Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

giovedì 29 novembre 2012

Piccolacla (cap 3)



Clarabella Goat e Piccolacla

Una lunga conversazione confidenziale dove emergono verità manipolate ed altre sottaciute
Se ti stai chiedendo se le capre mangiano i dolci non saprei risponderti ma, se mi domandi se io ne mangio, ti rispondo di si e che i miei preferiti sono proprio frolle e meringhe, e quelle del tuo cartoccio emanano un profumo delizioso, e così  non ne disdegnerei un assaggio, sempre che tu voglia offrirmene...ecco brava, così, nel cavo della tua mano...un po di più per favore che altrimenti non riesco a prenderne.

Una strana coppia, la bambina e la capra, accoccolate a terra, intente a condividere l'incarto di dolciumi di cui Piccolacla aveva generosamente, con abbondanza, omaggiato quella sua nuova straordinaria conoscenza.
Querula e frastornante, per la verità, perché ad ogni frase intercalava un belato variamente prolungato  secondo l'importanza attribuita al discorso. La bambina, nel corso della conversazione, aveva così scoperto che il bèèèèèè con sei echi finali rappresentava un punto di domanda, e questo particolare del linguaggio caprino si era rivelato essenziale per un più corretto svolgersi della conversazione che, altrimenti, sarebbe naufragata nell'incomprensione più totale dal momento che la "signora capra" non aveva considerato la necessità, per un miglior intendimento, di frasi più corte e di pause più lunghe.

Ma Piccolacla era una bambina curiosa del mondo e pronta ad accoglierne le meraviglie senza discriminanti né inopportuni scetticismi.
La "signora capra" dal canto suo, dopo aver spazzolato anche le briciole cadute a terra, era assai ben disposta nei suoi confronti.

Meglio del salato c'è il dolce, e non si discute! Ne hanno messe in giro di leggende per darci ad intendere il contrario, cara mia, ma senza riuscirci, dammi un bel tazzone di latte, piccola, con una manciatella di biscotti per fare una colazione degna di questo nome, che il sale lo lascio volentieri ai fornai e ai pizzaioli.
A proposito, come ti chiami? Io Clarabella Goat. Origini straniere, penserai, naaaaaaa......è che mia mamma era patita dei personaggi Disney, in particolare di quella mucca smorfiosa, Clarabella, appunto, e allora che ti va a pensare al momento di dichiarare il mio nome all'anagrafe dei caprini? Clarabella Cow! Fortuna che ha aggiustato il secondo nome in Goat. E tu come ti chiami? Cappuccetto Rosso?Ok, lo so, questa è scontata e chissà in quanti te l'avranno già detto, però un pò le somigli. Io l'ho conosciuta personalmente sai, ed anche lì ci hanno montato una storia epocale, distorsione dei fatti, stravolgimento della realtà, piccola, e tutto per il business, che quel povero lupo......ma ti pare davvero credibile che i fatti siano andati così come sono stati raccontati? Al solito, non sapevano che pesci prendere, abbisognavano di un capro espiatorio (non volevo dirla sta frase, che mi  provoca subbuglio e sudori freddi) e il lupo, con la cattiva fama che da sempre lo perseguita, ben si prestava allo scopo. E il ruolo del cacciatore? Quello vero, intendo! Mai fatta un indagine approfondita che, ancora oggi, in quel maledetto affaire, la verità non è mai emersa. « Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto! » Così recita Clint. E il povero  lupo non era neppure armato! Sai che se fossi nata maschio mi sarei chiamata col suo nome e cognome? Clint Eastwood,  perché mia mamma non fa mai le cose a metà. Ma come vola il tempo quando si è in così piacevole compagnia, è ora di pranzo ed i miei si staranno chiedendo dove sono finita. Bé, piccola, è stato un vero piacere conoscerti. Arrivederci al prossimo picnic!

Piccolacla non si era resa conto di quanto tardi fosse, della corsa che avrebbe dovuto fare per risalire la collina per essere a casa prima che sua mamma la chiamasse per apparecchiare la tavola.
Non avrebbe mai fatto in tempo, e stavolta si che sarebbero stati guai grossi.
Chissà se le rivelazioni di Clarabella Goat, quelle sulla predilezione caprina per il gusto del dolce anziché del salato, e quelle ancor più scottanti sugli omissis nell'affaire Cappuccetto Rosso, sarebbero state in grado di mitigare la collera materna e, seppur per miracolo avessero costituito un buon motivo per giustificare il suo ritardo a tavola, non avrebbero di sicuro rappresentato un valido alibi per la gravissima colpa di aver disobbedito al suo divieto perentorio di non scendere mai in strada da sola.

