Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

giovedì 31 maggio 2012

L'addestratore di cavallucci marini (cap 4)

L'articolo sarebbe stato pubblicato il giorno stesso dell'anteprima di Los Angeles, con la rivelazione dettagliata dei congegni ingegneristici di cui Mr Wolf abilmente s'avvaleva per propagandare, attraverso l'illusionismo e la prestidigitazione, le sue fantascientifiche millanterie.
Questo era ciò che si prefiggeva Osmond Cox, ben deciso a resistere in quell'assedio solitario, eroicamente pronto, all'occorenza, ad immolarsi sull'altare della verità e dell'informazione, spinto dal fanatismo intellettuale ma, ancor di più, da una smodata ambizione personale.
Osmond Cox era uno scalatore ardito, a quanto pare, e non solo di sequoie.

E proprio dal folto della sequoia, dove s'era appollaiato armato di taccuino e binocolo, Cox poteva godere di un'ampia veduta, seppur parziale, dell' area dove s'ergeva l'immenso tendone del "Great Sea Circus" e spaziare fino all'accampamento dei carri e della tendopoli, dove alloggiavano le squadre dei tecnici e dei manovali, impegnati nei minuziosi controlli e nella messa a punto dei diabolici congegni di cui Mr Wolf si sarebbe servito.
Ovviamente non poteva spiare ciò che accadeva all'interno del tendone (avrebbe, comunque, studiato il modo di penetrarvi notte tempo) ma da quel punto privilegiato vedeva, e prendeva nota, dei macchinari fantascientifici trasportati sotto il tendone bianco e azzurro, dove Mr Wolf, in persona, ne verificava lo stato e stabiliva test e messe a punto, mentre l'Ulisse armato di carabina Spencer vigilava  affinchè nessun estraneo potesse intrufolarsi all'interno.

Ma non era soltanto fermento organizzativo quello che Osmond Cox andava spiando, ma anche momenti di vita intima che ben avrebbero dovuto rimanere privati, come l'accesa discussione fra il colonnello Dixon e sua figlia, diverbio di cui, tra l'altro, non aveva captato le parole ma, come spettatore di un film muto, aveva cercato d'intuire un possibile dialogo attraverso la mimica dei gesti.
Di certo il colonnello era visibilmente in collera, ma la ragazza, però, sembrava tenergli testa.

E così, infatti, una discussione alquanto animata s'era accesa fra padre e figlia quando, con toni aspri, il colonnello aveva rimproverato Ketty di trascurare i suoi esercizi e passare troppo tempo in compagnia di Miss Pure, ricordandole come la vita di un'artista fosse incentrata essenzialmente sulla disciplina e l'autocontrollo, e che trovava riprovevole, oltrechè pericolosa, questa sua infatuazione per una donna effimera come Miss Rose, così per scongiurare tale sciagura avrebbe alloggiato, da quel giorno stesso e fino alla partenza, nell'accampamento del circo.
Allora, Ketty, tra le lacrime urlò il suo disgusto per il circo, per le vasche marine, per i congegni illusionistici, per Shadow ed infine anche per lui che, ignorando le sue esigenze, la costringeva ad inseguire un sogno che non era il suo.
Era stanca di vivere in un imbuto, sognava la terraferma, i confini di una proprietà, la routine di una vita oscura l'abbagliava mille volte di più che la prospettiva della fama, degli applausi e della leggenda a cui suo padre, fin dalla nascita, l'aveva votata.
Per tutta risposta il colonnello l'aveva schiaffeggiata.

Dall'alto della sua postazione, Osmond Cox, li aveva visti fronteggiarsi ancora per un breve momento, poi Ketty, oltraggiata da quello schiaffo, era fuggita via urlando il suo rancore.
Il colonnello, invece, era rimasto impietrito a fissare la mano da cui era partito il ceffone.

