Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

giovedì 30 giugno 2011

Requiem per un poeta (capitolo 10)

 VERITA' APPARENTI. VERITA' ACCERTATE.
Oliviero Piscopo, con l'ostinazione dell'innocente, andava ripetendo sempre la stessa versione della sua storia, senza cambiarla di una virgola. Sta di fatto che con questo ritorno, seppur negativo di notorietà, vennero rispolverati e ritrasmessi i suoi vecchi film, ed una certa critica chiosò perfino, in tono benevolo, delle sue riscoperte capacità d'attore, cucendogli addosso il ruolo seppur scontato, ma sempre di gran presa, dell' eroe fascinoso e maledetto. Un regista molto famoso, schieratosi dalla parte degli innocentisti, (per convinzione sincera o per calcolo opportunista?) gli propose, qual'ora fosse uscito da questa brutta storia, la parte di protagonista in un suo film. Così , ecco la faccia di Oliviero Piscopo campeggiare sulle prime pagine dei giornali ed affacciarsi dallo schermo televisivo, e da quello più ampio del cinema. Lettere d'amore e proposte di matrimonio gli piovvero addosso come manna imprevista, ed un avvocatessa di fama, la cui incommensurabile bruttezza era pari solo alla sua bravura, gli offrì il suo patrocinio gratuito, che è facile immaginare che cimentarsi in un caso come questo, di così grande rilevanza nazionale, e con l'auspicio di una vittoria, di  molto accresce il nome ed i futuri compensi.
Tanto più le luci s'accendevano abbaglianti su questo caso, tanto più Helga si ritirava nell'ombra, totalmente schermata dalla madre che l'aveva resa inaccessibile a chiunque, minacciando querele dal momento che la ragazza era ancora minorenne, ed appellandosi a tutti gli emendamenti, quelli della Giustizia, quelli della Costituzione e quelli, non scritti, della Coscienza
Helga rappresentava un punto interrogativo anche per il commissario Sangemini che di donne aveva pure una discreta esperienza, però del genere adulto, ma di adolescenti no, di quelle era assolutamente all'oscuro.
Nulla sapeva della vita complicata, umorale e schizzata, di un'adolescente.

Ed Helga si nascondeva, come un topolino, nel suo pertugio iperprotetto, lontana dai clamori e dai flashes, di nuovo preda dell'anoressia e del mutismo claustrale, sorvegliata da quella sua portentosa madre che imponeva la sua presenza anche durante gli interrogatori.
Donna incredibile, questa Mariana Malavento, che non interferiva nè con una parola nè con un ragguaglio, ma che il commissario Sangemini, ben intuiva, fosse lei a dirigere la scena.
Helga Malavento, invece, priva di trucco e con quella frangia infantile calata sugli occhi, sembrava ancor più giovane dei suoi sedici anni.
Una cosina minuta, da cullare con una bambola stretta al petto.
Una bambina da cavalluccio a dondolo, da vestire con abiti rosa e trine.
Che aveva da spartire questa piccolina col mondo austero della letteratura?
Perchè gli era stata data in pasto?
Il grande poeta, Jacopo Imperiale, a secco d'ispirazione, attingeva dalle tettine esigue e dalle gambe esili di questa adolescente, gli ultimi striminziti versi di una vena poetica ormai in esaurimento.
Guerrino Sangemini per gli intellettuali non aveva mai provato grande simpatia, seppur qualche libro lo aveva letto ma, forse per via del suo carattere e del suo lavoro, era più vicino all'universo dei filosofi e dei matematici, dal momento che la funzione investigativa richiedeva capacità d'analisi e di deduzione.
La verità......cos'è la verità?
Si chiedeva al momento smarrito, in corsa anche lui, e suo malgrado, su quella rutilante giostra mediatica.
Verità apparenti. Verità accertate.
Vera la storia raccontata da Mariana Malavento, supportata da testimonianze e referti.
Vera la storia di Oliviero Piscopo, seppur qui non ci siano testimoni a favore.
Vera anche la storia raccontata al telefono, ed in due parole, dall'anonimo balbuziente, basata su ciò che ha visto o immaginato di vedere.
Vera, infine, la pugnalata mortale che ha ucciso Jacopo Imperiale e che il commissario Sangemini, se potesse, vorrebbe volentieri poter attribuire, come atto estremo di giustizia, ad Euterpe, stufa di esser presa per i fondelli.

mercoledì 29 giugno 2011

Requiem per un poeta (capitolo 9)

