Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

venerdì 31 dicembre 2010

AUGURI, BLOGOSPHERE!

L'amore è la risposta che verrà, ma mentre aspetti la risposta, il sesso può stimolare delle domande davvero interessanti.
(W. Allen)

lunedì 27 dicembre 2010

Salvate il soldato Ryan

L'Imperatrice Camilla mi ha chiesto se mi è passata l'incazzatura.
Certo, mi è passata, sto invecchiando e rimanere arrabbiata per troppo tempo non fa più  bene, oltretutto un'arrabbiaura a lungo termine richiede un notevole dispendio di energie e, le severe rughe dell'accigliamento che solcano la fronte, ed aggrottano gli occhi, sono un ulteriore rischio per la mia pelle non più giovanissima.
Mi è passata l'incazzatura ma resta l'amarezza.
Aggressiva a dismisura. Borderline, per una sciocchezza del genere.
E' questo il pensiero imperiale di Camilla.
Vedo il suo dito puntato contro di me e la deliziosa smorfia di disappunto che le increspa le labbra.
La sentenza è emessa ed io dovrei solo obbedire
Salvate il soldato Ryan.
Non lo dice, ma glielo leggo nella mente.
Le feste ci rammoliscono, ed il Natale più di tutte.
Troppi canditi, troppe bollicine, troppi abbracci e quel buonismo masochista che non rientra nella nostra sperimentata quotidianeità, che è costituita per lo più d'attacchi di petto e stato d'allerta.
Tutte queste dolcezze sono pericolosamente devianti, ci portano fuori strada facendoci perdere di vista la realtà.
Salva il soldato Ryan.
Perchè?
E non sono disposta ad accettare risposte da libro "Cuore".
La mia scrittura non è una sciocchezza. Almeno non per me. Ribadisco con convinzione.
Hai ragione, scusa, mi sono espressa male, mi risponde lei con tono pacato improntato alla ragionevolezza, consapevole che l'aggressiva borderline potrebbe con un guizzo improvviso saltarle alla gola, intendevo dire che sei partita all'attacco con la batteria pesante per conquistare solo una postazione vuota.
Ora su quella postazione, però, sventola il mio vessillo. Diciamo che quel mio post usurpato sta nel suo blog come la Repubblica di San Marino, o lo Stato del Vaticano, nel territorio italiano: paesi stranieri. Ed il fatto che si parli la stessa lingua, si mangino gli stessi cibi, si adottino gli stessi proverbi, non muta la realtà identificativa, che è quella scritta sul passaporto.
Ma convieni, almeno, che avresti potuto adottare altre strategie! Sbotta esasperata Camilla, davanti alla mia evidente riottosità ai suoi ragionamenti.
Quali, Camilla? Quali sono queste altre strategie? Non le ho individuate e, sinceramente, non le avrei neppure prese in considerazione tanto al momento ero fuori di me.
E' questo il tuo problema, Mari, non riesci a ragionare lucidamente quando serve. Non hai stile o, almeno, qui non hai dimostrato di averlo. Un'amazzone infuriata, con i capelli arruffati e le unghie sguainate, avvolta di polvere e di risentimento che urla minacce inconsulte ad un nemico invisibile e, probabilmente, innocuo. E' vederti sprecare, in questo modo convulso, energie e sentimenti che mi fa star male.
Il soldato Ryan non è assolutamente innocuo e mi ha danneggiato. E non è neppure un vero soldato, piuttosto un ladruncolo che si è cimentato in un furto facilissimo che perfino un bambino avrebbe potuto congegnare. E, dopo, ha  impunemente esposto la refurtiva alla luce del sole come se fosse materiale anonimo e non riconoscibile perchè privo di valore accertato ed accertabile. E' questo che mi ha fatto enormemente incazzare. No, è giusto che nel suo blog sventoli il mio vessillo per tutto il tempo necessario a ristabilire la verità sull'appartenenza storica di quel fazzoletto di terra, stato  straniero all'interno del suo territorio, usurpato ed invaso, senza colpo ferire.
No, Camilla, il soldato Ryan non merita di essere salvato.
Marilena

sabato 25 dicembre 2010

Un dolore da uomo

UN DOLORE DA UOMO, PUBBLICATO SU QUESTO BLOG IL 13 GIUGNO 2009, E' DI MIA PROPRIETA'  E, RIPUBBLICATO,  DOPO UN' ANALOGA SITUAZIONE DI PLAGIO, (ESTERNATA SU QUESTE PAGINE NEL POST "SONO DAVVERO ARRABBIATA" DEL 17 GIUGNO 2010)  SUL BLOG DOVE IO COLLABORO, "LA COMPAGNIA DELLE LETTERE", SEMPRE IN DATA 17 GIUGNO 2010.
POTETE COPIARE TUTTO, MA LA FONTE, CAZZO,  DOVETE METTERLA!
QUESTO MIO RACCONTO CHE, EVIDENTEMENTE DEVE PIACERE MOLTO, VISTO CHE DI CONTINUO E' COPIATO, ORA LO POTETE ANCHE LEGGERE SU:
http://idlos.bloog.it/frammenti-un-dolore-da-uomo.html#comment-5
OVVIAMENTE L'AMMINISTRATORE DEL BLOG IN QUESTIONE E' STATO DA ME ESORTATO A CITARE LA FONTE OPPURE A CANCELLARLO.
A BUON INTENDITOR POCHE PAROLE
ECCHECAZZO
MARILENA

mercoledì 22 dicembre 2010

DESIDERI


Armata degli argomenti giusti, sono convinta che questo Natale il vecchiardo vestito di rosso esaudirà tutti i miei desideri :)

venerdì 17 dicembre 2010

Giorno di fiera

M'incammino nel freddo del primo mattino trascinandomi dietro il carretto delle mercanzie, uggiolante e svogliato, che ad ogni buca sobbalza e si lamenta, ed io con lui, mentre procedo in equilibrio precario con il peso che grava sul  lato sinistro, quello del cuore, che stamani avevo pensieri serrati e nebulosi come un barricamento di nubi, e non avevo la testa ad organizzare la distribuzione dei pesi, che tutto mi sembrava fosse di un unico volume e di una medesima consistenza. Ma ora che mi cimento nelle salite, e nelle discese, con rammarico constato la mia sventatezza e cerco di rimediare adattandomi alle esigenze della strada.
Sono tra i primi ad arrivare nello slargo ancora vuoto che oggi, giorno di fiera, s'andrà riempiendo di folla e di mercanti, ognuno col suo carretto delle meraviglie, carabattole e leccornie, esposte alla rinfusa o, come nel mio caso, ben allineate sul ripiano e con le novità in bella vista.
-Venghino signori a sperimentare i profumi afrodisiaci della sensuale Parigi. C'è da perderci la testa. -
E' ancora buio quando arriva Joe Black col suo carrellino colmo di aromi d'ambrosia e di miele della speranza, cestini di fiori ed animaletti di legno, unguenti balsamici e polverine sperimentali.
S'affianca al mio lato e, diligentemente, s'accinge ad apparecchiare il suo spazio, che la predisposizione all'ordine è un fattore di famiglia, quello stesso che accomuna nei gesti e nello sguardo, come nella voce.
Il mattino s'insinua nei vicoli più bui e rischiara, con strisciate di latte, le grondaie ed i balconcini striminziti, le finestre che si spalancano su altre finestre, con i davanzali mesti, sguarniti di fiori, cosicchè saranno i cestini di Joe a portare primizia di colore e provvidenza di sole, per illuminare gli angoli in ombra, quelli più remoti, dove la luce non s'azzarda ad entrare.
Lei vende i suoi sogni in ampolle di cristallo, ripiene di  liquido purissimo e non compromesso, constatabile alla luce più cruda che non c'è inganno ed il prodotto è di pregio.
Io, invece, in bottigliette metafisiche, dai colori indecifrabili, misture fermentate nel tempo, in origine sintesi energetiche per i muscoli e per  la mente, ma ormai adatte solo all'oblio.
- Venghino signori a sperimentare i profumi afrodisiaci della sensuale Parigi. C'è da perderci la testa

 La piazza si va lentamente animando e c'è come sempre trambusto intorno al banchetto di Lucy, perchè i suoi giocattoli meccanici, e le sue boîtes à musique, richiamano grande folla. Oggi, poi, è di scena il Dottor Zivago, il gattone Blu di Russia che, quando Lucy suona l'organetto di Barberia, muove la coda pigramente assecondandone il ritmo, e così piovono sorrisi, monete e bocconcini prelibati, che scaldano stomaco e cuore e predispongono al buon umore, che la giornata è insopportabilmente fredda perfino per lui, felino della Russia polare.
Volti conosciuti tra i tanti anonimi.
Il Colonnello Flannery, che marziale fende la folla, s' avvicina porgendomi un fiore rubato da un cestino di Joe, è il suo modo per dirmi che siamo amici nonostante Caterina Belgrano lo abbia costretto alla ritirata. Contraccambio il dono inestimabile della sua amicizia regalandogli una preziosa Acqua Dello Spirito Santo che ha il potere di donare pace ai cuori in subbuglio.
La luce che ora inonda la piazza è fredda e colorata, come un tenue acquerello, imitazione di un sole che mai riuscirà a scaldare davvero.
- Venghino signori a sperimentare i profumi afrodisiaci della sensuale Parigi. C'è da perderci la testa. -
Quanto costa una dedica d'amore?
Dipende dalla qualità delle parole: più sono rare più sono preziose.
Quanto, invece, una dedica dell'odio?
Poco, perchè le parole cattive sono alla portata di tutti.
La gente va di fretta, non si sofferma abbastanza a lungo per penetrare il senso delle cose, è fatalmente attratta dagli ingarbugliamenti tecnici dei giocolieri e dei contorsionisti piuttosto che dalla magia empirica dei flussi e delle essenze, dei veleni e dei profumi, o da quella mitologica degli scapolari delle martiri e dei pugnali degli eroi, dei pettinini d'avorio e degli specchi d'argento delle regine della storia e di quelle delle leggende.
Meraviglie che non seducono più.
Favole.
Fanfaluche.
Realtà da caleidoscopio.
Come le carte nautiche del principe Achab che indicano la rotta per Zamoras e che nessun navigatore satellitare sarà mai in grado d'individuare. Quelle mappe, issate come vele solitarie, richiamano passeri e beccaccini che arrivano in volo per planare curiosi tra binocoli, cerate e bussole. Esploratori fantasiosi e sprovveduti, questi piccoli pennuti, che si lasciano tentare dal miraggio di rotte impossibili per quelle loro piccole ali.
- Venghino signori a sperimentare i profumi afrodisiaci della sensuale Parigi. C'è da perderci la testa. -
Una malia per far innamorare un cuore riottoso.
Un amuleto per sconfiggere la mala sorte.
Una pozione che rinsaldi le ossa e fortifichi la volontà.
Un pendaglino per ricordare l'adempimento di una promessa.
Miracoli spiccioli ad effetto immediato e, possibilmente, a buon mercato, che alle incognite del futuro non è possibile, con troppo anticipo, provvedere, limitandoci saggiamente a sperare in un tempo di costante, seppur noiosa, bonaccia, senza chiedere troppo al buon Dio, o chi per lui gestisce le faccende terrene, che a star troppo ad interrogarsi sugli sviluppi delle questioni a lungo termine, personali o universali, c'è il rischio di farsi venire emicranie ed ulcere, se non qualche altro male peggiore. I quesiti importanti dell'esistenza lasciamoli ai filosofi, che si prendano loro il merito dell'intuizione illuminata, del ragionamento sensato, del teorema perfetto, che a noi è sufficiente acconsentire o dissentire, senza altri gravami mentali aggiuntivi.
- Venghino signori a sperimentare i profumi afrodisiaci della sensuale Parigi. C'è da perderci la testa-