Ci sarebbe stata baruffa e, di sicuro, le avrebbe buscate.
Ma non avrebbe pianto.
Piangere sarebbe stato abiurare quel suo desiderio realizzato, promettere che non l'avrebbe fatto più.
No, non avrebbe sottoscritto nessun trattato di resa incondizionata che l'avrebbe relegata ad un esilio forzato a quel balconcino, che da quel momento immaginava sarebbe stato sorvegliato a vista.
E non avrebbe neppure inventato una bugia per giustificare quella sua imperdonabile trasgressione, tanto sua mamma non avrebbe compreso, perché non le importava davvero capire, era il reato commesso l'unica cosa di cui avrebbe tenuto conto senza prendere in considerazione i motivi che lo avevano determinato.
Perché sua mamma, come tanti, non nutriva nessun reale interesse per la verità delle storie.
Proprio come aveva asserito Clarabella Goat.

martedì 27 novembre 2012

Piccolacla (cap 2)

Nella pasticceria di Mangiafuoco e poi l'entrata in scena di una querula capretta
Ma, in Piazza Dell' Amor Perfetto, Piccolacla scomparve o, per meglio dire, venne  inglobata in quell'umanità irregolare, e caotica, che popolava la strada, divenendone parte.
E fu amore a prima vista fra la bambina vestita di rosso e la folla variegata che, disordinata e chiassosa, irrompeva dai portoni e vociava dalle finestre in quella domenica mattina, turchese e smeraldo, della città di Genova, dove l'impeto festoso della campane della chiesa della Maddalena accresceva quel trambusto da luna park.
Tutti quei colori e tutti quei rumori prodotti nello stesso momento, Piccolacla, abituata a vivere in un mondo  ordinato, programmato e, per volontà materna, estremamente soffuso, non li aveva mai sperimentati prima di allora, così le sembrava di stare dentro un grande carillon e di girare ad un ritmo vorticoso ed inebriante, sicura che, seppur fosse caduta, non avrebbe riportato danni perché la folla avrebbe attutito l'impatto.
Nessuna escoriazione.
Nessuno strappo al cappottino rosso.
Nessun motivo per cui la mamma avrebbe potuto recriminare.

Irresistibilmente attratta, in egual misura, dalla vetrina della pasticceria e da quella del fiorista, i negozi strategicamente posizionati l'uno vicino all'altro, perchè entrambi vendevano dolcezze, l'uno nella glassa minuta e friabile di un pasticcino e l'altro nei teneri petali sfumati, arancio e mandarino, di un tulipano.
Piccolacla sostava tra i due usci, indecisa su quale per primo sarebbe entrata  semmai avesse avuto la possibilità di qualche moneta per fare acquisti, quando una voce possente dall'interno della pasticceria la invitò ad entrare e, ad accoglierla dietro il bancone, c'era il fratello di Mangiafuoco, mezzo zingaro e mezzo pirata, tale e quale il protagonista della favola di Pinocchio con "la bocca larga come un forno e gli occhi che parevano due lanterne di vetro rosso" che le porgeva un cartoccino profumato di frolle e meringhe: un gigante brutto ma dall'animo tenero, proprio come quello della versione originale di Collodi, non ancora incattivito, oltremisura e senza speranza, di quello della  Disney (ma questo, Piccolacla, lo avrebbe scoperto solo in età adulta, svelando anche che la trasposizione materna della fiaba aveva di molto contribuito ad accrescere la cattiva fama di questo personaggio).
- Con questi non rischi di sporcare il tuo bel cappottino e la mamma non avrà di che rimproverarti. E ti garantisco che sono buoni, anzi di sicuro più buoni di quelli esposti nella vetrina che paiono più golosi ma, in realtà, servono ad invogliare la gente ad entrare, un po come un'esca, invece questi sono speciali, provengono direttamente dalla mia cucina e non sono  in vendita, sono per la famiglia e per gli amici -

Piccolacla, per via dell'età, non poteva capire ancora che quello che le era veniva offerto non era solo un semplice cartoccino di dolci ma qualcosa di più grande, una regola morale che un giorno, diventata adulta, avrebbe ben saputo comprendere: l'apparenza non sempre corrisponde alla sostanza, e i giudizi stabiliti solo in base a questo sono assolutamente da evitare perchè pericolosi e danneggianti.

