Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

sabato 31 dicembre 2011

Auguri!

Images by Brian Viveros

Ci sono momenti in cui tutto va per il verso giusto. Non occorre spaventarsi. Sono momenti che passano
Jules  Renard

giovedì 29 dicembre 2011

Dove? Perché?

Andar via di qui, è questo il mio ultimo assillo
Andare dove? Mi chiede Amaranta
Andare dove? Fanno coro tutte le altre  presenze del mio antro.
Perché? Domanda, invece, l'Imperatrice Camilla, ampliando, con questo interrogativo, i termini della questione.

Dove?
Perche'?
Sarebbe molto più facile non dare spiegazioni ed obbligare la mia piccola ciurma ad assecondare questa mia determinazione, ben sapendo che sarebbe costrettta a seguirmi perchè non avrebbe nessun'altra alternativa se non il suo dissolvimento esistenziale.

In questi ultimi quattro anni siamo tutti invecchiati un pò di più, ed io più degli altri, perchè ho dovuto spendermi affinchè tutto sembrasse reale, caldo e confortevole, nonostante le mie catastrofi esistenziali e la mia feroce volontà di resistenza.
Alla fine mi sono resa conto che è tutto davvero fittizio, anche quelle ipotesi di verità per cui un tempo ho dato battaglia, che tutto poggia su niente, e che si può voler bene e detestare nello stesso momento e con la stessa suprema intensità, che le parole sono difficili e, quelle della scrittura, ancor di più, che non hanno voce e, seppur  ne avessero una, sarebbe quella di chi legge.
Ed ecco che anche un diario può essere un luogo d'inganni, d'inesattezze, di espropriazione intellettuale.

Mi tenta l'idea di trasferirmi in una nuova regione di Blogosphere, ma dovrei farlo senza l'ingombro di questa valigia colma di tutti i miei scritti e senza il seguito della mia piccola ciurma, silenziosa ed emotiva, sapendo fin d'ora di condannarla al tragico destino dell'abbandono e di una morte certa.
Ma sta di fatto che questo luogo è pervaso da un eccesso di ombre e di presenze, contaminato da troppi ricordi, amarezze, inettitudini, collere, desideri, incoscienza, baldanza e passione, perchè io possa liberamente continuare a gestirlo senza inciampare nella desolazione o nel vuoto.
Marilena

mercoledì 28 dicembre 2011

Martina

Sono molto irrequieta quando mi legano allo spazio
Alda Merini


Martina, oggi, s'è vestita a festa ed agghindata i capelli con nastri e stramberie di fiori, cosicché un  passero ha  nidificato nell'abbondanza dei suoi riccioli, mentre una farfalla si è smarrita nel loro arruffato intrico.
Così si ammira nel riflesso della finestra, e si trova bella.
Belli i suoi occhi eternamente assonnati, con le palpebre pesanti come ombrelli sporgenti a schermare la luce; belle le sue labbra color di geranio, sgargianti come balconi fioriti in un autunno tardivo; belle le sue dita nude, e le sue mani sempre un pò tremanti che paiono dirigere una invisibile orchestra; bella la sua voce che si dispiega limpida, seppur incerta sulle parole, come quella di una bambina.
Canta, Martina, guardandosi nel suo pezzo di vetro, riquadro di una finestra sbarrata dalla quale scruta la linea diurna dell'orizzonte, quel tratto netto che separa il cielo dalla terra e dal mare, i vivi dai  morti, le ossessioni dalle certezze.
Ride, Martina, con la sua bocca avara di denti, mentre guarda quell'orizzonte metafisico, così reale nella sua memoria e così lontano da quella sua finestra.

venerdì 23 dicembre 2011

Hotel Zeta (cap. 7)

MEMORIE DI EDMUNDO REYES
Ricordo perfettamente il periodo della permanenza a Nuevo Eldorado delle quattro signore di cui qui si narra. Periodo movimentato, ma piacevole. Tutti i nostri ospiti sono persone speciali ma, alcuni, lo sono un pò di più, come coloro che lasciano tracce significative del loro passaggio, contribuendo a modificare la metafisica di Nuevo Eldorado o, loro stessi, al suo interno. Le quattro signore erano assolutamente diverse tra loro eppure, in strano modo, compatibilissime. Nel gruppo regnava un bell'accordo tranne per qualche scintilla caratteriale tra Amaranta ed Eli Joe. Mai visto due temperamenti consanguinei così opposti, una fiammella rossa ed una nuvola scura in perenne contrasto, seppur molte baruffe venivano stemperate, sul nascere, dall'ironia di Lucy Hollywood e dalla dolcezza di Clara. Ed ecco, ancora caratteri agli estremi, come lo zenit e il  nadir, la testa e i piedi dell'universo, la perfezione dell'equilibrio. Las damas......le signore, dunque, erano adorabili ognuna alla propria maniera. Adorabili,  ma  non sempre facili da trattare. Amaranta  intavolava estenuanti discussioni con le ombre dei vivi e quelle dei morti, dibattiti che la sfinivano e, alla fine, la rendevano democraticamente intrattabile con tutti. Eli Joe passava moltissimo tempo a  scrivere lettere a suo marito e, confesso, di non aver mai visto nessun'altro scrivere con così tanta foga, ed  era evidente che soffriva di nostalgia. Lucy Hollywood......ammetto il mio debole per lei, per i suoi abiti floreali, i capelli selvaggi e per quella sua falcata da pioniera quando, impavida s'avventurava nei recessi di Nuevo Eldorado tornandone con trofei fotografici assolutamente di gran pregio. Per questo mi è mancato il cuore di avvertirla che nulla di ciò che lei avrebbe fotografato sarebbe rimasto impresso sulla pellicola, una volta varcati i confini di Durango. Clara, invece, la definirei un'ospite speciale, di quelli che, in virtù di una loro profondissima capacità empatica e trasmutativa, lasciano tracce indelebili del loro passaggio. La sua pittura ha sostanzialmente modificato la natura astrologica e faunistica di questi posti, per cui qui l'alba sorge con due soli gemelli e le notti, prolifiche di stelle, sono rischiarate da una fantastica luna cammellare ed inoltre, sempre al suo talento, dobbiamo l'immaginifico scenario dei deserti cobalto dove nascono gli alberi del sale, e i giardini di mare dove gli atolli fioriscono di una strana vegetazione azzurra, ocra e arancio. Questi i magnifici doni di Clara a Nuevo Eldorado.

LA SFIDA
L'imperatore Giaguaro e Xira erano rimasti, per un lungo momento, immobili a fronteggiarsi soppesando le rispettive potenzialità e, Clara, in seguito, avrebbe giurato di aver captato l'ombra di un sorriso sul muso del grosso felide, a pregustare l'imminenza di una vittoria facile. Il piccolo cuore di Xira batteva all'impazzata, ma lei non dava mostra di paura, non fuggiva dall'ombra gigante che la soverchiava con le nere fauci spalancate, come un sogghigno faunesco, e il ruggito così potente da frantumare la roccia. Yaguar fletteva il suo corpo, potente e sinuoso, come quello di un grosso rettile che s'appresta, fulmineo, allo scatto mortale, ma che consapevolmente lo ritarda per godersi di più la paura dell'avversario. Il sarcasmo di concedere quell' ultimo minuto di vita vissuto nel terrore, prima dello scempio. Xira, perfettamente immobile, sembrava rassegnata alla zampata mortale, quella che le avrebbe dilaniato la schiena, lasciandola paralizzata alla mercè di Yaguar. In più s'era sventatamente posizionata davanti ad una strettoia, un imbuto senza uscita, che le avrebbe irrimediabilmente precluso ogni via di fuga. Ai miagolii solidali dei gatti, più simili ad una mesta preghiera che a un convinto incitamento, si contrapponevano i ruggiti di scherno dei grandi felidi, pronti ad osannare l'ennesima, annunciata vittoria, dell'Imperatore Giaguaro. E, subito dopo, eccolo prodursi in quel fantastico balzo che lo aveva innalzato ai fasti della leggenda, proprio mentre Xira, indietreggiando, era andata sempre più incuneandosi nell'angolo cieco. Provvidenziale utero, e non prigione, che l'avrebbe accolta e protetta, praticamente resa inviolabile alla brama mortale di Yaguar che, puntando sullo scatto e sulla potenza, non aveva però calcolato l'area ristretta in cui la sua massa muscolare sarebbe andata, in ultimo, ad intrappolarsi.
L'attimo successivo il grande giaguaro giaceva ai piedi di Xira con gli arti spezzati e i denti frantumati.

Interno dell'Hotel Zeta

domenica 18 dicembre 2011

Hotel Zeta (cap. 6)

L'IMPERATORE GIAGUARO VS XIRA
Clara, in ansia per il comportamento di Xira, l'aveva seguita in una delle sue solitarie escursioni fin dentro il cuore della foresta di Nuevo Eldorado e, ciò che vide, la lasciò sbalordita.
All'interno di uno slargo bivaccava una grande ed eterogenea colonia di felini, razze a lei note ed altre esotiche, raggruppati intorno ad un tronco mozzo sul quale era assiso, in posa imperiale, una splendida giaguaro nero.
Xira, al pari di tutti i felini che qui erano giunti, si era prodotta in un inchino, flettendo le zampe anteriori ed issando la coda, a mò di vessillo. L'Imperatore Giaguaro chinava la testa da un lato, oppure emetteva un ruggito imperativo, secondo se a riverirlo era un grande felide o uno di piccola specie.
Il giaguaro accolse l'inchino di Xira con un ruggito alquanto aggressivo ed un frustare nervoso di coda.
Per nulla intimidita da questa scortese accoglienza, Xira, aveva fatto il suo breve inchino prima di congiungersi all'esiguo drappello dei gatti che l'accolsero con code dritte e osannanti miagolii, sotto lo sguardo minaccioso di Yaguar.
Ma, Xira, pareva non dargliene conto, ignorarlo perfino e, pur senza arroganza, dar mostra di non temerlo.
Eccitati dal carisma che da lei emanava, gli altri mici le si erano fatti intorno, ed ecco che i più spericolati piroettavano festosi, producendosi in stravaganti salti mortali; i più facinorosi, invece, mostravano le zampine con gli unghioli sguainati, pronti a ritrarli, però, se solo il giaguaro dava mostra di avvedersene; i più timidi si limitavano a starle accanto, adoranti, mentre dall'alto del suo scranno di legno l'Imperatore Giaguaro non la perdeva di vista.
La potenza del suo ruggito tenorile era valso il silenzio, e l'attenzione, di tutti i felini, grandi e piccoli.
Perfino gli uccelli s'erano fermati in volo, sospesi nell'aria, paurosi che un frusciar di fronda potesse scatenare la sua collera mortale.
L'immensa coda del felide frustava l'aria sommovendo un furioso vento di foglie e di scura polvere di  foresta quando, ergendosi in tutta la sua imponenza, balzò dallo scranno al centro dello slargo per sfidare Xira.
La sua ombra enorme incombeva sulla piccola sagoma gattesca con la inesorabile drammaticità di un destino tracciato.
La gattina impavida, però, rimaneva la suo posto, studiando la grossa testa di Yaguar, le zampe muscolose, le fauci crudeli. L'attendeva una lotta impari come quella che può essere tra una farfalla ed un'aquila, per questo, Xira, sapeva di dover contare, per avere qualche chance di vittoria, soprattutto sull'agilità sottile del suo corpo e sui riflessi, sensibilmente acuiti dalla pratica randagia della strada.
Il corpo massiccio di Yaguar, scattante nei lunghi percorsi, si sarebbe potuto rivelare, di contro, provvidenzialmente lento ed ingombrante, in un perimetro circoscritto come quello dell'arena.
Dal canto suo, Xira, si sarebbe imposta d'ignorare le fauci mastodontiche ed i ruggiti intimidatori.

