Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

mercoledì 31 marzo 2010

Una giornata da orchidea

E' una di quelle mattine inodori.
Fotocopia di tante altre.
Caffè e sigarette.
Dal riquadro della finestra permea la luce anonima di un'alba che fatica a palesarsi.
Mi sento pervasa da una malinconia che non riesco a decifrare.
E' sorta dal nulla.
Forse covata nel sonno.
Devo scrollarmela di dosso questa vaga tristezza o me la porterò dentro per tutta la giornata.
Non devo cedere allo spleen o altrimenti sarò preda dell'ansia e delle sue ineluttabili angosce.
Devo così cimentarmi nell'inganno solitario della persuasione psicologica.
E' un gioco difficile questo.
Una macchinazione premeditata.
Consapevole.
Che devo poi riuscire a trasformare nella meraviglia di una rivelazione.
In un fattore compensativo.
E positivo.
Coscientemente, nell'intento poi di rendere credibile ai miei stessi occhi, l'artificio ingegnato.
E' un amnesia prestabilita a favore di un parallelismo più favorevole.
La trasposizione di una scena filmica nella realtà.
Ecco, ora con un replay torno indietro, ripartendo dal fotogramma in cui apro gli occhi e mi desto con la percezione di una giornata inodore.
Velata di tristezza.

Apro gli occhi, ed il colore lilla della mia stanza mi accoglie nel risveglio con una luce carezzevole.
Dal riquadro della finestra, il chiarore ancora incerto del mattino, ha le striature opache di un soliciattolo stentato che forse non riuscirà davvero a sorgere.
Ma è pur sempre un tentativo.
Una promessa.
Caffè e sigarette.
Il dentrifricio alla menta pizzica il palato.
Il balsamo alla vaniglia accarezza i capelli e penetra le narici col suo odore intenso.
Talmente intenso che perfino io riesco a percepirlo.
Spazzolo a lungo i capelli gocciolanti d'acqua, respirandoli nella cremosità, dolce e sintetica, di quest'aroma afrodisiaco.
Decisamente questa sarà una giornata alla vaniglia.
Una giornata da orchidea.
Perfino il cielo se ne ravvede.
Una lastra ialina, striata di giallo ed avorio, come i fiori esotici della vaniglia.
Quella incerta promessa di sole che si va facendo sempre più concreta.
Sento il suo calore sui capelli.
Baciarmi il collo.
Accarezzarmi i seni.
Percorrermi la schiena.
Cingermi i fianchi.
Penetrarmi il ventre.
E' così che stamani, al mio risveglio, ho catturato un profumo.
E con quel profumo ho sedotto il sole.
Questa sarà una giornata da orchidea.
Da vivere con gli occhi lucenti e le labbra rosse.
E la provocazione di un abito sensuale.
Marilena

