumo della sua pipa rispose, in verità non mi state offrendo nulla che io già non abbia e null'altro di cui io senta la personale necessità.

lunedì 2 settembre 2013

Ritorno a casa

Leggera è la strada che ci riporta verso casa, sia essa appena dietro la steccato o, ancora indistinta, oltre il confine, e già ci avvolge un caldo odore di minestra e l'onesto profumo del vino scuro.
Il divano sdrucito con sopra un libro dimenticato e, in un angolo, la bambola con gli occhi dipinti e una treccia sciolta, e le tende spalancate su altri interni, in una sequenza infinita di strade/pavimento, luccicanti sotto la luce rassicurante degli abatjour.

Io, sempre, ritornavo a casa perché non avevo un altro posto dove andare.
Oggi vorrei ritornarci, per poter dire ai fantasmi che ancora l'abitano, che nella mia anima ho costruito una casa vera dove c'è una stanza anche per loro.

domenica 1 settembre 2013

Rebecca (cap 14)

Concetto Scalavino s'era reso conto d'aver ecceduto con lo zelo amicale quando aveva visto Mimì Messinese terribilmente sbiancare e flettere le ginocchia  e, se di riflesso non l'avesse prontamente sostenuto, di  certo sarebbe stramazzato a terra.

Ma ora le cose stavan tornando a posto anzi, ancor meglio, il mercante aveva intravisto nell'altro la volontà di accogliere pienamente le sue argomentazioni, cogliendo nello sfogo inaspettato di Mimì Messinese l'esigenza liberatoria della confessione e, subito dopo, la gratitudine illimitata che sempre subentra  nei confronti dell'assolutore.
Sapeva, Concetto Scalavino, di averlo in pugno e che non serviva stringere troppo, così molto accortamente  aveva disserrato le dita e aperto il palmo affichè l'altro si sentisse fiducioso e a proprio agio, addirittura confortato.

Mani capaci, quelle di Concetto Scalavino, con le quali aveva materialmente costruito l'impero sul quale finalmente avrebbe fondato la sua dinastia attraverso il matrimonio morganatico tra la sua rossa, odorosa regina in miniatura e il giovane artista ieratico, e da questa unione sarebbe nata una discendenza che avrebbe avuto il suo stesso sangue ed una particella del suo cognome.
Quella particella che lo avrebbe reso immortale.
 Clausola, questa, che venne facilmente accettata dal Messinese che nutriva altro genere di sensibilità, e quella del cognome gli era sembrato un innocente egocentrismo, che l'usanza del cognome doppio, triplo o a cascata, era in uso in molte famiglie a testimoniare il lustro delle parentele acquisite.

Se per Concetto Scalavino l'unione tra Rebecca e Giandomenico significava l'inizio della realizzazione del suo sogno di grandezza, per Mimì Messinese, invece, sarebbe stata la fine delle maldicenze ed il raggiungimento della serenità. Non s'era pienamente reso conto, fino a quel momento, di quanta stanchezza ed amarezza avesse accumulato nel corso degli anni, per via degli inganni consapevolmente subiti e delle ipocrisie accettate, dei bisbigli e dei silenzi repentini, delle strette di mano fuggevoli e delle occhiate irridenti.
Ora, finalmente, tutto questo sarebbe cessato.

Con questa certezza Mimì Messinese s'era avviato verso casa, con passo spedito e le spalle erette, finalmente leggero e di nuovo in sintonia col mondo, che gli pareva di esser rinato e avrebbe spontaneamente, lui così schivo, condiviso quella sua emozione con chiunque, che pur così viva trapelava, leggibile sulla bocca che non smetteva il sorriso e nel piglio deciso con cui affrontava la strada.
Mimì Messinese captava gli sguardi, frontali e trasversali, in modo nuovo, tant'è che nessuno, tra quelli incrociati, gli era parso canzonatorio o irrispettoso o, peggio ancora, di celato disprezzo.
Gli sembrava che la Sicilia intera fosse al corrente di questa novella, che è risaputo che le notizie corrono, anche quelle ancora in nuce, figuriamoci questa sua già  formalizzata nei dettagli, tant'è che non si sarebbe affatto meravigliato se qualcuno lo avesse fermato per congratularsi dell'evento imminente.

Mentre un rinato Mimì Messinese, soavemente imbaldanzito, s'avviava celere verso casa per compartecipare i suoi alla novità di quel progetto, Concetto Scalavino, invece, volutamente ritardava  il rientro, inoltrandosi su stradine secondarie e poco frequentate, per avere il tempo d'imbastire argomentazioni convincenti da poter far digerire ad entrambe le figlie quella sua decisione, presagendo che non sarebbe bastato il pugno di ferro per imporsi ma che avrebbe piuttosto dovuto predisporsi alla pazienza, e alla diplomazia, per far sembrare gustosa quella pietanza che solo il cuoco trovava appetibile.