NON SEMPRE APPARE CIO' CHE E'.
NON SEMPRE E' CIO' CHE APPARE.
Vite vissute negli eccessi, quelle di Mariana Malavento, così come quella di Oliviero Piscopo.
E motivazioni se ne possono pur trovare per giustificare tutto quel protagonismo e quel gran chiasso, che l'intelligenza scaltra degli eccentrici troppo spesso trova supportazioni nelle analisi, e nell'avvallo, nelle teorie degli psicologici ed ecco che, alla fine, si è in grado di confessarsi e d'assolversi autonomamente, senza l'intemediazione misericordiosa di un prete, nè quella dottorale di un professore.
Questo almanaccava il commissario Guerrino Sangemini, facendo il punto della situazione in base ai chiarimenti, o supposti tali, di Mariana Malavento.
Tutto, però, stonava, in questa maledetta storia: la vittima, le parti in causa, ed il presunto colpevole
Sul cadavere di Jacopo Imperiale, tra il collo ed il mento, erano state rilevate nitide tracce di saliva appartenenti, senza alcuna ombra di dubbio, ad Oliviero Piscopo, così come sue erano le impronte digitali riscontrate sul manico del coltello.
Gli unici addebiti di presunzione di colpevolezza coinvolgevano, in maniera diretta, solo lui.
Sarebbe stato in grado, l'ex attore, di congegnare la storia della sua accidetnale caduta sul corpo del poeta ancora, forse, agonizzante, per spiegare le evidentissime tracce da lui lasciate sul suo cadavere?
Ma una intelligenza così acuta, da inventarsi una trama d'una siffatta logica, da sollevare comunque dubbi sulla sua colpevolezza, sarebbe pur stata in grado di cancellare le impronte della sua colpevolezza.
Sfumature così sottili che non sembravano appartenere al carattere di Oliviero Piscopo, noto alla polizia per storie di droga e di prostituzione, che viveva alle spalle di ricche signore annoiate alle quali piaceva, per diversivo, immedesimarsi nel ruolo della pupa del boss.
La vita di Oliviero Piscopo era stata minuziosamente passata al setaccio, ma dalle indagini effettuate non risultava nessun legame, nessun contatto, nè con il morto nè con il suo entourage.
Perchè avrebbe dovuto ucciderlo?
Si poteva formulare, però,  l'ipotesi che quella notte, il gigolò, reduce da una festa borderline, sconvolto dall'alcol e dalle droghe, avesse incontrato il poeta e, assalito da un raptus improvviso, lo avesse assassinato.
Ma cosa ci faceva Jacopo Imperiale nei viali deserti del parco comunale, già chiuso a quell'ora?
E, d'altra parte, non lo aveva convinto nemmeno troppo Mariana Malavento.
Donna di carattere, quella sì, personalità da romanzo: eccentrica, volitiva, carismatica.
Aveva spontaneamente confessato, con parole di fuoco, il disprezzo e l'odio per il genero, gettando ombre inquietanti sulla sua immagine di uomo e di letterato, nelle tante interviste rilasciate ai mass media, cosicchè quando il commissario Sangemini le aveva chiesto chiarimenti sull'incongruenza tra quelle diffamazioni pubbliche al fulmicotone e quelle invece pacatissime, rilasciate in questura, ecco che saltava fuori una spiegazione da trattato di psicologia: l'esplosione del risentimento di una madre contro l'uomo che aveva irretito la figlia adolescente.
Di Mariana Malavento, sul cadavere del genero, non v'era nemmeno un capello e, seppur ci fosse stato, quella donna straordinaria, col suo sorriso più falso e più seducente, avrebbe ben potuto obiettare: capelli sempre se ne perdono, commissario, niente di più facile che mi sia caduto mentre gli spazzolavo la giacca.

Non sempre appare ciò che è.
Non sempre è ciò che appare.
Questo la prima regola a cui un buon investigatore deve sempre attenersi.

domenica 26 giugno 2011

Requiem per un poeta (capitolo 8)

ALCUNE DOMANDE. ALCUNE RISPOSTE.
Voi raccontate due storie diverse, signora, una per gli inquirenti ed una per i media.
Qual'è quella vera?
Chi era davvero Jacopo Imperiale?
E perchè, nella esecrabile ipotesi che suo genero fosse davvero un uomo così abietto, come risulta dalle interviste che lei ha rilasciato in questi giorni, ha comunque dato a sua figlia minorenne il consenso per sposarlo?
Lei, signora, deve spiegare la discordanza delle sue dichiarazioni.

La mia verità è nei vostri verbali ed anche nelle mie interviste ai media.
In quanto a mio genero era un uomo noioso e, al contempo, abietto.
Non gli è stato difficile irretire mia figlia attratta da uomini molto più grandi di lei, che in questi cerca quel padre che non ha mai conosciuto.
Questa, in sintesi, la spiegazione dello psicologo.
Quando sono rimasta incinta conducevo una vita, come dire...... piuttosto libera e non ero interessata ai rapporti convenzionali, così ho cresciuto, da sola, mia figlia.
Helga, invece, è molto diversa da me: una ragazzina atipica, un topolino di biblioteca, la più brava a scuola, nessun grillo per la testa, ma anche nessuna amica, nessuna festa: solo i libri. Le piaceva vivere in un mondo di carta. Ma non mi ha mai dato problemi finchè, ad un corso di letteratura, ha conosciuto Jacopo Imperiale, il grande poeta. Hanno iniziato a vedersi di nascosto. Quarant'anni di differenza, commisario, non sono pochi. Ho provato a convincere lui, con le buone maniere, a lasciar perdere. Ma non c'è stato intendimento. Allora gli ho detto che l'avrei denunciato perchè mia figlia è minorenne, e questo è un reato che lo avrebbe portato alla rovina.
Lui non mi ascoltava neppure.
Diceva che ad Helga non avrebbe mai rinunciato, che la cosa migliore per me sarebbe stata quella di rassegnarmi.
Non so come gli sia riuscito, ma sta sta di fatto che mia figlia  ha cominciato ad odiarmi.
Si è chiusa in un mutismo da clausura ed ha iniziato a perder peso a vista d'occhio.
Rifiutava il cibo, così come il dialogo e qualsiasi altro aiuto.
L'ho costretta al ricovero forzato, alimentata dalle flebo e supportata da uno psichiatra, per paura che si lasciasse morire. Ma non è servito a niente perchè, con testarda determinazione, si è adoperata consapevolmente a respingere ogni tentativo di terapia medica e psicologica.
Solo dopo aver dato il mio consenso al matrimonio, Helga, ha ricominciato a mangiare e a parlarmi.
Ma l'avevo comunque persa, ed odiavo l'uomo che me l'aveva portata via.
La mia vita sregolata, dopo, è stata una sorta di cattiva reazione alla realtà.
D'altronde, commissario, è accertato che l'euforia dell'alcolista nasce dall'infelicità esistenziale.
Tanto più amavo disperatamente mia figlia, tanto più sentivo di averla persa, tanto più profondamente odiavo mio genero.
Un validissimo motivo per ucciderlo, commissario, io l'avevo, ma ero altresì consapevole che se avessi ucciso Jacopo Imperiale avrei perso, definitivamente, ogni possibilità di riconciliazione vera con Helga.