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giovedì 24 maggio 2012

L'addestratore di cavallucci marini (cap 3)

Miss Pure appariva agli occhi di Ketty come l'esempio della realizzazione possibile di una vita diversa che, seppur delimitata dai confini di un paesaggio circoscritto dalle regole societarie, era pur sempre possibile travalicarne i limiti, mirando alla forzatura piuttosto che alla conquista degli spazi oppressi.
La vita stanziale e scapigliata dell'inneffabile Miss Rose si contrapponeva, nel suo immaginario, con irresistibile seduzione e come termine di paragone, a modello alternativo alla sua, invece, rigidamente  strutturata sui codici della gente nomade.
In virtù di queste inedite riflessioni, la giovane acrobata aveva iniziato così a valutare la necessità dell'amputazione di quella sua coda di sirena che ora le appariva umiliante come la propaggine di una catena.
 Miss Pure, dal canto suo, s'era ella stessa infatuata della piccola Dixon, irresistibilmente attratta dalle dissomiglianze, piuttosto che dalle similitudini, che la loro conoscenza sempre più intima metteva in risalto.

Intanto, appena al di fuori dell'abitato dove erano state issate le tende del "Great Sea Circus", si era formata una sorta di comunità secondaria con in aggiunta, all'aggregazione dei perditempo di sempre, di quelli nuovi, provenienti dalle zone limitrofe, irretiti dal roboante quanto irreale richiamo della gran cassa, percossa, con convincente energia, da un figurante che s'andava aggirando, novello Nettuno, a bordo di un  fantascientifico carro marino in esplorazione dei sentieri provvisori irradianti da Culver City, con lo scopo pagano della propaganda e del lucro.
In realtà, Mr Wolf, l'addestratore di cavallucci marini, era un convinto seguace della scienza di  Abraham Gottlob Werner, l'ideatore della "Geognosia" e fautore delle teorie del "Nettunismo" cosicchè quasi sempre lo spettacolo meramente acrobatico era poi integrato da una coda didattica assolutamente gratuita, mirata alla divulgazione e al proselitismo.

Si era già cominciato, dalle prime luci dell'alba, indefessamente a lavorare per organizzare, impiantare e programmare le complesse scenografie: oliare ingranaggi, misurare distanze, issare specchi e stender panneggi per ottenere l'effetto illusorio di un fantastico, sbalorditivo caleidoscopio marino.
Dichiarata come sempre "off limits",  l'area di lavoro sorvegliata a vista da un energumeno barbuto che andava sfoggiando, a tracolla della corta tonaca da Ulisse, una minacciosa carabina Spencer.
Era già successo, in passato, che altri impresari meno abili e meno fantasiosi, avessero cercato di penetrare i segreti e le meraviglie di quell'universo cobalto (bianco e azzurro erano i colori del "Great Sea Circus") per trarne spunto, o peggio ancora, farne plagio, costringendo Mr Wolf ed il colonnello Dixon ad assoldare l'Ulisse pistolero.

Nel frattempo, Osmond Cox, direttore, azionista e giornalista del "Newspaper of Culver City" aveva trascorso, a tal fine, la notte all'addiaccio, abbarbicato ad un'altissima sequoia prospiciente l'area vietata, per penetrare i segreti di quell'illusionismo avanguardistico che era all'apice della nascente leggenda del "Great Sea Circus" e svelarli in uno scoop sensazionale.
L'articolo sarebbe stato pubblicato il giorno stesso del grande spettacolo di Los Angeles.

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giovedì 17 maggio 2012

Strategia Esistenziale

Ci si nasconde, a volte, solo per essere diversamente visibili.
E quasi mai si tratta di un gioco.