La verità, è l'articolo meno richiesto e giace dimenticata tra un teorema ed un trattato, declassata ad "atto dovuto".
La speranza, invece, è battuta alle aste a cifre da capogiro, come l'illusione che vola alta nei titoli di borsa.
Un  lavoro immane, per i filosofi, incasellare tutto nel giusto ordine.
Non predico il futuro, spiega paziente Logos alla vecchina sdentata che gli chiede lumi sul suo destino, confondendo la filosofia con la chiaroveggenza, ma  posso raccontarti del passato e del presente, di come io lo vedo e che non è detto che sia allo stesso modo in cui lo vedi tu, ed allora ne scaturirà un bel parlare.
 Il passato ed il presente li conosco, ribatte ostinata lei, e del mio futuro prossimo son ben cosciente e so di non potergli sfuggire. Ho bisogno, quindi, dell'ipotesi di un futuro non ancora stabilito.
 Io studio il pensiero sensibile, come posso aiutarti?  Chiede perplesso Logos
Raccontandomi una storia nè troppo bella, nè troppo brutta, a cui io possa credere: sarà quello il mio futuro.

domenica 12 dicembre 2010

La Marquise Baroque (capitolo 4)

JOSEPHINE FOURNIER
Da "Les couleurs des papillons" l'autobiografia di Elisabeth Vigee-Le Brun, ritrattista ufficiale de la Reine

Maria Antonietta mi commissionò un ritratto in stile neoclassico di Josephine per la sua residenza privata all'Hameau, nonostante il parere contrario di Luigi XVI che trovava disdicevole l'esposizione del ritratto di una plebea sulla parete della stanza di una regina
Feci il ritratto a Jopsephine, d'estate, su uno sfondo naturale e con la luce calda del mezzogiorno, vestita di un semplice peplo di seta bianca che lasciava intravedere le sue forme sottili, con i capelli sciolti e senza alcun altro ornamento che la sua bellezza.
Pur essendo di media statura dava l'idea esser molto alta perchè tutto in lei era slanciato, svettante, non in maniera altezzosa, ma irraggiungibile.
I suoi occhi grigi riflettevano le impercettibili sfumature della luce così da sembrare che non avessero mai lo stesso colore, variando dal verde all'indaco all'azzurro più scuro, da parer quasi neri.
La sua voce, straordinaria nel canto, era vezzosamente marcata di accenti volontairement négligents.
Amava far visita alla Regina e, talvolta, partecipare alle feste di corte, vestita in abiti maschili, provocando scandalo e fomentando le insinuazioni di un loro rapporto lesbico, espandendo la sua leggenda oltre confine, alimentata dal veleno ingiurioso dei pamphlets e dal miele purissimo della sua splendida voce.

 IL MATRIMONIO
Ciò di cui principalmente abbisognava, Josephine Fournier, era un cognome di prestigio ancor meglio se accompagnato da un casato nobiliare che, seppur da subito si sarebbe rivelato per quello che realmente era, cioè un'operazione di facciata, col tempo il cognome acquisito sarebbe rimasto indissolubilmente legato alla sua persona divenendone parte integrante, perché negli ambienti aristocratici vigeva l'obbligo del rispetto per lo stemma ed il casato a testimoniare la fedeltà alla gerarchia monarchica, ed ammesso il disprezzo ma non l'ostracismo, da parte de la noblesse de sang bleu verso i predatori di cognomi, soprattutto in quel periodo così critico per la Francia, costantemente sull'orlo della rivolta, che la casta degli aristocratici, di nascita o d'adozione, non poteva, al suo interno, correre il rischio di faide suicide. 
S'imponeva, quindi, un matrimonio importante che avrebbe di sicuro reso stabile l'inserimento di Josephine Fournier negli ambienti di corte, perché la sua arte, riconosciuta ed acclamata oltre confine, contribuiva ad esportare all'estero il mito barocco della superba Versailles, ponendo la Francia come modello di riferimento per tutte le altre corti europee.
Ma non era una missione facile quella che Yolande si apprestava ad espletare, perché Josephine Fournier, la blanchisseuse, come veniva con sprezzo chiamata dai cortigiani, era particolarmente invisa all'aristocrazia di lignaggio, quella dei blasoni più antichi e dei cognomi altisonanti, costretti dal capriccio della Reine, a tollerare la sua presenza a corte e all'interno de la société aristocratique.
Oltretutto, Josephine, era ostile al matrimonio vedendo in esso restrizioni ed accomodamenti intollerabili per il suo carattere assolutamente indipendente, rifiutando a priori di prendere in considerazione i risvolti positivi che ne sarebbero scaturiti, fino al giorno in cui, a sorpresa, annunciò le nozze avvenute con Don Aurelio Jacinto Lazaro de Quirra y Conte di Mandes y Marchese di San Mauricio e Villarios.
Yolande accolse la notizia con sgomento, che il Marchese in questione, col triplo dei suoi anni, la fama di libertino e di giocatore d'azzardo, e con un patrimonio perennemente a rischio di bancarotta, non poteva esser di certo la soluzione al problema.
- Non accetto rimproveri, Yolande, ora ho un cognome ed un casato......esattamente quello che richiedeva la Regina -
Maria Antonietta pianse alla notizia di quelle nozze, ma ne dovette accettare la realtà compiuta e l'umiliazione di un nuovo scandalo.

 JOSEPHINE FOURNIER  DE QUIRRA  Y CONTESSA DI MANDES Y MARCHESA DI SAN MAURICIO E VILLARIOS
- Che razza di matrimonio è questo, Josepha? - Domandò amara la Reine
- Della medesima razza dei matrimoni delle regine - Rispose sarcastica la blanchisseuse
( da "L'histoire secrète d'une Reine"  di  Madame Guéménée, governante degli Enfantes de France)

A dispetto di tutti quel matrimonio, stipulato da una parte per esigenza di blasone e, dall'altra, per necessità di solventi, funzionò a meraviglia, poiché il Marchese benissimo comprendeva le necessità della sua giovane moglie avendo egli stesso il medesimo temperamento che l'età matura era ben lungi dall'attenuare, e tollerava cavallerescamente le intemperanze di Josephine senza interferire, in alcun modo, nelle sue scelte e nelle sue relazioni.
Un matrimonio riuscito, dunque, nonostante la coppia fosse stata  prontamente ribattezzata a corte " le couple de vauriens".
Josephine aveva da poco compiuto diciassette anni ed era nel pieno fulgore della sua bellezza fisica e di quella artistica, ed era assolutamente consapevole di essere molto invidiata, molto desiderata e molto odiata.
Era convinta che avrebbe vinto la sfida contro quella Francia aristocratica ed ottusa, dal momento che l'Europa tutta, nobile e plebea, era ai suoi piedi e con fervore l'acclamava.
Era sicura che alla fine si sarebbe imposta non per la vanità di una regina né per l'ambizione di una cortigiana, e neppure per  la sua stessa audacia, ma ciò che avrebbe fatto la differenza sarebbe stata la sua meravigliosa arte.


 LA MARQUISE BAROQUE
Dal Journal de Paris, la cronaca della rappresentazione prima, all'Opera Royale, de la tragédie lyrique "La Marquise Baroque"

 Durante la rappresentazione de" La Marquise Baroque", opera prima di Borromeo Philidor Duprè, la volta dell'Opera Royale è stata invasa da centinaia di usignoli  liberati per rendere omaggio al talento di Josephine Fournier. I piccoli volatili accecati dalle luci, storditi dal fumo delle candele, aggrediti dal fragore dell'orchestra, hanno iniziato a frullare le ali, impazziti, alla ricerca di un varco da cui fuggire, finendo, invece, la maggior parte di loro, sfracellati contro le colonne e gli specchi.
La rappresentazione è stata sospesa.


Stralcio finale della deposizione accusatoria del Sostituto Procuratore della Comune, Giacomo Renato Hebert
 ...attraverso lo strumento persuasivo della sua voce, di cui ella strategicamente se ne è servita per irretire e corrompere al fine di accreditarsi generalità fittizie atte a falsificare il suo stato sociale, per cui chiedo la condanna a morte, tramite ghigliottina, di Josephine Fournier de Quirra y Contessa di Mandes y Marchesa di San Mauricio e Villarios

 (poupée - Lena e Katya Popova)

mercoledì 8 dicembre 2010

La Marquise Baroque (capitolo 3)

"Non far trapelare mai i tuoi veri sentimenti ma adattali a ciò che la situazione esige"
Yolande Martine Gabrielle de Polastron, Duchesse de Polignac

IL DESTINO DELLA FRANCIA
- Toinette, ce rossignol prodigieux est tien -
Con queste semplici parole, e col suo sorriso più seducente, la Duchessa de Polignac l'aveva data in dono a la Reine.
Ed ecco che Josephine veniva, per la seconda volta nell' arco della sua giovane vita, nuovamente ceduta.
Il deja vu dell'abbandono la investì come terra folata negli occhi e, per un momento, vacillò sopraffatta dalla paura dell'ignoto, ma riuscì a prodursi in un inchino impeccabile e sorridere perfino, come le aveva insegnato Yolande: solo un accenno di labbra appena dischiuse.
La Reine, con un grazioso gesto della mano, acconsentì ad accettare il dono.
Si narra che perfino l'apatico Luigi XVI fosse rimasto affascinato dalla incantevole soavità di Josephine, e per molto tempo girò l'infame diceria di una partita a dadi disputata  fra i due sovrani per stabilire "le lit royal" che quella notte avrebbe accolto Costantin, Page d'Amour.
Resta il fatto che Josephine Fournier rimase ospite fissa de le Petite Trianon dove spesso, e per lunghi periodi, dimorava anche la sovrana, e questo contribuì ad alimentare, con supponenza di verità, le maldicenze nei riguardi di Maria Antonietta, rafforzando la leggenda delle depravazioni consumate all'interno di quel suo palazzo, privato ed inaccessibile, dove spesso era ospite anche la Duchessa de Polignac, designata come l'amante ufficiale della Reine.
Non ho io il potere di fare rivelazioni, accreditare o smentire, che è ben risaputo che nei capitoli della storia, soprattutto in quella privata di una regina, l'elogio e l'inchino sovente celano il malanimo, e quindi, in ossequio ai principi dell'onestà intellettuale a cui ogni scrittore, e biografo in particolare, dovrebbe sottostare, mi atterrò a divulgare solo ciò che risulta poter essere testimoniato.