IPOTESI E SPERANZE
Clara, dalla sua postazione, aveva seguito col batticuore il succedersi degli eventi, temendo per la vita della sua adorata Xira, ma altresì conscia della sua impossibilità ad intervenire.
Nulla avrebbe potuto, a mani nude, contro il colossale giaguaro supportato da centinaia di altri della sua specie.
Tornare indietro e chiedere aiuto, ma quanto tempo avrebbe impiegato a ripercorrere la strada a ritroso fino all'Hotel Zeta, sperando di non perdersi?
Non c'era tempo per progettare nulla, le restava solo di confidare nell' intelligenza intuitiva di Xira, grazie alla quale, più volte, s'era  tratta d'impaccio da situazioni  estreme.

L'imperatore Giaguaro

mercoledì 14 dicembre 2011

Bambini

Sono arrivati che era ancora buio e hanno piantato i loro tendoni e, prima che sorgesse il sole, l'accampamento era già recintato. Dietro le pareti di stoffa barriscono gli elefanti e ruggiscono i leoni. Bambini scalzi si aggirano tra i carri, in perlustrazione, poichè lo straniero non si serve di cani da guardia nè di sentinelle nelle garritte, ma ha addestrato i suoi figli a questo compito, mascherato da gioco, cosicchè l'innocenza è l'ingannevole cortina dietro cui s'innesca l'esplosivo. Siamo in stato d'assedio ma, nessun'altro, oltre me, se ne è reso conto. Io ho visto i segni premonitori come quel cielo notturno così stellato, e chiarissimo, da poter sembrare un albeggiare prematuro, e poi  la repentina caduta del vento che, durante tutto il giorno, aveva soffiato con intensità di bufera costringendoci al riparo delle nostre case, ed ho capito che ciò che paventavo stava accadendo, e che anche Dio è dalla parte dello straniero. Non avremo quindi scampo. Dio è sempre dalla parte del più scaltro, è una storia antica questa, che sempre si ripete. Dovrà pur vendicarsi della morte del suo unico figlio, così prolifica cattivo sperma che si diffonde nel mondo con l'invadenza di un virus sottile e genera bambini dagli occhi grandi, svezzati come cuccioli di cane o, secondo gli istinti delle altre fiere, allevate all'interno dei tendoni. Pachidermi, tigri, leoni, orsi, tenuti doverosamente al guinzaglio, che questo è il loro malevolo inganno, ma già pronti, ad un cenno del domatore, ad azzannare. Nessuno degli ignari si salverà quando, interdette le uscite ed aperte le gabbie, si darà avvio al massacro sotto il tendone da circo mentre, all'esterno, i  bambini s'aggirano scalzi tra i carri malandati, rincorrendosi ridendo, come stessero davvero giocando.

Photo by Steve Mc Curry

martedì 13 dicembre 2011

Hotel Zeta (cap. 5)

SINGOLE ESPERIENZE
Nell'Hotel Zeta non c'erano computer e questo, all'inizio, aveva causato una specie di scompenso esistenziale in Amaranta, che non essendo una esteta della natura, si era sentita confinata in uno spazio alieno, catapultata su un altro pianeta. Prigioniera dell'intrico amazzonico di quell'Eden primordiale, avrebbe trasformato, secondo la sua indole, in racconto drammatico questa sua sconcertante esperienza.
Eli Joe, anche lei di primo impatto aveva preso male la mancanza dei cavetti e delle connessioni ma, dopo una minuziosa esplorazione che l'aveva confermata nella certezza che la Rete in Nuevo Eldorado era ancora secoli a divenire aveva, in virtù della sua positività, trasformato la tragedia in poesia. Fu durante la sua permanenza a Durango che compose i suoi versi più belli, quelli che le avrebbero dato la celebrità, e diede vita ad un appassionato carteggio privato con suo marito.
Lucy, invece, s'accingeva ad esplorare i misteri di Nuevo Eldorado, con lo stesso entusiasmo con cui Leonìe D'Aunet aveva perlustrato le terre di Lapponia e il remoto Polo Nord. Dal materiale fotografico ne avrebbe ricavato un reportage i cui diritti erano già stati preventivamente acquisiti dal National Geographic, ignorando, allora, che tutto quel materiale, così puntigliosamente accumulato, sarebbe tramutato in pellicola vuota, una volta varcati i confini messicani.
Clara aveva ritrovato l'estro della pittura ed ecco che dava vita, sulla sua tela, ad inedite e fantastiche costellazioni, come quella dei soli gemelli che sorgevano dalla sabbia di un deserto metafisico, e la luna cammellare, gibbosa e chiarissima, portatrice di piogge stellari, e paesaggi fiabeschi come i deserti cobalto, infinite distese di pietre azzurre dove crescevano gli alberi del sale, e i giardini di mare dove gli atolli solitari fiorivano di vegetazione promiscua ed inedita. Queste, ed altre meraviglie, scaturivano dal pennello di Clara e, tutto quello che lei dipingeva, acquistava vita e diventava realtà di Nuevo Eldorado.

MEMORIE DI ELI JOE
Quello trascorso a Nuevo Eldorado è stato un periodo fantastico, se ci fosse stato anche mio marito sarebbe stato perfetto, poichè la sua assenza per me era tangibile, anche se ho avuto modo di sperimentare il romanticismo di un carteggio intimo. Imbucavo le lettere nella cassettina postale dell'Hotel Zeta e, l'attimo dopo, la missiva era già partita superando in velocità qualsiasi sistema di posta elettronica. Trovavo le lettere di risposta di Tony sul cuscino del mio letto, insieme ad una rosa rossa. La lontananza è una misura con cui si riesce a valutare la forza di un sentimento, nella sua pienezza e nel suo ardore. Ho scritto molto in quel periodo attingendo, non solo dallo sfolgorante panorama, ma dalle sensazioni evocate dalla lontananza da quel mio mondo solido e conosciuto, e che mi hanno condotto ad una esplorazione e ad una conoscenza più profonda di me stessa. Di sicuro questo ha contribuito ad affinare la mia sensibilità intellettuale.

XIRA
Xira, quando non era al seguito di Edmundo Reyes, spariva per lunghe ore inoltrandosi, solitaria e circospetta, nel verde intrico amazzonico di Nuevo Eldorado. Ne emergeva al tramonto recando, sulla pelliccia arruffata, minuscole tracce di terra ed evidenti segni di lotta.

Natura di Nuevo Eldorado -  Foto di Claudia Grotti

venerdì 9 dicembre 2011

Hotel Zeta (cap. 4)

MEMORIE DI LUCY
Passavamo le giornate in esplorazione di Nuevo Eldorado scoprendo, ad ogni passo, strabilianti meraviglie.
La natura, fecondissima, si era evoluta in specie vegetali a noi sconosciute. E tutto era commestibile. Parlare della varietà dei fiori, dei frutti, delle erbe, sarebbe stato stilare un elenco interminabile e, oltretutto incompleto, di sensazioni e dettagli, che durante la nostra permanenza non abbiamo avuto modo di assaporare tutto. Inoltre avevamo sottoscritto il nostro impegno al silenzio. E chi crederebbe agli ALBERIFONTE, tronchi secolari dai cui rami zampilla un acqua termale, tiepida, altamente curativa, o alle CORACOLLINE, collinette bonsai che si formano in polle d'acqua salina e fioriscono di una fitta vegetazione marina, a ciuffi, molto simile a quella dei coralli, o alle MONCAVERNE, piccole alture di forma piramidale, rovesciate, con la vetta piombata nel sottosuolo e la base, invece, una pianura rigogliosa che si erge come un altare sopraelevato ed impossibile da scalare, a causa della estrema ripidezza delle sue pareti e della quasi mancanza di appigli naturali. Ci si arriva solo dall'alto, paracadutandosi a bassa quota perchè il rischio di precipitare lungo le sue fiancate è davvero grande. Molto più semplice è, invece, arrivare alla vetta, attraverso un camminamento sotterraneo, stabilito, che s'incunea, attraverso cunicoli e gomiti, fin nei recessi dell'imbuto del suo apice. Noi lo abbiamo percorso, ed è stato assolutamente meraviglioso. Avevo tutto documentato nell'obiettivo della mia macchina fotografica ma, delle centinaia di foto che ho scattato, la pellicola non ne ha impressa nessuna.

UNA STORIA D'AMORE A NUEVO ELDORADO
Edmundo Reyes era pressochè in ogni luogo e pronto ad ogni nostra esigenza. Cuoco provetto, raffinato conoscitore di vini, suonava il piano ed il sax in maniera divina, autista magistrale, soprattutto nelle guide in retromarcia, poliglotta, filosofo e naturista, quando non era indaffarato con noi si dedicava alle sue due grandi passioni: lavori di restauro, e mantenimento, della struttura dell'Hotel Zeta e, novello Darwin, si applicava allo studio e alla suddivisione delle innumerevoli specie, e sottospecie vegetali, di cui Nuevo Eldorado abbondava.
Edmundo Reyes somigliava in maniera impressionante a Jack Nicholson, solo più giovane.
Ma le somiglianze non andavano oltre l'aspetto fisico, perchè lui era assolutamente diverso anche dal suo stesso personaggio, più simile a un blasonato che a un fazendero.
Xira fu la prima del piccolo drappello femminile a lasciarsi spudoratamente irretire da Edmundo.
Lei, indomita guerriera della strada, beveva  il latte nelle sue mani a coppa, s'addormentava avvoltolata nei suoi foulard jacquard, accettava, di buon grado, che lui le irrorasse il capo con una goccia del suo profumo.
Lo attendeva paziente, tutte le mattine, sull'uscio della camera per dargli il buongiorno con la dolce sinfonia delle sue fusa, pronta ad accompagnarlo nelle sue ricognizioni mattutine, camminandogli accanto, fiera, con la coda dritta come lo scettro di una regina.


Xira - Foto di Claudia Grotti

mercoledì 7 dicembre 2011

Claustrofobia Esistenziale

Sto precipitando di nuovo nel buco nero della depressione, nonostante i farmaci che regolarmente assumo, non riesco a venire a capo di me stessa, della claustrofobia esistenziale in cui sto nuovamente piombando.
La nausea della vita mi assale continuamente.