sabato 25 giugno 2011

Requiem per un poeta (capitolo 7)

IN DIRETTA
Il commissario Sangemini aveva seguito in diretta, senza subito intervenire, il montare dell'ira burrascosa di Mariana Malavento, le evidenti contraddizioni tra la pacata deposizione rilasciata nell'interrogatorio, in cui  definiva Jacopo Imperiale, marito della sua unica figlia, un uomo noioso e prevedibile, palesemente smentita dalle parole velenose delle interviste, che lo evidenziavano in un profilo bieco ed inquietante.
Perchè tanto odio?
Quel fango gettato a palate sulla memoria del genero sarebbe ricaduto, inevitabilmente, anche su sua figlia, perchè è noto che i morti, così malamente richiamati in vita possono, senza difficoltà alcuna e senza temere ritorsioni, vendicarsi dei vivi perchè non hanno più nulla da perdere.
La notizia dell'arresto di Oliviero Piscopo, ad ogni modo, le aveva tolto, per il momento, il palcoscenico principale: tutte le luci si erano spostate sull'entrata in scena di quel nuovo attore.
Le impronte digitali ed il dna, riscontrati sul cadavere, appartenevano a lui.
Non c'erano altre impronte.
Non c'erano altre tracce.
Mancava, però, il movente.
E negli estenuanti interrogatori l'ex attore andava proclamando, fino allo sfinimento, la sua innocenza.
Di come si era imbattuto nel cadavere di Jacopo Imperiale, la ricostruzione dei suoi movimenti sulla scena del delitto e la paura, cattiva consigliera che gli aveva suggerito di fuggire per non  rischiare di trovarsi invischiato in qualcosa di orribile e di cui non aveva colpa, e chiamò allora a testimoniare la veridicità della sua versione gli ospiti della festa e, soprattutto, la donna che con lui aveva concluso la serata.
Ma i testimoni ricordavano si, la sua presenza, ma non l'ora in cui se ne era andato.
Testimonianze confuse: troppi se e troppi non ricordo, per stabilire con un'attendibile approssimazione l'orario in cui Oliviero Piscopo aveva abbandonato la festa.
La donna poi, moglie del padrone di casa, per le ragioni che è facile immaginare, negava di aver avuto quel fugace incontro di sesso di cui l'indagato andava farneticando.
Eppoi c'era la telefonata dell'anonimo balbuziente che aveva riferito il particolare della sciarpa bianca, che pur apparteneva all'attore, effettivamente ritrovata accartocciata nel fondo di una busta di plastica.
Uniche impronte.
Uniche tracce.
Unico colpevole.
Ma ancora mancava il movente.

giovedì 23 giugno 2011

Requiem per un poeta (capitolo 6)

AZIONI E REAZIONI
Oliviero Piscopo era in procinto di partire o, per dirla giusta, fuggire, quando alle prime luci dell'alba due poliziotti bussarono al suo appartamento con un mandato d'arresto per l'omicidio di Jacopo Imperiale.
Non l'ho ucciso io. Perchè avrei dovuto farlo se nemmeno lo conoscevo?
Protestava in uno stato d'eccitazione febbrile, in preda ai postumi dell'insonnia di quelle notti, sentendosi perduto.
Avrete modo di raccontare la vostra versione al commissariato. Seguiteci, per favore.
I due erano poliziotti compunti, professionali, di quelli col sangue freddo: agenti della omicidi.
Oliviero Piscopo, gelato dal tono che non ammetteva repliche, smise di protestare e pianse.

