Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

giovedì 28 febbraio 2013

Un naufragio felice (cap 2)


 UN NAUFRAGIO FELICE
Nel ventre asciutto della Cattedrale
......e ciò che vidi all'interno del portale non ha eguale in nessun'altra regione del mondo, che pure io, viaggiatrice di comprovata esperienza ed avvezza a non stupirmi di nulla, rimasi esterrefatta, per un lungo momento smarrita della mia consapevolezza, in balia di un'allucinazione immaginifica e beffarda, talmente grande fu la meraviglia, che il timore che si trattasse solo d'un delirio della mia mente mi rese dolorosamente consapevole del mio stato di naufraga, indifesa e bisognosa, alla mercé di miraggi fraudolenti e pericolosi.
La stanchezza, la debilitazione e la solitudine, in sinergia hanno il potere di portare alla superficie le follie latenti, materializzare desideri occulti, partorire spettri e resuscitare fantasmi, e tutti gli altri orrori che una mente febbricitante possa riuscire a concepire......ma lì, nel ventre asciutto della Cattedrale andava in scena qualcosa d'inedito, di assai più strabiliante di un delirio brutale, qualcosa a cui ancor meno siamo preparati: la materializzazione di una strabiliante realtà parallela.

Una  strabiliante realtà parallela
...... e cosi benissimo può accadere, senza grande meraviglia, che soffiando troppo forte un vento d'aliseo possa temporaneamente deviare l'aerea nube dorata su cui Dante Alighieri è assiso a prendere appunti su quella commedia, umana e tragica prima ancora che divina, da cui trarrà immortalità e gloria, alle falde del Monte Cicala, dove un giovane frate domenicano, di nome Giordano Bruno, ancora lontano dallo scempio del rogo, è intento meditare "su, aldilà di ogni apparente limite, vi è sempre qualche cosa di altro".
E così alza gli occhi e vede Dante che a sua volta lo ha scorto, l'uno già assurto da secoli ai fasti del paradiso l'altro, invece, condannato nel suo futuro prossimo, all'inferno degli incompresi, ma che al momento è solo un giovane frate permeato dallo spirito inquieto del libero pensiero, ed ancora ignaro di quanto la filosofia possa rivelarsi mortale.
Si sorridono scambiandosi cordiali convenevoli sul tempo e la natura e la forza dei venti e delle idee, che da quella sua zattera celeste, su cui l'Alighieri è per l'eternità delegato a circumnavigare gli oceani delle umani passioni, si trova a maledire quell'altezza irraggiungibile a cui la gloria lo ha collocato, impedendogli la possibilità di un ormeggio.
 Ma eccoli ora, da secoli di distanza, intenti a conversare, il giovane filosofo ed il sommo poeta, che se l'uno fosse nato nel secolo dell'altro forse la storia, chissà, sarebbe stata diversa, seppur ho il sentore che, in ogni caso, il fraticello aveva inderogabilmente insito nel suo destino l'inappellabilità del rogo.

"su, al di là dell'apparente limite, vi è sempre qualcos'altro"
...così è che l'assioma aristotelico " su, al di là di ogni apparente limite, vi è sempre qualcos'altro" trova incontrovertibile conferma qui, all'interno di questo portale, dove le epoche s'intersecano attraverso convergenze illusorie, e cosi come è possibile che Dante possa conversare con Giordano Bruno, è altrettanto plausibile che Gustave Effeil abbia potuto chiedere a Leonardo da Vinci consigli d'architettura per la sua Torre di Parigi, e d'ingegneria per l'interno della Statua della Libertà a New York, altrettanto vera è la corte, discreta ma assidua, di Shakespeare a Eleonora Duse, che vorrebbe, tra le sue muse ispiratrici, eleggere "unica e divina", portandola via a quel D'annunzio che non l'ha saputa nel giusto modo amare.
Nell'interno di questa straordinaria Cattedrale, da oggi assurta a "tempio della memoria viva", l'assioma filosofico di Aristotele pienamente, e felicemente, si conferma come realtà oggettiva e non più solo come affascinante concetto metafisico che. declinando nel teorema matematico de "la meccanica del (corpo) continuo", è in ultimo traducibile nella tridimensionalità moderna dell'ologramma.