Alzarsi, vestirsi, nutrirsi, comunicare, è tutto così faticoso e fine a se stesso.
La lucidità con cui vedo me stessa, proiettata in questa dimensione, così perversa ed autodistruttiva, è assoluta ed inequivocabile.
Tra me e la vita c'è un muro.
Posso continuare a darci spallate, come fin'ora ho fatto, ma non riuscirò mai ad abbatterlo.
Nemmeno le parole assolvono più ad alcun'altra funzione se non a quella di suoni emessi dalla gola.
La nausea le va, irrimediabilmente, contagiando.

Ho escluso  i commenti da questo post perchè nessuno, alla fine, che non abbia fatto l'esperienza può davvero capire e, poi, è subentrata anche la noia di dovermi continuamente giustificare, o peggio ancora difendere, da quel "comune buonsenso" che ancor più profondamente scava un solco tra chi, come me, annaspa nelle sabbie mobili e chi, dall'altra parte, tende la mano, ma già con un giudizio sancito.

Non ci sono cicatrici nè mutilazioni: è tutto silenzioso ed intimo.
E' un malessere subdolo, incoerente, che ho cercato, in tutti questi anni, di fronteggiare.
L'ho studiato in me stessa, con la pazienza certosina di un entomologo che s'appresta a vivisezionare l'insetto alieno per scoprire la deformazione da cui scaturisce la sua diversità.
E, una volta sezionato l'insetto, dentro ci ho trovato il mio cuore, i miei nervi, le mie cicatrici esistenziali.
Ma, ancora, sono andata avanti.
Ho cercato di tramutare in racconto questa esperienza perchè sapevo che, finchè fossi riuscita a servirmi delle parole, avrei avuto ancora un minimo vantaggio, una piccola possibilità, per sopravvivere al veleno dell'insetto.
Esorcismo ed incantesimo: la voce della strega lo ha solo sedato, ma non sconfitto.

Una cosa che so di certo è che non voglio vivere nell'ottundimento mentale, respirare attraverso una cortina, ipotesi di vita, o le vite degli altri, spesso, sbrigativamente, ed inopportunamente, adotte come esempio.
Nella mia consapevolezza, contrapporre al nulla esistenziale questo star male, alla fine, significa ancora esser vivi.
 Marilena

martedì 6 dicembre 2011

Hotel Zeta (cap. 3)

CLARA
Clara, da sotto la frangia piratesca, guardava il mondo con due visuali diverse e a volte contrastanti, secondo se a scrutare fosse il suo occhio visibile o l'altro, quello nascosto dalla cortina dei capelli.
Raramente le due visuali combaciavano e non c'era di che stupirsi perchè l'occhio sotto la frangia, enigmatico, provocatorio e sensibilissimo, era stato, fin dall'infanzia, in grado di esplorare quei mondi paralleli, fantastici, poetici, spesso incoerenti, che non a tutti è consentito visitare.
Così Clara aveva iniziato il suo viaggio nel mondo gattonando, con l'incoscienza dei bambini, sui lucidi specchi di Wonderland; i primi passi, quelli sperimentali, invece li aveva intrapresi sull'Isola del Tesoro; adolescente, aveva scalato, in solitaria, le Cime Tempestose e da lì aveva proseguito, diretta verso la Luna, sulla palla di cannone del Barone di Munchausen: giovane donna, aveva poi circumnavigato il mondo sulla mongolfiera di Phileas Fogg, per atterrare nei tormentati universi ciberpunk della Los Angeles di Blade Runner.

Ed ora è giunta qui, a Nuevo Eldorado, dove i fiori degli abiti sbocciano come fossero vivi, il taxi funziona in retromarcia e l'Hotel che la ospiterà è situato all'interno di un tronco ciclopico, ed intorno, all'apparenza, non c'è null'altro che natura.
Su questa sintesi concordano entrambi gli sguardi di Clara seppur, da sotto la frangia, l'occhio piratesco è entrato in allerta.

L'INTERNO DELL'HOTEL ZETA
 Avevano preso alloggio, ognuna in una stanza singola di quello strano albergo ricavato all'interno del tronco più grande del pianeta terra.
Nicchie essenziali dove non c'erano finestre ma la luce vi penetrava  attraverso rami/tubi, le cui estremità, interne ed esterne, erano naturalmente cave.
I rami erano ancorati al tronco da radici laterali delineate in geometrie stravaganti, ma corpose e solide, che ben ottemperavano alla funzione di arredo e mobilio.
Sullo scrittoio, fornito di carta da lettere e quaderni, campeggiava un pennino obsoleto immerso nel liquido violetto di un calamaio.
Niente televisore, nè cellulare e nè computer.
Ma fu la mancanza di quest'ultimo a suscitare reazioni diverse secondo l'indole, la propensione e le aspettative individuali delle ospiti dell'Hotel Zeta.

Non c'è il computer, cazzo, e adesso come faccio?
Il disappunto di Amaranta.

Non c'è il computer, meglio, approfitterò per scrivere lettere d'amore a Tony.
L'ottimismo di Eli Joe.

Non c'è il computer, ma non importa, ho la macchina fotografica.
Il pragmatismo di Lucy.

Non c'è il computer.
Clara non ci aveva neppure fatto caso.

Nuevo Eldorado - foto di Claudia Grotti

sabato 3 dicembre 2011

Hotel Zeta (cap. 2)

I viaggi, anche i più banali, dovrebbero sempre essere intrapresi come avventure favolose.
Per questo dovremmo imparare a viaggiare con bagagli spartani ed essenziali.
Per essere liberi da ogni tipo di catena, come può essere anche quella del manico di una valigia.

IL VIAGGIO
Il biglietto era valido a tutti gli effetti ed anche Xira potè viaggiare, all'interno della sua gabbietta, nella cabina, accanto a Clara. Il minuscolo aereo era pressochè vuoto ad eccezione della presenza di tre viaggiatrici che occupavano i sedili di fondo e, fittamente, parlavano tra di loro.
Volo diretto per Durango, aveva annunciato il comandante e, mentre decollavano verso le nubi, l'abitacolo veniva pervaso dalle note sublimi della Nona Sinfonia di Beethoven.

LO SCALO
Il piccolo aereo era atterrato in una radura dai colori aranciati dove, sullo sfondo, si delineava il bruno paesaggio di un sentiero d'alberi. Il comandante, dopo aver cavallerescamente aiutato le viaggiatrici a scendere dalla scaletta dell'aereo, vi era rientrato per apparire di nuovo con indosso la livrea d'autista.
Aveva emesso un breve fischio modulato e, da dietro un cespuglio era emerso un Maggiolino Wolkswagen verde e bianco, che metteva allegria solo a vederlo.

LE PRESENTAZIONI
- Permettere che mi presenti, signore: sono Edmundo Reyes, sindaco e, come avete potuto constatare, factotum di Nuevo Eldorado. Sono doverose le presentazioni dal momento che condivideremo questo, seppur breve, ma spero intenso soggiorno che, mi auguro, troverete all'altezza delle vostre aspettative -
Edmundo Reyes elargì equamente il suo largo sorriso al piccolo drappello femminile in attesa nello slargo.
- Le tre signore già si conoscono, estendiamo la conoscenza anche alle altre nostre due ospiti: la señorita Clara y la señorita Xira -
- Amaranta Dell'Antro, piacere di conoscerti Clara, ti presento mia sorella, Eli Joe, e la nostra amica, e sorella adottiva, Lucy Hollywood -
Clara, divertita, notava quanto diverse fossero tra loro le sue compagne d'avventura: l'ombrosa Amaranta, la rossa Eli e la radiosa Lucy.
Si chiese come lei, invece, poteva apparire ai loro occhi con il ciuffo obliquo della frangia color porpora che le nascondeva un occhio, come la benda di un pirata.

MEMORIE D'AMARANTA
Una volta salite sul vecchio Wolkswagen, Edmundo Reyes percorse, tutto in retromarcia, il tragitto che ci avrebbe condotto all'Hotel Zeta. Fu fantastico. Un viaggio a ritroso verso il sentiero d'alberi. Man mano che ci avvicinavamo alla macchia della foresta il paesaggio circostante veniva cancellato da una nebbia morbida mentre, sull'abito floreale di Lucy, i boccioli iniziarono a dischiudersi, come fossero petali vivi.
Era come entrare, ad occhi aperti, all'interno di un sogno.
Apparve così alla nostra vista un albero dalle dimensioni ciclopiche, col tronco del diametro di diversi km, fittamente intessuto di rami pullulanti di ali e di becchi e di serici fruscii.
Una piccola foresta sulla vetta di un tronco.
 - Bienvenidas señoras al Hotel Zeta -
Ci annunciò, con allegria, Edmundo Reyes.

Terrazze dell'Hotel Zeta - foto di ClaudiaGrotti

Sulla vita. Sulla scrittura. Ed altri demoni

Ho liberato la mia scrittura dalla presunzione del genio riconducendola a mera esigenza personale, ed ancora ci ho ritrovato intatta tutta la mia passione.
(Amaranta)

Blogosphere mi ha dato la grande possibilità, col rendere pubblici i miei scritti, di vagliare personalmente il mio valore di scrittrice e ne sono emersi, prima ancora che i meriti, i limiti.
La fatica di scrivere partendo dalle mie limitatissime esperienze personali e col supporto di una cultura, seppur molto entusiasta, ma essenzialmente autodidattica e nozionistica, mi ha edotta di non essere assolutamente in grado di aspirare ad alcun altro traguardo da quello offerto da un blog.
In realtà il gioco della scrittrice mi seduce ancora ma, cadendo le ambizioni di protagonismo letterario, quello che resta è solo "pelle viva" e, d'altronde, ho sempre ritenuto arido lo scrivere senza esser letti, motivo per cui non ho mai tenuto un diario, ma piuttost, ho coltivato l'abitudine degli appunti e delle annotazioni.
La certezza, oggi, è che non sarei potuta diventare null'altro che quella che sono per via della mia indole e dei miei bisogni esistenziali, della paura di vivere, di affrontare il mondo come singola persona ma, piuttosto, come membro di una famiglia (il cui supporto, per altro, durante la mia infanzia e adolescenza, è sempre stato molto circoscritto) o di una coppia.
Non credo al destino ma ad una nostra connaturata propensione a renderlo reale.
La paura di vivere ha compromesso la mia capacità sperimentale e, quando il castello di certezze e di agi, della mia vita matrimoniale si è sfaldato, sono rimasta allo scoperto, assolutamente sola, in balia del mondo e delle mie insicurezze.
Un mondo che conoscevo davvero poco essendomi io volontariamente relegata in una esistenza quotidiana e selettiva, tenendo a freno le mie irruenze, mortificando i  miei desideri, decapitando le mie aspirazioni: il risultato è stato quello di essere una donna a metà, insoddisfatta ed incompleta.
Mi sono limitata a sopravvivere non riuscendo neppure a sfruttare quegli agi, quelle sicurezze, per cui avevo sacrificato buona parte di me, ma contribuendo, invece, in maniera efficace, a costruire l'infelicità a due.
Il mio estremo bisogno di rassicurazioni, quelle che nell'infanzia mi sono mancate, le ho cercate nella mia vita di adulta, all'interno della coppia e, col matrimonio, nell'ambito della famiglia che andavo costituendo.
L'opera, a cui mi sono accinta per lunga parte della mia esistenza, si è rivelata, alla fine, una mostruosità inconfessabile anche a me stessa.
A dire il vero, in tutti questi anni, non sono stata neppure troppo capita, e,sicuramente mi sono anche espressa male, ma è questo che accade quando passivamente si accumula insoddisfazione, frustrazione e noia.
Negli anni del mio matrimonio mi sono letteralmente occultata al mondo.
I capelli eternamente spioventi sugli occhi, mi nascondevo dentro maglioni over size.
Avrei potuto permettermi un armadio di vestiti e ne avevo solo lo stretto indispensabile.
Mi rinnegavo.
Scientemente, non sono voluta esistere.
E' triste ammetterlo ma come donna sono venuta fuori dopo la separazione.
Per sopravvivere, prima ancora che per una scelta di emancipazione.
Marilena

mercoledì 30 novembre 2011

Hotel Zeta (cap. 1)

I viaggi impossibili sono quelli che, talvolta, ci conducono alla conoscenza diretta di noi stessi e delle nostre capacità inesplorate.
E, senz'altro, sono questi i viaggi più belli.
Dedicato a Claudia Moon, con tutto il mio affetto vero e la mia amicizia più sincera.
  