Il destino della Francia è nelle mani di tre donne ma, ad avere lo scettro, non è quella che porta la corona.
(da un articolo di Bernard Marivaux sulla rivista satirica "Madame La France")

Questa era la citazione più frequente nei pamphlets ed il motto più in voga tra il popolo, vessato ed affamato, e la nuova borghesia, produttiva e colta, stanca di contribuire con il pagamento delle tasse a mantenere lo stile di vita, eccentrico e scandaloso, della casa reale.
Di fatto, enormemente era cresciuto il potere di Yolande de Polignac, e la sua intimità con la Reine si era andata ancor di più rafforzando tramite Josephine Fournie, enfant prodige de la tragédie lyrique, ed ospite stabile del Petite Trianon, che alla Duchessa era stata affidata affinché continuasse a seguirla nella sua educazione societaria come in quella musicale.
- Josephine è il nostro capolavoro che l'Europa ammira ed invidia, far dimenticare la sua nascita volgare sarebbe un vantaggio per la Francia e la Regina. Hai carta bianca, Yolande, per arrivare all'obiettivo  - 
E di quella carta bianca, la Duchessa de Polignac, se ne servì per consolidare il suo immenso potere a corte, influenzando le scelte personali e politiche de la Reine, ampliando il suo raggio d'azione e d'interferenza, che si estendeva dal campo dell'arte a quello delle finanze.
Il Re Luigi tollerava l'invadenza della Duchessa non volendo dispiacere a la Reine in quel periodo incinta, che all'amica aveva perfino elargito il privilegio di un tabouret e la concessione di sedersi in presenza dei sovrani.
Yolande, pur tra i tanti intrighi personali, si accinse a sistemare le faccende di Josephine che, nel frattempo, si applicava con passione all'arte della musica, evolvendo le sue capacità vocali di pari passo con la maturazione di una bellezza fisica fuori dall'ordinario che le fruttò invidie e maldicenze tra le aristocratiche che non dimenticavano i suoi oscuri natali e l'amicizia intima, in odore di peccato, con la Duchessa e la Reine.

IL DESTINO DELLA FRANCIA E' NELLE MANI DI TRE DONNE  MA, AD AVERE LO SCETTRO, NON E' QUELLA CHE PORTA LA CORONA
Il riferimento a Yolande de Polignac era evidente e comprendeva anche lei, Josephine, che la Reine, in pubblico, confidenzialmente chiamava Josepha alla maniera austriaca, per sottoscrivere una sorellanza dettata dal trait d'union di quel nome che apparteneva anche a lei: Maria Antonia Josepha Johanna von Habsburg-Lothringen
La Reine è nel profondo una democratica, mormoravano ironicamente dietro i ventagli le dame, cosicchè nel suo letto comodamente trovano posto la duchessa e la lavandaia. E forse il figlio che Madame Scandale porta in grembo non è il  frutto dei reali lombi di Luigi XVI, sessualmente inetto, ma, con buone possibilità, lo è di quella strega della Duchessa de Polignac.
Yolande, forte delle sue prerogative e del suo ascendente, poco si curava delle chiacchiere velenose ma procedeva spedita nel rafforzare la sua posizione personale, e quella famigliare, nella gerarchia di corte, senza però trascurare i suoi doveri di tutrice verso Josephine Fournier, assolutamente consapevole che un incarico ben svolto porta riconoscimenti ed introiti, ma soprattutto quando si lavora per una regina, anche molti privilegi.
Sistemare convenzionalmente Josephine non sarebbe stato difficile perché la carta bianca, concessa da la Reine, le offriva possibilità di audaci strategie che, comunque, non sarebbero state immuni da rischi: un gioco d'azzardo in cui la Duchessa avrebbe sperimentato la sua congenita natura di baro.

( poupée - Lena e Katya Popova)

sabato 4 dicembre 2010

La Marquise Baroque (capitolo 2)

LA METAMORFOSI DENTRO LA  SERRA 
 La Duchessa de Polignac entusiasticamente si apprestò a riplasmare, secondo la sua logica ed il suo gusto, quell'uccellino ancora implume, che senza il suo prodigioso intervento, tale sarebbe rimasto per tutta la vita.
E non era quello un cimento facile, perché i dodici anni della vita stentata di Josephine Fournier avevano già iniziato a mostrare i loro disastrosi effetti collaterali.
Ma non era per umanità, nè per mecenatismo, che la Sovraintendente ai divertimenti de la Reine s'era appassionata alle sorti di quella creatura diafana dalla voce angelica, ma perchè la sua intelligenza vivace aveva valutato, nel suo futuro impiego, un tornaconto personale per consolidarsi nell'enorme influenza di cui già godeva a Versailles.
Applicò ogni cura nell'educazione societaria de la petite blanchisseuse, fornendola di una governante personale, di un precettore che le insegnasse i rudimenti della lettura e della scrittura, ed affidandola, per l'apprendimento dell'arte musicale, al maestro Jean-Phlippe Rameau, il più grande organista dell'epoca e teorico della musica francese, il quale accettò l'incarico come favore dovuto alla Duchessa, il cui entourage si era apertamente schierato dalla sua parte nella diatriba sorta con Jean-Jacques Rousseau circa le origini della musica, abbracciando il teorema di Rameau secondo cui la musica è linguaggio primievo ed  universale in antitesi a quello del filosofo svizzero che propugnava, invece, per la sua diversificazione generata dai fattori storici e culturali.
La Duchessa era una donna molto accorta, che se si vuol mantenere stabile il proprio potere bisogna fare le cose ammodo, non cedere a tentazioni poco ponderate, e che i frutti maturi sono i migliori a cogliersi, così non confidò a nessuno di questa sua adozione e del progetto conseguente, ma quel che è certo, è che nelle sue abili mani Josephine sbocciò vivida come un fiore di serra, meticolosamente protetto dagli eccessi della luce e da quelli del clima, e questo le conferì quell'aria esotica, indolente e sovrana, su cui la petite blanchisseuse avrebbe costruito la sua fama mentre lei avrebbe rafforzato la sua influenza a corte.
Saggiamente Yolande aveva permesso le visite periodiche di Marianne, consapevole che col tempo, e senza nessuna forzatura, sarebbe subentrato lo spontaneo allontanamento dell'estraniazione, alla mancanza di reciprocità e della diversità degli stili di vita, e che quella presenza materna, dimessa e supplicante, caritatevolmente accettata, avrebbe oltremodo affrettato in Josephine un distacco definitivo.
D'altronde la petite blanchiseuse non aveva alcuna nostalgia della vita passata, ed anche se a volte le sembrava di avvertire il doloroso graffio di un coltellino laddove pulsava il cuore, la Duchessa la medicava con nuovi e meravigliosi doni per far dimenticare al bocciolo di vivaio di essere stato originato da un fiore di prato.
E la vita di serra ben si confaceva a Josephine che, schiudendosi nella mitezza di quel calore temperato, respirava, assorbiva, si plasmava nel carisma della sua benefattrice giungendo, perfino, a somigliarle nell'aspetto fisico che entrambe avevano gli occhi azzurri, dentatura perfetta, un incarnato diafano e serici capelli bruni.
Così, come talvolta accade per quei cani che vivendo in empatia, o in forzata prigionia, con i loro padroni ne assumono le sembianze, i vezzi e i ghiribizzi, perfino lo sguardo, quand'anche, viceversa, sono i padroni, sottomessi ad un affetto innaturale, a somigliare ai loro animali che, certuni, quasi t'aspetti inizino festosamente a scodinzolare e ad abbaiare a comando, o ad annusare circospetti.
Questo estremo aspetto imitativo può scaturire dalle esigenze viscerali di un amore fagocitante così come dall'alienazione di un prolungato isolamento dove l'universo intero si riduce alle singole fattezze del carceriere.
Ma al di là dei nostri strutturati ragionamenti psicologici, la somiglianza fisica di Josephine e di Yolande derivava solo da una naturale coincidenza anatomica, pur se occorre sottolineare che la petite blanchisseuse ammirava la Duchessa ed ardentemente aspirava ad esser come lei, anche se mai avrebbe immaginato di eclissarne, un giorno, lo splendore.

UN DONO PER LA REGINA
Fu la sera in cui Josephine Fournier fece la sua prima apparizione, en travesti, nel ruolo di Constantin, Page d'Amour, durante una rappresentazione al Petite Trianon, quando dispiegò la sua splendida voce di soprano, appena adolescente, in un assolo basato su complicatissimi virtuosismi vocali elaborati sulla portentosa estensione della sua voce, dal suo precettore, Jean-Philippe Rameau, che così ritenne saldato il suo debito di gratitudine con la Duchessa de Polignac, consacrando, con la sua presenza presso il regale parterre, in quell'occasione al gran completo, la perfezione talentuosa della sua pupilla che riscosse i favori, entusiastici ed immediati, dell'entourage reale.
Subito dopo la rappresentazione, Yolande, donò il delizioso Paggio d'Amore a la Reine.

(poupée - Lena e Katya Popova)

mercoledì 1 dicembre 2010

La Marquise Baroque (capitolo 1)

Quella che qui si narra è la straordinaria storia di Josephine Fournier, universalmente conosciuta come la Marquise Baroque, e la sua leggendaria ascesa dai bassifondi della città di Parigi allo splendore della corte di Luigi XVI, sotto la cui egida visse fino all'alba infausta in cui venne ghigliottinata.

PARTENDO DALLA FINE
Josephine Fournier, la Marquise Baroque, venne giustiziata in una nebbiosa alba del 16 Ottobre del 1793 all'interno della Conciergerie, evitando una esecuzione pubblica che avrebbe, per clangore di folla, forse offuscato lo spettacolo più importante, quello della decapitazione de la Reine, che da lì  a poche ore sarebbe andato in scena.
Josephine ottenne di essere condotta al patibolo col suo abito più bello e senza subire l'umiliazione dei capelli mozzati, che a lei vennero lasciati intatti seppur raccolti in una treccia serrata, fissata sulla sommità del capo.
Tutto questo fu possibile grazie all'accondiscendenza umanitaria di Jean-Baptiste Michonis, Ispettore delle Carceri e Capo della Polizia, in seguito giustiziato anch'egli con l'accusa di aver partecipato alla congiura de l'oeillet, per far evadere Maria Antonietta.
 La Marquise Baroque fu dunque l'unica aristocratica (ma nobile non era, almeno di nascita, seppur nessuno più se ne ricordava) a non subire l'oltraggio estremo della decapitazione pubblica con tutte le umiliazioni che tale messinscena esigeva, o sottostare alla brutalità dell'odio sociale così come era stato per la Principessa di Lamballe, stuprata, torturata, decapitata ed in ultimo squartata.