 L'umana commedia
...e già fuori la notte schiariva nella luce ialina di un'alba di sale mentre invece all'interno andava esaurendosi quel giorno fatato, calando il buio, come un morbido sipario di velluto, a celare la magnificenza del palco, ma solo il tempo indispensabile per una breve pausa tra un atto e l'altro, che poi l'umana commedia sarebbe ripresa esattamente dal punto dove s'era interrotta, logica e scorrevole, seppur la trama, spregiudicata e visionaria, concedeva un po troppo alla fantasia, ma pure il pubblico sarebbe stato disposto a perdonare gli eccessi e le eccentricità dell'autore, se ad interpretar la storia c'erano, in qualità d'attori, Dante Alighieri e Giordano Bruno, Gustave Effeil e Leonardo da Vinci, William Shakespeare con Eleonora Duse e Gabriele D'Annunzio. E la partecipazione straordinaria del grande Aristotele.

Omaggio, infine, ai sognatori felici, che con gusci di noce improvvisano vascelli

Applausi a scena aperta, non per me che ho scritto la trama ma per gli attori chiamati alla recita, e che magistralmente interpretando se stessi, hanno rivestito di lustro questa piccola storia, il cui unico scopo è quello di render omaggio a tutti coloro che hanno brama di libertà e di conoscenza, e rifuggono qualsiasi tipo di catena, che possa essere una fede nuziale o l'imposizione di una dottrina. A coloro che con l'ombrello del proprio ingegno puntano direttamente al cielo, e a quelli che lo sovrastano con la magnificenza della loro arte. Omaggio, infine, ai sognatori felici che con gusci di noce improvvisano vascelli e con quelli si spingono oltre le Colonne d'Ercole, travalicando i confini del mondo conosciuto alla ricerca di nuovi.

domenica 24 febbraio 2013

Un naufragio felice (cap 1)


UN NAUFRAGIO FELICE
 L'approdo
...poi, per un breve istante, una luce turchina illuminò l'oscurità ermetica in cui il cielo, completamente offuscato da nubi, impenetrabili e nere, era piombato. Quel bagliore aleatorio, però, fu sufficiente a svelarmi la rassicurante consistenza della terraferma tanto da indurmi a passar la notte, che pur l'immaginavo insonne, a pochi passi da quel relitto che una volta era stato un solido vascello, e dove speravo poter recuperare l'avanzo di qualche mio bene scampato alla voracità dei marosi.
Così, al riparo di una roccia, m'avvoltolai nei miei umidi panni, sfinita, predisponendomi ad una notte di veglia

Il sogno
...e invece, ad onta delle mie pessimistiche previsioni, accadde che m'addormentai e sognai della mia casa di Roma, dell'aereo terrazzo spalancato sul verde luminoso del Gianicolo, con le lenzuola stese, che la dolce brezza di ponente andava gonfiando come vele auriche, pronte a dispiegar la rotta al segnale convenuto dello sparo del cannone di Castel Sant'Angelo, mentre la mia cagna Capitolina, una lupa irascibile a stento trattenuta da un guinzaglio robusto che lei aveva già in parte dilaniato, abbaiava furiosa, apertamente ostile a quella partenza già predisposta.
Avessi dato retta alla sua furia me ne sarei rimasta tranquilla, al mio lussuoso affaccio, a raccogliere il malizioso omaggio dello stornellatore che m'avrebbe, fra quelle stesse lenzuola, di li a qualche ora, incoronata sua sposa.
Ma io aborrivo assoggettarmi al guinzaglio, sia pur d'oro, di una fede nuziale tanto che, al pari della mia lupa Capitolina, avrei potuto dilaniare l'amorevole mano che pur me la offriva.
Non ebbi altra scelta se non quella del mare aperto.

Il risveglio
...ed ecco, al risveglio, accogliermi un'alba di porcellana sotto l'egida di un sole benevolo, cosicché seppur ancora frastornata dalle vicissitudini del recentissimo naufragio, avrei potuto godere di quell'ottima meteorologia, col favore della quale avrei più serenamente espletato il miserevole, seppur necessario, compito di recupero delle reliquie scampate alla tempesta.
 Solo dopo avrei potuto dedicarmi all'esplorazione del mio fortunoso approdo.

La Cattedrale
 ...no, di sicuro se non fossi inciampata in quella sconnessione alla base del terreno, per colpa della quale ero malamente ruzzolata lungo il pendio scosceso, non avrei mai notato l'imponente struttura che scavata nella roccia viva s'imbaldanziva verso l'alto, magistralmente mimetizzata nelle trasparenze saline di quel paesaggio di vetro, provvidenzialmente offuscata dall'ardente baluginio del mezzogiorno che la circondava con le volute, sontuose ed impalpabili, di una nebbia perenne.
No, non avrei notato questa meravigliosa, fantasmagorica Cattedrale, che altro non saprei come definirla, con l'ultima ogiva che terminava in gloria al centro della vetta, e dove un'aquila marina dalla testa bianca aveva nidificato.
 Così passai il resto della giornata, incurante della fame e del caldo straziante, ad ispezionare pazientemente il perimetro esterno alla ricerca di quel passaggio fittizio, che pur avrei scommesso sulla mia vita, dovesse esserci.
Una tale, mirabile opera, non poteva esser stata creata col solo intento di una scenografia compensativa per i giri di ronda delle aquile calve.