LA LETTERA
 Hotel Zeta
Nuevo Eldorado
"Direcion Conocida"
Durango (Mex)

Gentile amica, abbiamo accolto la sua richiesta di soggiorno presso la nostra piccola, ma accogliente, cittadina, come lei sa, interdetta, per motivi strutturali, e di preservazione, al turismo di massa.
Per quanto ci riguarda abbiamo trovato eccellenti, e nobili, le motivazioni per cui lei ha inoltrato questa sua richiesta e, davvero lieti, di accoglierla nella nostra comunità.
L'attendiamo con gioia ed impazienza per quel fecondo scambio, culturale ed affettivo, che è alla base della nostra etica nazionale.
In attesa del suo arrivo calorosamente La salutiamo
Edmundo Reyes
Sindaco di Nuevo Eldorado
P.S. In allegato a questa lettera troverà sia il biglietto aereo che il coupon della prenotazione a suo nome, e a nostre spese, presso l'Hotel Zeta di Nuevo Eldorado.
¡Albricias!

 NUEVO ELDORADO
Clara, stupita, continuava a rileggere la lettera non riuscendo a raccapezzarsi di un tale invito dal momento che lei non aveva inoltrato alcuna richiesta.
Di sicuro uno sbaglio.
Ma il nome e l'indirizzo corrispondevano.
Cercò Nuevo Eldorado su Wikipedia che lo rilevò in una minuscola macchia rossa, un piccolo punto, nell'estensione più vasta e colorata di verde dove si configurava lo stato di Durango, nel Messico centro - settentrionale.
Nuevo Eldorado, allora, come attestava Wikipedia, esisteva davvero.

CLARA & XIRA
Clara sottopose il quesito a Xira, la gattina che se ne stava a dormicchiare in un angolo di poltrona.
- Cosa ne pensi di tutta questa faccenda? Strana, davvero. Però c'è un biglietto d'aereo ed una prenotazione a mio nome, forse l'ipotesi di questo viaggio non la dobbiamo scartare a priori. Magari è uno scherzo, arriviamo all'aeroporto e se ci dicono che il biglietto non è valido, ok, facciamo dietro front e ce ne ritorniamo a casa, A lei, alla mamma, però, non diciamo nulla. -

- Cosa non dovresti dirmi? -
Clara era sobbalzata alla voce improvvisa di sua madre. Non l'aveva sentita entrare.
- Ti ho detto un' infinità di volte che non voglio vedere il tuo gatto in giro per casa, tanto meno dormire sulle poltrone -
- Non capisco il tuo fastidio, mamma, dal momento che, Xira, praticamente, vive relegata nella mia camera -
- Semplicemente non voglio animali in casa. Quando avrai una tua casa potrai trasformarla in un'arca di Noè e, in quel caso, non avrò nulla da ridire -
- Credevo che questa fosse anche casa mia -
- Certo che lo è, ma ci sono regole da rispettare e sai che non amo gli animali. In particolare i gatti -
- A quanto pare, mamma, tutto quello che io amo tu sembri detestarlo -
- Non dire sciocchezze, ho accettato persino il colore assurdo con cui ti sei tinta i capelli -
- Non l'hai accettato dal momento che me lo stai rinfacciando -
- Va bene, Clara, non potrò farti lo scalpo ma il tuo gatto va fuori -

Xira, guerriera indomita della strada, avvezza alla vita dura dei randagi, non oppose, però, alcuna resistenza quando Clara, con dolcezza, la prelevò dalla poltrona dove stava sonnecchiando, ignara dell'alterco famigliare che la sua presenza aveva scatenato, per essere trasferita nel riparo di fortuna, allestito, per questo tipo di emergenza, in un angolo del cortile.
- Partiamo, Xira, è deciso -

lunedì 28 novembre 2011

Ode alla musica



ODE ALLA MUSICA
Sento le sue metastasi attecchire ai miei organi interni
immenso è il mio desiderio
e la mia voglia di disintegrarmi in lei.
In questi momenti valico il confine dei sensi.
E da lei mi lascio interamente possedere.

domenica 27 novembre 2011

In tutto questo tempo ho solo girato in tondo e sono di nuovo qui, al punto di partenza

9 Gennaio 2008

L'ANTRO DELLA STREGA
 Qui ci sono io determinata ad esistere nonostante il mio malessere per la vita, con tutte le mie fobie, le mie insicurezze, la mia timidezza camuffata da spavalderia.
Questa è la mia casa: una sola stanza dalle pareti nude, un ingombrante divano rosso, come unico arredo, e una grande vetrata con sontuosi tendaggi spalancati sull'esterno.
Striscia, s'aggroviglia, si snoda dilatandosi infine, come un' enorme pitone che inghiotte il silenzio, "Hysteria" dei Muse: benvenuti nell'antro della strega.

Definizione letterale di ANTRO ricavata dal mio vecchio dizionario Zingarelli della lingua italiana: Antro: s.m. 1 Caverna, spelonca. 2 fig. Abitazione misera e tetra.
Definizione femminile di ANTRO: buco caldo, umido e vischioso dall'odore intenso ed acidulo.
Buco che sputa la vita, che espelle placenta, che gorgoglia mestruo, che rutta piacere.

.....eppoi c'è l'antro del malessere per la vita, cella di Guantanamo, stretto maleodorante orifizio claustrofobico, seppellito sotto l'asfalto della metropoli.
Buco insidioso, crudele bugia di un cratere che si apre verso un cielo sfilacciato ed impreciso, in realtà trappola di sabbie mobili e viluppi di alghe che ti legano le caviglie per sprofondarti verso l'abisso.
E' su questo buco di cratere che ho iniziato a costruire il mio antro, tra il cielo e l'abisso, apprendista funanbola, in costante precario equilibrio, su una corda tesa tra un mondo buio e l'utopia della luce
Ho deciso di tendere le mie braccia verso quel pezzetto di cielo, polveroso e sbiadito, ma pur sempre orizzonte, e magari non ce la farò a volare davvero, ma bisogna pur sempre tentare l'ebbrezza dello slancio, qualunque sia il risultato finale.

Voglio farlo parlando d'amore.
Voglio parole forti e dolci.
Voglio che vengano gridate o anche solo sussurrate.
Voglio i colori intensi di un cielo vero.
Voglio tutte le sfumature delle nubi.
Voglio puntare verso il sole.
Voglio le ali dell'angelo.

Dò il benvenuto in questo antro a tutti coloro che hanno urgenza di parole di vita e di amore
Mai fermarsi davanti ad una porta sbarrata
Nessun divieto d'accesso alla polveriera
MARILENA


martedì 22 novembre 2011

Un mondo possibilmente stabile

......però qualcosa si è spezzato in me, nonostante  la mia risolutezza e la mia caparbietà di andare avanti, nulla è più come prima, nè forse sarebbe giusto lo fosse. Sarebbe come voler credere che il valore dell'esperienza è circoscritto al momento del presente, che non lascia code, positive o negative, o solo d'intensa riflessione.

Tutto quello che io ho profondamente amato è parte di un mondo che non c'è più: e questo è la prova che l'eternità è solo un concetto umano, che il tempo è composto da fasi, e che noi viviamo tante vite ed abitiamo tanti mondi, in una unica esistenza.
Il mondo dell'infanzia, dell'adolescenza, del mio periodo matrimoniale e quello del dopo, non esistono più, cioè, continuano ad esistere i luoghi ma molti di coloro che li abitavano sono morti, altri andati via, altri ancora diventati estranei.
Ciò che prima mi apparteneva un giorno non è più stato mio: cancellati i miei punti di riferimento, annullate le parentele, universi interi inghiottiti da una morte o da un abbandono.
Ma pur rimane sempre l'esperienza.
Dio, quanto ci piace questa parola e quanto a sproposito la usiamo.
Se fosse vero il valore assoluto dell'esperienza non si farebbero più errori o, almeno, non si reiterebbero ma, tante e diverse sono le materie che ci offrono opportunità di sbagli, che non abbiamo che l'imbarazzo della scelta per commetterne di nuovi.
Poi, dalle rovine, immantinente, quasi sempre subentra l'imperativo della ricostruzione.
Dallo sfacelo di un mondo se ne ricava uno nuovo (passando attreverso il detto del "chiudi una porta, si spalanca un portone" peccato, però, che non valga per tutti) più bello, più solido, con dentro più opportunità.
Personalmente è da un bel pò  di anni a questa parte che cerco di ricostruire salvando dalle macerie il salvabile, ma il portone, per me, non si è mai aperto nonostante mi sia spellata le dita a bussare e a gridare per palesare la mia presenza, e la mia volontà di passare dalla porta dei vincenti.
La mia timidezza esistenziale, l'insicurezza, i rifiuti e gli schiaffi, le occasioni mancate, il non esser davvero capita e, forse, qualche volta di troppo, solo usata, questo di certo non m'incentiva nel tentativo di ricostruire ancora una volta un mondo, forse l'ultimo, che gli anni non sono più dalla mia parte.
Un mondo possibilmente stabile, equilibrato quando occorre dal supporto dei farmaci e dal mio sempre più stentato autocontrollo; libero, dove quello che conta è la mia volontà e le mie esigenze  (non desideri, che quelli sono altra cosa); indipendente, che questa è la conquista più bella, e forse l'unica cosa davvero positiva, che io abbia prodotto.
L'amore, in questa ipotesi di nuovo mondo......non lo so, io sono una persona strana, timidissima nella vita quanto tumultuosa nel privato, di certo non ho mai lesinato sui sentimenti.
Oggi sono di nuovo sola, ma in realtà, se vado a rileggere le mie due passate e più importanti esperienze sentimentali, il mio rapporto matrimoniale durato ventitre anni e questa lunga relazione durata, tra prendersi e lasciarsi, più di dieci anni, mi rendo conto di non averle sapute gestire, togliendo troppe opportunità nel primo caso e concedendone, invece, in sovrabbondanza nel secondo.
Ma è pur vero che il periodo del mio matrimonio è stato il più rassicurante della mia vita, quello dei progetti e della loro realizzazione, quello del calore della casa e della famiglia, soprattutto della condivisione.
Tutto quello che è accaduto dopo è stato un salto nel buio e senza rete.