LA PETITE BLANCHISSEUSE
Josephine era la figlia bastarda di Marianne Fournier, la blanchisseuse, nata senza il riconoscimento del padre e col destino già segnato di mani corrose dalla lisciva.
Marianne se la trascinava dietro nel suo pellegrinaggio quotidiano nelle case più abbienti dove si spaccava la schiena a far tornar candido ciò che più non lo era, come certi peccati che si consumano di nascosto protetti dalle pareti di una ricca dimora o, come era accaduto a lei, dai  muri di una stalla.
Peccati che l'acqua, solo apparentemente monda, perché gli odori permangono, e se solo più profondamente si guarda son lì, pronti a tornare a galla nella schiuma oleosa del sapone.
Marianne il suo peccato se lo portava appeso sulle spalle, alla maniera indigena, dacchè le braccia erano sempre cariche dei voluminosi fagotti dei peccati altrui, che di cullare sua figlia non aveva di certo il tempo.
Poi, quando Josephine fu in grado di tenere un pezzo di sapone fra le mani senza farselo portar via dall'acqua, se la portava dietro come aiuto, a condividere il duro lavoro della smacchiatura e della battitura, per insegnarle il mestiere.
Marianne, la blanchisseuse.
Josephine, la petite blanchisseuse.
Un destino ereditato dalla casualità della nascita eppur progettato per evolversi su altri percorsi, quando in un gelido mattino di Febbraio la petite blanchisseuse spiegò, di un tono più alto del consueto, la sua voce di usignolo dodicenne, per combattere il freddo ed inconsapevolmente affermare la sua gioia di vivere, nonostante quella sua sarebbe stata una dura vita che pur contemplava le stimmate indelebili delle vesciche alle mani, che quel giorno avevano ricominciato a sanguinare, tant'è che Marianne, presa dal timore che si potesse macchiare quella biancheria che avevano il dovere di riconsegnare impeccabile, le impose di tenerle all'asciutto, che avrebbe fatto da sola piuttosto che rischiare un imbrattamento, perché non potevano permettersi di perdere una così importante e ben retribuita commissione, un affronto che Yolande Martine Gabrielle de Polastron, Duchesse de Polignac, Sovraintendente Della Casa Della Regina, non meritava di certo.
Josephine ubbidì con gioia, che il dolore alle mani era tanto e che forse un pò di riguardo avrebbe contribuito a placarlo, e che la voce no, quella non recava le moleste brutture delle vesciche e che poteva dispiegarla, intatta nella sua meravigliosa estensione, come un finissimo lenzuolo immacolato per il suo piacere personale, e forse di qualche angelo di passaggio, e che se paupula il pavone, che pur emette un verso così sgradevole come richiamo d'amore, nessun disturbo oltremodo insopportabile avrebbe potuto arrecare la sua voce di bambina, tanto più che a quell'ora mattiniera alla fonte c'erano solo loro due.
Ma il caso volle che fosse proprio la Duchessa de Polignac ad ascoltarla cantare mentre in carrozza s'avviava alla volta del Petit Trianon, il palazzo privato di Maria Antonietta a Versailles, che si fermò incantata ad ascoltare quella voce ancora immatura, eppur già così naturalmente predisposta, che gorgheggiava inconsapevole di quell'ascoltatrice rapita, e quanto mai adatta a favorire una svolta nel suo destino
La Duchessa de Polignac, donna dalle decisioni rapide, scese dalla carrozza il tempo necessario per una veloce trattativa, che già era in ritardo per l'allestimento dello spettacolo serale per la Reine, che non si rivelò neppure troppo difficile convincere Marianne che sua figlia, dotata di una voce così incantevole, sotto la sua protezione avrebbe fatto fortuna.
La blanchisseuse affidò dunque di buon grado sua figlia alla nobildonna, che era nota in tutta Parigi la sua amicizia personale con la Reine, in virtù della quale era diventata una delle donne più potenti di Francia.
Amicizia intima, e questo sottintendeva nell'immaginario popolare ad amori saffici, che come era risaputo, Luigi XVI era un marito inetto ed un sovrano sottomesso.
A suggellare l'accordo la Duchessa le porse un gruzzolo sostanzioso, e la rassicurazione che avrebbe potuto vedere sua figlia ogni volta che ne avrebbe avuto il desiderio.
Marianne acconsentì.

( poupée - Lena e Katya Popova)

venerdì 26 novembre 2010

L'esule

Non era la più bella ma la più luminosa.
Il volto, dall'incarnato chiarissimo e circonfuso dall'aureola pallida dei capelli, e i movimenti aggraziati di una ballerina, le donavano un che di etereo, d' impalpabile, sicchè sentivi forte l'impulso materiale di toccarla per sincerarti che non fosse una visione.
Il suo abito grigio, quasi monacale, risultava ancora più nitido nella cornice dei rossi festosi e dei neri aggressivi, perchè la funzione dei colori violenti non sempre è quella di catalizzare lo sguardo ma, come capita in questo caso, di far risaltare, invece, ciò che è solo apparentemente incolore.
Dunque, non era la più bella, ma la più luminosa.
Quella che avresti voluto toccare.
Eppure nessuno degli astanti aveva trovato il coraggio di avvicinarla, d'invitarla a ballare, un cortese approccio per una prima confidenza.
Una invisibile linea di confine la divideva dal resto della sala.
Intimidivano la malinconia del suo sguardo spaesato di esule.
E quell'abito grigio, serrato fino al collo.

giovedì 25 novembre 2010

Ritorno ad una sfera più privata della mia scrittura

Da questo post in poi non ci sarà più la possibilità di apporre commenti nè io disquisirò più sugli altri blog: ritorno ad una sfera più privata della mia scrittura.
Mi sembrava giusto, però, dopo tre anni (quasi quattro, ormai :) di blog aperto dare una spiegazione a tutti coloro che mi hanno fatto dono del loro tempo e del loro pensiero, ai quali devo davvero molto e, con alcuni dei quali avevo stabilito un modo famigliare ed amichevole di dialogare, cosicchè immagino il loro stupore di trovare, di punto in bianco, sbarrata la porta del mio antro, senza un preavviso, senza un saluto.
Ci tengo a dire che la chiusura del mio blog ai commentatori non è dovuta alle intemperanze o alle astruserie di alcuno,( al fine c'era già attivato l'efficace strumento del moderacommenti) e che chi ha commentato fino ad oggi è sempre stato rispettoso della mia persona ma, come accade nella vita, subentrano necessità ed esigenze che ci portano ad effettuare modifiche e cambiamenti in quello che è stato, fino al momento, il nostro iter consueto.
Ma non potevo fare un cambiamento simile dopo tre anni......quasi quattro, e lasciar fuori dalla porta gli amici, i conoscenti, e chi anche solo di passaggio entrava e, spesso, ero io ad affacciarmi sulla soglia in attesa di un saluto, di un pensiero, che mai sono venuti a mancarmi.
Non è un commianto il mio dal momento che pur rimango in Blogosphere e che continuerò a scrivere nel mio blog e a leggere i vostri, è solo un modo diverso di esserci e, dare una spiegazione sul motivo è un rispetto dovuto, ed un attestato di stima, a chi ha condiviso con me questo lungo tratto di strada.
Grazie davvero
Con affetto
Marilena

lunedì 22 novembre 2010

Nomi

MarilenaAmarantaAlrunaAliceAmerilnaCamilla (Cam o Camille),   KindredEscura
Marlene, Marilyn e Mari (i nomi con cui, spesso, mi chiamano gli amici)

Ho deciso, per scongiurare il maleficio delle amnesie progressive che da un pò di tempo mi tormentano, di usare tutti i miei molteplici nomi come firma, secondo l'umore o il tenore dello scritto, o solo come personalizzazione del rapporto intercorrente tra me e chi commenta.
L'ho già messo in atto in fase sperimentale e trovo che sia un ottimo rimedio per sopperire ai vuoti di memoria, alle intemperanze umorali, alle crisi identificative e alle controindicazioni derivanti da un uso troppo prolungato, ed usurante, dello stesso nome, e per combattere tutti gli accidenti che da questo possono scaturire.
Una ulteriore chiarezza per me, quindi, prima ancora che per l'interlocutore che, come mi ha fatto rilevare l'Imperatrice Camilla abbisogna, talvolta, di note esplicative per sapere con chi diamine, tra le varie identità, sta al momento interagendo.
Camilla dice che non sempre si capisce e, devo convenire con lei, che ha ragione.
Il fatto vero è che, spesso, non lo so neppure io perchè accade che ad iniziare un post sia Amaranta ma a concluderlo sia Alruna.
Fai ordine, mi suggerisce pragmatica, l'Imperatrice.
Le ho chiesto di essere la mia biografa, di provvedere alle pagine del mio diario perchè lei, tra tutte, seppur è la meno creativa è di sicuro la più metodica.
La più affidabile.
Si è alquanto risentita di questa mia affermazione e mi ha risposto freddamente no.
Capisco che ci sentiamo tutti creativi anche chi, come l'Imperatrice, non ha alcun talento per nessun' altra arte  che per se stessa: lei è la prova della creazione di Camilla, un capolavoro magnifico, un assemblaggio magistrale di occhi, gambe, braccia, seni, natiche e capelli.
Tanti capelli
Una chioma fluente eppur così disciplinata.
Una donna che sa addomesticare i capelli in siffatto modo egregiamente potrebbe mettere ordine tra le mie tante identità che affollano, spintonano, bisticciano, persino s'azzuffano, che è risaputo che la dove ci sono tante donne c'è sempre molta vivacità.
Così, nell'intento di fare ordine, questo post entusiasticamente lo firmo col mio nome completo, quello dell'anagrafe e quello della chiesa: l'unica tra i miei fratelli, essendo la maggiore, ad avere il privilegio di tre nomi
Marilena (il nome scelto dai  miei genitori)
Anna (il nome della bisnonna, nonna di mia madre)
Rosa (il nome di mia nonna,  madre di mio padre)
Ed ecco,dunque, questo scritto, il primo della nuova era, che reca la firma estesa dei miei tre nomi
Marilena Anna Rosa

Images by Natalie Shau

sabato 20 novembre 2010

Amerilna

Arrivò dall'eternità, trasportata da una folata dell'ardente vento del deserto.
Un lungo viaggio: i capelli scarmigliati e le unghie sguainate, nascosto sotto il corsetto lo scapolare di Santa Maria Giudea l'Impenitente e, ciondolante da una treccia come un gioiello primordiale, un opale barocco.
Mi ha donato il suo coltellino messicano, la profondità della sua voce e lo sguardo di smeraldo dei suoi occhi.
Ha dormito con me, superba amante, cattiva e persuasiva.
Mai dolce.
Compagna, e mai sorella.
Maestra, e mai complice.
Mi ha insegnato il mimetismo del geco, la trasparenza dell'acqua, l'invisibilità degli spiriti, l'ubiquità dell' ipnosi e la  preveggenza delle streghe.
Da lei ho appreso i rimedi per fronteggiare o alimentare, secondo il bisogno, le febbri del corpo, la peste dell'anima e i deliri della mente.
Ad essere disinibita e cruda.
Volgare e poetica.
Persuasiva.
Mai dolce, nel senso univoco del termine, se dolcezza è sinonimo di soavità e mitezza.