Piccolacla educatamente ringraziò "il signor Mangiafuoco", gratificandolo di un luminoso sorriso (non più solo una falce, ma una luna a tre quarti) predisponendosi ad assaporare la dolcezza casalinga contenuta nel goloso cartoccetto... quando da un vicolo, belando querula, sbucò una capretta.


foto di Claudia Grotti

domenica 25 novembre 2012

Piccolacla (cap 1)

Tutte le bambine hanno nel loro armadio un cappottino rosso.
Poi le bambine diventano donne.
(Amaranta)

A Cla
All'infanzia
A tutte le bambine diventate adulte

Piccolacla
Questa è la storia di Piccolacla che aveva anche lei nel suo armadio, come tutte le bambine del mondo, un cappottino rosso che la faceva somigliare ad un folletto, soprattutto quando sorrideva con la bocca che s'allargava da una guancia all'altra come una falce di luna.
O un petalo di fiore.
O uno spicchio d'arancia.
O tutto ciò che di grazioso il sorriso d'una bimba può ispirare.

Piccolacla
Piazza Dello Amor Perfetto
 Piccolacla abitava con i suoi genitori in Piazza Dello Amor Perfetto anche se, a dir la verità, di amore se ne respirava davvero poco in quei pressi, crocicchio di donne di malaffare e di filibustieri, di povera gente abituata a vivere con nulla, e di bambini rumorosi e precoci.
La casa di Piccolacla, però, non era proprio sulla piazza ma s'ergeva solitaria su una collinetta prospiciente che la delimitava dal lato destro e così, per motivi pratici, il nome era stato esteso anche a quella minuscola montagnola.
Piccolacla dal balconcino della sua camera agevolmente poteva osservare il frenetico, quanto oscuro viavai, che già dalle prime luci dell'alba animava la via sottostante a cui però la mamma aveva proibito l'accesso.
Così rimaneva affacciata per ore, come una spettatrice dal palco del Teatro dell'Opera, a contemplare l'incessante andirivieni di uomini e mezzi, a cercar di carpire le voci che giungevano fino a lei trasportate dall'aria come un brusio indecifrabile, a catturare gli odori camuffati di verde e di azzurro, di mare e di collina, di alghe e di sterco.
In Piazza Dello Amor Perfetto, in verità, di amore non ce ne era così tanto, ma solo tentativi maldestri e commoventi, rare volte riusciti, spesso falliti: più tragedia che commedia.
Una rappresentazione complessa per una bambina a cui nessuno spiegava nulla di ciò che dabbasso realmente accadeva, e così lei fantasticava che un giorno sarebbe discesa dalla collina, e dal ruolo passivo di spettatrice sarebbe passata a quello più dinamico di protagonista.
Piazza Dello Amor Perfetto, con i suoi piccoli criminali, le donne malamente imbellettate, e i bambini precocemente svezzati, avrebbe costituito per Piccolacla una specie di debutto in società.

 Il cappottino rosso
Da quel balconcino lei vedeva le stagioni cambiare, crescere i bambini, diventar vecchi gli adulti.
Eppoi i regolamenti di conti, qualche serenata, disinibiti mercanteggiamenti, i carnevali vivacissimi e molesti, la festa del Santo Patrono con i fuochi d'artificio equamente distribuiti tra le colline ed il mare, matrimoni e funerali. Memorabile quella volta che, nello stesso giorno, la sposa aveva indossato al mattino l'abito bianco nuziale e la stessa sera quello nero vedovile.
Al balconcino però tutto questo arrivava a sprazzi, sfumato, confuso ed incoerente: difficile da decifrare