Ma non è un vuoto recriminare il mio, o dare voti, (che a me stessa darei uno zero assoluto) ma una presa di coscienza, un capire quanto si può sbagliare e ostinatamente continuare nello sbaglio, sapendo poi che nella desolazione che sempre sopraggiunge, non ci sarà nessuna parola capace di consolarmi, nessuna carezza in grado di rianimarmi.
Guardo le mie macerie esistenziali e piango.
Ma vado avanti.
Perchè al bivio della vita c'è solo quello della morte.
Altre ipotesi non riesco a prenderle in considerazione.


giovedì 17 novembre 2011

L'universo delle donne

Dedicato alla mia amica Lucy

 Occhieggia, dalla finestra del suo tondo, questa Medusa Floreale, tra volute di petali viola, rossi e porpora, e tralci di verde splendente, irrorando di colore la parete disadorna del mio appartamento, laddove s'apre la stanza buia che introduce direttamente nel mio antro.
Ancora una donna a popolare la mia casa.
Eh si che le donne, quelle virtuali e quelle reali, hanno avuto, in questo mio presente, una rilevanza speciale, di sollievo e di conforto, e di rappacificazione col mondo esterno verso il quale, da sempre, nutro un rapporto d'amore e d'odio, di curiosità e di disagio, di accettazione e di rifiuto.
Le donne, mai come in questo momento le ho sentite così vicine, solidali e sorelle, pronte a spendere una parola, a colorare un momento, ad elargire un abbraccio, una protezione.
Come la Medusa Floreale del tondo Panarello, opera di Lucy Fel, la mia amica blogger, no......amica e basta, che l'amicizia non ha bisogno di specificazioni e, poi, di Lucy Fel c'è solo lei, inconfondibile e personalissima.
Questo quadro, che lei ha dipinto per me e voleva mi rappresentasse, in realtà incarna l'intero universo delle donne: la fantasia, l'affabulazione, la bellezza, l'intelligenza, la seduzione, la magia.
La bellissima creatura, Medusa e Strega, dalle labbra imbronciate e dagli occhi di smeraldo, meravigliosamente rappresenta l'immagine che io ho della donna: tiranna, dominatrice, seduttrice, dispensatrice di gioia e di dolore.
Femmina, sopra le righe, eccessiva, teatrale, vivida, visibilisima, persuasiva e sensuale fino allo stordimento.

Lucy le ha dato un volto, partendo dai colori che più mi piacciono, quelli del mio arcobaleno privato, e forse, non sapeva, neppure lei, che la sua opera andava oltre, avendola dotata di un' anima senza smagliature, questa Medusa Floreale (così io l'ho chiamata) avrebbe potuto reclamare, di diritto, un aureola fluorescente perchè, forse, dietro i serti di fiori, si cela una Madonna Rinascimentale, con un lungo, sontuoso, abito bianco e rosso, mentre i piedi nudi dalle unghie laccate di vermiglio, ed una cavigliera gitana che tintinna ad ogni suo passo, ad ogni soffio di vento, ad ogni sospiro d'erba, ne denunciano l'indole trasgressiva.
Madame Medusa ha occhi di ramarro e labbra di monella (Costanza ed Elvira), il Tondo Panarello è arrivato prima, il racconto dopo, forse ho subito il fascino occulto di questa nuova coinquilina, Medusa e Strega ed ora anche Madonna Rinascimentale, aggiungo talentuosa suonatrice di cimbali ma, benissimo, potrebbe essere tutto ciò che la mia fantasia m'ispira.
E, per questo, più appropriato sarebbe, forse, che io la ribattezzassi col nome di Musa.
Marilena

domenica 13 novembre 2011

Nel mio delirante universo dada

E' così che accade: a volte vorrei essere profondamente diversa da quella che sono, altre, adoro essere io.
La mia sfrontatezza intellettuale non ha limiti, concedo alla mia fantasia di tutto e di più.
Da questi stadi ne emergo estenuata, inebriata, come drogata.
E' la passionalità la nota dominante del mio carattere che nella vita quotidiana imbriglio nei rigori dell'autocontrollo ma che nella mia fantasi, sfoga libera come un vento desertico, ardente, la cui meta, ancora ed ancora, punta alle zone più  squilibrate e depresse del pianeta, quelle terre apparentemente refrattarie alla fertilità e all'ingravidamento.
Un vento dorato che diventa scuro, notturno, ossessivo, insonne.
E' qui che coltivo, in questa terra di nessuno, i fiori scuri della mia serra segreta, quella mai aperta ad altri: il mio Eden più intimo e privato.
In questo giardino, azzurro e verde, tutto è possibile.
Qui c'è la salvezza per il mio malessere esistenziale, per la mia sete di essere e quella di vivere, seppur invidio la semplicità quotidiana del resto del mondo, o almeno ciò che così appare ai miei occhi.
Destarsi, nutrirsi, prendersi cura di se stessi e del proprio delimitato universo, amare, soffrire, quietarsi, riposare, dormire.
Dormire e di nuovo svegliarsi, e ripetere l'infinito ciclo di questa quotidianità regolamentata e monotona, ma quanto rassicurante.
A volte mi chiedo quante volte nel fallimento si può cadere e trovare ancora la forza di rimettersi in piedi, per questo aspiro alla semplicità basilare delle esistenze improntate all'essenzialità, scevre della  metafisica e di tutti quei quesiti  imponderabili che hanno il solo scopo di determinare il mio caos psicologico e di farmi precipitare in un delirante universo dada e, come effetto, opposto ed immediato, stimolare la brama d'ordine, di perfezione, di autoregolamentazione.
La grammatica impostata sulla scala della matematica.
Formule inderogabili che richiedono un baricentro, una logica rigorosa, che rispondono a canoni prestabiliti e sperimentati: un linguaggio facile, chiarissimo, come quello del sonno e del conseguente risveglio, e del tempo immoto, non consapevolmente vissuto, che è quello dei sogni, posizionato nell'intervallo tra le due fasi.
Io, quell'intervallo sono costretta a viverlo ad occhi aperti, subendone le vicissitudini come fossero storia quotidiana, reale, l'unica possibile.
L'unica che davvero profondamente conosco.
Per questo, pur detestando il circo, amo i suoi interpreti: giocolieri, mangiatori di fuoco, chiromanti, pagliacci, domatori, acrobati, illusionisti, incantatori di serpenti e tutte le creature metafisiche, prive dell'equilibrio di un baricentro, che ondeggiano, costantemente in bilico, sorrette solo dall'ostinazione delle proprie caviglie e da una rete illusoria, fatta d'aria e di vento, il cui unico scopo è quello di vagliare l'ineluttabilità del capitombolo, di quanto dolore sia possibile sopportare, e della probabilità, sia pur remota, di un risollevamento.
Marilena

sabato 12 novembre 2011

Una donna tenace

Esser donna è meraviglioso.
Inestimabile esserlo consapevolmente.
Finalmente rappacificata col mio mondo intimo, sento risplendere tutto in me.
Perfino la tristezza, nota inscindibile del mio carattere, ha ora toni di luce e di cristallo.
I miei capelli, come scure corolle, s'aprono al vento e, mentre vesto colori autunnali che s'intonano ai miei occhi, dentro sento vivificare una femminilità libera, emancipata, gioiosa.
Il lungo periodo buio, medievale, è alle spalle, sono per la prima volta nella mia vita davvero libera, attenta alle mie esigenze, in armonia col mio sentire, indipendente, forte, orgogliosa.
E bella.

Oggi, davvero, non rimpiango le mie scelte, quelle del passato e quelle del presente, né conservo rancore neppure per chi di  male me ne ha fatto, e tanto, perché di  tutto l'amore che era in me, alla fine, non se ne è disperso neanche un grammo, nonostante il trascorso inferno della mia vita sentimentale, è rimasto intatto, aleggiante come un profumo sottile, inebriante.
Incorrotto.
La cosa peggiore che poteva accadermi, quella di sopravvivere a me stessa, non è avvenuta.
Alla fine sono davvero una donna tenace.

Il passato è lontano.
Il presente è meraviglioso.
L'amore è ancora una ipotesi sublime.
Marilena

mercoledì 9 novembre 2011

Sulle emozioni

Finalmente il racconto è terminato: personalmente ne sono molto soddisfatta, è tra quelli che mi piacciono di più.
Sono ben conscia (come mi ha fatto notare l'Imperatrice Camilla) che non è di quei racconti che destano emozioni, ma nessuno dei miei racconti ne suscita. Non è questo il loro scopo primario, ma l'indagine, il parallelo psicologico, il recondito "io" dei protagonisti che si racconta tramite me.
E' come guardare un abito dal suo interno: vagliare la robustezza della fodera, constatare la solidità delle cuciture, rammendare eventuali strappi. La manifattura esterna dell'abito posso immaginarla secondo il mio gusto o quello imposto dal racconto, ma è l'interno che metto in evidenza: il colore stridente della fodera, i rattoppi grossolani, il disegno della trama non sempre combaciante e gli sfilacciamenti che, seppur tagliati, ritornano a fiorire, copiosi, come piante endemiche.
Ho portato il paragone dell'abito ma, altresì, potrei fare la stessa comparazione col corpo umano, il suo esterno ed il suo interno: la levigatezza dell'epidermide e l'invisibile escrescenza cancerosa germogliata nello stomaco.
E' la psicologia che a me interessa, quella che nei miei racconti anima la storia.
E cos'altro sono le emozioni se non terminazioni neurologiche organizzate dal nostro cervello?
I concetti che noi definiamo astratti forse, e secondo il mio personale parere, lo sono molto meno di quello che ci piace credere.
Così il turbamento amoroso è solo una palpitazione cardiaca accelerata (o rallentata), proporzionata all'intensità della  nostra attesa, dal presupposto del piacere che ne ricaveremo e dalla certezza, probabile, del nostro appagamento.
Presupposto e probabile, come ho scritto dianzi, perchè basta un nulla, nelle faccende emozionali, a stravolgere il tutto, trasformare  il paradiso in inferno e, l'angelo che prima governava il nostro destino, assumere le sembianze di un mostro.
Le nostre azioni sono prima ancora che emozionali psicologiche.
Per questo ho chiamato al banco degli imputati l'amore, vestito col suo abito girato al  contrario, a testimoniare d'inganni e disinganni, illusioni e delusioni, certezze ed incertezze.
Insomma è sempre l'amore, infine, la materia di cui abbondantemente si nutrono gli scrittori, i cantautori ed i poeti.
E gli uomini comuni.

domenica 6 novembre 2011

La strega Elvira, la fata Costanza e i capricci dell'innamoramento non convenzionale (capitolo 12)

Dedicato all'Imperatrice Camilla ed al sano scetticismo con cui valuta ogni mia opera.