Continuum

Era tanto tempo che non scrivevo più una pagina di diario, stanchezza e tedio in aggiunta alla determinazione di smettere di raccontare una storia troppo nota a me stessa e che, senza il supporto degli immaginifici abitanti del mio antro, risulterebbe ancora più noiosa.
Ma tutti noi, anche i più insicuri e i più scettici e i meno possibilisti, nel profondo covano la convinzione di essere, o voler essere, qualcosa di più di un nome, di un sesso o di un'età, ed è questo che esalta la nostra vera umanità: il convincimento di noi stessi.
Non è la santità o la moralità che eleva gli uomini al grado più elevato dell'intelletto, ma piuttosto la loro umanità squilibrata e deficitaria che li rende incoscienti e spericolati, e quindi grandi.
Addirittura geniali.
Ecco io stessa che m'ascrivo alla categoria dei meno possibilisti son qui a congetturare e disquisire, con un entusiasmo estremo, del valore che a lungo ho negato a me stessa e di cui dapprima con umiltà, trepidazione e timidezza, poi con sempre più sfacciata determinazione, forse anche con un pizzico di presunzione (l'egocentrismo, velato o esposto, appartiene a tutte le categorie, anche a chi lo rifiuta a priori per un senso d'inadeguatezza o d'imbarazzo) ho cercato, quindi, di svelarmi nelle mie molteplicità e raccontarmi in una sequenza a volte caotica, molto spesso ripetitiva, ma sempre assolutamente sincera di me stessa, di quell'Amaranta che sentivo prepotente scalciare nel mio utero per nascere e vedere finalmente la luce, (madre e figlia allo stesso tempo, complesso di potenza sfiorante il divino, ecco cosa i timidi sono capaci di covare nel fondo delle loro viscere!)
L'ho tirata fuori la mia Amaranta, la mia alter ego, bellissima e sicura di sè, ed insieme abbiamo avuto buoni successi (perfino individuali e scissi)  in questi quattro anni di avventura in Blogosphere, certo non tutte vicende felici, qualche delusione che però non relego nel negativismo ma, anzi, l'archivio convintamente come illuminante esperienza che, nonostante tutto, mi ha permesso di guardare oltre e valutare anche la mia capacità di comprensione e coerenza, d'empatia ed apprendimento, in ottemperanza al mio modo di vedere e in nome di quell'evoluzione intellettuale che, spesso, mi ha posto in posizioni scomode, non sempre capite, ma di cui io sono sempre stata assolutamente cosciente.
Insieme alle delusioni, poche e passeggere, moltissime e vere soddisfazioni: la mia affermazione personale agli occhi di me stessa e di chi ha creduto in me; la conoscenza di  Blogosphere che io continuo a ritenere assolutamente non virtuale o, almeno, non troppo diverso da quel virtuale che mettiamo in scena, o che ci viene propinato ogni giorno nel corso della nostra vita definita reale ma con rappresentazioni, talvolta, di alto virtusiosimo artistico; l'amicizia, su tutto, dono meraviglioso, privilegio, intesa, conforto di presenze reali e di sentimenti che forse mai avrei avuto, in altro modo, la fortuna d'incontrare.
E' il mio Diario il racconto del lungo iter verso il convincimento di me stessa, dei miei limiti ma, soprattutto, delle mie possibilità (mi ricordo che tempo fa, su un'altra pagina ho adoperato questa stessa ultima frase a fattori invertiti: il convincimento di me stessa, delle mie possibilità ma, sopratutto dei miei limiti. E la differenza, se non nella forma è nella sostanza)
Non importa se oggi sono solo un nome, un sesso e un'età confusa nella folla di altri nomi, sessi ed età, queste pagine sono il mio tributo al futuro: una piccola storia normale di una donna normale, nata nel 1956, un'epoca di transizione ma che sa già di remoto.
Noi ci illudiamo di vivere un tempo eterno ma io sono convinta che l'eternità degli uomini vada circoscritta dalla data di nascita a quella della morte, e non esite poi un altro tempo e un altro spazio se non quello riservato alla memoria, nel ricordo dei figli e di chi ci sopravvive o di chi incappa in qualcosa di noi e ci fa rivivere, per lungo o breve tempo, una sorta di resurrezione nella riesumazione della testimonianza del nostro passaggio).
Esistono solo due tempi davvero reali: il passato ed il presente, (il futuro è solo una terza, fortuita, possibilità), così ecco che il presente è "il continuum", la retta reale, il collegamento ordinato tra la realtà di un passato e l'ipotesi di un futuro.
Le pagine del mio diario sono quindi la testimonianza di quel continuum, quell'insieme "totalmente ordinato" e "densamente ordinato" non vuoto e privo di buchi, la testimonianza del mio reale presente.
Marilena

domenica 13 maggio 2012

L'addestratore di cavallucci marini (cap.2)

A Mr Wolf, quindi, non era rimasto che acconsentire alle esigenze del colonnello Dixon e soddisfare anche la richiesta di Miss Pure, accingendosi ad allestire alcuni numeri dell'imponente spettacolo che a Los Angeles avrebbe avuto la sua consacrazione.
Ma tutto questo sarebbe valso anche a prevenire le mollezze dell'ozio di quella vacanza forzata ed evitare i rischi di un rilassamento pericoloso in cui i suoi artisti, gente necessariamente disciplinata, avrebbero potuto incorrere.