La porta
...così trascorsi la mia prima giornata di naufraga alla ricerca fallita di un varco d'accesso a quella fiabesca dimora, fino all'ora in cui dovetti cedere agli imperativi del buio e della stanchezza, determinata, però, a replicare per tutto il tempo della durata di quel mio soggiorno forzato.
Decisi di trascorrere la notte nel posto stesso in cui ero, e da dove avrei ripreso, col chiarore del giorno, i miei giri ispettivi.
Esausta, mi raggomitolai in un incavo di roccia, già predisposta alle persuasioni del sonno, quando un bagliore turchino, divampando dalla cima della cattedrale, eruppe in verticale coi filamenti stellari di un fuoco d'artificio, ad illuminare con l'intensità di dieci lune, la porta mimetica della Cattedrale.

martedì 19 febbraio 2013

La Confraternita delle Silvie (cap 4)


Il piacere, che sappia di nettare o di veleno, per essere fino in fondo gustato, non va diluito nè mai con altro mescolato.
(Giacomo Niccolò Denti Drago - Pensieri)

LA CONFRATERNITA DELLE SILVIE
 Un giorno senza segreti

Il piacere, che sappia di nettare o di veleno, per essere fino in fondo gustato, non va diluito nè mai con altro mescolato.
(Giacomo Niccolò Denti Drago - Pensieri)

Non t'accorgi Diavolo, che tu sei bella come un Angelo?
Con questa frase, plagiata al Leopardi, il giovane barone Giacomo aveva approcciato la baronessa Cherubina, di dciotto anni più vecchia di lui, ma ancora raggiante nella gloria piena dello splendore fisico della maturità.
Il barone s'era innamorato, seduta stante, della donna e della sua leggenda.
Ma non era stato così per lei che in quel giovane scapigliato, e di aspetto piacevole, non aveva ravvisato nessuna particolare prerogativa che lo distinguesse da tutti gli altri suoi ammiratori.
Amaro destino quello di questa donna capace di sconvolgere il cuore e la mente degli uomini, infettandoli col morbo insidioso della  passione irreversibile, ma risultandone lei, invece, assolutamente immune.
Così aveva trascorso tutta la vita nell'attesa di un uomo in grado di contagiarla, ingannando il tempo con amanti temporanei, nessuno dei quali destinato ad esser l'eletto.
Nobili, artisti, commercianti, togati, perfino un alto prelato che per lei volentieri sarebbe precipato nelle fiamme dell'inferno, s'erano succeduti nel suo letto, sostandovi solo il tempo bastante alla baronessa di capire che lo sbadiglio del risveglio s'era tramutato in quello della noia.
Senza tentennamenti, allora, rompeva la relazione.
 Con Giacomo, invece, non si compì mai la rottura, perché la baronessa, imbarcarta sulla nave "Esperia" per uno dei suoi consueti viaggi commerciali in Giappone, perì insieme ad altre centinaia di passeggeri in un apocalittico naufragio nei pressi dell'Isola di Honshū.

Se per la baronessa il giovane Giacomo era stato solo uno fra i suoi tanti amanti, per lui, invece, lei sarebbe rimasta l'unica che aveva, nel delirio del piacere, come in quello della disperazione, invocato col suo nome di battesimo.
 Tutte le altre, invece, s'erano dovute piegare alla ragione poetica del nome condiviso.

