Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

sabato 30 aprile 2011

L'Isola (capitolo 2)

 L'ORO DELLA TERRA
Kalifa non raccontò mai della sua vita in Niger e neppure di essere stata allieva del Dottore, l'unico personaggio illustre, seppur caduto in disgrazia, a cui l'Isola aveva dato i natali.
Si sarebbe servita, invece, con parsimonia e discrezione, della sua conoscenza dei segreti dell'Isola che Il Dottore le aveva rivelato e sui quali avrebbe costruito la sua fama d'indovina e consolidato la sua leggenda, supportata da un empatia naturale, una intelligenza sensibile, ed un intuito istintivo davvero notevole.
E la sua fervida fantasia avrebbe fatto il resto.
Si stabilì in una casupola abbandonata, su un'altura dell'Isola, al riparo dai micidiali marosi e dalla valanga delle cose, vive o morte, che scagliavano a riva.
Negli anni avrebbe trasformato quella casetta dimessa, abitata dai ragni, dalle lucertole e da qualche topo naufrago, in un fantastico monumento surreale, una cattedrale pagana che sarebbe assurta, nel tempo, come meta per  turisti, studenti d'architettura e ingegneria, artisti in cerca d'ispirazione, e tutte le anime inquiete che, tra quelle mura, ritrovavano la pace.
Ma, allora, era solo una casetta ad un piano, dalle mura lebbrose e le persiane divelte, munita sul retro di un giardinetto in rovina, invaso dall'erba gramigna e da colonie aggressive di formiche predatrici.
Kalifa avrebbe dovuto ricostruire dalle fondamenta, un pezzetto per volta, accingendosi nell'opera ciclopica di un insetto che aspiri a tirar su una torre partendo da una pietruzza, e per compiere tale impresa, si sarebbe imposta lo stesso rigore col quale le suore l'avevano allevata.

Le suore della Missione erano rigorose ma non dispotiche: dispensavano il corpo di Dio in maniera pratica, attraverso i pasti, coscienti che per nutrire l'anima bisognava prima saziare il corpo.
Insegnavano come un gioco il segno della croce, invece dei salmi cantavano filastrocche e raccontavano, sotto forma di fiaba, le vite dei Santi, rielaborate con spirito materno, epurate dal fanatismo religioso e dall'orrore conseguente del martirio perchè, nelle terre d'Africa, di martiri ce ne erano a migliaia ogni giorno, uccisi dalle carestie e dalla siccità, massacrati dalle malattie e dalle guerre, profanati dalla violenza.
Le missionarie sapevano che molti dei loro piccoli ospiti, bambini abbandonati e orfani, erano solo dei sopravvissuti temporanei, testimoni indifesi dell'inedia e della brutalità dell'uomo, alla mercè di una natura prodiga ed avara al tempo stesso.
Da quelle parti si moriva giovani e senza neppure aver avuto il tempo di peccare.
Kalifa, sotto la guida del Dottore, espletava alle funzioni infermieristiche nel piccolo ospedale della Missione, ed era, tra le sue allieve, la più brava: mano sicura e cuore indomito, non si lasciava spaventare dal sangue e dagli orrori inflitti alla carne, interveniva con prontezza supplendo, con intuito brillante, alla carenza di formazione specifica, seguendo alla lettera il primo insegnamento del suo maestro: non mostrare mai la tua paura né la tua inadeguatezza, devi essere rassicurante e professionale anche nei momenti dell'impotenza, agire sulla base delle tue conoscenze e, se queste non bastano, sul tuo istinto e sul buon senso, solo così avrai pienamente adempiuto al tuo compito.
La Missione era un microcosmo abitato per lo più da donne e bambini, con la presenza stabile del Dottore e di due factotum indigeni che si occupavano dei lavori più pesanti, assolvendo anche alla funzione di guida. Durante il giorno la Missione espletava infaticabilmente i compiti di assistenza spirituale e materiale al servizio di chi vi ricorreva, con la cucina e l'ospedale che entravano in funzione già alle prime luci dell'alba.
Un piccolo pozzo miracoloso che attingeva direttamente dal fiume Niger, ed un paio di vasconi per la raccolta delle acque piovane, consentivano alle suore di gestire un campicello coltivato a mais e patate, e poter rifornire gli indigeni che percorrevano tragitti assurdi per raggiungere la Missione e riempire d'acqua i pesanti orci di terracotta, che le donne trasportavano sul capo ed  i giovani in grandi secchi in bilico sulle spalle, attenti a non disperderne neppure una goccia, consapevoli della responsabilità di quel prezioso carico che le suore definivano "l'oro della terra"

martedì 26 aprile 2011

L'Isola (capitolo 1)