Nell'ennesimo giorno di tedio mortale, Piccolacla maturò l'idea che infondo all'armadio giaceva avvolto nel cellophane il suo cappottino rosso, e che forse quello era l'ultimo inverno che avrebbe potuto indossarlo.
Un cappottino pressoché nuovo che di occasioni per sfoggiarlo non ne aveva avute molte, e solo per eventi noiosi e circoscritti all'ambito famigliare.
Ecco che la sua mente di bambina, fervida ed immaginifica, già istintivamente predisposta ad abbracciare idealismi  e sogni, aveva concepito l'innocente, quanto ardito disegno, di attuare una conoscenza più diretta con quel luogo fatato che era per lei Piazza Dello Amor Perfetto.
Nella sua giovanissima mente questo concetto era stato formulato in maniera molto più elementare e non contemplava nessun sofisma riguardante moti di ribellione all'autorità genitoriale, cosicché  possiamo semplicemente riassumere il suo progetto in un innocentissimo "farò solo una passeggiata piccola piccola"


foto di Claudia Moon

mercoledì 21 novembre 2012

Il diario di Jane



Il DIARIO DI JANE 
L'ULTIMO CIAK

IL TORPORE DI JANE NELLA VASCA DA BAGNO
...così mi sono ripresa da quel lungo, o breve, torpore, che  non saprei giudicare la sua duratache m'ha colto nella vasca da bagno, e ne sono emersa accingendomi poi con grande premura a riguadagnare il tempo prestato all'oblio, che già ero in forte ritardo e tutti mi aspettavano sul set per il ciak finale.


IL CIAK FINALE: L'IMPICCAGIONE DI LENI
Il ciak finale, la scena dell'impiccagione, quella per me più difficile da recitare, un intenso primo piano sul mio volto atterrito mentre i miei occhi fissano il cappio, la cui lugubre ombra dondola solitaria sulla parete, monito beffardo che in realtà, ad onta del titolo (Non siamo soli) ci dice che, invece, soli lo siamo, soprattutto nel nostro ultimo giorno.

Il tuo sguardo, Jane, mi ha detto il regista, affida a quello le tue battute mute, quelle che la ragione, davanti all'ineluttabile, non riesce più a compitare attraverso la voce, e devi decisamente convincere noi, come il pubblico della sala, del sentimento pesante della paura mentre sei ancora viva e respiri già la tua morte.
Un ultimo intenso primo piano, Jane, è quello che vogliamo da te, che la storia è buona ed il pubblico incondizionatamente amerà Leni, giustiziata senza aver commesso colpa alcuna se non quella d'essersi innamorata dell'uomo di un'altra.

RIFLESSIONI DI JANE SU SE STESSA E IL PERSONAGGIO DI LENI
Scivolo via dalla vasca che si è fatto tardi e basta elucubrare, la scena va girata sul set e non rivoltata all'infinito nella mente, che è pur vero che la morte è così estranea ai miei pensieri che mi risulta doloroso essere Leni ed interpretare la sua paura, ma sono un'attrice e in questa recitazione darò il meglio di me, che così chiedono il regista, la critica ed il pubblico, ma dopo questo film non vorrò più saperne di tragici ruoli, che questa scena mi strazia, e la morte, nonostante tutto, non riesco a sentirla, anzi, mai sono stata così eterea e leggera, che la vita è un incanto ed io così fortemente l'amo come mai Leni potrà più amarla.

IN PROGRAMMATO RITARDO
Ma lei è l'eroina di una storia ed io, invece, una donna reale, e come tale ora m'affretto allo specchio, che proprio come una diva, in programmato ritardo, mi sarò fatta aspettare.


 LO SCONCERTO DELLA REALTA'
Ma lo specchio è solo una vuota cornice dove il vetro non ha più riflesso, ed invano io cerco l'immagine mia, come una folle percorro la casa dove nessuna superficie però mi rivela, ed allora mi cerco nel mio corpo coperto di schiuma dove solo le mani paiono ancora reali, ma la voce non c'è, ed è muto il mio urlo che potente mi risuona nella testa e le cui vibrazioni infrangono gli specchi di tutto il creato, che ora provo lo stesso terrore di Leni davanti alla morte, che se per lei è il cappio, per me, invece, è lo specchio, dove invano mi cerco.


LA MORTE DI JANE
E torno alla vasca, a quella mia tomba dove giaccio coperta di schiuma, solo un braccio ancorato alle freddi pareti, e il resto di me sepolto dall'acqua.

Che inganno la vita!
Che inganno la morte!


Images by Victoria Frances

sabato 17 novembre 2012

E forse questo è ancora amore

Stasera non ho voglia di niente, ho mal di testa di quello pesante, di quello che annnienta i pensieri e desidero solo che passi in fretta senz'altro baccano che perfino il contatto della tua mano ne aumenta il dolore e ne genera nuovo, così non toccarmi, ti prego, lascia che il male faccia il suo corso e domani vedrai sarò ancora pronta ai tuoi baci e alla tua tenerezza ma stanotte no, ti prego stammi lontano, lascia che io dorma da sola se dormire sarà possibile con questa lama conficcata nel capo.