E così ecco tutte le Silvie adunate sotto il portico baronale, nel giorno della celebrazione funebre.
Hanno tutte gli occhi lucidi e i fazzolettini in mano ad asciugar le lacrime.
Si studiano con curiosità, forse malizia, ma senza nessuna ostilità.
La più anziana delle presenti è una Silvia che ha già da un pò oltrepassato i sessant'anni, la più giovane è una francesina venticinquenne che il barone aveva ribattezzato Petite Sylvie, e di cui la madre, decenni prima, s'era rivelata una delle Silvie più appassionate ed intraprendenti, così che la sua figlia più giovane ha voluto conoscere quell'uomo da romanzo che pur l'ha sedotta, a dispetto della vecchiaia, con le premure di un nonno e la filosofia sperimentata dell'affabulatore.
Petite Sylvie piange lacrime doppie, anche per sua madre impossibilitata ad affrontare il viaggio in Italia.
Prima di quel giorno le Silvie non si sono mai incontrate, paghe di far parte della leggenda hanno saputo evitare, con provvidenziale buon senso, di usare le armi femminili dell'intrigo per violare l'identità delle altre.
Protagoniste consapevoli di storie parallele, che il segreto del barone era da anni oramai svelato, anche se loro hanno finto d'ignorarlo e pazienti hanno atteso che le scegliesse per battezzarle col nome di Silvia, ed entrare nella leggenda prima ancora che nel suo letto.
Hanno dormito avvinghiate allo stesso uomo e nelle stesse lenzuola, e questo le rende complici, depositarie di un segreto comune che ora possono finalmente condividere.
Si scrutano, si sorridono, si riconoscono sorelle, e le voci, all'inizio timide, s'alzano di tono, si accavallano e si rincorrono, in un chiacchiericcio, animato ed amichevole, che si espande e tintinna come ghiaccio nei bicchieri.
Ghiaccio che s'è rotto in una risata scaturita da una confidenza sussurrata dietro un ventaglio, ma che immanente si propaga e coinvolge tutte, perché tutte fanno parte, quel giorno, della stessa storia.
Come i fiori di un variegato bouquet, così dissimili nei colori e nei profumi, ma tutti germogliati dalle amorevoli mani, e dalle cure pazienti, dello stesso giardiniere che, intimamente apprezzando ogni singolo fiore nell'unicità irripetibile della propria bellezza, ha saputo rifuggire dalla tentazione sperimentale dell'ibrido.
Perché il piacere, come soleva ripetere il barone, che sappia di nettare o di veleno, per essere fino in fondo gustato, non va diluito né mai con altro mescolato.

sabato 16 febbraio 2013

La Confraternita delle Silvie (cap 3)



Non t'accorgi, Diavolo che sei, che tu sei bella come un Angelo?
(Giacomo Leopardi - Pensieri)

LA CONFRATERNITA DELLE SILVIE
Una storia nella storia
La baronessa Cherubina Spadaro della Salina di Fragiovanni di Mazzara del Vallo, era nata provvista di una fisicità superba, un carattere indomabile ed un istinto prodigioso per gli affari, tant'è che aveva reso oltremodo prospera quella salina ereditata alla morte del padre, languente ed abusivamente saccheggiata, ripristinando il rigore legale degli affitti e degli interessi alla baronia spettanti, ed incrementando, con mirabile preveggenza, le esportazioni estere, soprattutto verso il Giappone, dove aveva aperto una sede, commerciale e di rappresentanza, che personalmente dirigeva.
Alta, dotata di un'ossatura solida ma armoniosa, un'epidermide compatta nella tonalità rara dell'ambra  brunita, in  spettacolare contrasto con la chioma  tizianesca e le iridi color dell'acqua.
La testa di Medusa sul corpo di Giunone, come felicemente, e a ragione, ebbe a sintetizzare lo scultore Adamo Tadolini, allievo prediletto di Canova,  per il quale la baronessa aveva posato per diverse sue opere.
Orgogliosa, intraprendente ed indipendente, la baronessa non s'era mai voluta sposare, declinando le innumerevoli offerte di matrimonio, tra le quali anche quella del conte Alessandro Floriano Giuseppe Colonna-Walewsky, figlio naturale di Napoleone Bonaparte.
Figlia unica, alla morte del padre definitivamente affrancata da ogni vincolo parentale, la splendida Cherubina aveva scelto liberamente di spendere la sua vita in quel che più le si confaceva: gli affari ed il piacere.
Una donna spettacolare che, inevitabilmente, s'era attirata la malevolenza e le invidie di quelli che, non tollerando, non le perdonavano la sfrontatezza di questa sua scelta spregiudicata, oltretutto premiata da una ricchezza favolosa, frutto dell'acume e non del talamo, e di cui la baronessa ne andava giustamente fiera.
E, nella veste di capitano d'industria, s'era perfino concessa il diritto di fumare pubblicamente i suoi sigari.
Privilegio che le veniva accordato anche nei salotti più formali, in virtù di quel potere accreditato dall'importanza delle sue solide relazioni commerciali, politiche e di letto, cosicché la sua biografia s'andava con gli anni arricchendo di capitoli nuovi, sempre più fantasiosi e piccanti, secondo che a scriver la storia fosse la penna d'un ammiratore o d'un detrattore.
Così, in base agli umori e alla fantasia di quella colta e blasonata platea di scrittori/lettori/critici/censori, (all'interno della quale si poteva benissimo essere, al contempo, l'uno o l'altro o tutt'uno) la leggenda della baronessa s'era nel tempo ammantata, e poi sempre più consolidata, nell'aura dell'ambiguità, malignamente presupponendo dietro i suoi strabilianti successi commerciali, la benevolenza di un deus ex machina (un potentissimo amante) e, per i suoi sollazzi più privati, la compartecipazione di una qualche oscura fantesca.
Cherubina, al corrente di queste immaginifiche leggende, mai s'era presa il disturbo di smentirle e schiettamente ne rideva, riducendo a commedia quello che le male lingue avrebbero desiderato veder tramutare in dramma.
Solo una volta s'adirò, giungendo beffardamente a sfidare a duello, dopo averlo pubblicamente schiaffeggiato col suo lungo guanto di raso viola, l'artefice di un articolo infamante, schernendolo con "esigo le vostre scuse pubbliche o altrimenti mi vedrò costretta a sfidarvi a duello all'ultimo sangue, e dovrete battervi con me, una donna e, state pur certo, che non sarò io a soccombere se davvero io sono quella che descrivete nel vostro infame pamphlet: una diavolessa dispotica, tentatrice e turlupinatrice. Vi avverto che userò la spada allo stesso modo in cui voi usate la penna: senza regole. Non vi sfido per salvaguardare il mio onore di donna, che è una mia privatissima questione e, se ho scelto di non doverne dar conto ad un marito, non vedo perché dovrei discuterne con voi che per me siete meno di un nulla, ma  trovo odioso il dubbio insinuato sull'onestà dei miei commerci, e quella si è una mia reputazione pubblica da voi impudentemente infangata,  che solo la ritrattazione del vostro articolo, e le pubbliche scuse, potranno lavare l'onta e limitare i danni. Esigo quindi le vostre scuse ufficiali, e che siano convincenti o pretenderò la soddisfazione delle lame, E se ipotizzate che io abbia paura, o questa sia solo una farsa, ricredetevi, perché io non sono una di quelle che si spaventano di un topo e ancor meno di uno scarafaggio!"
Questa sfida, che destò grande scalpore, enormemente accrebbe la leggenda della baronessa e commosse, risvegliando quell'impeto, cavalleresco e virile che, seppur sopito dagli ozi e dalle amnesie, ancora albergava negli animi più nobili, più inclini alla passione, cosicché ella trovò schierato, ai suoi piedi, un piccolo drappello di ammiratori  pronti a battersi per il suo onore.
Tra questi c'era anche il barone Giacomo Niccolò Denti Drago.