 TRA LE PIEGHE TURCHINE DEL  MANTELLO DEL DIOMARE
Kalifa amava raccontare di essere approdata all'Isola nuotando tra le pieghe turchine del mantello del Diomare, sospinta dai generosi soffi del vento di grecale affinchè non corresse rischio di naufragio.
In realtà fu uno scalo silenzioso e notturno, privo di testimoni, quando lei, in prossimità delle coste, sgattaiolò dal sottopancia della nave sbilenca che l'aveva clandestinamente ospitata, per raggiungere a nuoto la riva.
Passò la notte sotto il porticato buio di una costruzione in rovina, nuda, dopo essersi spogliata degli abiti fradici che, come vele multicolori, aveva steso ad asciugare ai raggi della luna.
Al primo chiarore si era rivestita e, dopo aver districato come meglio poteva l'intrico selvaggio dei capelli, aveva atteso paziente che la spiaggia si popolasse.
E gli isolani accolsero, con buona disposizione d'animo, quella negra altissima che si era materializzata sul far dell'alba con le sue anche lussuriose ed i seni puntuti, la chioma di un biondo raggiante quanto innaturale, vestita di uno strato di gonne arcobaleno, arancio, rosa e turchese, che raccontava, in perfetto italiano, di essere la  figlia dell'ultima regina d'Africa, unica sopravvissuta, grazie alle sue capacità divinatorie, al sanguinoso complotto che aveva sterminato tutta la sua famiglia.  E così ora lei vagava, esule, nello sterminato mondo, in cerca di una terra ospitale e di un popolo accogliente.
Questa storia immaginifica fece colpo sugli isolani che, pur non credendola del tutto vera, furono pronti ad accogliere l'esule, entusiasti di rompere la monotonia che imperava su quel lembo di terra circoscritto dal mare, punto di passaggio dove si approdava per poi ripartire e dove nulla di memorabile sembrava fosse mai accaduto, né mai dovesse accadere.
Kalifa, invece, era giunta per restare.

Kalifa era cresciuta nella Missione italiana delle Suore Apostoline di Gesù Bambino nell'entroterra del Niger, sulla cui soglia si era materializzata, sul far dell'alba, con una borraccina d'acqua legata al collo ed una coperta sulle spalle.
Una bambina gracile, dall'apparente età di otto anni, con evidenti difficoltà caratteriali e di linguaggio.
Le suore le avevano insegnato l'italiano ed avevano provato a ribattezzarla con un nome cristiano a cui lei, però, si rifiutava di rispondere.
Maria Addolorata, Maria Assunta, Maria Immacolata, Maria Crocefissa, Maria Benedetta, Maria Annunziata.
Un lungo elenco di Marie a cui lei, caparbiamente, si sottraeva poichè non ravvedeva nessun possibile, e neppur ipotetico, apparentamento con le Madonnine diafane delle immaginette.
Non riusciva a credere che un frutto bianco potesse generarne uno nero.
E di bianco, in quell'angolo di mondo, oltre le nuvole ed un pericolosa orchidea dai candidi petali di carne viva, c'erano solo le suore.
E Il Dottore.
Un omone rubicondo ed entusiasta che albergava fuori dalla missione, nel minuscolo ospedale dove le suore e le ragazze più grandi, a turno, andavano ad aiutarlo.
Il Dottore era stato un chirurgo di grande talento che aveva dilapidato, credibilità e patrimonio,  tra i tavoli da gioco e le case d'appuntamento.
In fuga dai creditori, e dai boss, si era rifugiato in quell'angolo d' Africa ad espiare le sue dissolutezze.
Ma, quando la malinconia aveva la meglio sul suo spirito esuberante, gli si inumidivano gli occhi ed iniziava a raccontare dell'Isola su cui era nato, della sabbia finissima e chiara che si disfaceva tra le dita, delle acque terse come specchi che lambivano scogli di madreperla, e del sole bastardo che dilagava sul mare divampando come fuoco liquido che inibiva, col suo micidiale riverbero, perfino la navigazione.
E di come le onde, assoggettate alle nevrosi dei venti, tramutassero in marosi apocalittici che trascinavano a riva interi banchi di pesci dai riflessi opalini, molluschi trasparenti, rametti e gemme di flora sottomarina dai colori estivi, insieme alle ossa spolpate dei naufraghi ed alle loro povere reliquie.
Poi, per respingere il singhiozzo amaro che gli saliva alla gola, raccontava le sue avventure amorose, profondendosi in particolari piccanti che scandalizzavano le suore e creavano trambusto, e buon umore, tra gli astanti.
Kalifa, allieva silenziosa ma diligente, apprendeva da lui, oltre i segreti dell'ostetricia e le tecniche basilari del soccorso, il carisma dell'affabulazione.
Se sai raccontarla giusta puoi cavare un dente, o estrarre un appendicite, senza anestesia, amava ripeterle.
La parola e l'astuzia del convincimento, e in in questo, le suore, sono grandi esperte, concludeva ridendo di cuore.