giovedì 25 marzo 2010

Ad Evelyne

Mia cara Evelyne, ti scrivo mentre sto ultimando i preparativi per quel mio viaggio che dall'Europa mi porterà fino alla lontana Australia, dove credo permanentemente di stabilirmi.
E' dunque questa una lettera di addio.
Ma anche una confessione.
Una confessione che posso farti solo adesso che so, con certezza, che la distanza materiale di un'oceano eviterà a me l'imbarazzo della voce e a te quello dello stupore.
E' una fuga la mia.
Ed una rivelazione.
Sto fuggendo da te, Evelyne, e dall'intensità di quel sentimento dirompente che sempre più spesso mi pervade alla tua presenza.
Ed al tuo pensiero.
Un desiderio lucido.
Vibrante.
Che non conoscevo prima di averti incontrata.
Nella consapevolezza di una passione univoca.
Inconfessabile.
Mi è capitato d'innamorarmi altre volte, ma non così.
Non con questo vitale, eppur doloroso, impeto.
Ti ho posseduta nei miei sogni.
Tante volte mi sono destata, dopo il tumulto di un delirio, da immaginarlo come davvero avvenuto.
Cercavo allora, ossessiva, tracce di te.
Il tuo sottile profumo.
Una forcina dei tuoi capelli.
Un guanto abbandonato su una poltrona.
Ma nulla.
Il giorno, impietosamente, sempre cancellava i tuoi passaggi notturni.
Cosicche avrei potuto vivere per sempre in una lunga, eterna notte, solo per sognare di sentirti respirare accanto a me.
Mi sono innamorata senza cercare i pretesti dell'amore.
Mi sei naturalmente entrata dentro come un soffio d'aria.
Ti ho inalata nei miei polmoni e così ho iniziato a respirare il tuo stesso ossigeno.
La ricordi la gita al lago?
E' stata quella la volta che ho capito quanto davvero ti desiderassi.
Avevi un abito bianco, leggero come garza.
La falda del tuo cappello, nella controluce, aveva occultato metà del tuo viso in un cono d'ombra e solo la tua bocca, color di geranio, spiccava vivida.
Carnalissima e luminosa.
Quanto ho desiderato baciare quelle tue labbra.
Un impulso forte, che mi ha fatto male.
Ma che pur mi ha eccitata.
Un brivido, che mai prima avevo provato.
D'allora ho cercato quel color di geranio in ogni fiore.
Nel miraggio di un prisma.
Nella tinta di una seta.
Oh Evelyne, come ci rende estranei, eppur terribilmente presenti a noi stessi, l'amore.
E più è inibito, impossibile a realizzarsi, più scava profonde radici nel nostro animo.
Diventa pensiero continuato.
Desiderio.
E delirio.
Ti ho talmente tanto agognata che nessun uomo, forse, lo farà mai con la mia stessa intensità.
Spogliare dell'abito bianco il tuo corpo di donna.
Stringerti tra le mie braccia.
Giocare coi tuoi capelli.
Accarezzare la tua pelle tutta, fino al limite di quelle tue caviglie così sottili che ben avrei potuto cingere con braccialetti di bimba.
O con la mia mano stretta a pugno.
Il mio amore mai ti avrebbe ferita.
Ne fatto piangere.
O desiderare un uomo.
Ma sono solo io a provare questa passione.
E, di questo, nessuna colpa posso farti.
Nessun rimprovero.
Nessuna amarezza di amante respinta.
Non a tutti è concessa l'attrazione dello stesso sesso.
E così mai avrei potuto biasimarti se alla fine rivelandomi avresti provato imbarazzo o, peggio ancora, repulsione nei miei confronti.
Sarei potuta partire senza lasciare traccia alcuna di questa mia passione, tenertene all'oscuro e lasciare intatto quello che, nello scorrere del tempo, sarebbe diventato sempre più il remoto ricordo di un'amicizia che solo a causa della distanza non è stato possibile consolidare.
Ma no.
Il mio amore per te rifiuta l'entità di ricordo sbiadito.
Una delle tante casuali presenze di passaggio nella tua vita.
Vorrei, però, lasciarti qualcosa di mio.
Di pulsante e di vivo.
Voglio lasciarti il mio cuore.
Non gettarlo via, Evelyn, perché nel coraggio di questo mio amore confessato non c'è nulla di spregevole.
O peccaminoso.
E' il mio cuore nudo, quello che ti lascio.
Non gettarlo via, ti prego, come un orpello disgustoso.
Un oggetto immondo, di cui disfarsi.
Ma serbalo in quel cassetto segreto che ogni donna possiede.
Tra i tuoi nastri ed i tuoi pettinini.
E le lettere dei tuoi ammiratori.
Tua, per sempre
Clea