D'altra parte l'incantevole Miss Rose, dal passato burrascoso e dal presente fecondo, eccellentemente si stava adoperando per rendere piacevole il loro soggiorno a Culver City, con forse troppa passione, come aveva notato Mr Wolf, intravedendo dietro la sua disponibilità e le sue seduzione una strategia ben congegnata, un tatticismo machiavellico teso ad evidenziare, ai suoi occhi, l'autoindulgenza ed il lassismo dei suoi artisti in balia dei sensi.
Uno sbandamento, quindi, provocato ad arte dalla maitresse, buona osservatrice di caratteri a cui non era sfuggita l'apprensione con cui Mr Wolf andava osservando la sua truppa in libera uscita a tempo indeterminato.
Così egli avrebbe avvertito l'urgenza di strappare i suoi ragazzi alla soavità dell'alcova e alla mollezza dell'ozio per  ricondurli a quella salutare disciplina a cui ogni buon atleta deve attenersi per non invalidare mesi di duro esercizio e, soprattutto, per non rischiare di giungere a Los Angeles in uno stato di flaccido abbrutimento.
Diventava quindi indispensabile, per ricollocare ognuno nel proprio ruolo e nel proprio ambito, allestire lo spettacolo a Culver City.

Sebbene la decisione di questo irregimentamento coatto era stata accolta da molti mugugni e qualche commento di malcontento, non ne era seguito alcun ammutinamento e vennero dunque issate le tende poco fuori l'avamposto abitativo, trasportate le attrezzature e gli strumenti di scena, tra cui, con mille precauzioni e sotto la direzione personale di Mr Wolf, la grande vasca dei suoi cavallucci marini.
Solo il colonnello Dixon e sua figlia Ketty erano stati esentati dai doveri professionali dal momento che la loro attività era strettamente legata a Shadow, il mustang nero ancora in fase di convalescenza.
 E mentre il colonnello si dedicava con devozione alla guarigione di Shadow, la sua giovane figlia trascorreva gran parte del suo tempo incollata alle sottane di Miss Rose, affascinata e sorpresa delle molteplici possibilità che sembravano facilmente offrirsi a quella donna così determinata, dalla bellezza effervescente e dalla morale duttile.

Miss Pure appariva agli occhi di Ketty come la realizzazione possibile di una vita diversa, e mai sperimentata, da quella che lei aveva fino a quel momento vissuto, nell'inganno di una vasca di vetro e in stretta simbiosi con un mustang nero.

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venerdì 11 maggio 2012

L'addestratore di cavallucci marini (cap 1)

Innanzitutto c'era d'ammirare la dedizione assoluta con cui Mr Wolf si dedicava all'addestramento dei  suoi cavallucci marini, attrazione principale del "Great Sea Circus" in tournèe mondiale e con il tutto esaurito, (così recitava il manifesto affisso alle pareti del saloon di Miss Rose Pure) diretti a Los Angeles ma costretti, a causa dell'azzoppamento di un cavallo, ad una tappa forzata, e fuori programma, a Culver City.
Un increscioso incidente, questo del cavallo, che aveva costretto Mr. Wolf e la sua variegata truppa ad albergare nell'equivoco saloon di Miss Rose Pure che, a dispetto del nome, la purezza l'aveva smarrita da un tempo ormai remoto e senza neppure troppi rimpianti, perchè anche lei, al pari di Mr Wolf, poteva dichiarare, senza alcuna millanteria, sempre il tutto esaurito.

Così gli artisti del "Great Sea Circus" trovarono conforto tra le ospitali pareti di Miss Pure che generosamente, e a credito illimitato, aveva messo a loro disposizione le sue  ragazze ed il suo whiskey, in cambio dell'anteprima di quel grandioso spettacolo che i manifesti, con enfasi, annunciavano.
A Culver City, città di frontiera così lontana dallo splendore di Los Angeles, non accadeva nulla di veramente rilevante, eccettuati matrimoni e funerali che, come sottolineava Miss Pure, erano d'ascriversi alla normalità piuttosto che alla mondanità, mentre con il richiamo inaspettato del  "Great Sea Circus" calcolava che ne avrebbero beneficiato, in egual misura, la vita sociale e le casse del suo saloon.