lunedì 25 aprile 2011

L'età dell'innocenza

9 Febbraio 1981
Recensione di Dacia Maraini, in una lettera datata 9 Febbraio 1981, di alcune poesie che le avevo inviato ed a cui lei, grande scrittrice, non si è  sottratta di rispondere.
Ho ricopiato la lettera fedelmente così come lei me l'aveva inviata, un foglio dattiloscritto con delle correzioni a mano, ed il saluto e la sua firma, a penna, in calce.
E' una lettera meravigliosa, soprattutto nel finale quando lei scrive: Spero di esserle stata utile, anche se può darsi che io sbagli naturlamente.
Il suo incoraggiamento, il suo venirmi incontro è proprio lì, nel palesare un dubbio (ma in realtà aveva perfettamente ragione) con il quale lei, grande scritttrice, si pone su un piano umanissimo e fallace: è solo ciò che io penso e, ciò che io penso, potrebbe anche non essere giusto.
Ed aggiunto a penna, sul retro della busta: Comunque "non si arrenda"!
Questa sua lettera mi ha spronato a perseguire la ricerca della sostanza e della forma, e a staccarmi dai luoghi comuni, letterari, dalla banalità, riuscire ad inventare piuttosto che ricalcare.

Cara Marilena,
mi scusi se ho tardato a risponderle, ma prima non ho potuto.
Ho letto le sue poesie, a volte molto belle, a volte pericolosamente simili alle parole di canzoni già sentite.
Cercherò di fare qualche esempio "Non ascoltare i miei occhi"...è una poesia che parla in prima persona, che usa termini non convenzionali e nello stesso tempo usa originariamente la metafora. E' una poesia riuscita.
Mentre per esempio quella che si chiama "E tu sei l'azzurro oceano" è astratta, generica, e le metafore che usa sono logore "il battito d'ala", "i rami d'autunno che triste piange"...sono luoghi comuni letterari e bisogna saperli evitare.
Non so se mi sono spiegata. Lei ha certametne delle cose da dire ed ha una sensibilità poetica, ma ancora non ha trovato uno stile proprio, diverso da tutti gli altri. Mi piace anche la poesia che si chiama "non avrai la mia pelle". E anche quella che si chiama "Dollari + IVA". Dove insomma parla di sè, dice delle cose sentite e reali e lì i simboli e le metafore diventano più originali e più espressive.
Spero di esserle stata utile, anche se può darsi che io sbagli naturalmente.
Un caro saluto

1995
Recensioni dalla rivista trimestrale STORIE, partecipai ad un concorso con tema un racconto di viaggio, in 20 righe, di cui non conservo più il testo e che titolava "On the room".
Di questa recensione non ho la data completa perchè ho conservato solo i fogli riguardanti la critica:

Un appartamento di 60 metri quadri diventa una giungla amazzonica con tanto di anaconde, riti woodde e peyote in "On the room", ovvero la storia di come sfuggire alle claustrofobiche costrizioni metropolitane  lavorando di fantasia. E insieme mettendo a frutto le proprie attitudini descrittive attraverso un'avveduta e selettiva ricerca lessicale.