EPILOGO E CRITICA
E così bisognerà pur chiuderla questa storia, che doveva essere espletata in quattro capitoli ed invece ne sono occorsi ben dodici. L'argomento mi ha sedotta, soprattutto il lato psicologico, che più di questo si tratta che di  tema di sesso. Seppur il titolo, scaltramente ammiccante, può aver tratto in inganno. Ma ecco, ora davvero siamo giunti a quel punto finale che conclude i patimenti in reiterato dolore o in letizia finale.
Per chi il castigo e per chi l'assoluzione, per chi, in mancanza di prove testimoniali, il non luogo a procedere.
Perchè è questo, alla fine, il difficile compito dello scrittore, trovare un finale di raccordo in cui tutto armoniosamente converga.
Ad ogni modo è saggio ricordare che anche gli autori sono soggetti alla partigianeria, l'importante è conservarne la consapevolezza quel tanto che basta per non inquinare la storia.

QUASI TUTTE LE STORIE INIZIANO DALLA FINE
Costanza s'affacciò nel sogno inquieto del Portoghese, lo vide correre lungo la carretera che sprofondava nel baratro, appena in tempo per ghermirlo, con i pallidi artigli dell'aquila, e collocarlo su una nube limitrofa a quella dove transitava, sospinta dagli alisei, la madonnina dalla caviglia ferita.
Il turchino dell'orizzonte si andava tingendo di viola, per poi incupirsi di nero, via via che le due nubi gemelle s'allontanavano col loro carico pesante di virtù e di struggimento.
Nell'istante parallelo, il Portoghese, si mosse nel letto accanto a lei, obliato dall'amnesico profumo di loto del suo ventre, mormorò il suo nome prima di riaddormentarsi in un sogno riscritto, nel quale stava risalendo la parete di un burrone aggrappato ad una lunga treccia bionda.

LA PITONESSA
Quella sera, Madame, lo aveva atteso invano al solito bistrot.
S'era arrabbiata nel modo in cui solo una strega può fare, dopo aver scoperto che Costanza era contravvenuta alle regole pattuite, usando la magia per entrare nel tumultuoso sogno del Portoghese, e trarlo in salvo.
Quest'inganno, questo oltraggio estremo ai regolamenti della disputa sarebbe costato, alla sua rivale, l'ostracismo ed il disonore, ma lei.......lei aveva comunque perso.
Non c'era più in campo la bravura, la genialità della strategia, ma l'orgoglio della donna abiurata, il suo nome dimenticato non per difetto d'amore ma per via di un'astuzia.
L'inganno, con cui l'altra glielo aveva portato via, usando la magia laddove ne era stato stabilito il divieto.
S'era arrabbiata nel modo in cui solo una dea può fare, urlando nel suo mondo ed in quelli limitrofi, la sua giusta ira, con rimbombo di tuono che deflagra in fulmine e sommuove le acque, terremoto di terra e di mare, eclissi e capovolgimenti termici, l'antartide ardente come un deserto, ghiaccioli sulle gobbe dei cammelli, e Parigi......le merveilleux Paris, ridotta all'occhio cieco di un ciclope, oscurata, buia, ristretta alle dimensioni di un bistrot dove una sparuta, ed alquanto impaurita, rappresentanza della fauna umana, composta per lo più da sartine, commessi, studenti della prospiciente Académie Des Beaux-Arts, un gruppetto di militari in libera uscita, una coppia adultera, si era rifugiata al suo interno senza immaginare di cacciarsi nelle spire dell'adirata pitonessa.
Che questa era la spettacolare immagine che Madame esibiva di se stessa: una pitonessa raggomitolata nelle sue spire e costretta a partorire, con dolori uterini ed in pubblico, la colomba dalle ali tarpate che testè aveva appena digerito come cena.

E così, quella notte, l'incolpevole Parigi fu in balia delle sue doglie, ostaggio circoscritto nella esigua planimetria del bistrot.
Perfino gli atei, quella notte, auspicarono l'avvento miracolistico dell'Arcangelo Michele, il guerriero redento, colui che schiaccia la testa al drago, così da salvare gli ostaggi dall'ira apocalittica della strega tradita.

QUANDO LA MATEMATICA CONFLUISCE NELLA METAFISICA
 Il Portoghese, avventuriero esistenziale ma di professione matematico, non ha tenuto conto nel suo calcolo delle probabilità la complessità del cosmo metafisico, che non può essere riducibile a mero assemblaggio numerico, seppur organizzato su logica sperimentale.
La matematica non ha come scopo solo la risoluzione di complicati teoremi, e la loro applicazione in campi circoscritti, perchè la matematica è stata valutata estendibile, dagli antichi sapienti, alla comprensione della visione metafisica dell'universo, non solo nei settori che geneticamente le competono, quali ad esempio l'ingegneria e l'astronomia, ma oltre, fin dentro i più complessi, quanto enigmatici meccanismi, che sono alla base di quella conoscenza superiore in grado di svelarci i segreti della realtà.

In ragione di questo è possibile l'esistenza parallela di molteplici universi: dei numeri, delle fate, delle streghe, delle madonnine ferite e degli Arcangeli Michele.
E degli uomini, dall'amore o dalle malie, obliati.

venerdì 4 novembre 2011

Quasi tutte le storie iniziano dalla fine

Camilla mi dice che questo racconto è un orrore.
Mostruosamente arrogante, seppur pieno di buone intenzioni (lei è ferma all'idea della mia scrittura come forma terapeutica, è convinta che prima o poi venga via da questa "bolla di sapone", che è la sua definizione di Blogosphere)
Le piace come scrivo ma non le è piaciuto il soggetto ed aspetta, nel finale, un mio atto di redenzione.
- Il finale, da solo, non basterà a farti piacere la storia -
- Quasi tutte le storie iniziano dalla fine -
Replica convinta, sicura che anche per me, tramite l'abiura, potrebbe esserci una sorta di peccatorum absolutionem.
Ha ragione, però, quando afferma che spesso le storie iniziano dal finale, l'ho ribadito io stessa in altri post ma, forse, con questo racconto cerco davvero una fine che sia quello di un sigillo, una ceralacca inamovibile con la quale chiudere definitivamente un periodo.
Ed iniziare dalla fine......da quella parte del racconto in cui Il Portoghese sogna una carretera che termina in un baratro, di nuovo in bilico, solo che ora riesco a guardare nell'orrido senza tentazioni autolesioniste.
- Il tuo racconto è una provocazione senza soggetto esplicito -
Anche questo non è vero, il soggetto è esplicito per me. E solo per me. Nessun carico aggiuntivo a chi pazientemente ha letto questo lunghissimo racconto, frammentato, poco scorrevole, rendendomi conto che il blog non è lo strumento migliore per scrivere storie troppo lunghe ed articolate.
Ha ragione, l'Imperatrice, quando parla di arroganza, non intende in senso dispregiativo, no, io ho ben capito il senso del suo discorso, del perchè a lei non piace questo racconto che pur legge, per farmi piacere, seppur con la fretta di arrivare alla fine del capitolo, immaginando che ce ne sarà ancora un altro e, dopo undici, arriverà l'ultimo, finalmente quello definitivo, perchè è vera quella storia che preferisco i numeri pari e, se devo chiudere, o iniziare qualsiasi cosa, addirittura che ci sia un numero tondo o un mese tondo: Ottobre è la perfezione.
Ma Ottobre è solo stato attraversato da questa storia, iniziata a Settembre e che si concluderà, col dodicesimo capitolo, a Novembre.
Ma per me è uno dei racconti che più mi piace, scritto con convinzione, cambiato più volte dall'inizio, la storia e i caratteri dei protagonisti, soprattutto Il Portoghese, che volevo diverso da ogni uomo che avessi conosciuto e, nel contempo, li rispecchiasse tutti.
Non lo so se ci sono riuscita, la verità è che spesso ci si innamora di un sogno.
Marilena
P.S. - L'ultimo capitolo lo dedicherò a te, Camilla, che stai leggendo, per amore mio, una storia che non ti appassiona.

martedì 1 novembre 2011

La strega Elvira, la fata Costanza e i capricci dell'innamoramento non convenzionale (capitolo 11)

Dovunque tu sia, in questo momento, amore mio, sarai sicuramente meno solo di me
(L'amante smarrito - Amaranta)

LA SOLITUDINE
L'emotività è un fattore di cui siamo obbligati, in questa trama, a tenere in debito conto, perchè dopo estenuanti attese anche il più fiero degli uomini s'arrende alla propria solitudine o, se è fortunato, cade nelle braccia di un'altra donna, senza chiedersi se quello che sente è necessità di un rifugio o qualcosa che somiglia, sia pur vagamente, all'arroganza di quell'amore di cui, consapevolmente, aveva accettato il giogo.
La solitudine, e l'emotività che da questa scaturisce, sono alla base della maggioranza dei rapporti che s'instaurano per scongiurare il rischio di rimanere soli e, soprattutto, per non esser risucchiati dal proprio vuoto interiore.

REFUGIUM PECCATORUM
Il Portoghese sfoglia la donna turchina, un petalo dopo l'altro, ma non è il suo nome che gli affiora alle labbra, ma quello dell'altra.
 Costanza, però, non ha finto di non avere udito, anzi ha raccolto quel nome con grazia e, con la sua carezzevole lingua di scoiattolo, lo ha tramutato in un bacio.
Le gambe spalancate, la bocca ridente, i capelli ingarbugliati, mentre l'ultimo petalo turchino cade a terra lasciandola completamente nuda.
Più sirena che madonna, piuttosto incantatrice di serpenti, ad indicare il cammino verso l'antro, il buio refugium peccatorum, spalancato tra le sue cosce.
Lo accoglie così nell'incavo delle lisce pareti della sua conchiglia di venere, dove gli permette di esplorare, a suo piacimento, gli stretti sentieri odorosi di alga che lo accolgono umidi, e già schiusi, al suo passaggio.
 Costanza, la fata dagli occhi turchini, ma ora, nel momento dell'amore, è solo una  donna che inventa per il suo amante deliziose deviazioni, intrighi insospettabili d'inusitate capacità femminili d'irretimento sessuale.
Il potere del grembo di una  femmina è molto più seduttivo di qualsiasi arte magica.
Ne è consapevole, Costanza, che sente dentro di lei l'amante dilatarsi e poi cedere nel parossismo dell'orgasmo, in un singulto violento, un grido spezzato, quasi un singhiozzo, ed è il suo nome, questa volta, che lui invoca.
Non è una vittoria, lo sa bene Costanza, che l'altra ha sapientemente marcato il suo territorio, che distintamente ha  percepito sul suo corpo il profumo amaro di Elvira, e ha captato, in lui, l'attimo prima dello stravolgimento orgasmico, uno struggimento latente, doloroso, come lo smarrimento remoto di un bambino che affamato s'attacca alle mammelle della nutrice, confuso di sentire un odore diverso da quello della madre.
Non è una vittoria, lo sa bene Costanza, che l'altra lo possiede fin dentro l'anima, dove lo ha marchiato con la semiluna delle sue unghie e lo domina con l'arroganza della sua femminilità.
E, per la prima volta da quando è iniziata la spietata disputa, lei prova un sentimento vero, di tenerezza, verso quell'uomo irrimediabilmente perso anche per se stesso.