mercoledì 17 novembre 2010

Pirata e gentiluomo

......ed oggi parliamo dei comportamenti maschili nell'ambito degli incontri d'amore.
Mi dispiace dirlo ma, troppo spesso, lor signori non si comportano nel modo dovuto ma, seguendo l'istinto che li domina, si muovono con materialità, talvolta danneggiando e, sovente, non prestando la dovuta attenzione ai particolari.
Consapevole che dopo questa premessa mi attirerò un coro di dissenso dal pubblico maschile, vado dritta per la mia strada ben cosciente, invece, della veridicità delle tesi che ora qui snocciolerò che, di sicuro invece, incontreranno il consenso delle signore.
Quanti di voi, signori, sono davvero consapevoli del valore della propria partner?
Questa domanda, in particolare, la pongo a chi vive una relazione di lunga data.
Vi presentate spontaneamente a vostra moglie, o alla vostra compagna, con una rosa o una scatola di cioccolatini, senza che sia a suggerirvelo la data del compleanno o quella dell'anniversario?
Dopo tanti anni la memoria diventa labile e, seppur si ricordano con precisione queste date (scritte a caratteri cubitali sulla vostra agenda o ricordate da una segretaria solerte), quasi mai ci si sofferma sull'importanza di un piccolo dono al di fuori delle feste comandate.
Questo aiuta a farla sentire sempre bella e desiderabile, una donna da conquistare tutti i giorni e non, come accade nella norma delle lunghe convivenze, vista come un complemento stabile dell'arredamento di casa.
Una donna vi apprezzerà immensamente, non per la materialità del regalo, ma per il pensiero esclusivo.
Gli strateghi uomini (che pur ce ne sono) ben sanno che questo gesto verrà raccontato alle amiche, arrichito di significati e di atmosfere, così da sollecitare l'invidia delle altre signore, ponendola nell'olimpo delle privilegiate e suscitando ammirazione nei vostri confronti.
Questo, ora che l'ho scritto, ed io per prima riletto, pare ovvio. Scontato.
Ma  vale anche qui il discorso che si fa per le invenzioni che, una volta acquisite al mercato e collaudate dalla quotidianeità paiono naturali, esserci sempre state e...... come vivremmo senza la lampadina che illumina?
E questo vale anche per le intuizioni matematiche, filosofiche e logiche, senza tener conto dei lampi di genio!
Una volta che il copyright è apposto, ed i diritti d'autore salvaguardati, non serve dire ci sarei potuto arrivare anch'io, il punto è che non ci siete arrivati, nonostante voi e l' inventore viviate sullo stesso pianeta!
Attenzione, quindi, a sottovalutare ciò che pare ovvio, mentre salutare sarebbe, invece, un ripasso di memoria su ciò che sembra risaputo ma che, nel tempo, cade nel dimenticatoio.
Lo scopo di questa mia reprimenda quindi è di sollecitare una maggior sensibilità nei confronti della partner con piccole attenzioni che torneranno, poi, a vostro vantaggio.

Eva ha trascorso la mattinata dall'estetista e dalla parrucchiera ed ora perlustra i negozi del centro alla ricerca di una particolare lingerie che la rappresenti così come oggi si sente: bellissima e sexy.
Bellezza e seduzione che metterà in scena, in una rappresentazione privatissima, solo per il suo uomo.
Si guarda allo specchio e si approva: la nuova pettinatura è un capolavoro di riccioli e volute artisticamente "en désordre", la guepiere color malva, che ha maliziosamente correlato con un paio di lunghi guanti di raso nero, ne esalta il fisico prorompente.
Nel sottile, e troppo poco studiato linguaggio della lingerie, questa mise significa: sarò io stavolta la seduttrice, quella che prende l'inizativa, quella che catturerà il pirata con l'arma potente della bellezza.
Stasera sarò io a condurre il gioco.

 TRE COSE ASSOLUTAMENTE DA NON FARE
- Non saltatele subito addosso disfacendo in un attimo quello che è stato il lavoro di una mattinata, ma ammiratela esaltandone la bellezza .
Corteggiatela
Non dovete correre all'arrembaggio di una goletta da catturare: lei è già nel vostro porto.
- Non muovetevi alla cieca strappando gancetti e disfacendo nastri, ma lasciate che sia lei a guidarvi quando lo riterrà opportuno: la pazienza dell'attesa è l' anteprima del piacere
Sappiate che nessuna donna ama veder ridotto a brandelli il suo vestito o, nello specifico, un costoso capo di lingerie.
- Non affondate le mani nei suoi capelli, arruffandoli, spettinandoli, disfacendo in un attimo il paziente lavoro di spazzola e phon per ottenere il risultato di quella magnifica messa in piega così perfetta, moderno equivalente di una corona da principessa.
Quest'ultimo consiglio, dato nello specifico, vale per tutte le altre occasioni: mai mettere le mani nei capelli appena fatti di una donna, non c'è niente di più oltraggioso, ed imperdonabile, del disfacimento sul campo di ciocche e chignon.
Una donna è disposta ad accettare le vostre mani ovunque purchè stiano alla larga dalla sua chioma :)

Ricordate sempre, cari signori, che i contesti amorosi abbisognano oltre che della complicità, anche della pratica del savoir faire, elemento di cui sovente ci si dimentica per via della conoscenza intima che così porta ad adottare comportamenti superficiali e prevedibili.
Particolare attenzione, quindi, a non confondere l'affascinante ruolo del Pirata con quello rozzo dell'Ultras, che le donne, invece, ben conoscono la differenza

giovedì 11 novembre 2010

La finestra sul mare

Per Ady
 perchè sono sempre le finestre a raccontare le storie più vere.
Anche quelle che non lo sono.



LA FINESTRA SUL MARE

Questa notte il mare è davvero agitato, le onde s'affannano sulla battigia con rumore di orda  fuggitiva, con gli spruzzi d'acqua che bagnano le finestre ed il lugubre ululato del vento che penetra dal camino, impedendo il sonno alla giovane signora che dimora nella casa sulla scogliera.
Ada, questo il suo nome, s'affaccia dietro i vetri a scrutare la notte, e nel paesaggio ostile delle ombre, le riesce d'individuare, più con la memoria che con la vista, solo un qualche dettaglio limitrofo, che l'esile silhouette di una luna pavida temporaneamente evidenzia attraverso lo sfilacciamento mutevole delle nuvole.
Notte di tempesta, e non c'è da sentirsi al sicuro nemmeno dentro la propria casa.
Questo pensa mentre assiste dal riquadro del vetro al mitologico combattimento degli elementi della natura in contrasto tra di loro.
Squarci di fulmini rabbiosi illuminano il campo di battaglia.
Ma sarebbe stata l'acqua, alla fine, ad averla vinta: quella  orizzontale del mare e quella verticale del cielo.
Il bimbo dorme tranquillo, lui si che è al sicuro, con lei che si predispone a vegliare per tutto il tempo che necessita per proteggerlo da ogni cataclisma.
E si appresta dunque, Ada, a rimaner sveglia come sentinella all'erta, per tutto il tempo  della durata di quel finimondo confidando nella certezza che, prima o poi, anche le tempeste più violente si placano.
E così, sulla base di questa verità meteorologica, il tornado, stremato dagli schiaffi aggressivi dell'acqua, va chetandosi nei sussulti asmatici di un vento supino, di bassa quota, che si va  progressivamente smorzando in sussulti agonici.
La luna s'arroga allora il diritto di proprietà assoluta del cielo, espandendo il suo alone fin oltre la linea dell'orizzonte, ad illuminare un paesaggio mutilato: sabbia arruffata, rami d'albero strappati, carcasse d'uccelli e i legni sconnessi di un' imbarcazione.
Non c'era nessuna barca qui attraccata, ricorda Ada con sicurezza, perché il pomeriggio era stata con suo figlio sulla spiaggia a raccoglier conchiglie, ed il molo era vuoto.
Deve essere stata trascinata di sicuro dalle onde in tempesta, e forse è il caso che io esca e vada a controllare se c'è qualcuno che ha bisogno di aiuto.
Congettura, combattuta dall'istinto umanitario che la spinge ad uscire nella notte ostile, e quello della madre che non si fida a lasciar solo il suo piccolo.
Mentre riflette sul modo più giusto d'agire, ecco emerger, dai relitto della barca, una figura barcollante.
Non distingue bene, ma immagina sia un pescatore colto nel pieno della burrasca, trascinato a schiantarsi sul piccolo molo.
E' un miracolo che sia vivo ed in grado di camminare, così la sua finestra illuminata fungerà da faro verso cui  dirigersi  per chiedere asilo.
Ma l'uomo ignora il richiamo della luce e s'affanna, invece, a trascinare una rete, pesante e colma, che stenta a tirar fuori dall'incaglio delle assi e dei detriti per lasciarla scivolare, dolcemente, in mare.
La luna è ora un potente riflettore che illumina la scena e, dalla sua  finestra sulla scogliera, Ada lo vede seduto in acqua stringere tra le braccia quello che, a prima vista, le sembra un voluminoso fagotto.
Ma non è un fagotto, ultimo bene scampato al naufragio, quello che lui stringe con tanta determinazione al petto, ma è una donna, i cui lunghi capelli s'irradiano, come sottili rami di corallo, sulla superficie dell'acqua.
Ha il capo reclinato sul petto di lui le cui braccia la raccolgono tutta, dalla cintola in su, mentre l'altra metà del corpo è immerso nell'acqua.
Rimangono così nella culla del mare, sotto l'ombrello della luna, sullo sfondo di un paesaggio desolato, senza invocare soccorso, ignorando la luce proveniente dalla finestra sulla scogliera, come se davvero, alla fine, non abbisognassero d'altro che di quella solitudine, come se quel cataclisma fosse stato messo in opera solo a tale scopo.
E solo per loro due.
Dopo averla baciata a lungo lui, infine, la lascia andare affidandola alla quiete delle onde e ai silenzi siderali delle profondità marine dove lei, in un vortice, scompare.
Per far si che lei potesse continuare a vivere continuare a vivere, ha dovuto lasciarla andare, dirle addio, rinunciare a lei, che breve è stato il sogno seppur eterno sarà quel loro amore, ma la sirena è una creatura d'acqua e mai avrebbe potuto vivere sulla terraferma dove, ad ogni boccata d'ossigeno, avrebbe perso i sensi, così come il pescatore, che non ha pinne né squame, mai avrebbe potuto vivere nelle profondità marine, ed ha bisogno dell'aria per poter respirare.
Ed ora, al colmo di ogni disgrazia, è sopraggiunta una tempesta siffatta a stravolgere il precario equilibrio a cui i due innamorati, pur di rimanere insieme, si sono adattati, lui a viver sulla barca e lei al rimorchio della sua rete, e poi questa tempesta che li ha portati a schiantarsi su un molo della città di Napoli, che non era, ai tempi in cui la storia è effettivamente avvenuta, la  metropoli di oggi, ma solo un grosso borgo di pescatori e di mercanti, in quel tempo remoto in cui Ada non era ancora nata, né si aveva alcun presentimento della sua nascita, così come quella di nessun'altro di noi, suoi contemporanei.
Ma questo non può saperlo, convinta com'è che tutto si stia svolgendo nel presente.
E' un addio dunque quello a cui lei assiste dalla sua finestra sul mare, da cui la distoglie la voce del suo bambino che reclama la sua presenza per essere rassicurato, per avere rimboccate le coperte e  una carezza supplementare.
Quando di nuovo si affaccia l'accoglie un'alba striata di sole che dilaga su una natura levigata, compatta.
Impermeabile.
Nessuna traccia dell'apocalisse notturna e tanto meno dei resti del naufragio.
Così negli anni a venire, Ada, continuerà ad  interrogarsi su ciò che davvero è avvenuto quella notte.
Cosa ha realmente visto?
Quando si spalanca una finestra sul mare può capitare che una storia accaduta nel passato possa essere rivissuta nel presente, attraverso la concertazione propositiva degli elementi meteorologici, che ce la mostrano nelle sue esatte sequenze, come fosse la proiezione un film.
Perché sono sempre le finestre a raccontare le storie più vere.
Anche quelle che, forse, non lo sono.