1995
Sempre dalla rivista STORIE  la recensione del racconto "Al limite estremo" recentemente ripubblicato in questo blog:

Immerso in una calliginosa atmosfera decadente, infittita dal fumo delle candele e dal ballugginio delle fiammelle guizzanti nel buio, "Al limite estremo" narra di occhi. Occhi che scivolano sulle superfici, che sfiorano come dita, che si dilatano spasmodicamente in un'illusione di possesso, che si soffermano compiaciuti sulla bella composizione immobile della stanza scura. E' proprio in questo pecca, il racconto di Marilena: scritto con mano sapiente, intessuto di un lessico ricco, perfino sontuoso, non sempre riesce a sottrarsi all'autocompiacimento, facendo del bell'effetto il proprio principale obiettivo.

1995/96
Ancora sulla rivista STORIE, la recensione di un altro racconto di cui ho perso lo scritto e la memoria, probabilmente recensito nello stesso anno, o quello dopo:

Un racconto breve e intenso, che prefigura una morte violenta e liberatoria. Gli oggetti si accampano con forte evidenza figurativa, tutte le sensazioni raggiungono un coinvolgente livello di pura fisicità. Il tutto impastato nel corpo di una materia coloristica densa, pesante come gli odori stagnanti. Una scrittura con gli occhi sgranati senza tremore sul male

 Febbraio 1998
La rivista STORIE pubblica la mia poesia, LA CITTA' PARALLELA, dedicata a Philip Dick

I versi de "La città parallela":  crudi, intensi residui di un paesaggio onirico

25 Aprile 2011
Da quel febbraio del 98 non ho più scritto niente ed ho smesso d'inviare materiale alle case editrici.
Ho riletto con nostalgia e tenerezza gli scritti qui menzionati, riscoprendoli incompleti, assolutamente inadatti alla grandezza del sogno che li aveva generati.
Ma i sogni più belli sono proprio quelli che nascono dall'innocenza e dalla inconsapevolezza dell'inconsistenza su cui, spesso, si basano.
I miei piccoli "aborti", mondi da ogni peccato, ritorneranno a riposare tranquilli nel sarcofago di plastica da cui, dopo tanti anni, li ho riesumati, per scrivere questo post, perchè mi è parso giusto che, nelle pagine di questo diario, allocassi anche la loro epigrafe.
All'inizio di questo blog nutrivo ancora, sia pure molto sommessamente, sogni di grandezza letteraria, ad essere sincera senza crederci troppo, più che altro per abitudine ed affetto, così com'è per certe manie che non riesci proprio a scrollarti di dosso, pesanti e calde, come una coperta che ti grava sulle spalle, ma che ti rassicura, e di cui ti sembra non poterne fare a meno.
Oggi tutto questo non mi serve più.
Sono sicuramente più matura, più libera, più scaltra e più realista.
Riesco a schivare, perfino, le trappole dei luoghi comuni letterari.
Ma non sono più innocente come allora, travesto le mie bambole e lo faccio in piena consapevolezza, col gusto del copione e della recita.
Col passare degli anni mi sono, in qualche modo, raffinata, ma so per certo che gli "aborti incompleti" di un tempo custodiscono la parte migliore di me.
 Marilena


mercoledì 20 aprile 2011

Alla corte del re

Pallide vergini, in rosse lenzuola, tremanti  attendono il loro turno.
Il giullare inventa macabri scherzi mentre il piccolo menestrello, in abiti equivoci, si esibisce in canzoni folk.
Il capitano delle guardie sorride soddisfatto dell'assemblaggio.
Riceverà i complimenti del re.
Del giovane re che emerge dalle fredde ombre del castello.
Nel volto di latte incredibili gli occhi di nero velluto e solo l'ombra di pallide labbra.
Calza stivali consunti e le sue dita sono sporche d'inchiostro.
Danza, con passi ubriachi, in bilico sull'orlo scuro di una finestra.
Giovane re disarmato.
Splende nel buio il dente d'oro del giullare e le mani aducnhe del menestrello spalancano tragiche il vuoto.
Ridono le pallide vergini.