mercoledì 13 febbraio 2013

Ditelo con un bacio!



Il sesso senza amore è un'esperienza vuota, ma tra le esperienze vuote è una delle migliori. 
(Woody Allen)

 BUON SAN VALENTINO!

La Confraternita delle Silvie (cap 2)


Il più solido piacere di questa vita, è il piacere vano delle illusioni.
(Giacomo Leopardi)

LA CONFRATERNITA DELLE SILVIE
Un solo nome
Smentire il pensiero filosofico del Leopardi, accumulare prove incontrovertibili per avvalorare, invece, le sue tesi esistenziali che procedevano in senso opposto: fu questa la missione a cui si dedicò con encomiabile  perserveranza il barone Giacomo Niccolò Denti Drago, con brillantissimi risultati e con la soddisfazione reale di  potersi definire "un uomo che non ha affatto sprecato la sua vita".

Il sorriso sul volto disteso, l'espressione ancora bella e così lontana dalla vecchiaia nonostante gli anni, e tanti, che lui vezzosamente si diminuiva in quel gioco societario dove lui rivestiva da decenni, e sempre con gran successo, il ruolo dell'abile cacciatore di farfalle che tra i damaschi, gli stucchi e i cristalli dei salotti più alla moda, s'avventurava a catturare le più splendenti, le più fastose dame dell'aristocrazia, quelle che con il  nome famigliare, in aggiunta a quello coniugale, avrebbero riempito, con la prosopopea della firma, interi righi e abbisognato persino di qualche a capo, se egli non avesse concordato di riassumere nome, cognome, casato  e vezzeggiativo, nel nome unico di Silvia.

Questa strategia, per nulla innocente, aveva lo scopo primario di evitare al barone d'appellare sbadatamente col nome d'un'altra l'amante di turno, poichè non di rado accadeva che egli dovesse coordinare, nello stesso tempo, più intrighi amorosi.
Questo stratagemma gli offriva, per di più, ulteriori motivi di seduzione perchè le dame trovavano oltremodo romantico essere omaggiate col nome della musa protagonista di un amore irrisolto quando a loro, invece, era data piena facoltà di viverlo con un Giacomo diametralmente all'opposto dell'ombroso poeta crepuscolare fin dai suoi albori primievi quanto il barone, invece, era già dal mattino, sereno o nuvoloso che si prospettasse, sempre sorridente e ben disposto alla vita.