Ed è pur vero che ognuno agisce secondo il proprio modo e la propria natura cosicchè, quanto spontanee furono le lacrime di Oliviero Piscopo, altrettanto spontanea fu la loquacità baldanzosa con cui Mariana Malavento rilasciava interviste. Questa donna tremenda andava infilzando, senza batter ciglio, lunghi spilloni nel cadavere ancora caldo del poeta, delineandolo in una fisionomia inedita, quanto sconcertante. Il fantasma scarnificato del poeta s'aggirava, privato della sua anima sensibile, come uno zombie corroso dalla lebbra della morte, a cui nessuno osava dar riparo per paura del contagio. Nessuno si espose in difesa della sua memoria oltraggiata  per evitare che la gragnola di proiettili, tali erano le parole che Mariana Malavento andava sparando con mira da cecchino, colpisse, anche solo di striscio quelli che, del poeta ancora in vita si erano qualificati amici ma, di fronte a queste esternazioni, provvedevano a specificare, mai  davvero intimi.
Parlava la suocera, con rancoroso disprezzo, del genero e delle sue frequentazioni con un mondo dove la poesia era, non solo dileggiata, ma bandita.
Quella del poeta era una maschera, l'inganno con cui era riuscito a circuire il mondo intero, fino all'ultimo atto dove andava interpretando il ruolo, magnificamente recitato, dell'anziano marito rimbambito dall'amore.
Interpretazione da oscar per la regia, la recitazione, la sceneggiatura e gli effetti speciali. Concludeva inviperita senza però mai entrare nel dettaglio specifico ma lasciando intravedere scenari inquietanti, pervasi da un alone di mistero, atti a fomentare interrogativi ed ipotesi d'ogni tipo.

Ad arginare, con una difesa legale, quel fiume in piena che era Mariana Malavento, tentò la casa editrice di Jacopo Imperiale che, ironia della sorte, si chiamava "La Zattera Del Poeta", allertata dalla paura del naufragio delle vendite della raccolta postuma di poesie.
Così "La Zattera Del Poeta" s'incaricò di ristabilire l'onore del nome più illustre del suo catalogo, affinchè quel cadavere trascinato alla deriva dal vento malevolo delle illazioni di Mariana Malavento (e mai cognome si rivelò più appropriato) non fosse preda inerte dei falchi pescatori ma continuasse ad esser traghettato dal dolce soffio degli alisei sulle sponde sicure dell'immortalità.

mercoledì 22 giugno 2011

L'ennesimo plagio

Stasera avrei voluto scrivere il capitolo 6 del mio racconto "Requiem per un poeta" ed invece mi ritrovo a denunciare l'ennesimo plagio riguardo un mio post pubblicato il 29/06/2008, con il titolo Ritratti - Viaggiatrici.
Ho ritrovato,su segnalazione di un'amica, questo mio scritto pubblicato su un altro blog e con il titolo cambiato.
Il nome del blog in questione è "ESMERALDA...SEMPLICEMENTE L'ALTRA PARTE DI ME"
http://blog.libero.it/simonid/view.php?nocache=1308773879
Eh già, mi viene  maliziosamente da pensare, che l'altra parte di lei sia il mio post che ha plagiato, cambiandogli il titolo  in "OGNI DONNA HA UN PAIO D'ALI" tutta qui la sua  fantastica pensata, ovviamente dopo esserselo attribuito come proprio.
Il link del plagio è questo
http://blog.libero.it/simonid/8982277.html
Ora questo blog pare sia fermo, l'ultimo post è stato pubblicato il 24/06/2010, ma questo mi fa incazzare ancora di più: primo, perchè non avrò risposta; secondo, perchè il mio post rimarrà in quel blog dove è assolutamente estraneo a tutto l'insulso contesto (ecchecazzo, avrò pur diritto ad uno sfogo); terzo, perchè è rimasto lì un anno intero, a mia insaputa, prima che venisse scoperto.
Esmeralda, o come diavolo ti chiami, nessuno ti obbliga a postare in un blog se non sai cosa scrivere, in alternativa potresti leggerti un libro, guardarti un film, dialogare con persone interessanti, fare un viaggio, sperimentare, imparare, crescere.
Evolverti e, magari, riuscire ad acquisire quella sensibilità etica che, a quanto pare, in te è assolutamente assente.
Ti consiglio, Esmeralda, di mettere in moto le tue meningi e provare a tirar fuori cose tue, sò che è faticoso e, per certe teste, anche molto difficile, perchè di certo è molto più semplice entrare in un blog e scopiazzare e prendersi, poi, il merito.
Hai preso per il culo anche i tuoi lettori che dovrebbero essere ancora più incazzati di me perchè, se a me hai plagiato uno scritto a loro, invece, hai rubato  la fiducia.
Marilena

domenica 19 giugno 2011

Requiem per un poeta (capitolo 5)

L'ANTINOMIA DEL MENTITORE
 IO MENTO
Se dico il vero, allora mento.
Se dico il falso (mento), allora dico il vero.