(Image of Hiroshi Nonami)

domenica 17 aprile 2011

Al limite estremo

Cento candele rischiarano la stanza proiettando ombre sulle pareti.
Tu dormi perso nella vastità del letto, smarrito in una regione remota, inconsapevole della mia presenza.
Inaccessibile.
Mi piace guardarti così immobile, pensarti indifeso, esposto al mio sguardo e al mio volere.
Mi procura una vertigine di desiderio il tuo abbandono al sonno.
M'incanta la tua inconsapevolezza.
Sei nudo sotto le coltri.
Il disegno del tuo corpo è un abbozzo reale e pieno: sotto la tela leggera del lenzuolo palpitano i tuoi muscoli vivi.
Nella luce incerta delle candele scruto l'impercettibile battito delle tue ciglia, la bocca appena dischiusa, il petto che si solleva nel calmo ritmo del respiro.
Aspiro l'odore del tuo corpo.
Non svegliarti ora, voglio protrarre la magia surreale di questa stanza disadorna: il coro muto delle fiammelle che s'allungano a spiarci come ombre coperte di occhi, il tepore caldo e stordente della cera, questo letto, grande come un palco d'opera, e la mia volontà di perdermi nell'eccitante gioco dell'attesa.
M'inebriano questi momenti rubati alla tua inconsapevolezza quando ti possiedo completamente.
Mi chino sulla tua bocca per respirare del tuo stesso respiro.
Sfioro lievemente le tue labbra.
Forte è la tentazione d'imprimere la mia bocca sulla tua facendoti vibrare nell'eccitazione di un contatto inatteso.
Sentiresti  il mio corpo freddo premere sul tuo, adattandosi perfettamente, in un armonico gioco d'incastri.
Ti serrerei forte tra le mie cosce, limitando lo spazio solo alle mie  esigenze, scivolando su di te mentre ti desti, confuso in una realtà stupefacente.
Non ti darei il tempo di diradare le nebbie dell'incoscienza ma, ad occhi bendati, passeresti quel buio confine in uno stato ipnotico.
Con determinazione ti condurrei al limite estremo.


La mia lingua che scivola nella tua bocca.
La mia lingua che ti accarezza il petto e gioca con i tuoi capezzoli.
La mia lingua che netta la punta del tuo sesso.

Sei ora desto e lucidamente consapevole.
Dimeni l'inguine mentre cerchi la mia bocca.
Visualizzo il battito accelerato del tuo cuore nel ritmico pulsare di una vena sul tuo collo.
Le tue mani, imperative, mi sospingono verso  la pozza calda del tuo grembo sollecitando le mie labbra sul tuo pene, duro e gonfio, pronto a dischiudersi.

Ad un passo dal limite estremo
con crudele determinazione
distoglierò la mia bocca
lasciandoti stordito e spossato
per possederti, poi, in un gioco diverso

giovedì 14 aprile 2011

Strumenti di seduzione

 IL VENTO E' LO STRUMENTO CON CUI DIO SEDUCE LE DONNE
C'è questo sole impotente, pretestuoso ed illusorio, che non riesce a dispensare benessere alla città già semi svestita, palesemente ingannata dall'artificio scenico di una stagione immatura.
Mi sento tradita perché il mio corpo era già pronto a ricevere l'impeto della primavera: l'abito leggero che si lascia attraversare dal tiepido soffio del vento, con quella  lingua d'aria che accarezza le gambe, il ventre ed i glutei e sale verso i seni, lungo il collo e le braccia, fino alla radice dei capelli.
Il vento è lo strumento con cui Dio seduce le donne.
In piena luce, senza pudore, le sue dita accarezzano, titillano, palpano; la sua lingua morbida bagna di saliva la pelle che s'offre estasiata alla sua sensuale, divina, voluttà.
Le donne allargano le gambe per lasciarsi penetrare.
E' la comunione perfetta.
L'ostia non dovrebbe essere rotonda ma oblunga, come un pene, d'accogliere tra le labbra ed assaporare nel misticismo dell'autentica condivisione.
Alla fine, Dio, si è fatto uomo con un sesso ed una lingua e polpastrelli, per accarezzare e penetrare.
E saliva e sperma, per irrorare ed inondare.