D'altronde ci sarebbe stato tutto il tempo per organizzare questo evento dal momento che il colonnello Dixon,  socio paritario, mente immaginifica e prodigioso coreografo, (quasi tutti gli spettacoli nascevano dalla sua fertile fantasia) si era decisamente rifiutato di sostituire Shadow, il mustang nero che s'era azzoppato, non intendendo ragioni nè aggiustamenti, minacciando, anzi, le sue dimissioni.
Mr Wolf , dal canto suo, era assolutamente consapevole del valore di Shadow e, ancor di più, della genialità del suo socio, per cui non oppose più alcuna obiezione.
Quale altro cavallo avrebbe potuto eguagliare in destrezza Shadow quando prontamente afferrava con i suoi forti denti la coda della sirena nel momento in cui, attraverso l'ingegnoso sistema di un ancoraggio e di una catapulta sapientemente celati nel fondo della vasca marina, veniva all'improvviso proiettata in aria da uno spettacolare getto d'acqua che, con violenza, la scaraventava verso l'alto, ma ecco che a preservarla dalla rovinosa caduta trovava il mustang pronto ad afferrarla al volo, issarla in sella e lanciarsi in una corsa mozzafiato lungo un percorso accidentato, irto d'infidi ostacoli, mentre la graziosa sirena si esibiva in temerarie acrobazie in aperta sfida alla forza di gravità.

Nessun altro cavallo avrebbe potuto in breve tempo, e in uno stato pressante di necessità, raggiungere l'intesa perfetta che si era stabilita tra Shadow e Ketty, la piccola acrobata/sirena, figlia del colonello Dixon.
Cosicchè, a ragione, solo di Shadow egli si fidava.

A Mr Wolf, quindi, non era rimasto che acconsentire.

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martedì 1 maggio 2012

Fatti e misfatti di una donna perbene

Winchester, 25 Giugno 1882
 E' l'anima che detta le virgole nel caos di parole che la testa partorisce.
  Così ho da percorrere un lungo rigo, amore mio, prima di giungere alla prossima virgola che mi condurrà a te e devo farlo con un conflitto in atto, combattuta tra il sentimento e il dovere, l'anima e la testa.
Non è altro che la coscienza, e non la prudenza, come tu sostieni, che m'induce a questa penosa sosta che io non so ancora vagliare nella durata dei suoi tempi effettivi, poiché questi non dipendono esclusivamente da me, che se io fossi sicura di non arrecare danni irreparabili con la mostruosa conseguenza di quei pesanti sensi di colpa che forse, alla fine, avvelenerebbero anche  il nostro amore, non porrei nessun altro indugio e, credimi, già ti avrei raggiunto al capo di quel rigo.
Confido nella tua pazienza e nella certezza del tuo amore.
Sempre tua
 Jane








Winchester, 30 Giugno 1882
La giornata di ieri è stata interminabile, penosa la sua scenata di gelosia che, come sempre poi, si è conclusa nel pianto e nella richiesta del mio perdono.
Lui non ha la tua stessa forza, dipende da me come un bimbo dipende dalla madre e sono altresi convinta, come tu erroneamente sottintendi, che non sia una tattica per tenermi legata a questo matrimonio.
I suoi bisogni e le sue paure sono terribilmente vere, non mi dà l'idea che stia recitando per far leva sui miei sensi di colpa e la mia onestà morale, prima ancora che sul mio sentimento.
Ma posso ben capire la tua impazienza, solo ti chiedo di non dubitare mai di me, del mio amore e della mia convinzione di porre fine a questo matrimonio.
Ho solo bisogno ancora un po di tempo.
Ti amo
Jane
P.S. Mi è impossibile raggiungerti questo fine settimana dal momento che è stato disdetto il suo viaggio a Londra. Sebbene conscia di pretendere molto, ti chiedo ancora di pazientare.