 INDAGINI
I database della polizia rivelarono che le impronte digitali riscontrate sul manico del coltello col quale era stato assassinato il poeta, appartenevano ad  Oliviero Piscopo, ex attore e gigolò di professione, con precedenti per reiterate faccende di droga e di prostituzione.
Oltre alle impronte sul coltello erano state riscontrate, sugli indumenti del cadavere, anche tracce di dna che, però, non risultavano compatibili con nessun'altro campione presente nel database.
Il commissario Sangemini aveva impartito severissimi ordini ai suoi uomini di non far trapelare nulla delle indagini in corso, pena il trasferimento immediato in qualche sperduto avamposto di frontiera.
Che i giornali titolassero pure, a caratteri cubitali, l'abusata frase "nessuna svolta nelle indagini, gli inquirenti brancolano nel buio", il suo orgoglio non ne avrebbe di sicuro sofferto se questo contribuiva a tenere la stampa fuori dai piedi.
Agire con discrezione, questa la parola d'ordine.
Così, quando giorno ancora non era fatto, due poliziotti vennero inviati ad arrestare Oliviero Piscopo, indagato per l'omicidio di Jacopo Imperiale.

INTERROGATORI
Al commissario Guerrino Sangemini, Mariana Malavento non piaceva affatto perchè apparteneva a quella categoria di donne abituate ad imporre la loro presenza in qualunque contesto e senza crearsene problema.
Durante gli interrogatori si era sempre mostrata sicurissima di sè: nessun tentennamento, nessuna sbavatura nè contraddizione.
Parlava del genero ucciso in maniera distaccata, e con un palese disprezzo di sottofondo.
Un uomo tranquillo, appagato, che non aveva nemici, almeno all'apparenza.
In definitiva un uomo noioso.

MARIANA
Mia figlia, però, ci andava d'accordo, anche se non ho ancora capito cosa davvero ci trovasse. Lo accontentava in tutto, perfino ad accompagnarlo in quelle tediose conferenze dove c'è da sbadigliare fino a rompersi le mascelle. Adempiva con diligenza, e senza bisogno di alcun'altra sollecitazione, agli obblighi sociali e culturali, che richiedevano la sua presenza. Ed anche a quelli dove poteva esimersi. Una moglie perfetta, seppur i codini dell'ambiente intellettuale non le perdonavano quel matrimonio. Insomma, in pubblico era trattata col rispetto dovuto al cognome acquisito, ma dietro......arrampicatrice sociale e ninfetta, erano le etichettature meno offensive che le venivano attribuite. So, per certo, che erano state fatte pressioni perfino nell'entourage editoriale di Jacopo, per impedire questo matrimonio.

La ragazza, invece, gli piaceva. Era simile a tutte le sue coetanee, jeans a vita bassa ed ombelico in bella vista, con l'immancabile piercing. Era graziosa, niente di più. Forse, con gli anni, la sua bellezza sarebbe maturata...... aveva un modo così elegante di camminare, in punta di piedi, come una ballerina classica.

HELGA
Lo so che sembra difficile crederlo dal momento che c'erano quarant'anni di differenza tra me e Jacopo, ma stavamo bene insieme. Gli volevo bene. Lui mi trattava con rispetto ed accontentava ogni mio desiderio. Aveva molta pazienza con me, ed anche con la mamma, che è molto più difficile andarci d'accordo. La sopportava perchè mi voleva bene. Cioè, più che bene, era innamorato di me. Penso che la mamma fosse un pò gelosa di questo. Lei è così bella però, forse, nessuno l'ha davvero amata. Almeno non come Jacopo amava me.  Non glielo dirà questo particolare, vero, commissario? Le sue storie sono sempre finite male. Non voleva che mi sposassi con lui, anche lei pensava, come tutti, che era troppo vecchio per me, ma io avevo fiducia in Jacopo, stavo bene con lui, mi raccontava storie fantastiche, mi spiegava le cose senza mai arrabbiarsi, chiedeva sempre il mio parere e, soprattutto, mi faceva ridere, perchè non è vero che fosse così noioso come diceva la mamma. Mi faceva anche tanti regali. Era molto generoso. Con tutti. Non riesco proprio ad immaginare qualcuno che potesse avercela così tanto con lui, fino ad arrivare ad ucciderlo. Mi manca.

venerdì 17 giugno 2011

Requiem per un poeta (capitolo 4)