LA SIGNORA COL BASTONE DA PASSEGGIO
Mentre cammino sento la fragilità delle mie caviglie.
Non mi fido dei passi veloci, ho paura di cadere.
Questa paura è forse dovuta allo scompenso del mio equilibrio nervoso, cosicché anche il bordo basso dei marciapiedi mi causa ansia.
Ma nonostante le mie attenzioni prendo storte o incespico nell'aria.
Fantastico che un bastone da passeggio mi darebbe stabilità d'appoggio, mi renderebbe eccentricamente interessante.
Mi caratterizzerebbe.
Acquisirei uno stile: sarei  "la signora col bastone da passeggio".
Camminerei in maniera innocente e provocatoria, seppur sfacciatamente incoerente, per via dei tacchi alti che potrei ritornare ad indossare grazie all'equilibrio acquisito per merito del mio raffinatissimo bastone da passeggio.
Un'atteggiamento blasè completerebbe la mia nuova immagine.
Marilena

giovedì 7 aprile 2011

Testimonianza

L'Imperatrice Camilla mi fa notare che gli argomenti di cui maggiormente ho trattato vertono sul sesso e sulla morte.
Lei li definisce "gli estremi"
Gli estremi a cosa? le chiedo
All'amore, a cui riservi così poco spazio nei tuoi scritti.
Ho riletto allora le pagine più vecchie del mio diario e poi, a caso, quelle più recenti.
Tranne qualche dedica non c'è molto dell'argomento amore cosi come lo concepisce l'imperatrice.
Rifletto che parlare d'amore semplicemente m'annoia.
Non è che sia insensibile o, per originalità di una mia immagine contro corrente, io ne parli in questi termini, no, sinceramente è che il sesso e la morte offrono ben altri spunti, molto più immaginifici, che il tema amore.
Il lato scuro della mente e dell'animo: è questo che mi attrae.
E la chiarezza di se stessi.
Se non avessi reso pubblico il mio diario avrei potuto esprimermi con più franchezza senza  ferire o adombrare chi mi conosce, lo avrei fatto con i termini crudi, e definitivi, che la verità esige, senza costringermi alla ricerca disperata della frase soft.
Essere condizionati è un limite per chi si picca di voler scrivere.
E poi  manco dell'esperienza del mondo esterno.
Prima di essere una scrittrice bisognerebbe essere una sperimentatrice.

"Sono convinta che se non fossi una scrittrice, se non fossi una creatrice, se non fossi una sperimentatrice, avrei poututo essere una moglie molto fedele. Do un enorme valore alla fedeltà. Ma il mio temperamento appartiene alla scrittrice, non alla donna. Una separazione del genere potrebbe essere infantile, ma è possibile. Sottraete l'intensività eccessiva, il ribollire delle idee, e avrete una donna che ama la perfezione. E la fedeltà è una delle più grandi perfezioni. Ora mi sembra stupida e poco intelligente perchè ho in mente progetti più grossi. La perfezione è statica, e io sono in continuo mutamento. La moglie fedele è solo una fase, un momento, una metamorfosi, una condizione."
(Anais Nin - Henry $ June)