Anteprima

sabato 20 marzo 2010

Verifica

Stamani urge una verifica di me stessa.
Sono stata, in quest'ultimo periodo, così tanto impegnata ad inseguire farfalle, e catturare scorpioni, che mi sono dimenticata della mia stessa esistenza.
Che non è, necessariamente, un male.
Ma stamattina l'impulso alla verifica è scaturito già dal primo risveglio.
Mi sono destata nell'intrigo dei capelli sul viso, il braccio piegato sotto il cuscino, ed un raggio di luce che cercava un varco attraverso le mie ciglia.
Ho spalancato la finestra, assaporando l'inganno dei primi tepori primaverili.
L'aria sulla pelle ed un solletico di vento che mi ha destata completamente.
Caffè e sigaretta.
Ed ancora un'altra sigaretta.
Per prender tempo, perchè questa verifica è sempre un esame difficile d'affrontare.
Cercare nello specchio gli indizi impietosi del passaggio del tempo.
Le piccole rughe intorno agli occhi.
E quella a forma di V capovolta, tra le due sopracciglia.
Il marchio del mio pessimismo si è impresso, nel corso degli anni, in questa piccola V capovolta, sopra il mio naso.
Visibile sotto la frangia.
Ma la mia buona predisposizione verso questo sabato dà comunque risultati positivi.
Alla mia immagine odierna si sovrappone, impalpabile e transitoria, quella di Alice.
Tra le mie identità quella che più amo.
Quella che più mi rappresenta.
Quando è Alice a palesarsi nello specchio la mia verifica ha sempre un buon esito.
I nostri occhi coincidono nello stesso identico spazio.
Si sovrappongono, diventando un unico paio di occhi.
Il tempo non ne ha sbiadito il colore.
E la luce del sole li esalta.
Mi piacciono i miei occhi.
Mi piace guardarli.
Guardare i miei occhi e trovarli belli è segno, per me, di un grande cambiamento.
C'è stato un tempo, neppure troppo remoto, che non avevo mai badato neppure al loro colore.
Nello specchio s'affacciava una immagine nota di ragazza, e poi di donna, che non riuscivo mai davvero a mettere a fuoco.
I dettagli facevano parte di quell' interezza a cui non davo rilievo.
Mi guardavo senza vedermi.
Come si fa con un oggetto che usiamo tutti i giorni, di cui ne apprezziamo la funzionalità ma che, se ci venisse richiesto, non sapremmo neppure descrivere.
Perchè quell'oggetto esiste nella sua praticità e non nella sua forma.
La sua forma è nella sua efficenza.
Non nell'estetica.
Un giorno mi sono guardata alla specchio ed ho scoperto, con meraviglia, che questo mio corpo utensile aveva anche una forma.
Ed un colore d'occhi.
E che la donna che indossava quel corpo mi piaceva.
Ho scoperto le gambe e sciolto i capelli.
Tutto quello che di me disprezzavo ha iniziato a piacermi.
I miei capelli spaghetto.
Il mio seno d'adolescente.
Le spalle che il lavoro ha fortificato.
Le mie braccia da muratore.
Le mani callose.
Ed i miei denti disarmonici.
Stamani, in questa verifica, di me accetto tutto.
Marilena

giovedì 18 marzo 2010

L'inquilino dell'appartamento di fronte

Sono entrata nell'appartamento dell'inquilino di fronte.
Le pareti coperte dalle immagini delle sue ossessioni.
Una galleria fotografica di organi genitali, esposti nudi nella loro crudezza anatomica.
Membri eretti e vagine spalancate.
Nell'atto della penetrazione.
E della masturbazione.
Null'altro nell'appartamento disadorno, che quella espansione d'immagini urlanti.
Sentivo il respiro della casa.
E la violenza che la pervadeva.
Era come essere nella tana di un animale.

Anteprima

domenica 14 marzo 2010

Immagini di una donna

Mi sembra tutto falso in questo mondo, dalle ambiguità di chi scrive alle interpretazioni di chi legge.
Questo l'amaro commento di un amico deluso, sconcertato dalle troppe interfacce di Blogosphere.
Dalle infinità possibilità che questo strumento offre per proporsi, mostrarsi o tramutarsi in qualcun' altro.
Il mio amico è una persona profondamente onesta.
Sono sicura, per quel che lo riguarda, che non ha mai barato qui, così come nella vita.
Ma è davvero essenziale l'onestà in Blogosphere?
E cosa s'intende per onestà?
L'onestà in un racconto ha un ruolo davvero marginale, (ovvio, se non si va nell'autobiografico) rispetto alla veridicità, ad esempio, di un resoconto politico o, storico.
O di una partita di calcio.
Per tutto il resto, a parer mio, conta la capacità persuasiva di chi scrive per ottenere l'attenzione di chi legge.
Perchè chi apre un blog vuole comunicare e ricevere risposte.