Ovviamente nessuna delle Silvie sapeva dell'esistenza delle altre ma poi, quando il segreto fu disvelato, si permise al barone di continuare in questo suo gioco che anzi, proprio  in virtù di ciò, aveva assunto tonalità inusitate ed eccitanti, fino a divenire una competizione tutta femminile spudoratamente giocata sul presupposto dell'ignorare, per acquisire il privilegio d'entrare a far parte della eletta schiera delle Silvie.

Sta di fatto che le dame coinvolte nella liaison col barone vivevano, con spregiudicatezza ed allegria, quella storia da romanzo, tutte vestendo i panni dell'eroina, ognuna proponendosi di sbaragliare l'esercito delle rivali e piantare, in quel cuore peregrino, la bandiera della conquista definitiva.

Impresa che solo per un soffio non riuscì ad una delle convertite di nome, l'ambigua, e non più giovanissima, nobildonna Cherubina Spadaro baronessa della Salina di Fragiovanni di Mazzara del Vallo.

 E questa è una storia nella storia.

lunedì 11 febbraio 2013

La Confraternita delle Silvie (cap 1)


LA CONFRATERNITA DELLE SILVIE
Una scelta filosofica
 Finita la cerimonia funebre, tutte  le Silvie s'erano adunate sotto l'ombra misericordiosa del portico a sorseggiar limonata ed acqua all'anice per smorzare la sete e rinfrescare il ricordo dell'uomo appena sepolto, prima che il sole impietoso di quel torrido pomeriggio celebrativo di Luglio potesse da subito, ed irrimediabilmente, sbiadirne i contorni.

Le donne adunate all'ombra del patio in realtà non si chiamavano tutte Silvia, fra loro c'era perfino una Efigenia ed una Stuarda, anche se di  battezzate con quel nome se ne sarebbero potute contare, in altri tempi all'interno di quella cerchia, almeno una decina ma, all'epoca in cui si svolge la storia, ne erano rimaste soltanto quattro. Erano le altre, quelle che non si chiamavano Silvia, ad esser state ribattezzate dal barone Giacomo Niccolò Denti Drago, l'uomo che s'erano adunate a piangere, e con ognuna delle quali aveva avuto, nel corso della sua lunga ed intensa vita, una storia d'amore.

C'è da raccontare che il barone Giacomo Niccolò Denti Drago era stato fin dalla culla indirizzato dalla madre, la baronessa Eugenia, al culto della poesia romantica, poichè ella era infervorata dei versi di Byron, Shelley, Chateaubriand ma, su tutti, dell'italiano Giacomo Leopardi, e tanta era la sua predisposizione, il suo fanatismo intellettuale verso il poeta/filosofo che, contravvenendo all'usanza universale dell'aristocrazia che imponeva al primogenito la continuità del nome paterno, ottenne il consenso di poterlo battezzare col nome primo di Giacomo.

La baronessa, alla quale venne permesso d'assecondare questa sua esaltazione intellettuale e, secondo molte e verificate testimonianze dell'epoca, alla deriva del fanatismo mistico, tant'è nel suo entourage privato aveva  adottato il nome di Silvia.
Tutto questo le era valso fama d'eccentrica (che se si fosse trattato di una qualunque e non blasonata, sarebbe stata, con termine più schietto, definita matta), a discapito della pur vasta, e raffinata cultura illuminista, acquisita dalla instancabile baronessa sulle orme del Leopardi.

 Ma il giovane Giacomo era destinato a tradir le aspettative di sua madre che avrebbe invano agognato, per tutta la vita, di vedere il nome di suo figlio ascritto tra i grandi, nel firmamento stellato della poesia, che s'era rivelato invece possedere, un carattere godereccio ed estroverso, brillante e malizioso, egoista ed incoerente.
Questa natura assolutamente pagana del barone Giacomo Niccolò Denti Drago mal si sposava con l'immagine, se non ascetica ma almeno più misurata, confacente ad un poeta, in aperta, e dichiarata contrapposizione, con la filosofia leopardiana del piacere, secondo il quale "il piacere non è assoluto nè infinito, ma che anzi non esiste se non come mero concetto"
Così come sua madre avrebbe trascorso gran parte della sua vita ad impegnarsi, fino a sfiorare il ridicolo, per render omaggio e lustro alle tematiche leopardiane, allo stesso modo, e con lo stessa energia, Giacomo avrebbe operato nel senso opposto, adoperandosi a smentirle, dimostrando che il piacere, definito dal poeta "nè assoluto nè infinito"  inteso per lo più come "pausa dall'affanno, breve momento di assenza del dolore, atto a ripristinare una mometanea vitalità", in base al quale è tutto riassumibile nel teorema esistenziale che "il piacere è la mancanza del dolore", è invece, non solo fatto concreto, ma può essere posseduto ed infinitamente ampliato.