IL SOGNO DEL PORTOGHESE
Il naufrago oltrepassava la soglia della chiesa marina diretto all'altare sovrastato da una madonnina malinconica, scolpita nell'atto di sollevare con una mano un lembo di veste, da cui s'intravedeva una caviglia scheggiata, ridipinta di un rosa irreale.
Lo sfregio di una crosta su un'epidermide di biscotto.
La madonnina gli sorrideva e lo invitava ad avvicinarsi al suo piedistallo.
Ma più lui s'avvicinava più andava aumentando la distanza che lo separava dall'altare, come se la breve navata acquistasse lunghezza ad ogni suo passo.
Più avanzava e più la distanza aumentava.
La madonnina era immobilizzata nella base del suo piedistallo, per di più con una caviglia ferita, quindi doveva esser lui a raggiungerla.
Allora il naufrago iniziò a correre mentre la navata si andava trasformando in una carretera insidiosa, con trappole che, improvvise, s'aprivano al suo passaggio, e a dover fronteggiare fiere che sbucavano dal nulla.
Ma lui, tenace, continuava a correre nonostante la carretera terminasse in un baratro, e la madonnina, arrancata al suo piedistallo, che s'involava su una nuvola di passaggio.

Images by Victoria Frances

martedì 25 ottobre 2011

La strega Elvira, la fata Costanza e i capricci dell'innamoramento non convenzionale (capitolo 10)

UNA MINUSCOLA TRACCIA D'AMORE
Madame era riapparsa d'improvviso, e solo brevemente, il tempo necessario per gettare di nuovo nelle ambasce dell'abbandono il Portoghese. Notte travolgente in cui la bellissima signora aveva dato il meglio di sè in un lussurioso festino, appassionato e crudele, come era nel suo stile.
Quando lui all'alba s'era destato, frastornato ed eccitato, interamente  pervaso dal profumo amaro di Madame, lei non c'era già più.
A ricordo della notte appena trascorsa giaceva, dimenticata sul cuscino, la mascherina nera con la quale lei aveva messo in scena la sua lussuriosa performance, mentre la sua firma d'autrice, o meglio, la marchiatura del suo possesso, si evidenziava sul corpo del Portoghese, dal torace alle parti più intime, nelle impronte delle sue unghie, simili a falci di luna scalfite sulla pelle.

J'aurai peut-être encore besoin de vous.
À bientôt
M

Lesse e rilesse più volte, con fervore esaltato, questo laconico messaggio.
Era la prima volta che Madame gli lasciava qualcosa di scritto, elargendogli la fortuna di custodirlo nelle sue mani, e di poter imparare a memoria le volute di ogni lettera, gli spazi, la punteggiatura, gli accenti, e di poterlo persino immaginare pronunciato dalla voce di lei.
Aveva fantasticato l'intera mattinata su quel breve rigo, analizzando l'ipotesi psicologica di  reconditi subliminali messaggi d'amore, ecco, d'amore, una parola che una donna orgogliosa come Madame non avrebbe mai pronunciato.

J'aurai peut-être encore besoin de vous.
À bientôt
M

Avrò ancora bisogno di voi......questo faceva ben sperare dal momento che lei gli aveva confidato, durante il loro primo incontro, la facilità con cui le persone le venivano a noia.
Avrò ancora bisogno di voi......questa frase sembrava quasi contenere una minuscola traccia d'amore.
La mascherina nera e quel foglio di carta, finalmente decifrato nel suo giusto significato e che avrebbe gelosamente custodito come una mappa del tesoro, andarono ad arricchire il bottino del suo forziere di pirata.

CONFIDENZE  E DICHIARAZIONI
Portoghese - Mi trovate ridicolo? -
Costanza - Certo che no -
Portoghese - Lei mi ha in pugno -
Costanza - Talvolta è il destino di chi è innamorato -
Portoghese - Ma lei non mi ama -
Costanza - Non serve essere in due per aver diritto all'amore -
Portoghese - E voi? -
Costanza - Io sono innamorata di voi -
Portoghese - Ma io non vi amo nello stesso modo in cui voi amate me -
Costanza - In qualunque modo mi amate a me sta bene -
Portoghese - Meritereste di più -
Costanza - Forse -
Portoghese - E di questo foglio, di questo suo scritto, cosa ne pensate? -
Costanza - Ha bisogno di voi -
Portoghese - Ma non specifica come, nè quando e nè perchè -
Costanza - Ha bisogno di voi, dovrebbe bastarvi. A me sarebbe sufficiente
Portoghese - Siete incredibile, ed io sono pazzo-
Costanza - Pazzo, ma non noioso. Per questo siete ancora il suo favorito -
Portoghese - Non ambisco ad essere il favorito, ma l'unico -
Costanza - E' questo l'errore in cui s'incappa nelle questioni d'amore: essere il numero uno, il numero unico. Io sò di non esserlo per voi, eppure son qui, cheto la vostra disperazione, vi consolo, v'induco al positivismo.  E' il mio modo d'amarvi, scevro  dall'amarezza  di un numero primo -
Portoghese - Vi state facendo beffe di me -
Costanza - Sono assolutamente sincera -
Portoghese - Io non potrò mai amarvi come amo lei -
Costanza - Io non ve l'ho chiesto, nè lo vorrei. Io non sono lei, sono altro ancora. Almeno questo riconoscetemelo -
Portoghese - Siete bellissima e state sprecando tempo con me, potreste avere legioni di spasimanti pronti per voi a qualunque follia -
Costanza - Avete ragione quando dite che ho schiere d'innamorati pronti a far follie, ma torto quando affermate che sto sprecando il mio tempo -
Portoghese - Quindi anche voi inseguite la follia?-
Costanza - La mia follia siete voi -
Portoghese - E i vostri amanti?-
Costanza - Ognuno ambisce ad essere per me il numero uno, il numero unico, allo stesso modo in cui voi aspirate ad esserlo per lei. Nulla di nuovo sotto il sole, amico mio. Come vedete siete in buona compagnia!-
Portoghese - Di nuovo vi burlate di me -
Costanza - Attento, monsieur, quando vi compiangete diventate noioso e lei, come sappiamo, non sopporta la noia e, a dire il vero, neppure io. Ma io vi amo e sono disposta a fare un'eccezione......purchè non diventi la regola. Monsieur, avete il  mio permesso di amarmi anche senza amore -


Images by Natalie Shau

lunedì 24 ottobre 2011

La strega Elvira, la fata Costanza e i capricci dell'innamoramento non convenzionale (capitolo 9)

"Sola non cura il mio triste languire,
e sola il può curar; chè solo a lei
il mio viver è in mano e il mio morire."
(Matteo Maria Boiardo - Amorum libri tres)

UNA DONNA FUORI DAL COMUNE.
Quanto Madame per sua natura era arrogantemente portata a celare, tanto, invece, la biondina sfacciatamente amava esibire.
Si era data a lui senza infingimenti, con un entusiasmo univoco, senza esigere promesse nè appellarsi agli emendamenti dell'amore.
 Neppure aveva mai chiesto chi fosse l'altra, quella di cui lui farneticava e della quale nel sonno mormorava il nome.
Cancellare quel nome dalla sua memoria sarebbe stato per lei facile, un gioco di magia elementare ma le amnesie, gli stordimenti, e i filtri, erano strategie vietate in quella particolare disputa.
Ovviamente, Costanza, era ben dentro la storia: dell'altra, della quale una notte era stata alleata e complice in un sessualissimo menagè a trois, e in quello stesso letto, non solo ne conosceva il nome ma l'aveva vista in azione e da subito aveva capito che si sarebbe dovuta confrontare con un'avversaria assolutamente da non sottovalutare.
Elvira, il suo talento, lo aveva da subito esibito: era stata sublime nel rendere schiavo un uomo che nella vita era nato padrone e altro ruolo mai aveva rivestito, riducendolo in catene ai suoi piedi di amante distratta, indifferente, capricciosa.

Arduo, se non impossibile, è ora il compito della fata Costanza, che è quello di scalzare la strega dal cuore e dai sensi del Portoghese, essendosi inoltre impegnata a non trasgredire alle regole prestabilite in base alle quali, in questa particolare sfida, avrebbe vinto la più arguta e non la più tecnologica.
La biondina dagli occhi turchini ha valutato che non le conviene stimolare un qualsiasi confronto sia pur indiretto con Madame, da cui sicuramente ne uscirebbe perdente, perchè ora che lui ha conosciuto la disperazione dell'amore non corrisposto si renderebbe inaccessibile a qualsiasi altra possibilità che possa comportare un rischio simile.
Nella strategia psicologica che Costanza va elaborando, Madame non deve essere oscurata ma, al contrario, fatta risplendere

Il Portoghese è un guerriero senza più corazza, sà di esser nudo e vulnerabile, sà di aver ceduto la sua inalterabilità ad una donna e, ancor di più, è cosciente della visibilità del suo stato emotivo.
Ha permesso ad una femmina di violarlo, non darà a nessun'altra la possibilità di ripetere l'evento.
Ma ha pur bisogno di convincere se stesso prima ancora che il mondo, che quella riuscitissima profanazione non è stata opera di una cacciatrice raminga, un'avventuriera solitaria, una sua pari ma, piuttosto, di una donna fuori dal comune, perchè a nessun'altra sarebbe riuscita una simile impresa.
Forse una dea.
Forse una strega.

LA STRATEGIA DI COSTANZA
La biondina dagli occhi turchini aveva letto quel pensiero nascosto che la confortava sulla saggezza della strategia che andava programmando: Madame non deve essere oscurata ma, al contrario, fatta risplendere.
Se lui voleva credere, per orgoglio personale, che quello fosse amore, che lo credesse pure, lei non l'avrebbe dissuaso anzi, con forza lo avrebbe sostenuto nel suo convincimento.
Quello di cui, nel caso specifico abbisognava al Portoghese, non era un sinonimo di Madame nè un suo contrario, ma piuttosto una complice che lo supportasse in quella sua menzogna consolatoria, testimoniandola vera, esaltandola all'occorrenza, per trasformare il guerriero violato in un eroe straordinario e drammatico.
Orgoglio ferito, virilità offesa, sentimenti calpestati......niente di tutta questa disperazione sarebbe mai trapelata dal confessionale privato di Costanza che, fedele a quella sua iniziale promessa di cogliere il suo penultimo respiro, in anticipo lo avrebbe fatto sentire assolto da tutti i futuri peccati.

venerdì 21 ottobre 2011

La strega Elvira, la fata Costanza e i capricci dell'innamoramento non convenzionale (capitolo 8)

IL PENULTIMO RESPIRO
 Ho voglia di baciarvi perchè l'amore vi sta uccidendo e vorrei essere io quella che coglierà il vostro ultimo respiro -
- Non me ne vogliate ma il mio ultimo respiro sarà solo per lei, per la donna che amo -
-  Allora coglierò il penultimo -
E lo bacia sussurrandogli, vi prometto che sarà un lungo, eccitante, penultimo respiro.
E' un giuramento che la biondina pronuncia con voce seria e nel suo accento straniero che confonde le vocali, cosicchè il Portoghese se ne intenerisce e con un dito sfiora quelle labbra che si sono posate, un attimo prima, sulle sue.
Lei dischiude la bocca e a lui pare un istinto innocente quella punta di lingua che risponde alla carezza del suo dito, che lui non sottrae e lei non rifiuta ma che complice morde, solletica e lusinga.
Lo eccita, trascinandolo nella lussuria di un gioco privato sfacciatamente esibito nello splendore delle luci del bistrot affollato.