E tu paziente mi lasci tutto lo spazio di cui abbisogno e vai  nello studio a dormire con la pena di questo dolore che non puoi e vorresti lenire, e chiudi piano la porta rimanendo in attesa di un mio richiamo o di un sospiro più forte, che giustifichi un tuo rientro, ma il silenzio è assoluto e così t'allontani a malincuore che avresti voluto dimostrarmi il tuo amore stringendomi tra le braccia e cullandomi come una bimba, che la virilità di un uomo è anche nella dolcezzza con cui ninna la sua donna, appagato solo dall'averla vicina, come altre volte è accaduto che la tua sola presenza calmava il dolore e di null'altro avevo bisogno che anzi, in quel letto così grande mi pareva di smarrirmi e m'accucciavo nel tuo grembo e tu, racchiudendomi tutta, diventavi per me intercapedine e protezione.

Stasera non ho voglia di niente anzi, una voglia ce l'ho e non riesco a cacciarla via dalla mente, che l'emicrania è solo una scusa e di altro ho bisogno fuorchè di dolcezza e tu non capisci e non te ne accorgi che non sono più quella di un tempo, che porto addosso l'odore di un altro, impronta di dita e di umida lingua, così ti chiedo sempre più spesso di lasciarmi dormir sola perchè ho il terrore di pronunciar nel sonno il suo nome, e tu poi come vivresti? Anche adesso mi chiedo se tu lo hai capito o se fingi perchè hai paura che io ti dica sia vero che amo un altro ma no, non è amore ma solo una smania, sfrenata ed abietta, di pelle nuda e di cieca obbedienza.

E tu non riusciresti a comprendere il demone che m'ha plagiata, la febbre che di me s'impossessa solo al pensiero delle sue dita e della sua voce perversa che umilia e comanda e m'eccita, m'eccita più delle tue parole gentili e della tua tenerezza, mi rende scoperta, facile preda, che questo è il mio ruolo nel suo gioco di sesso e non lesina nulla, insulti e vergogna, di cui mi diletto come gesti d'amore e più cado in basso e più io li agogno, più impaziente attendo il prossimo oltraggio che il desiderio è anche questo e tu non puoi sapere quanto nell'abisso si possa godere.

E tu mai saprai quanto vorrei raccontarti di quello che provo e di quanto vorrei non provare, tornare indietro a quella che ero, lasciar spalancata questa porta e far si che tu, come un tempo, liberamente vi entri, che non ci sono fantasmi ed è solo il tuo nome che nel sonno pronuncio, ma non sono più quella e della nuova me stessa tu di sicuro ne avresti disprezzo, e così ti lascio fuori da questa stanza e dai miei sogni abietti.
E forse questo è ancora amore.


giovedì 15 novembre 2012

Un film non convenzionale

L'amore non convenzionale, tratto dal racconto "La strega Elvira, la fata Costanza e i capricci dell'innamoramento non convenzionale" è un film del 2011 scritto e diretto da Amaranta Dell'Antro,  protagonisti la coppia Cassel/Bellucci ed una sensualissima Cameron Diaz


Indice (nascondi)
Trama
Ispirazioni
Dietro le quinte
Ricononoscimenti

        L'amore non convenzionale                       
Bellucci e Cassel in una scena del film
 Titolo originale: L'amore non convenzionale
Paese di      Italia
produzione
 Anno          2011
Durata       112 min
Colore        colore
Audio         sonoro
Genere      sentimentale
Regia         Dell'Antro/Fel
Soggetto    A. Dell'Antro
Sceneggiatura  Felinità
Produttore  William Blogger
Fotografia   Claudia Moon

Montaggio Camilla Imperatrice
Musiche       AA.VV  
Scenografia  Claudia Moon
     Interpreti e personaggi            
Monica Bellucci: Elvira
Cameron Diaz: Costanza
Vincent Cassel: Il Portoghese
      Doppiatori italiani                  
Monica Bellucci: Elvira
Eleonora De Angelis: Costanza
Christian Iansante: Il Portoghese


Trama (modifica)
In una Parigi dalle atmosfere decadenti, la strega Elvira e la fata Costanza, ambedue attratte dallo stesso uomo, il fascinoso matematico e latin lover Cristiano Diogo De Santos, alle cronache conosciuto come Il Portoghese, affilano le armi sfidandosi in una guerra di seduzioni e malie dove la magia è però bandita, scommettendo onore e prestigio solo sulle rispettive capacità personali per far innamorare perdutamente l'affascinante seduttore.