Winchester, 8 Luglio 1882
Va bene, farò il possibile per venire il prossimo martedì.
 Inventerò una scusa plausibile.
Vedrai non ci saranno impedimenti.
Non vedo l'ora di essere con te
Ti amo sempre di più
 Jane







Winchester, 12 Luglio 1882
Amore mio, continuo a perpetrare all'infinito l'illusione di essere ancora tra le tue braccia.
Il nostro ultimo incontro è stato sublime.
Sono tornata a casa con impressi negli occhi i minimi particolari di te, il calore della tua bocca e delle tue mani, la profondità della tua voce e del tuo sentimento.
Ti avessi incontrato prima, mio unico amore, mi sarei risparmiata questi lunghi, sterili anni privi di emozioni e vuoti di sensazioni, vissuti nell'agonia dei sensi e nell'adempimento etico del mio ruolo di moglie mentre tu, invece, hai messo a nudo la mia femminilità, me ne hai reso consapevole, stravolgendo regole e cliche, insegnandomi ad essere provocante ed esigente, soprattutto complice.
Solo tu sei riuscito a darmi tanto.
La mia testa ed il mio cuore ti apparterranno per sempre
Assolutamente tua
Jane
P.S. Sono fermamente intenzionata a chiedergli il divorzio.







Winchester, 14 Luglio 1882
Ti prego, non essere ingiusto con me perché, seppur la tua rabbia ha buone giustificazioni, m'addolorano i toni della tua ultima lettera.
Comprendo lo sfinimento dell'attesa, ma non la tua scenata di gelosia.
Dimentichi che lui è ancora mio marito e finchèé non chiederò il divorzio mai verrò meno a quei riguardi di cui lui può vantar diritto.
Mi ha chiesto di accompagnarlo a Londra ed io, in virtù di questo, mi sono sentita obbligata ad andarci.
Sono ancora sua moglie e non posso esimermi dagli obblighi che il mio ruolo comporta, almeno fino a che non gli avrò parlato di noi non favorirò situazioni che diano adito a pettegolezzi, o illazioni, sul nostro matrimonio.
E' questo un periodo tranquillo, non mi assilla con la sua gelosia morbosa o con le sue crisi di nervi, tanto che stiamo instaurando un rapporto più amichevole ed aperto, scevro dal ricatto della disperazione, cosicche mi sarà più facile affrontare il discorso del divorzio.
Ti assicuro che non hai davvero nessun motivo di essere inquieto.
Cercherò di raggiungerti, seppur per breve, il prossimo lunedì.
Vivo solo per rivederti.
Jane







Winchester, 22 Luglio 1882
Le cose si stanno paradossalmente complicando proprio ora che lui appare molto più ben disposto e fiducioso nei miei confronti, ma proprio in ragione di ciò ho paura di sommuovere, in maniera maldestra, questo  suo nuovo equilibrio. Mi rendo conto che al momento sarebbe inopportuno pronunciare la parola divorzio senza scatenare crisi nervose e ricatti psicologici perché, nonostante questa apparenza di pacatezza, è palese la sua fragilità esistenziale nel suo continuo bisogno di essere da me rassicurato e negli sforzi evidenti che compie per contenere i suoi eccessi d'umore e soffocare il tarlo delle sue insicurezze.
Cosa accadrebbe ora di lui se io me ne andassi?
E cosa accadrebbe di noi, amore mio?
Jane








Winchester, 1 Agosto 1882
Ti scrivo di nuovo perché la tua risposta tarda ad arrivare.
Spero che tu stia bene.
Ti penso sempre
Jane



Winchester, 2 Agosto 1882
Certo che sono consapevole della realtà della nostra storia ma questo non significa che tu abbia ragione continuando a teorizzare su quella che tu definisci "la sua tattica di vincolo".
Sono assolutamente convinta che non sappia nulla della nostra relazione perchè conoscendolo sò che reagirebbe in tutt'altro modo.
La tua gelosia è fuor di luogo e, di certo, mi umilia.
Non contano dunque i rischi che io continuamente corro pur di poter stare con te?
Per il nostro amore ho messo a repentaglio la mia coscienza e la mia reputazione, non farmene torto, ti prego.
Non farmi piangere e, soprattutto, continua ad amarmi.
Ne ho bisogno.
Jane







Winchester, 12 Agosto 1882
La tua ultima lettera, amore mio, così fredda ed impersonale, mi ha scaraventato nell'angoscia più cupa perché in quelle tue poche righe evinco il rancore e non lo struggimento.
 Lui ha ricominciato di nuovo ad ossessionarmi con la sua gelosia ed il ricatto del suicidio.
Sono così stanca.
Mi manchi
Jane