IL FATTORE X
Il Portoghese non era un novellino da iniziare alle pratiche del sesso che, nella sua burrascosa carriera di dongiovanni ne aveva viste e fatte ed escogitate, anche d'inedite.
Ma puntando arrogantemente solo su stesso, estimandosi numero uno, anzi numero unico, non aveva tenuto in alcun conto che nel calcolo delle probabilità ci potessero essere altri, seppur remoti, numeri uno e numeri unici.
In barba a tutti i suoi diabolici calcoli matematici, riguardanti la teoria delle possibilità, erano saltati tutti gli algoritmi, cosicchè la casualità si era tramutata in necessità (Elvira) e la necessità aveva generato una nuova casualità (Costanza) che aspirava ad evolversi, in necessità.
Lui rappresentava il fattore X, quello di collegamento, l'innesco della miccia che, senza le dovute accortezze (ed è evidente che egli le ha abbondantemente eluse per via di quella sua eccessiva sicumera) ora rischiava di esplodergli in mano.

NUMERO UNO. NUMERO UNICO
Madame gli aveva rubato l'anima e lo aveva reso assolutamente vulnerabile, follemente innamorato e completamente dipendente da lei.
In questa fase esistenziale, e per lui  nuova, alla stregua di un adolescente inesperto sulla sintomatologia del male che lo stava divorando, si era barricato nella solitaria trappola delle introspezioni, laddove gemmano i sofismi filosofici e dilaga l'ermetismo poetico (materia, quest'ultima, a lui del tutto sconosciuta).
Non era la sua una gelosia di tipo convenzionale, (la disperazione d'immaginare Madame nuda tra le braccia di un altro) ma, piuttosto, la certezza dell'impossibilità di poterla davvero possedere.
Avrebbe accettato, senza alcuna amarezza, l'ipotesi di Madame amante di un altro uomo, o di tutti i maschi del pianeta, a patto che a lui fosse riconosciuto il ruolo di referente prescelto per una correità quasi consanguinea.
Quasi incestuosa.
Ma lui, numero uno, anzi, numero unico, era invece parimenti trattato alla stessa stregua di tutti gli zero, adoratori di Madame.

martedì 18 ottobre 2011

La strega Elvira, la fata Costanza e i capricci dell'innamoramento non convenzionale (capitolo 7)

 MAI PRIMA
.......quando aveva varcato la soglia del bistrot gli era sembrato che lei lo stesse aspettando.
La biondina dagli occhi turchini gli sorrideva mentre, con un cenno della mano, lo invitava al suo tavolo.
Era molto bella......ma non era Madame.
Sono davvero perso.
Pensò, immaginandosi come in quel momento appariva, impalato davanti alla porta, intralcio con l'espressione stralunata.
Eppure c'era stato un tempo, neppure troppo remoto, in cui egli stesso avrebbe, in tale circostanza, sollecitato il gioco, rallentando o accelerando i tempi della recita, per rendere più eccitante ciò che gli sembrava fin troppo facile ottenere.
Ma tutto questo apparteneva al tempo prima di Madame.
Perchè lei lo aveva irretito col miele scuro del suo ventre e stordito col suo buio profumo, reso schiavo delle sue voglie e delle sue negazioni, completamente dipendente da lei.
Mai prima aveva vissuto così intensamente una donna.
Mai prima era appartenuto davvero a qualcuna.
E questo gli faceva dolere la pelle, ardere il sesso, vivere in continuo stato d'allerta emotiva.
Ma non bastava, ancor di più avrebbe voluto essere un dito, un dente, un lobo, un capezzolo di Madame, per essere parte viva di lei, e non gli sarebbe importato se quel dito, quel dente, quel lobo o quel capezzolo, avrebbero eccitato un altro uomo.
Lui ambiva ad appartenerle completamente.

UN UOMO SENZA  PIU' MISTERO
La biondina dallo sguardo turchino era così diversa da Madame, come il giorno dalla notte.
Lei sembrava fatta di  luce quanto l'altra era permeata di tenebra.
J'ai envie de vous embrasser.

Era uscito dalle sue labbra naturale come un respiro: nè richiesta, nè proposta, ma desiderio.
J'ai envie de vous embrasser.
Perchè?
 Era la prima volta che chiedeva il perchè ad una donna che volesse baciarlo.

Ho voglia di baciarvi perchè l'amore vi sta uccidendo e vorrei essere io quella che coglierà il vostro ultimo respiro.
Così aveva risposto lei, seria, a quella sua domanda
Dunque il seduttore di un tempo era diventato, per colpa di Madame, un uomo senza più  mistero, facilmente abbordabile in un caffè da una biondina graziosa e molto perspicace che gli si proponeva come officiante per quell'ultimo atto: colei che coglierà ultimo respiro dalle sue labbra.
Un tempo, prima di Madame, era lui che coglieva, che disarmava, che costringeva alla resa per poi darsi alla fuga, lasciandosi dietro tumulti di sospiri, temporali di lacrime e l'inconsolabile disperazione di tutte le donne che aveva, nei suoi banditeschi approcci, reso vedove prima ancora della promessa di nozze.

Ma ora ecco che questa biondina, dagli occhi turchini e la bocca di monella, schiettamente gli palesa  la realtà evidente di ciò che egli è diventato: un agonizzante.

images by Victoria Frances

venerdì 14 ottobre 2011

La strega Elvira, la fata Costanza e i capricci dell'innamoramento non convenzionale (capitolo 6)

Non esistono due mondi separati, due realtà diverse, un mondo normale e uno paranormale...esiste un  mondo unico, che si può "guardare" o "vedere" (Carlos Castaneda)

TRACCE DI MADAME
E nel mondo di Madame, al Portoghese, non era concesso guardare neppure da uno spiraglio di serratura.
Aveva iniziato a vivere rattrappito in se stesso, disperato ed insicuro, in una sorta di sonnambulismo esistenziale, cosicchè passava il tempo nell'attesa dei suoi ritorni pur senza averne mai la concreta certezza.
Nei brevi attimi di lucidità materializzava visivamente, e con chiarezza di particolari, la rete nella quale l'allure nero di Madame lo teneva prigioniero, dove neppure osava dibattersi per timore di recidere quella corda sottile che lo univa a lei.
Non anelava la fuga ma, piuttosto, ad essere divorato dalla meravigliosa creatura, diventarne parte e palpitare all'unisono con i battiti del suo cuore.
Un filo si seta del suo scialle, una forcina, un guanto dimenticato, un bracciale usato come anello di catena: le scarne tracce dell'esistenza di Madame, feticci che lui gelosamente custodiva come reliquie del bottino proibito di un pirata.

RIVELAZIONI DELLA PRESENZA DI COSTANZA
Seduto al solito tavolino del solito bistrot, il Portoghese fumava una sigaretta dopo l'altra guardando fisso davanti a sè con lo sguardo introverso e cattivo degli ossessionati.
Madame non era ancora tornata, un'attesa lunga più delle altre che lo stava crudelmente dilaniando.
Gli occhi spenti, le occhiaie scure, la barba incolta: somigliava ad un naufrago disgraziato che era stato salvato suo malgrado, trascinato dalla forza del mare e scaraventato, al sicuro, sulla battigia, quando invece volentieri avrebbe preferito perire risucchiato dagli abissi piuttosto che sopravvivere senza Madame.
Abbandonato dalla sua musa e rinnegato perfino dalla nera signora, senza nemmeno quell'ultima sigaretta a cui ogni condannato ha pur diritto, malediceva quel Dio sadico che lo aveva risparmiato solo per farsi beffe di lui e che, dal profondo degli abissi,  ne era certo, lo stava beffardamente irridendo.

Ma ecco che da quel mare malvagio emerge Costanza, scintillante sirena dagli occhi di pervinca e la bocca di monella, che gli offre la sigaretta che tiene tra le labbra.
Et' la dernière, monsieur, mais volentieri je la divise avec vous.
La marcata pleofonia con cui pronuncia le vocali rivela la sua origine slava.
Il Portoghese non la degna d'uno sguardo, nè s'avvede della sensualità di quell'offerta che profuma di bocca di donna, mentre ne aspira il fumo con avide boccate, allo stesso modo di un condannato alla forca che respira la sua ultima aria.

COINCIDENZE
Quanto dista l'isola del naufragio dal bistrot parigino dove ha incontrato la donna più bella, e più crudele, del mondo?
Coincidenze strane e beffarde spesso regolano la nostra esistenza, come in questo caso specifico dove la sigaretta rappresenta il fattore comune.
La prima volta che aveva visto Madame, lei fumava annoiata aspirando da un eccentrico bocchino d'ebano, ora la storia si stava ripetendo con quella sconosciuta, probabilmente una slava, emersa dalle penombre del suo delirio ad offrirgli la sua ultima sigaretta affinchè lui potesse calmare, sia pur solo per un breve momento, il dilaniamento dell'astinenza.
Astinenza da Madame, che da giorni era sparita non curandosi affatto di lui nè del deliquio al quale stava soccombendo.

ESISTE  SOLO UN MONDO UNICO
Ed ecco che nella storia è apparsa quest'altra donna, Costanza, che abbiamo stabilito essere di origine slava e che nonostante il Portoghese abbia trattato con indifferenza e rozza scortesia, si è seduta al suo stesso tavolo, esattamente come aveva fatto Madame

Nello scompiglio della spiaggia, il naufrago scorge il forziere delle reliquie proibite, profanato dei suoi tesori.
Come un folle setaccia furioso la sabbia, granello per granello, nella ricerca impossibile di quel filo di seta o della forcina, sfuggiti alla razzia del Dio delle burrasche.
Al naufrago, intento nella sua certosina quanto impossibile ricerca, gli sembra di cogliere nel lamento del vento, che pur va chetandosi, acciottolio di vasellame e tintinnio di bicchieri, e la voce della donna che gli siede accanto.
Ma non c'è, in quel sussurro di vento, il seducente, imperativo, richiamo di Madame.