Ispirazioni (modifica)
Ispirato dalle vicende reali, di prima e seconda mano, della scrittrice e dalla sua  insana passione per gli uomini dagli occhi chiari e dalla mente contorta.

Dietro le quinte (modifica)
Il film è stato prodotto dal miliardario William Blogger innamorato, e non corrisposto, dall'autrice della storia, Amaranta Dell'Antro, che pare lo ritenesse noiosamente sano di mente nonostante una fantascientifica e rischiosissima operazione agli occhi a cui egli si è sottoposto per cambiarne il colore e omaggiare, di un paio di più gradite iridi verdi, la scrittrice.

Riconoscimenti (modifica)
  •  2011 - Premio Oscar
  • Miglior Regia a Dell'Antro/Fel
  • Miglior Fotografia  a C. Moon
  • Miglior sceneggiatura a  A. Dell'Antro
  • Miglior montaggio a C. Imperatrice
  • 2011 -  Los Angeles Film Critics Association Award
  •  Miglior Film Straniero a Dell'Antro/Felinità
  •  Nel 2012 la prestigiosa Accademia Del Cinema Italiano l'ha inserito al 20° posto della lista dei 100 miglior film italiani del XX secolo

martedì 13 novembre 2012

La scultrice


LA SCULTRICE
Ti scolpisco
amore mio,
con mano decisa
sotto il getto irruento dell'acqua
rimodello il tuo corpo 
affinchè nessuna tua protuberanza
interferisca
lacerando
l'integra nudità delle mie pareti
E  attraverso i vortici d'acqua
levigo ed arrotondo i tuoi  spigoli
ti rendo sinuoso
e morbido
amore mio,
assolutamente incongruo
alla tua funzione primaria
modellandoti
in un liscio e lucido
corpo di pesce
per restituirti neutro all'acqua,
tuo ritrovato elemento naturale.

Images by Jan Saudek

domenica 11 novembre 2012

Sogni

Caro diario, a scriverti  è una ragazza di 56 anni col cuore e la testa traboccanti di emozioni e parole che prova a raccontare con l'entusiasmo e la convinzione di una prosatrice autodidatta, ma scrupolosa.
Caro diario, questa ragazza di 56 anni non ha rinunciato ai sogni, seppur di molto, per motivi esistenziali ed anagrafici, li ha ridimensionati, ma ti confiderà che l'averli rimpiccioliti un pochino li rende più alla portata, più credibili, sicuramente meno faticosi e più fattibili.
Di che natura siano i miei sogni non ha importanza né il dichiararlo cambierebbe il senso alle tue pagine, i sogni sono sempre belli, ed anche se il raccontarli non li rende di certo  più veri o realizzabili, stabilisce con loro un rapporto più diretto, più confidenziale, più umano, perché i desideri, per loro natura, paiono sempre irraggiungibili così capita talvolta, invece, che ne realizziamo qualcuno  neppure ce ne rendiamo conto, perché ci pare piccolo e striminzito, nulla di quel glorioso o fantascientifico di cui avevamo fantasticato.
Lo scriverne rende a me stessa l'idea esatta dell'estensione dei miei sogni e, a dirtela tutta, col passare degli anni essi stessi, spontaneamente, sono andati a rimodellarsi sulle variazioni che ogni stagione della vita comporta.
Caro diario, i miei sogni li ho realizzati, non tutti ovvio, forse solo i più facili, quei palloncini che non sono riusciti ad involarsi verso le vette più alte del cielo, a toccare il sole.
Ma c'è pur sempre un sole che, sorgendo più basso, scalda forse di più.
Un sole casalingo, da caminetto, al quale possiamo familiarmente tendere le mani nelle giornate più rigide, o solitarie, per avere il conforto di un po di calore.
Caro diario, i sogni non sono mai piccoli o striminziti, questo me lo dice la saggezza della mia età, ma è  piuttosto l'intensità o l'impazienza con cui li desideriamo a stabilirne lo spessore e la vastità e la priorità.
......ma nessuno, al pari degli anni che siamo destinati a vivere, può stabilire la durata di un sogno dal momento della sua realizzazione..
Ci sono desideri che una volta concretizzati rimangono con te, tutta la vita, non li perdi e diventano i tuoi successi altri, invece, di più precaria o limitata durata, che poi si rivelano solo temporanei.
Caro diario, anche quelli sono sogni realizzati, quelli che forse, alla fine, meriterebbero un posto meno infimo nella classifica stabilita dei miei successi o insuccessi, perché all'apparenza, ma solo all'apparenza, sembravano facili e neppure, forse, dei veri sogni, e solo quando sono finiti, e dopo che li ho ascritti alla categoria dei fallimenti esistenziali, cercando perfino di rimuoverli dai miei ricordi, ho permesso però così al tempo di maturarli a nuova rinascita, depurati dalla mia amarezza e dal mio rancore, per restituirmeli intatti nella loro vera essenza.
Come è possibile che io abbia voluto dimenticare quanto forte mi batteva il cuore il giorno del matrimonio o la gioia immensa e condivisa della nascita di mio figlio. e ricordare soltanto le recriminazioni e la disperazione di quando poi tutto è finito?
Come è possibile che io abbia desiderato dimenticare i giorni in cui è nato di nuovo un amore, un uomo diverso ma sempre lo stesso battito di cuore, e la passione e la complicità che, seppur nella tempesta, hanno scandito quegli anni della mia vita?
Caro diario, erano sogni anche quelli, e realizzati.
Solo non erano di quelli destinati a durare per sempre.
Marilena