Ma i tradimenti di Anais, alla fine, non sono mai meschini, o semplici sperimentazioni, è fedele alla donna che ha il coraggio di vivere fino in fondo, ed alla esigenza creativa della scrittrice che può così raccontare il dentro, ed il fuori, delle sue emozioni.
Io, al contrario, sono stata, e sono, una donna assolutamente fedele.
Mi sono preoccupata d'amare anche svendendomi.
Ho sempre pensato che non fossi abbastanza bella, brava, intelligente, rappresentativa, per poter aspirare ad un ruolo diverso da quello in ombra della moglie.
E fedele, per giunta.
Ma tradita alla prima vera occasione.
E messa da parte senza troppi problemi.
La mia preoccupazione, fin dall'infanzia, è stata quella di avere certezze materiali ed affettive di cui sentivo carenza e necessità.
Protezioni, soprattutto.
Col matrimonio ho issato una torre nella quale mi sono volontariamente rinchiusa per sentirmi al sicuro da quel mondo esterno dal quale sentivo respingermi.
Ho vissuto gran parte della mia vita in quella fortezza, ma è stata una mia scelta di cui non incolpo nessuno.
Scelta egoista la mia, e per giunta, castrante.
Mi sono sempre lucidamente analizzata e quello che ne esce fuori è il ritratto di una donna pavida, insicura, dipendente, pronta a negare la propria esistenza a favore di una sicurezza affettiva e materiale e, seppur oggi non è più così, continuo a fare i conti con l'esterno che pone limiti e tenta di prevaricarmi (ed io non sempre riesco a non lasciarmi sottomettere), nelle mie più recenti acquisizioni.
Sperimentatrice, però, lo sono sempre stata.
Fin da quando ho imparato a leggere e a scrivere, ho letto e scritto.
E sperimentato, sia pure a livello mentale.
All'inizio erano le storie ed i racconti della nonna paterna che io rielaboravo e riscrivevo nella mia fantasia.
Poi è stato il periodo romantico dell'adolescenza, un misto tra un fotoromanzo e Love Story.
Allora non conoscevo ancora il valore dei finali aperti: la storia si concludeva sempre o con la morte di uno dei due protagonisti, o con le nozze o la fuga d'amore.
Ed ecco che elaboravo notti ardenti, seppure abbastanza confuse, data la mia nulla esperienza in materia di sesso, supportata, però, dalla lettura strampalata e personalizzata del Decamerone che ho letto giovanissima, non si sa come rifilato ai miei da un venditore d'enciclopedie, insieme ai Capricci di Francisco Goya, un Atlante Geografico ed un Dizionario Zanichelli.
Anarchia di libri e nessuna censura: devo ammettere di aver avuto molta libertà in merito se, come ricorda mia sorella, papà mi regalò, quando ero adolescente, un libro dalla copertina blu che titolava "Tutto quello che dovreste sapere sul sesso".
Famiglia atea, la mia, con mio padre anticlericale e comunista convinto, carattere schivo di uomo timido ma assolutamente coerente e mai prevaricatore, di sicuro non un ipocrita.
I suoi insegnamenti, dati dall'esempio della sua vita, sono stati improntati alla rettitudine, all'onestà e all'etica.
E alla fedeltà.
Il dono di quel libro rappresentava un'apertura mentale, una modernità d'idee, se facciamo riferimento a quegli anni, una comunicazione che a parole, forse, per un introverso come lui sarebbe stata impossibile con una figlia femmina, ma un compito che non ha evitato ma ha cercato, comunque, in quel modo di adempiere, coscente com'era che mia madre non avrebbe potuto farlo dal momento che era molto pudica ed ignorante, non nel senso dispregiativo del termine, ma di chi non conosce l'argomento e ne fa tabù.
La meravigliosa anarchia delle mie letture, i racconti di mia nonna, le storie dark di mia madre (eh si, se dovessi configurare mia madre è così che la definirei) cimiteri, fantasmi, favole lugubri, i suoi discorsi sulla morte e le sue minacce di suicidio, le sue emicranie e la stanza completamente buia dove si rifugiava, ed in contrapposizione la simpatia e la solarità che emanava verso l'esterno.
Tutte le mie maestre e le persone l'adoravano, mentre io, invece, sono rimasta abbacinata da quel suo lato oscuro, affascinante e doloroso, di un carattere nevrastenico e depresso ed ulteriormente sfinito dai troppi figli, dai pochi soldi e dalle continue difficoltà della vita.

Il sesso e la morte sono gli estremi.
L'amore è una ricerca ed un rinnovamento continuo.
La fedeltà è una virtù ma anche un intralcio.
La scrittrice è una sperimentatrice.
La sperimentazione creativa non ha un modello di riferimento. 
Marilena