 INTERROGATIVI E RISOLUZIONI
Cosa fare?
Con chi consigliarsi?
Questi gli angosciosi interrogativi che s'agitavano nella testa di Oliviero Piscopo.
Ricordava poco della dinamica della notte trascorsa, solo che aveva, come era solito fare, scavalcato il cancello del parco comunale per abbreviare il tragitto verso casa, e l'impatto della caduta sul corpo steso a terra.
Era troppo buio, e lui troppo incosciente, per vedere e ricordare di più.
Se non ci fosse stata la sciarpa bianca macchiata di sangue avrebbe potuto benissimo archiviare il tutto come un brutto sogno.
Ma la sciarpa era lì, stesa sul bracciolo, a ricordargli che l'incubo era reale.
Distruggere la sciarpa e far perdere le proprie tracce, questa gli parve l'unica soluzione possibile.
Con questa risoluzione s'impose la calma, immaginava di avere ancora un pò di tempo e, quasi sicuramente, a lui non sarebbero mai risaliti.
Di cazzate ne aveva fatte tante nella vita ma non quella di macchiarsi di un simile crimine.
Accese la tv per sentire i notiziari del mattino e sapere chi era il morto, sperando che non fosse qualcuno di sua conoscenza.
Eh si che di gente ne frequentava, soprattutto balordi, e di quel genere che benissimo possono finire ammazzati.
Quest'ultima constatazione lo sospinse di nuovo nell'angoscia.
Ma lui, in definitiva, cosa aveva da temere?
Era stato fino a tarda notte ad una mega festa dove molti lo avevano visto, e dove si era fatto, poco prima di andarsene, la moglie del padrone di casa, che avrebbe potuto chiamare in causa se le necessità lo esigevano che, davanti ad un imbroglio così grande, c'era poco da esser gentiluomini e lui di sicuro preferiva il ruolo del fedifrago a quello dell'assassino.
In definitiva non aveva nessuna reputazione da salvare, tranne quella della sua innocenza.
Prima di tutto occorreva far sparire la sciarpa e, dal momento che il suo monolocale era sprovvisto di un cammino, la cacciò in una busta di plastica che avrebbe riempito con delle pietre e che poi gettato nel lago.
La voce nasale, che scaturiva dalla tv, con gli ultimi aggiornamenti, interruppe il flusso febbrile dei suoi pensieri: proseguono, nel più ristretto riserbo, le indagini per risalire all'omicida di Jacopo Imperiale. Ricordiamo che il celebre poeta, il cui corpo è stato ritrovato alle prime luci dell'alba nei pressi del cancello principale all'interno del parco comunale, è stato ucciso con una pugnalata che gli ha reciso l'arteria polmonare. Si continua ad indagare all'interno del menage familiare ma, fino ad ora, nessun indagato, mentre messaggi di cordoglio continuano a giungere da ogni parte del mondo. Passiamo ora ad un altro grave delitto accaduto......

Oliviero Piscopo riscontrò, con sollievo, di non annoverare il poeta Jacopo Imperiale tra le sue frequentazioni.
Tra loro due non esisteva alcun legame che potesse in qualche modo ascriverlo tra i sospettati.
Nessun legame. Nessun movente.
E questo, di sicuro, era un punto a suo favore.
Ma tutto il resto?
Avrebbero creduto alla elementare logica della sua storia?
In una nitida sequenza al rallentatore rivide se stesso nell'atto di scavalcare il cancello e poi cadere sull'uomo inerte. Rivisse la sensazione dell'affondo della lama nell'impatto della sua caduta sul corpo, rivide gli occhi spalancati del morto che fissavano un punto remoto nel buio e, in ultimo, le sue mani che s'aggrappavano al manico sporgente del coltello.
C'era quindi qualcosa di più serio di cui preoccuparsi che di una sciarpa sporca di sangue: le sue impronte.
E, a ben pensarci, forse non ci sarebbe stato bisogno di un vero movente per incastrare uno come lui. 
A quella rivelazione l'angoscia dai visceri gli salì alla gola.
Oliviero Piscopo vomitò tutti gli eccessi della festa: cibo, alcool, fumo e droghe, e perfino l'odore della donna che gli aveva spalancato le gambe.

mercoledì 15 giugno 2011

AUGURI LORENZO, TI ASPETTIAMO A ROMA PER FARTI LA FESTA!

Requiem per un poeta (capitolo 3)

RISCONTRI E DEDUZIONI
L'esame autoptico stabilì che la morte era stata causata da un solo colpo inferto a recidere l'arteria polmonare, con le conseguenze inevitabili di una emorragia: Jacopo Imperiale era morto, quindi, per dissanguamento dopo una breve agonia.
Breve, quanto?
Il tempo bastante a comporre un ultima poesia.
Non ha troppo sofferto.
Così, il commissario Sangemini, avrebbe potuto rassicurare la giovanissima vedova, che la sua esperienza ben gli insegnava che i vivi, per continuare a vivere, hanno bisogno di credere che la morte non sia mai troppo violenta, anche quando aggredisce con la punta aguzza di un coltello.
Quanta forza è occorsa per far penetrare, tra la strettura delle costole, la lama del coltello?
Non necessariamente una forza sovrumana se l'arma è ben affilata e se la mano che l'impugna è ben motivata.
Delitto scaturito dalla passione e non dalla predeterminazione.
E come potrebbe essere altrimenti?
Si tratta in definitiva di un poeta, un uomo capace di destar sentimenti tumultuosi e  controversi. Un uomo d'acume e di successo, omaggiato ed invidiato, appartenente a quella categoria superiore a cui tutto è concesso, perfino i controsensi, come questo recente matrimonio con un'adolescente che, di certo, lo avrà sposato per il suo patrimonio, lei e quella sua terribile mamma che riempie i rotocalchi con le sue rocambolesche avventure amorose. Due vedove nere e, mi si perdoni l'humor, se la più giovane poi lo è diventata davvero e a così poco tempo dalle nozze.
Ed ora si sarebbe aperta la fase degli interrogatori, dove avrebbe dovuto vagliare i particolari e cercare riscontro agli alibi: quella fase dove anche lo spostamento di una virgola all'interno di un verbale avrebbe potuto tramutare un affermazione in un dubbio.
Il commissario Guerrino Sangemini maledisse se stesso per non aver dato retta, tanti anni prima, a quel ragionevole istinto che gli suggeriva di cambiare carriera e laurearsi in archeologia dove, il conseguimento della verità delle mummie, è molto meno estenuante della sua affermazione da parte dei contemporanei.