Il mio gioco, in Blogosphere, è quello della scrittrice.
Nella vita reale sono solo un operaia ma Internet mi da questa opportunità propositiva.
Che mi realizza nella mia passione per la scrittura.
Seppur è solo un gioco, lo conduco con serietà.
I miei scritti non sono mai improvvisati.
Comprendono studio.
Documentazione.
Ed analisi.
Non pubblico nulla se ho il dubbio che un mio post possa aspirare ad una forma migliore.
Non la perfezione, che a quella non giungerò mai.
Ma la veste migliore.
Così quando scrivo invento, camuffo, distorco, amplifico o limito, secondo la mia predisposizione del momento.
Come immagino faccia una scrittrice di professione.
Quando scrivo sono padrona dello spazio, del tempo, e della materia.
Regista e sceneggiatrice.
Attrice protagonista.
E' la mia fantasia che va in scena.
Perchè se limitassi il mio raccontare a ciò che è la realtà della mia vita quotidiana sarebbe una noia mortale.
Non avrei null'altro da scrivere se non delle mie fisime esistenziali di cui, per altro, abbondantemente ho già delirato.
Parlerei della malattia di mia madre, di una vita solitaria, di fallimenti certificati e di traguardi illusori, e delle ossessioni suicide che, fin dall'infanzia, mi fanno compagnia.
Crudamente, ed in poche parole, è questo il quadro reale della mia vita.
Ma qui, in Blogosphere, sono una scrittrice che, per mangiare e pagare le bollette, si spacca la schiena in una ditta di pulizie per poi tornare a casa, la sera, in un appartamento ormai quasi sempre solitario e, nonostante la stanchezza, trova l'energia per inventare canovacci e fantasticare su trame da cui, per scetticismo esistenziale, è bandito il lieto fine.
Non c'è nessun vero libro.
Qualche amico lettore.
E la mia soddisfazione personale.
Perchè il gioco della scrittura rende più vivibile la mia quotidianeità.
Dov'è la finzione?
Dico il vero quando affermo di essere una scrittrice, dal momento che scrivo in un blog.
Che la mia scrittura implica la ricerca di uno stile.
Di una configurazione.
Il prodotto della mia ricerca è nei periodi brevissimi, composti anche solo da un verbo o da un aggettivo.
Da una punteggiatura ridotta essenzialmente all'uso della virgola e del punto, che di norma stabilisce un a capo.
Dico ancora il vero quando affermo che la mia scrittura ha come fondamento me stessa.
Trae spunti dal mio vissuto reale ma, soprattutto, in quello interiore delle emozioni, dei desideri.
Dell'immaginifico.
E' tutto vero, quindi, pure ciò che può non sembrare, perchè è la mia intelligenza a partorirlo.
Un' ispirazione.
Una evocazione.
Una poetica.
Che personalmente, e sempre, mi riguarda.
Un desiderio latente.
Una intuizione imprevista.
Una voglia improvvisa.
Anche ciò che non sembra dovermi appartenere.
Anche quello che risulta stridente.
Come una nota troppo acuta.
Senza uno spazio preciso sul rigo musicale.
Ma di cui ne rivendico la piena appartenenza.
E la veridicità.
Perchè, nel mio modo di essere, non c'è intermittenza ma una salda linea di collegamento tra la mia identità di superficie e quelle sotterranee.
E quei desideri latenti che, nella mia scrittura, diventano immagini di una donna.
Marilena

giovedì 11 marzo 2010

Confessioni di una donna normale

Chi sono davvero?
Una donna normale.
Ma con dentro l'inferno.
Ossessioni.
Vocazioni.
Inconfessabili.
Non lo diresti nel vedermi.
Non sono femmina che si nota.
Ma femmina si, quella lo sono.
Sadica, che è il mio istinto primario.
Masochista, se il gioco lo prevede.
E quando questa mia voglia prevale.
Amo il realismo.
Nessuna finzione.
Che il dolore faccia male.
E che il piacere faccia gridare.
E sempre sia mio il nome sulla bocca a fiorire.
Come preghiera.
O come bestemmia
Questa sono io.
Una donna normale.
Con dentro l'inferno.
Non sono femmina che si nota.
Sono femmina che si respira.

Anteprima

lunedì 8 marzo 2010

Una donna allusiva

Cosa ti aspetti da lei?
Come fai ad amarla?
E' questo che vorrebbe chiederti.
Domande silenziose.
Che mai troverà il coraggio di farti.
E così continuerà, in solitudine, ad interrogarsi sul perchè di questo tuo amore devoto.
Tenace.
Indistruttibile.
Sentimento sprecato, per una donna allusiva.
Quando lei ben saprebbe amarti nel modo giusto.
Tranquillizzare le tue ansie.
Smorzare la tua gelosia.
Darti la certezza di avere quello che vuoi.
Senza troppa sofferenza.
Senza doverti dannare l'anima.
E perdere la ragione.
Ma tu vuoi me.
E nessun'altra.
Non sapresti che fartene del suo modo giusto d'amare.
Sono le mie strategie, le mie irruenze, che ti affascinano.
E' il mio odore.
La curva dei miei fianchi.
La brevità dei miei seni.
Le fessure del mio corpo.
Colmarti la bocca del mio sapore.
E pronunciare, nel buio, il mio nome segreto.
Che solo tu conosci.
No, non sapresti che fartene del suo amore più giusto.
E' l'amore che travolge, quello a cui tu aspiri.
Quando siamo nudi oltre la pelle.
E ci penetriamo.
E piangiamo.
E ridiamo.
La burrasca è stata ieri.
La burrasca sarà domani.
La burrasca sarà sempre.
E non sarà mai tranquillo tra noi.
Un arcobaleno spezzettato.
Ruvido.
Ma quanto luminoso!