Semmai ci fu uomo, ahimè a torto misconosciuto alla storia che, con entusiasmo ed abnegazione, si sarebbe prodigato nel corso della sua vita a dimostrare l'infondatezza delle teorie poetiche del Leopardi, in comunione con quelle filosofiche di Schopenhauer, secondo cui "la vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l'intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia", quello fu il barone Giacomo Niccolò Denti Drago.

domenica 3 febbraio 2013

Escura

E' il caos dell'artista a modificare positivamente il mondo.
A Lucy,
 con affetto e gratitudine

ESCURA
In origine doveva essere una O, tonda, pienotta, soddisfatta di se stessa.
Una O assolutamente appagata.
Un cerchio perfetto, circoscritto e definito che, dal tuo computer, Lucy, sarebbe dovuto rotolare fino al mio, trascinandosi dietro tutto il resto della parola che così avrebbe dovuto essere compitata: O scura.
Ma le tue dita nella fretta di rincorrere quella O che rotolava così di fretta, dimenticandosi il resto delle lettere,(quella tua O, Lucy, una deliziosa testolina ordinata, ben pettinata e con un cappellino a modo, legato sotto il mento......e non importa se il resto di se non ce la fa a seguirla perché lei, come capita alle avanguardie, è già un pezzo avanti, quasi arrivata al mio computer, trafelata ma in ordine).
Ma sul confine ecco che tu la riacchiappi con l'intento di assemblarla al resto della parola per darle un senso compiuto.
Cosa se ne fa Amaranta di una testolina di bambola a cui manca il corpo? avrai pensato avvedendoti dell'errore.
L'hai riacciuffata e, nel timore che quella ti sfuggisse di nuovo,(che è noto il rotolamento acrobatico della vocale O) hai accentuato la presa e forse stretto troppo, ma data l'ora già buia ed il nero delle pagine e l'urgenza del recapito, non ti sei accorta che, nel frattempo, la tua stretta aveva plasmato quella faccina paffutta nella elegante E di un profilo ESPAÑOL.
Così, quella sera, invece di Oscura le tue dita hanno digitato Escura che, di sicuro, quella simmetria della lettera E, spigolosa e puntuta, è molto più confacente al mio carattere di una rassicurante e paffuta O.
Così, da un errore di digitazione è nata Escura, come accade alle nascite vere che a volte sono casuali...... eppure quanto amore riserviamo per questi nostri figli nati da un incidente amoroso.

Pictures by Glenn Barr

venerdì 1 febbraio 2013

L'ultimo punto archivia la storia

L'ultimo punto archivia la storia.
 Ma dopo l' ubriacatura data dalle parole arriva il mal di testa, sottile e puntuto, una nevralgia dell'intelletto che permarrà forse ancora un giorno, sostenuta ed amplificata da un insoddisfazione latente ed un senso pervasivo di malessere, esattamente come accade per una sbornia etilica quando al risveglio l'esaltazione si tramuta in tensione.
L'ultimo punto archivia la storia.
Ma non è così se sento il bisogno di parlarne ancora adesso che l'ho definita conclusa.
Corretti gli errori ortografici e di distrazione, rimangono le incongruenze ad attestare l' ingenuità tardiva della scrittrice e l'innocenza del racconto, un bric à brac fantasioso e con la pretesa dell'ironia.
Pretesa, appunto.
...e la consapevolezza di essermi, ad un certo punto, smarrita per strada.

Andres cavallerescamente si è precipitato in mio aiuto, perchè così è nella sua indole e ha sposato, senza discuterle, le mie tesi bislacche come fossero possibili, aderito alla trama senza troppe obiezioni, accettato la collocazione temporale in un medioevo ad personam e perfino concesso ai comprimari una permanenza sulla scena molto  più lunga di quella concordata.
Fin qui nulla di strano, che gli accomodamenti e i cambiamenti sono contemplati nella stesura di una fiaba.
E questi, in particolare, strettamente mi riguardano perchè i miei racconti li scrivo quasi sempre senza un canovaccio, improvvisando in tempo reale, cosicchè posso affermare che io stessa la storia la scopro nel momento in cui la sto scrivendo.
Quindi è quasi naturale, in un procedimento così anarchico e destrutturato, che le incongruenze prolifichino e si espandano a dismisura, confondendosi in un groviglio inestricabile di giungla.
Una foresta semovente di liane e di felci e di radici poderose, dove è facile inciampare.
...dove io sono inciampata.