sabato 10 novembre 2012

Identikit


 Cristiano Diogo De Santos, l'affascinante matematico e latin lover, meglio noto come "Il Portoghese" è identico a Vincent Cassel, tranne per il colore degli occhi che Vincent li ha grigi e Cristiano, invece, verdi.
Cercavo una sua foto da postare ma mi sono resa presto conto che non l'avrei trovata, semplicemente perchè dopo le ultime vicissitudini sentimentali che lo hanno costretto, suo malgrado, sotto le luci dei riflettori, ha cancellato ogni traccia di sè per disseminare fotoreporter e donne che, da quel travagliato periodo, ostinatamente gli danno la caccia.
I primi per uno scoop, le altre, invece, per una notte d'amore.

Ma siamo io ed Amaranta, qui nell'antro dove ha trovato temporaneo rifugio, ad averne l'esclusiva, seppur dolorosamente consapevoli che una mattina, al risveglio, troveremo sul cuscino una rosa screziata ed un cartoncino azzurro:
Eu te amo
até breve
 Cristiano

giovedì 8 novembre 2012

Nella cucina della maga Circe

Nella cucina del mio antro gli uomini vi entrano di peso normale e ne escono triplicati.
Incomprensibile, per me, questo mistero.
Che io cucini discretamente bene non può spiegare questa assurda, incontrovertibile lievitazione del peso, un'assunzione spropositata di chili che rende i miei partner giocosamente conviviali, votati all'allegria più schietta ed alle confidenze più intime, loquaci e disponibili ad ogni mia richiesta, ma ahimè così diversi, nell'aspetto fisico, dal loro primo  ingresso,
Begli esemplari maschili inspiegabilmente trasformati in qualcos'altro, e di notevole dimensione.

Amaranta - Questo avviene perchè sei una castratrice. Pretendi e loro, coscienti di non saperti accontentare, s'ingozzano.
Io - Questa pretenziosità che tu m'attribuisci non è vera, ma forse, al contrario, è il mio istinto materno di cancerina a compiere il danno perchè io ho la necessità nutrire il mio partner, di cibo, parole e sesso.
 E calore.

I miei uomini varcano la soglia della mia cucina agili come atleti, forti come guerrieri, determinati come eroi ad espugnar la torre, esibendo tutte quelle mascoline virtù che incantano noi donne e, nel mio caso specifico, anche dotati di un cervello e di una bella voce.
La voce è un elemento per me fondamentale, così ho sempre scelto uomini con un bel timbro vocale.
Affabulatori, perchè l'incanto non deve essere legato solo alla presenza fisica.
Al pari di me, incalliti narratori di storie.
Voce e cervello e dita sensibili: gli elementi del peccato.
Che io diligentemente, ad ogni pausa, rinvigorisco rifocillandoli.
Dunque i miei amanti entrano nella mia cucina esibendo un volume ed un peso e ne escono triplicati.
Ma contenti.
Questo va pur detto.
Anche se dopo passare dalla porta quasi sempre si rivela un problema non secondario.

Images by Peter Kemp