Anteprima

sabato 6 marzo 2010

Autorivelazione

Io sono quella che vedete.
Le mie mani, i miei occhi, i miei capelli, tutta la tangibile sintesi della mia persona è palese nella sua essenza fisica.
Lo afferma lo specchio.
Lo conferma lo sguardo di chi mi guarda.
Esisto, nella superficie dello specchio e nell'attenzione dello sguardo, nel mio specifico assemblaggio fisico determinato da fattori primitivi ed originali.
Ma non dalla mia volontà.
O dalla mia vocazione.
Sono l'involucro a cui è stato dato un nome come riconoscimento della sua esistenza.
Esistenza.
Non individualità.
Che è ben altra cosa.
L'individualità siamo noi a definirla tramite il nostro modo di essere.
Una soggettività che, talvolta, può rimanere per tutta la vita ignorata, mascherata, rinnegata, se ne decretiamo l'incompatibilità col suo corpo fisico.
Forma e sostanza non coincidono.
Ciò crea un conflitto.
E' il caos psicologico.
Lo squilibrio neurologico.
La soavità di una sirena imprigionata nell'imbarazzante scafo di una balena.
La sirena non si riconosce nell'ingombro di quel suo involucro.
Deprecabile ossimoro.
Trappola esistenziale.
Uccidiamo allora la sirena.
La balena, privata della sua anima, continuerà a navigare nell'oceano sulla spinta delle onde.
Un gigantesco guscio vuoto.
Una parodia di vita.
Ed ancora non basta.
La sirena ripudiata non deve solo morire, ma neppure essere mai nata.
Ogni traccia di quella sua soavità deve essere cancellata perchè troppo penosamente insostenibile, perfino per l' inconscio, la sua vistosa incompatibilità con la sua forma esteriore.
Uccidere la sirena ed eliminare ogni traccia di questo delitto.
E solo un'amnesia può farlo.
Il delitto perfetto lo si attua nel momento in cui avviene la rimozione psicologica, e salvifica, dell'atto criminoso.
Non è sufficiente l'abrasione delle impronte digitali per proclamare appieno la propria estraneità.
Occorre una cancellazione completa di se stessi per affermare, e poter credere davvero, di essere quel qualcun altro che non ha commesso il crimine.
Amnesia totale.
E non semplice oblio dal quale è dolorosamente possibile riemergere per ritrovarsi in una realtà che, seppur non ci configura, ne dichiariamo la cittadinanza per poter continuare ad essere altro.
E' una recita.
E non il convincimento, assolutamente sincero, che scaturisce dalla cancellazione amnesica dell'Io remoto, che ci fa essere davvero qualcun altro.
Perchè sempre riaffiora, negli attimi del risveglio, l'irrequietezza tumultuosa della nostra vera identità che si manifesta con contraddizioni evidenti che, a mala pena, riusciamo a giustificare.
Che ci costringe ad imbastire alibi a cui ostinatamente ci sforziamo di credere, affinché anche il mondo ci creda.
Quel mondo cieco, o soltanto opportunista, che ben volentieri supporta la menzogna se questa significa adeguamento.
Ma accade, talvolta, che l'irrequietezza solo sopita e ridestata nelle pulsioni vitali della nostra identità originale, trovi un varco nella fitta nebbia artificiale del nostro oblio, per riemergere.
E, con orgogliosa consapevolezza, proporre un' inedita ed originale armonia di forma e sostanza.
La voce seducente della sirena amplificata dalla grancassa della balena.

Sono emersa dall'oblio dell'adeguamento, ed approdata nelle pagine di questo blog, nell'orgogliosa accettazione della mia identità latente.
Dove oggi certifico un riconoscimento a quella vera essenza di me,  lungamente e stolidamente ripudiata, nel corso di tutti questi anni.
La ribadisco nei miei scritti.
Nelle mie stravaganti discettazioni.
Nei miei farneticamenti.
Nel mio esistenzialismo convulso.
Nelle mie evidentissime contraddizioni.
Nella specifica connotazione sessuale dei miei racconti.
Sono io la protagonista di ogni pagina.
E là, dove l'evento non l'ho fisicamente compiuto, l'ho volontariamente perpetrato attraverso la lucida consapevolezza della mia vera identità.
Sono la sirena che cavalca la balena.
Marilena