domenica 7 novembre 2010

Finestre

Oltre la siepe splende la luna che non è astro ma solo luce di una finestra che rifulge nel buio come cristallo di specchio, richiamo, promessa, smania d' attesa per lui che non dorme ma aspetta che lei accenda la sua di finestra per dar cuore alla notte e scuoter la brama di chi non ha un nome ma solo un contorno, un'ombra nel vetro che aspetta paziente e più è lunga l'attesa più cresce la voglia e allora rallenta quel tanto che basta, quel tanto che serve, per rinnovare l'urgenza della sua luce che tarda  perché stanotte c'è luna e non serve altra fiamma a rivelare quei gesti che la sua ombra s'inventa per dare il piacere a chi non ha corpo ma solo pupille, affinché lei copra il buio con un lenzuolo notturno ad avvolgere la siepe che li separa. Scioglie i capelli e li spazzola a lungo e poi li riavvolge in cima alla nuca a lasciar nudo il collo senz'altra catena che quella del laccio che incastona una perla, traslucida e bianca, come goccia di luna, la stessa che occhieggia, diafana e lontana, sul confine remoto della siepe comune. Dalla finestra la sua ombra la fissa, non distoglie lo sguardo neppure un momento, aspetta paziente che si sazi del gioco, un inganno da poco di donna annoiata che consapevole ignora quella luce sguaiata e prosegue la recita come attrice pagata per far godere chi guarda, senza essere visto, dietro una porta o una finestra. Attrice che simula una parte non sua con tutto il fervore di una novizia che vuol essere creduta esperta davvero, e sembra una bimba che gioca alla donna ma è una donna che inganna in un gioco di bimba. E lo fa con tal grazia e naturale scioltezza che tu lo diresti che è il suo mestiere, che lei è davvero quello che mostra e che la realtà è quella del vetro e della perla di luce che risplende pallida sul nudo del collo ed ora dilaga sui seni sbocciati dalla sottana. E quando nuda si offre dietro il vetro appannato senz'altra insidia che la sua voglia svelata, la luce sfiamma dall'altra finestra, cede il posto alla luna e alla luce di perla, asseconda nel buio il ruolo che lo riguarda, l'estremo del gioco che paziente ha agognato.
Spegne la luce perché lei non lo veda, che quella parte è solo la sua.
Non è rispetto alla nuda puttana ma a quel desiderio che solitario consuma.

martedì 2 novembre 2010

Il Guascone


 Torna pure indietro, Jerome, aveva acconsentito il suo Signore, ma ricordati che hai solo 24 ore di tempo per sistemare questa storia: non un secondo di più.
Così, Jerome, si ritrovò a percorrere, a spron battuto, la strada che lo riconduceva agli stessi luoghi da cui si era dipartito in un tardo pomeriggio di quel novembre piovoso, accompagnato, nell'ultimo breve tratto di strada dal suo amico Martin che, dopo i saluti di rito, corredati di ricordi e di silenziose promesse, aveva voltato la sua cavalcatura ed intrapreso la via del ritorno senza mai più voltarsi indietro.
Martin rispettava alla lettera i patti: nessun piagnisteo e nessuna retorica nell'ipotesi, tante volte valutata, della possibile, improvvisa, partenza di uno dei due.
Eventualità di cui entrambi avevano sempre realisticamente tenuto conto dal momento che la loro permanenza non aveva mai certezza di stabilità, a causa di quel loro stile di vita al limite della legalità e della morale.
Solo che stavolta, Jerome, sarebbe partito da solo.
Fra i due era lui il più scapestrato, quello che raccoglieva più rancori, ma anche più consensi, soprattutto fra le donne.
Giovane ed attraente, veloce di spada e di lingua, sfacciato ed esibizionista, godeva della benevolenza e dei favori di tutta la società femminile, dalle adolescenti alle nonne, pronte a spender per lui una lode o una giustificazione, facendo ricorso, e questo si che era bello, anche a motivazioni fantastiche e, spesso, surreali.
Jerome era il guascone, l'eroe maledetto, lo spadaccino romantico, l' amante delle donne e dell'avventura.
Non aveva, oltre Martin, suo amico d'indole e d'infanzia, altri amici, seppur riscuotesse l'ammirazione e l'invidia dei giovani cadetti e degli studenti che da quel loro coetaneo così spericolato ed esperto, molto di più di sicuro avrebbero appreso che non da professori bacucchi, e da capitani imbalsamati.
Ma nessuno di loro si era arrischiato ad una sua più intima frequentazione, consapevoli forse che le stelle come Jerome è più salutare ammirarle a debita distanza che, altrimenti, si corre il rischio di rimanerne accecati.
Coscienti che le gesta del guascone, destinate nel tempo a diventar leggenda, se fossero state allo stesso modo intraprese da uno qualsiasi di loro, non avrebbero avuto ugual risalto nè medesimo splendore.
Chi  ha la voce più bella, più sovrastante o, anche solo più canzonatoria, è destinato al ruolo di solista, mentre tutti gli altri devono contentarsi di quello di numero all'interno del coro.
E questo, spesso, genera invidia, perchè tutti in nuce si sentono solisti, convinti che di sicuro lo sarebbero, in maniera inedita, e forse anche più spettacolare, se non ci fosse il costante paragone con i Jerome ed i Martin.
Un marchingegno questo che, nelle intelligenze più immature, come in quelle più egocentriche, quando non induce all'emulazione, porta sovente al disprezzo.
E così c'era solo Martin a salutarlo e poi, quando l'amico se ne era andato, sapeva che non ci sarebbe stato più nessuno
Ma la smentita era arrivata appena varcato il confine.
Si reclamava, con urgenza, la sua presenza nello stesso luogo da dove, appena qualche giorno prima, se ne era dipartito.
Il suo Signore non si prolungò in ulteriori spiegazioni, nè tanto meno scese in particolari.
Hai 24 ore di tempo, Jerome, per mettere a posto le cose: non un secondo di più, aveva sottolineato mentre lo congedava senza consentirgli domande, nè formulare ipotesi.
Ed ecco il nostro guascone rimettersi in viaggio almanaccando su cosa o, meglio, chi, avesse avuto il potere così grande di riportarlo di nuovo indietro.
Martin lo aveva accompagnato al confine, lo aveva salutato nel modo stabilito, e poi se ne era andato, quindi,se si fosse trattato di lui, ci sarebbe stato tutto il tempo, durante il tragitto, per una ultima confessione.
Non era il suo amico, dunque, che reclamava in maniera così imperativa, la sua presenza.
Non gli sovveniva nessun'altro, nemmeno tra le signore virtuose, e quelle meno, che lo avevano gratificato del proprio talamo.
Per quanto minuziosa la sua rassegna non ricordò nessuna che avesse manifestato l'esigenza di un sentimento più profondo, di un sintomo più intimo che prevalicasse quello del gioco o dell'avventura.
Con lui le donne imparavano le acrobazie fisiche dell'amore e poi, loro, si scambiavano particolari e suggerimenti unite dalla necessità di far cordata per non far trapelare chiacchiere e, soprattutto, fornirsi alibi, in tempo reale, ed in caso di bisogno.
Una sorellanza da cui erano state bandite, per una volta tanto con tacito accordo, e grande soddisfazione, le invidie e le rappresaglie che, troppo spesso, dilaniano la società delle donne.
Erano queste le riflessioni che accompagnarono Jerome durante tutto  il tragitto fin quando, superato il confine, si ritrovò a rivivere il momento che lo aveva portato a quel drammatico, ultimo viaggio quando la lama spuntata del pugnale di un adolescente era calata a tradimento sulla sua gola, per incagliarsi nella giugulare, senza riuscire ad infliggere il colpo di grazia
Fu Martin, il suo amico, quando lo rinvenne nel coma del dissanguamento, a porre misericordiosamente termine alla sua sofferenza, affondando la lama per dargli la pace della morte.
Chi dunque lo reclamava con tanta disperazione da costringerlo di nuovo a rivivere il ricordo di quel martirio?
Vide Martin camminare solitario, al centro della piazza, col mantello spavaldamente gettato sulle spalle e, alla cintola, il corto spadino dalla lama spuntata, lo stesso con cui aveva pietosamente posto fine alla sua agonia.
Martin sembrava occupare, con la sua sola presenza, l'intera piazza.
Era lui, ora, l'unico protagonista della scena, l'eroe romantico che piangeva l'amico mentre gli affondava il pugnale nella gola per abbreviarne l'agonia.
E, questo gesto, aveva accresciuto così tanto la sua fama da oscurare quella che un tempo era stata la sua.
E vide poi il palco della ghigliottina, il movimento convulso della folla, e sentì le urla disperate di una voce terrorizzata, ancora infantile, grida che s'alzavano isteriche per poi smorzarsi, incoerenti, in singhiozzi patetici.
Due energumeni trascinavano il suo giovane assassino verso il patibolo.
Lui scalciava, si dimenava, a tratti sembrava dover perdere i sensi.
Ed ecco che per farlo inginocchiare gli avevano dovuto spezzare le gambe perchè il terrore gli aveva paralizzato i muscoli mentre il boia, senza troppi complimenti, gli andava incuneando il collo, gonfio di paura, sul cuscino della decapitazione.
Si era anche pisciato addosso, proprio come fanno i bambini.
Ed ancora, come fanno i bambini quando la paura prende il sopravvento ed invocano il nome di un adulto che venga in extremis a soccorrerli, lui singhiozzava quello di Martin.
Fu allora che Jerome capì.