UN INDIZIO
L'assassino indossava una sciarpa bianca.
Questo l'indizio che l'anonimo balbuziente aveva svelato, con una seconda telefonata, alla centrale di polizia.

QUALCOSA DI CUI SPARLARE
I media, come da copione, si erano scaraventati come avvoltoi sul succulento cadavere del poeta, vivisezionandolo.
Ora che era morto nulla gli sarebbe stato risparmiato, soprattutto da chi in vita lo aveva adulato per opportunità o manierismo.
Le condoglianze vennero presto accantonate a favore di particolari inediti e piccanti che, pur se non ce ne fossero stati, si sarebbe provveduto con solerzia a fabbricarne, insinuando dubbi e modificando verità.
Alla fine non importava davvero a nessuno, almeno non nel modo più onesto, chi era stato e cosa aveva rappresentato Jacopo Imperiale, gloria nazionale di livello mondiale, seppellito sotto quintali d'illazioni.
I critici, pur continuando ad osannarlo come la stella più luminosa nel firmamento dei poeti nazionali, non dimenticavano di sottolineare che quella luce, dopo quel matrimonio bizzarro, si era andata notevolmente affievolendo, tanto che la sua ultima opera era stata definita, con verdetto unanime, un'antologia di filastrocche per liceali.
Gli amici lo rammentavano nel suo passato, generoso ed empatico, che il successo mondiale non lo aveva reso arrogante nè irraggiungibile, tranne forse negli ultimi tempi con quel matrimonio bislacco, e così poco consono, che lo aveva allontanato da tutti coloro che invano si erano spesi per farlo ragionare ed impedirgli una simile strampaleria.
A questo coro mancavano le voci dei familiari che Jacopo Imperiale più non aveva, per sua sfortuna o fortuna, che nel dubbio ci viene da congetturare chissà quali altre inique sperequazioni si sarebbero aggiunte a quelle già formulate.

lunedì 13 giugno 2011

Requiem per un poeta (capitolo 2)

REQUIEM PER UN POETA
Il commissario Guerrino Sangemini detestava gli eccessi e le intemperanze e, cosa c'era di più eccessivo, ed intemperante, di un omicidio?
Lui, amante della new age, dei panorami silenziosi e dei week end di sole che svuotavano le città, avrebbe volentieri resuscitato il poeta solo per toglierselo dalle scatole ed evitarsi le incognite delle indagini a cui, inevitabilmente, avrebbe dovuto far fronte con uno sfoggio d'acume di cui assolutamente si sentiva sprovvisto.
Non provava nessuna empatia verso l'uomo che si era fatto cogliere dalla morte in un'ora deserta, ai piedi del cancello di un parco e con un coltello profondamente conficcato nelle costole, a toccare il cuore, convinto com'era che, in qualunque punto di quel corpo la lama si fosse andata ad impiantare, avrebbe sempre colpito il cuore, che si che il cuore dei poeti ricopre il novantanove per cento della superficie dei loro corpi e solo le piante dei piedi, i polpastrelli delle dita e i lobi delle orecchie, ne sono privi.
Facilissimo, in quel caso, il compito del medico legale, praticamente il referto delle cause di quella morte era già scritto lì, sulla scena del crimine, mentre a lui sarebbe spettato il difficilissimo compito di tradurre, con i sottotitoli, le scene madri di un film muto.
Non sarebbe bastato un semplice requiem a suggellare la morte del poeta Jacopo Imperiale.

SCENE MADRI
Helga Malavento era stata colta da malore alla notizia della morte del marito: il mondo, d'improvviso, aveva preso a girare vorticosamente e subito dopo s'era oscurato e lei, misericordiosamente, era  precipitata nell'incoscienza del mancamento.
Il commissario l'aveva prontamente accolta tra le sue braccia nel momento in cui stava scivolando a terra.
La scena madre di una grande attrice o la conseguenza di una emozione troppo forte?
Però gli era sembrata spontanea, ma le donne, seppur giovanissime, ne conoscono una più del diavolo, per questo  il commissario non si era mai impegnato seriamente con nessuna.
Nel frattempo aveva fatto il suo irruento ingresso Mariana Malavento che, alla vista della figlia priva di sensi, aveva preso ad inveire contro il commissario e i suoi metodi da poliziotto, quando sarebbe spettato a lei, sua madre, comunicare con la dovuta cautela la luttuosa notizia.
Una scena madre degna di un grande set.
Potrei denunciarla, lo sa?
E per cosa, signora?

UN BRUTTO SOGNO
La prima cosa che Oliviero Piscopo vide, emergendo dalle nebbie del dopo sbornia, fu la sua sciarpa bianca macchiata di sangue che penzolava, rivelatrice, dal bracciolo di  una sedia.
Lo sgomento s'impadronì di lui.
Emise un gemito, simile ad un pavido singhiozzo, prima di ricacciare la testa sotto il cuscino per non vedere materializzato quello che, volentieri, avrebbe sperato esser solo l'imbroglio di un brutto sogno.

sabato 11 giugno 2011

Requiem per un poeta (capitolo 1)

IL POETA
L'ultimo fotogramma della vita, che il poeta Jacopo Imperiale riuscì a catturare prima di morire, fu un lembo di cielo color fango con dentro una piccola stella passiva, a portata di mano, cosicchè prima di spirare egli allungò, in un gesto romantico, quanto drammatico, le dita per afferrarla, tanto gli pareva vicina e, nel delirio confuso che precede la morte, imbastì i versi di quell'ultima poesia che mai avrebbe scritto.