Un confronto diretto coi personaggi de "La storia di Andres Rubio": incongruenze, obiezioni e lamentele e qualche modesta soddisfazione.

M'aspettavo che il primo a prender la parola, e protestare, fosse Andres, a cui questa storia fa riferimento, ma no, più arrabbiata di tutti s'è mostrata, invece, Catilina, che dal suo catafalco odoroso di santità appena acquisita, e dove io da subito l'ho collocata inerme, nel ruolo passivo di una reliquia, s'è levata scagliandomi contro tutta la sua rabbia per l'affronto di quella "santificazione pagana e da burla", e che l'immobilità a cui, per questo l'ho costretta nell'intero corso della storia, non valeva tutto il tempo da lei speso a studiare le biografie dei martiri per dare al suo ruolo una interpretazion più realistica.
Catilina Naveros: è stato come interpretare un'ostrica, isolata e desolatamente muta all'interno della  conchiglia. E nemmeno la misericordia dell'ultima frase, quella a cui ogni moribondo ha pur diritto! E alla fine, con quella storia assurda del miracolo ipnotico, hai fatto in modo che io fossi l'unica santa preferibilmente a non dover essere riesumata perchè alla luce del sole si sarebbe palesato l'imbroglio di quel prodigio fittizio. In questa storia, Mari, ci ho messo, se non la voce, la faccia, ed indietro non posso tornare, ma non contare su di me semmai avessi in mente lo sproposito di un prequel o di un sequel.

E subito dopo è stata la volta di Maria Engracia, gemella dizigote di Catilina, (nei miei racconti c'è sempre un tocco di verismo), anche lei infuriata contro di me, inviperita oltre ogni dire, tant'è che Andres, miracolosamente ispirato da San Nicholas Owen, meglio noto come Little Jhon, il santo patrono degli illusionisti, l'aveva provvidenzialmente disarmata del pugnalino che ancora dopo l'ultimo capitolo portava legato al collo.
Maria Engracia Naveros: ma come ho fatto a darti credito, ad immaginare che si potesse cavare qualcosa di buono da questa trama assurda? Le tue chiacchiere, Mari, mi sono fatta convincere dal tuo convincimento...ma come si fa ad immaginare un delirio simile a questo tuo ultimo e lasciarne anche testimonianza scritta? Analizziamo, ad esempio, anche solo grossolanamente l'incipit dell'ultimo capitolo, quello di cui vai tanto fiera:

" Maria Engracia Naveros: questo miracolo, Andres, a cui tutti hanno creduto, è opera vostra, ma sarà opportuno non farne parola.
Andres Rubio: non importa il nome dell'artefice, ciò che conta è che si sia realizzato"

Bella pensata questo miracolo da mago balsfemo e consumato in un covo ritenuto di streghe! Ti rendi conto che avresti fornito all'inquisitore materia e ragioni con cui avvalorare la veridicità della sua tesi, con centinaia di testimoni pronti a giurare che il corpo della martire non solo non recava ferite da tortura (per l'inquisitore, quindi, assoluzione garantita, che mancando il corpo del reato il fatto non sussiste) ma addirittura s'è organizzato un eccentrico festino con protagonisti un nano, in evidente stato di alterazione nervosa e in scandalosa combutta con un fagiano che scimmiotta un angelo. Di sicuro sarà meglio, per tutti noi, non farne parola, nè ora nè mai!

Andres: mi spiace, Mari, non poter prendere le tue difese ma hanno ragione le due medichesse, è questa una incongruenza enorme, un mostruoso blooper.
Scrittrice: mi duole confessarlo, Andres, ma questa insensatezza io l'avevo rilevata ma non ho avuto cuore di correggerla perchè quel brevissimo dialogo io l'adoro, eppoi...eppoi, se non si fosse fatto tutto questo baccano sono sicura che nessuno si sarebbe accorto di nulla.
Andres: te ne eri accorta! Avresti almeno dovuto dircelo! Bel modo di trattarci, Mari! Dimentichi che siamo noi i protagonisti di questa storia ed è sempre su di noi che ricadono, in bene o in male, tutte le conseguenze. A questo, però, tu non hai pensato!
Scrittrice: hai ragione, Andres, non ci ho pensato, e dire ora che immensamente mi spiace non cambia di certo la storia.
Andres: ma tu vorresti davvero cambiarla? Insieme potremmo farlo, io sono un ipnotista e tu il deux machina, sarebbe un gioco da bambini, solo devi esserne assolutamente convinta.
Scrittrice: è proprio questo il punto, Andres, quello che archivia questa storia che è destinata a rimanere così come l'ho scritta, perché solo così esattamente mi somiglia.