domenica 31 ottobre 2010

Principessa di Avalon

Quando mi sono svegliata, stamani, pioveva e fuori era ancora buio.
Il buio autunnale non è mai completamente scuro, ha trasparenza di bruma e la magia di Avalon che, in queste albe, si materializza.
Pioggia tiepida nell'aria fredda.
Ho dimenticato di rimettere gli orologi e, fino a quando non ne ho avuto la consapevolezza, mi sono ritrovata ad esistere, io sola, in un tempo sfuggito alle regole prestabilite dai fusi orari, fuori dagli inganni umani che tentano trucchi perfino col buio e la luce.
Gocce fuggiasche, refrattarie al loro destino di nebbia, si sono annidate tra gli interstizi dei muri e le crepe dei vasi, strettamente coese al coccio e al cemento, come unico indizio sarebbe rimasto, alla fine, solo un blando lucore di colla, invisibile, poi, nella luce chiara del mattino.
Ho aperto un ombrello dai mille colori come spicchi di arcobaleno, richiamo per gli gnomi, ciechi di natura ma sensibilissimi alle vibrazioni dei colori.
Li ho sentiti fuoriuscire silenziosi dalla grata dello scolo dell'acqua.
Allo scoperto cercavano un riparo, di funghi e di felci, che il mio terrazzo non poteva offrire.
Seppur il mio balcone è spoglio di piante, ma non di vita.
Oasi ben nota nel pellegrinaggio di lucertole raminghe e di gechi illusionisti.
Sosta provvisoria per gli uccelli acrobati, per quelli troppo vecchi o troppo stanchi, attratti dalla consistenza solida del pavimento che spicca,  nell'assoluto vuoto vegetale, a garantire, invitante, un istante di riposo.
Ma stamani, in quel lasso di tempo alieno favorito dall'amnesia dei miei orologi, il mio terrazzo si affacciava su Avalon e gli gnomi hanno accettato il richiamo multicolore dell'ombrello aperto a garantir loro un rifugio.
Biascicavano, al riparo dall'acqua, litanie ed enigmi, con voci sottili, confuse nel  fruscio della pioggia.
Io non li ascoltavo perché smarrita nell'incantesimo dell'indecifrabile geografia di quel paesaggio sconosciuto che s'andava spalancando dalla visuale del mio terrazzo, miniatura di un mondo fantastico la cui vetta più alta era la punta del mio ombrello, svettante come una cima inviolata, nell'universo pigmeo degli gnomi.
Io non li ascoltavo, troppo presa a godere di quello sconvolgimento temporale in cui mi sono risvegliata Principessa di Avalon, immemore del tempo preordinato dalle esigenze degli uomini, in una dimensione di urgenza psicologica, circondata da polle d'acqua ognuna delle quali recava, chiarissima, la premonizione del mio irreversibile destino di solitudine.
Perché le bambine concepite, e svezzate nella solitudine, quasi mai sfuggono alle stimmate di quel fato già tracciato alla nascita.
Neppure quando un mattino ci si risveglia Principessa di Avalon.
Era questo che gli gnomi andavano bisbigliando.
Marilena

martedì 26 ottobre 2010

La donna segreta


Strettamente pressati sotto la camicia da smoking, i seni, finalmente liberi, s'offrirono nella loro virtù tutta femminile.
Le labbra, pallide, s'andarono colorando di un sorriso monellesco, provocatorio, quando capì che lui l'avrebbe voluta in ogni modo ma, ancora di più, ora che lei gli si rivelava nell'incognita sessuale di un paio di boxer maschili.

mercoledì 20 ottobre 2010

Zen e l'arte del commento

Considero il boxino dei commenti un prezioso strumento di comunicazione spesso dagli stessi blogger poco valorizzato, usato in maniera approssimativa o solo per pubblicizzare il proprio link sui blog altrui :(
Io, personalmente, adoro quel boxino che è una scatola delle sorprese, degli scambi, degli aggiornamenti, delle presenze tangibili e, per me, anche degli spunti di scrittura.
Il boxino è la scatola dei doni.
D'altronde mi piaceva anche quando era vuoto, quando non c'era nessuno a scrivermi e non avevo nemmeno un counter che mi rassicurasse che qualcuno mi leggesse, ma sussisteva sempre la possibilità di trovarci, prima o poi, un commento, e questo mi già appagava: le passioni ci rendono entusiastici come bambini, restituendoci all'innocenza della sorpresa.
Il mio spazio commenti non è più vuoto da tanto tempo ormai e, di questo, sono riconoscente a tutti coloro che spendono un pò del loro tempo, e della loro attenzione, per la lettura dei miei post.
E, posso asserire, non per piaggeria, perchè la veridicità di questa mia affermazione è ben visibile nei commenti pubblicati in calce ai miei  post, che i miei commentatori non sono nè sbrigativi e nè superficiali e questo, enormemente mi gratifica.
Riflessioni, giudizi, esperienze, poesie, divertenti fuori tema, divagazioni e tant'altro ancora, un meraviglioso vortice di parole e di pensieri che, spessissimo, sono state salutari spinte per i miei momenti topici, e stimoli per la mia fantasia.
Considerazioni divertenti, profonde, drammatiche, paradossali, surreali, fantastiche, a volte così ben strutturate che, benissimo potrebbero figurare come post.
Materiale variegato che ogni scrittore vorrebbe avere nel proprio archivio.
Ed è proprio questo, un prezioso archivio, che io considero il boxino dei commenti.
E sono anch'io a mia volta una commentatrice, sia pur di natura prolissa e macchinosa.
E di questo mi scuso con chi ha a che vedersela con i miei passaggi :)
Sono una grafomane inveterata, una parolaia mai pentita, una sfacciata invadente degli altrui boxini e, prima o poi, mi aspetto un time-out di massa, un deciso alto là che limiti le mie entrate sempre a passo di carica.
Quella dei commenti è però un arte a tutti gli effetti, che presto sarà riconosciuta come tale perchè strettamente connessa ai nuovi mezzi di comunicazione, di cui i blog, ne sono un esempio.
Grazie al boxino è caduto il muro divisorio tra scrittore e lettore e conquistata la democrazia dell'interazione (quasi conquistata, perchè pur dobbiamo tener conto dell'intramezzo del moderacommenti che è attivato anche nel mio blog, strumento di cui farei volentieri a meno se non fosse per l'intemperanza, rozza e gratuita, di cui qui, in Blogosphere, spesso si è vittime, ma che agli occhi di qualcuno potrebbe apparire, giustamente, come un mezzo di censura e di selezione).
Dunque commento anch'io, con enfasi ed entusiasmo, e con lo stesso piacere con cui scrivo i miei post.
Ho imparato, per quel che riguarda l'arte del commento, molto dagli altri, evolvendo poi un mio stile o, almeno, provandoci.
Dal principe achab-aleister-achab ho appreso l'arte di commentare attraverso  mini racconti.
Massimo, commentando i post di Felinità, postava deliziose storie con protagonisti gatti vagabondi e marinai erranti, piccoli racconti degni di essere raccolti in un libro di fiabe per bambini.
Storie carinissime, piene di humor, collegate direttamente, o per vie traverse, ai post di Lucy, che aumentavano il piacere della lettura cosicchè, spesso, mi ritrovavo a cercare la zampata creativa di Massimo nel cine-blog di Lucy per consumare, da lettrice famelica quale sono, un pasto doppio.
Non tutti i blog, comunque, per via delle tematiche trattate si prestano a questo tipo d'interazione e, forse, neppure tutti i blogger concederebbero volentieri spazi del proprio territorio all'invasione entusiastica e, cameratesca, di altri che potrebbero rubare audience :(
Bisogna essere intelligenti, generosi, aperti, lungimiranti...... avanguardie, insomma, per accettare questo tipo di rapporto.
In tal senso Lucy lo è stata nei confronti creativi di Massimo che, a sua volta, ha sempre concesso ampio spazio  alle mie allucinazioni letterarie che sono, in ultimo, trasbordate in quello ospitalissimo di zen-zero, con relativa invasione di spazio e  imbrattamento da cancellazione.
Se lo Zen del Web, mio socio virtuale, mi volesse dare uno sfratto a vita, avrebbe tutte le ragioni per farlo ;)
Altri commenti, e sono quelli che preferisco, sono impostati alla stregua di carteggio, una sorta di corrispondenza pubblica.
Ed è questo il modo di dialogare che più m'appassiona, essendo io un'amante degli scambi epistolari.
Questo modo di commentare ha reso, ad esempio, ancora più forte il rapporto con Eli, mia sorella, la strega rossa, riscoprendo quella meravigliosa complicità che da ragazze ci univa.
E, in questo mio esternare sull'arte del commento, è quantomeno doveroso un distinguo fra due categorie di commentatori : i lettori semplici, ed i blogger.
Il lettore semplice è di norma un appassionato, un curioso, uno che non ha nessuna proprietà in Blogosphere ed è fuori dai circuiti che si creano tra i vari blog, libero da legami di amicizia e di simpatia e da calcoli paraculi, tipo apporre un commento (spesso sbrigativo e disattento) per ampliare la propria audience e pubblicizzare il proprio link.
I commenti dei lettori semplici sono quelli più veri perchè stimolati dall'interesse insito nell'argomento.
Un lettore semplice non sente l'obbligo di postare un commento solo perchè è stato, a sua volta, commentato, ma lo fa perchè spinto da un genuino coinvolgimento.
Cosa che non sempre accade con chi, invece, un blog ce l'ha.
Con questo ultimo stralcio del mio post, di sicuro, mi attirerò molte antipatie ma, come ho già scritto, il buonismo non gira dalle mie parti.
Commenti approssimativi, unicamente basati sul titolo e sull'immagine e non sulla lettura del testo, con due parole neutre o, di contro, pomposamente altisonanti, e con bene in vista il proprio avatar ed il proprio link.
Commenti così superficiali di chi non si prende la briga di leggere e, a volte, nemmeno s'accorge che quel post era lo scritto di un altro :)
Collezionisti di audience sempre presenti, come sostenitori, nella colonnina followers, che s'inseriscono con commenti predefiniti, squallidamente neutri o eccessivamente solenni, come già ho scritto,  per lo più esplicitati in poche parole adattabili ad ogni tipo di  argomento, ma che nulla esprimono nello specifico.
Commenti fotocopia degli stessi autori, facilmente si ritovano anche su altri blog.
Il prendere in considerazione questo tipo d'intervento, sciatto ed egocentrico che denota, oltretutto, una mancanza di rispetto verso il blog ospite, è solo una perdita di tempo.
Ovviamente la mia critica è circoscritta ad una determinata tipologia di blogger, escludendo la maggioranza che, invece, è spinta da una passione vera per la comunicazione e lo scambio intellettuale.

Avrei voluto citare in questo post anche Lorenzo, Logos nella nebbia, un blogger davvero speciale che molto ha dato negli scritti e, soprattutto, nei commenti (più belli, forse, dei post stessi, come qualcuno una volta ha sottolineato)
Io che lo conosco personalmente, so che persona meravigliosa è nella vita e qui, in Blogosphere.
E' riusito a trasformare, con i suoi post, la difficile lettura della Filosofia, in un affasciante racconto delle contraddizioni e contapposizioni del  pensiero umano, alla costante ricerca della verità e della ragione.
L'ho ha fatto, spesso, in maniera ironica, mai conformista, avvalendosi di un linguaggio moderno e con la passione vera ed instancabile di un  Maestro che ama la sua disciplina riuscendo a coinvolgere, con il suo entusiasmo, anche chi a questa materia è refrattario.
Ieri ha chiuso il suo blog, e di questo sinceramente mi dispiace.
Marilena