IL GIGOLO'
Fu Oliviero Piscopo, ex attore, con una seppur breve e già tramontata carriera alle spalle, soppiantata da quella più redditizia di gigolò, nottambulo per indole e professione, reduce da una festa memorabile in cui, per consolidare la sua cattiva fama, si era strafatto di tutto, ad  imbattersi, inopportunamente, nel cadavere del poeta Jacopo Imperiale che giaceva dalla parte opposta del cancello del parco comunale, per la verità a quell'ora ancora chiuso, che lui aveva maldestramente scavalcato per prendere la scorciatoia verso casa,  cadendogli letteralmente sopra e mandando a conficcare, ancor più profondamente nel torace, la lama del coltello di cui sporgeva il manico, ruvido e scuro, dallo sparato della camicia imbrattato di sangue.
E quel manico, Oliviero Piscopo, lo afferrò come fosse una maniglia a cui sorreggersi prima di fuggire spaventato e senza prestar soccorso al corpo disteso sotto di lui.

L'ANONIMO BALBUZIENTE
Come sempre in questi casi avviene fu  la voce balbettante di un anonimo a segnalare alla polizia l'avvistamento del cadavere.

IL COMMISARIO
Guerrino Sangemini si ritrovò alle prime luci dell'alba tra le mani quel cadavere ancora caldo ed ingombrante, e con la notizia dell'omicidio che aveva già trovato riscontro nelle agenzie ANSA, e campeggiava a caratteri cubitali sulle prime pagine dei giornali e dei notiziari televisivi, destando grande scalpore ed unanime  cordoglio, per una morte così brutale ed imprevista.

LA VEDOVA
Helga Malavento, la giovanissima moglie del maturo poeta, ebbe un malore alla notizia inaspettata della morte del marito. Creatura fragile e provvisoria, ascrivibile alla categoria dannata dei suicidi che a quella maledetta degli assassini.

LA SUOCERA
Mariana Malavento, la suocera spavalda e provocatoria, già nota alle cronache mondane per le sue intemperanze sentimentali e che, da ultimo, con le sue interviste aveva teso a screditare, a livello mondiale, la memoria del genero. Per questo suo temperamento fu da subito invisa all'opinione pubblica da cui, pollice verso, era stata giudicata colpevole.

"LA ZATTERA DEL POETA"
La casa editrice di Jacopo Imperiale, paladina della memoria aurea del poeta, l'unica che da tutta questa vicenda trasse profitto e benemerenza.


Questi i personaggi di una storia tanto bislacca, quanto crudele, che sempre più ci rafforza nella teoria che la vita è un ingannevole gioco di specchi e che la verità, talvolta, si mostra molto meno credibile della menzogna.

LA STORIA
 Stella, stellina,
che t'adombri la mattina,
e t'abbigli da guerriera 
in attesa della sera.

Ad Helga, la mia moglie bambina,
che mai si stanchi del suo maturo amante
Jacopo
 JACOPO, HELGA E MARIANA
Dediche siffatte, alla sua giovanissima moglie, adornavano gli scritti recenti di Jacopo Imperiale, che la comparava, con fervore adolescenziale, ora ad una farfallina ora ad una rondinella o, come in quest'ultimo, ad una stellina.
Poco gli era importato se la severità di una certa critica malevola aveva stroncato i suoi ultimi lavori, tacciandolo di rimbambimento senile e paragonandolo, non senza qualche malignità, al professor Humbert Humbert, Jacopo Imperiale aveva continuato a scrivere versi infarciti di metafore sempre più simili a filastrocche che a quegli intensi, strutturati componimenti, che ne avevano decretato l'ascesa nel conteso e sovraffollato universo dei poeti.
Helga Malavento aveva solo sedici anni quando l'aveva sposata, con il consenso sottoscritto dalla madre, quale unico genitore, presso il tribunale dei  minori, quando lui aveva già abbondantemente superato la cinquantina, pur conservandosi ancora, nel fisico e nell'aspetto, tonico e molto attraente.
Madre e figlia si erano trasferite dall'angusto monolocale periferico al villone residenziale, in un cambiamento sostanziale di prospettive.
Ma era Mariana Malavento ad alimentare le cronache mondane con un comportamento scandaloso e sprovveduto, cosicchè  il nome del poeta veniva spesso citato nella cronaca rosa associato alle intemperanze della pestifera suocera, con disappunto della classe intellettuale che di quel talento abbagliante se ne era orgogliosamente fatta fregio, a livello nazionale ed internazionale.
Dal canto suo, Helga Malavento, nonostante la giovane età si era dimostrata molto più assennata della genitrice, limitandosi a godere, piuttosto defilata, dei lussi  e delle feste e presenziando, gentile e paziente, ai noiosissimi convegni letterari a cui mai si sarebbe sottratta, per gratitudine e dovere, ma soprattutto per amore, con la stessa mite condiscendenza con la quale fronteggiava i suoi appassionati assalti notturni.