domenica 17 ottobre 2010

Storie scritte nel silenzio

L'analisi mi ha dato una più giusta consapevolezza di me.
Blogosphere me ne ha dato il riscontro.
E questo è un dono incommensurabile.
Oggi mi sento forte e sicura ed indipendente come mai lo sono stata prima d'intraprendere quest'avventura.
Ho dovuto toccare il fondo per emergere di nuovo.
Ma ne è valsa la pena.
Seppur me ne fosse data la possibilità non  tornerei alla mia remota vita, fatta di agi e di certezze e, neppure, alla vecchia me stessa, così insicura, inaccettata, opaca, al riparo da quelle fittizie protezioni che io chiamavo sicurezze, coscente  però che, senza quel lungo, devastante periodo di transito, forse non sarei quella che nel presente sono.
E' in questi ultimi tre anni che ho realizzato appieno la cognizione delle mie potenzialità e quella dei miei limiti, che mi porta, oggi, a poter dire di essere una donna soddisfatta di ciò che da sola sono riuscita a costruire: me stessa.
Qualcuno sorriderà a questa mia affermazione trovandola magari eccessiva, presuntuosa, guasconesca, pensando che mi stia eccessivamente esaltando e che, forse, una virgola di modestia non guasterebbe perchè il parlare di se stessi nei termini di una imponente creazione non induce nè alla solidarietà, nè alla simpatia.
Eppure è proprio questo che ho fatto: un'angosciosa opera di distruzione per intraprendere, poi, quella difficilissima ed incerta, della ricostruzione.
Non considero, però, sprecato quel tempo passato quando mi proponevo in assurde simbiosi esistenziali, una mosca volontariamente impantanata in una visibilissima ragnatela ed impegnata in una sussidiaria coesistenza col ragno che neppure l'aveva reclamata come preda, solo che lei volontariamente gli si era offerta come riserva a cui attingere, un pezzetto per volta, in tempo di carestia, nutrendo la segreta speranza che lui, alla fine, abituandosi alla sua presenza mai più avrebbe reclamato l' adempimento alle clausole di quel masochistico accordo.
Per tanti anni sono rimasta attaccata in quell'angolo di ragnatela, sospesa tra il cielo e la terra.
Perfino il ragno, per lunghi periodi, si dimenticava della mia presenza, ignorandomi.
Solo quando mi fissava cattivo provavo una vitale scossa di sopravvivenza però mai così forte da indurmi ad abbandonare la ragnatela, che la paura di trovarmi da sola, e fuori delle sue solide maglie, era ancora più grande di quella di esser divorata.
Sono rimasta così in disparte, per un tempo infinito, a guardare scorrere la vita, timorosa di farne parte metttendomi in gioco.
La mia insicurezza, la poca stima verso me stessa, il mio non piacermi, il mio non volermi bene, sono stati un impedimento alla mia realizzazione come persona.
Quelli come me vivono in un tombino sotterraneo agognando l'invisibilità, trovando detestabile non solo il loro modo di essere ma anche la loro voce ed il loro odore.
Forse è per questo che il mio olfatto non ha mai acquisito una vera sensibilità perchè rigidamente allenato ad ignorare il mio stesso odore, per potermi più facilmente dimenticare di me stessa.
La superficie, all'apparenza, sembra normale perchè il caos è tutto nascosto all'interno del tombino dove ci ho vissuto fino a tre anni fa quando il ragno, annoiato della mia inutile presenza, con uno scatto fulmineo mi ha scaraventato nel vuoto.
Ho dovuto rimparare a volare, a fronteggiare le correnti d'aria e i vortici del vento, a dipanarmi nelle nebbie e a non restar travolta dalle tormente di acqua e di neve.
Eppoi, in un freddo Gennaio, sono approdata in Blogosphere, con tutta la rabbia e la disperazione necessari, accumulati nell'angoscia dell'abbandono, per urlare, stravolgere, scarnificare e, alla fine, ricostruire, cercando nel profondo di me stessa la motivazione vera a giustificare quel  terremoto in atto.
E  la scrittura è stata lo strumento che mi ha salvato dall'autodistruzione.
Nel tombino sotterraneo ho imparato a scrivere nella memoria.
Storie scritte nel silenzio.
Quel silenzio che qui, in Blogosphere, è diventato la voce del mio io narrante.
Marilena

martedì 12 ottobre 2010

Le imponderabili conseguenze delle nefaste radiazioni di una eclissi di sole


ECLISSI TOTALE DI SOLE
Intorno a mezzogiorno, il sole provinciale di San Isidro s'era esibito nello spettacolo fantascientifico di una eclissi totale che aveva, per tutto il tempo della sua durata, sconvolto gli umori del cielo e della terra e quelli degli uomini e degli animali che, davanti a quel sovvertimento sia pure temporale, si ritrovarono ad incolpare chi Dio e chi Satana, secondo il proprio convincimento ed il proprio opportunismo ma, alla fine, accettando tutti  la metamorfosi astrologica in atto, con la stessa solerzia con cui il sole s'era convertito ad esser luna, e senza menarla troppo per le lunghe.
Si è quello che il momento esige si debba essere, senza troppe astruserie mentali e con la concezione pragmatica che certe follie vanno accettate senza porsi inutili interrogativi esistenziali che non cambierebbero, comunque, di una virgola il corso degli eventi.
Altrettanto repentine di come s'erano avventate le ombre notturne diradarono di nuovo nel chiarore, e tutto continuò come se nulla fosse accaduto dal momento che quello sconvolgimento spettacolare somigliava più ad un allucinazione collettiva che ad un rarissimo fenomeno astronomico destinato, nel racconto di chi vi aveva assistito, ad arricchirsi, nel corso del tempo, di particolari inediti, assolutamente fantasiosi e privi di qualsiasi fondamento scientifico, per divenir leggenda.
Così come di leggenda si sarebbero ammantati tutti gli avvenimenti che nell'immediato corso di quelle ore sarebbero accaduti.

LA FOLLIA DI GUAPO
I più fantasiosi avrebbero raccontato che Guapo, il toro campione da monta dell'allevamento Belgrano doveva essere stato preda di un raptus onirico, forse generato dalle infauste radiazioni dell'eclissi del mezzogiorno, che lo avevano indotto a sfondare a cornate, e con incontrastabile irruenza, le barriere del suo recinto e ad irrompere, in balia di un incontenibile follia ormonale, nelle stalle confinanti della fattoria Delgado, dove aveva montato tutte le giovenche che gli si erano parate a tiro e cercato, in ultimo, d'irretire anche Lady Godiva, la  morella andalusa di Milagros Delgado.
Il mugghiare furibondo di Guapo, amatore mercenario incapace di accettare un rifiuto, ed i nitriti isterici di Lady Godiva, terrorizzata dalla minaccia di quello stupro contro natura, dilagarono nella notte surreale di Sant Isidro, destando l'intero borgo.
La prima ad accorrere fu Milagros Delgado, sommariamente vestita ed armata di fucile, giusto in tempo per veder stramazzare al suolo, colpita da infarto, la sua cavallina.
Milagros, furente di rabbia, mirò alla grossa testa di Guapo uccidendolo sul colpo.

LA COLONNELLA
L'attimo successivo, però, si ritrovò a terra, colpita alle spalle dal bastone da passeggio di Caterina Belgrano, la Colonnella, proprietaria di Guapo e dell'allevamento esclusivo di tori da riproduzione.
Tra l'italiana Belgrano e la spagnola Delgado c'era stato un lungo e difficile contenzioso mai risolto, nonostante una sentenza di tribunale, riguardo l'appartenenza di un cortiletto che originava dall'area di proprietà della Colonnella e terminava in quella di Milagros.
Contenzioso che aveva generato rancori e vendette che, nel corso dei decenni, avevano alimentato le cronache giornalistiche, e quelle salottiere, di San Isidro e dintorni.
La decisione salomonica del giudice di dividere esattamente a metà il cortile e chiuderne gli accessi confinanti nelle proprietà in causa, non aveva soddisfatto nessuna delle due, convinte com'erano che una delibera giusta avrebbe, invece, stabilito il pagamento di un pedaggio per la concessione di passaggio.
Ovviamente, entrambe, si decretavano legittime affittuarie.
La Colonnella  l'aveva colpita pesantemente col suo bastone da passeggio, una vera arma d'offesa che l'italiana impunemente sfoggiava dopo che una caduta da cavallo, in età adolescenziale, l'aveva resa leggermente claudicante.
Caterina Belgrano, donna di gran temperamento, si era meritata l'appellativo di Colonnella per via della sua spiccata tendenza al comando, e al piglio soldatesco col quale gestiva la sua famiglia e la sua azienda.
E, soprattutto, in virtù di quel suo bastone dal quale mai si separava ,e che i più maligni insinuavano si portasse finanche a letto: l'unico amante che riuscisse davvero a soddisfarla.

L'ARENA
Milagros, nella polvere, riuscì a stento a mettere a fuoco la figura dell'italiana appoggiata al bastone che la guardava dall'alto verso il basso, in attesa che lei si riprendesse per assestarle il colpo decisivo.
Acquattata immobile nella polvere, stoicamente ricacciando in gola i lamenti del dolore, Milagros sferrò un calcio improvviso alla gamba zoppa della Colonnella, facendola rovinare a terra.
La meraviglia per quel tranello ebbe solo la durata di un attimo e già l'italiana era pronta a reagire.
Milagros fu lesta a scalciare lontano il suo bastone da passeggio: la resa dei conti sarebbe avvenuta ad armi pari.
Le due rivali s'avvoltolarono nella veemenza cieca di un arruffamento di vestiti e di capelli.
E d'insulti.
Difficile distinguerle.
Impossibile decretare chi delle due avesse il sopravvento.

LE IMPONDERABILI CONSEGUENZE DELLE NEFASTE RADIAZIONI DI UNA ECLISSI DI SOLE
Gli abitanti di San Isidro, che di svaghi ne avevano davvero pochi, si erano entusiasticamente radunati per assistere a quell'inusuale combattimento notturno, di gonne e di chiome.
Due spettacoli nell'arco di poche ore, ed entrambi di una certa levatura, non capitavano così di sovente e, se l'eclissi di sole aveva sollevato interrogativi spirituali, quella lotta nella polvere, con il denudamento involontario di gambe e di seni andava, invece, colmando festosamente i sensi da quelle anatomie privatissime, accidentalmente in mostra, ignare di provocare così tanta eccitazione.
Questo spettacolo, così impudico e così sensuale, al limite di qualsiasi etica, era d'addebitarsi alle radiazioni maligne dell'eclissi solare, di sicuro le stesse che avevano provocato lo sconvolgimento ormonale di Guapo.

EL PICADOR
Aluino Gutierrez non credeva assolutamente alla teoria delle radiazioni malefiche, scettico di pensiero e goliardo di vocazione, di tutto quel trambusto si stava oltremodo deliziando e cercando un pretesto per inserirsi in quella sensualissima corrida dove, a turno, l'italiana e la spagnola, andavano ricoprendo il ruolo del toro e quello del matador.
Decise, quindi, che in tale contesto lui si sarebbe assunto il compito di supporto del picador, esaltandole e sfiancandole, così come accade in una corrida, per indurre il toro ad una resa incondizionata.
Il pretesto glielo avrebbero fornito proprio "le imponderabili conseguenze delle nefaste radiazioni dell'eclissi".
Quelle stesse che avevano causato lo sconvolgimento ormonale di Guapo.
Aluino Gutierrez si scaraventò, con lo spirito partecipativo di uno scolaretto, tra quelle due formidabili donne che se le suonavano di santa ragione e senza esclusione di colpi e, con entusiasmo gagliardo, cominciò a palpare le anatomie più a portata di mano, frugare sotto le gonne e distribuire, in modo assolutamente imparziale, carezze ardite e pizzicotti insolenti.

EPILOGO
La performance di Aluino Gutierrez scatenò nel pubblico un entusiasmo incontenibile con applausi fragorosi,  richieste di replica e lancio di rose.
E fu il bagliore fosforescente di un petalo rosso l'ultima cosa che el picador vide prima che la Colonnella lo tramortisse col suo pesante bastone da passeggio.