Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

venerdì 30 gennaio 2009

Kilroy

Kilroy sta sempre più estraniandosi dalla banda dei Freaks: in lui prevale il carattere creativo anzichè quello imitativo. E questo lo rende diverso, e gli altri se ne stanno accorgendo. Prima o poi gliela faranno pagare. Essere diversi è già un problema. Essere diversi in un mondo programmato per non avere coscienza di nessuna ipotesi di diversità, lo è ancora di più. Kilroy è, per questo, minoranza assoluta fra la sua gente: un puntino minuscolo e giocoso, in continuo movimento all'interno di un firmamento compatto ed immobile.
L'intelligenza elementare dei Freaks, solo e profondamente radicata nell'istinto, è assoggettata ad un concetto di evoluzione unicamente finalizzata alla perpetrazione statica di questo, così assolutamente limitata da non riuscire a concepire la possibilità di una variante.
Ma Kilroy è quella variante.
E' il punto interrogativo in uno schema di punti esclamativi.
Qualcuno, un giorno, constatando questa anomalia proverà a piallare la meravigliosa gibbosità di quel punto di domanda per modificarlo in un punto esclamativo.
Esattamente simile agli altri.

Il mio piccolo Kilroy, geniale e folle.
Audace.
Incosciente.
O forse solo inconsapevole.

lunedì 26 gennaio 2009

Casa di vetro

E' come abitare in una casa di vetro, se accetti di mostrarti devi saper prendere anche tutto quello che ne consegue. E non dar troppo peso a quello che gli altri possono pensare di te. Alla fine, tutto quello che ne scaturisce, è solo abbondante materiale, per analisi e per scrittura
Mettersi alla prova significa anche questo.
E' voler capire, allargare i propri spazi, andare oltre le barriere.
Distruggere per poter poi ricostruire.
Espandersi. E' questo il termine giusto.
Il mio nucleo è intatto e le mie certezze ancora più forti. Ho messo in discussione me stessa e tutto il mio mondo: azzerato e riprogrammato. Ho sperimentato il caos. Riesco facilmente a perdermi in 60 mq eppure, incredibilmente, sono riuscita a mantenere la rotta attraverso le nebbie della materia oscura. Non sono più una donnina di burro ma una lottatrice, e questa mia casa di vetro ne è, alla fine, la prova. L'ho difesa con convinzione da chi ne criticava l'eccessiva visibilità: interni a vista e tende inopportunamente spalancate.
Ma entrando in questa casa che ho visto il primo quieto raggio di sole dopo infinite notti, insonni e deliranti. Quel raggio che si è riflesso e poi frantumato e poi incendiato in miriadi di particelle di luce sfolgorante, ha trasformato questa casa di vetro in un incredibile prisma nel cui cuore ci sono io, rivestita di arcobaleno, con i capelli fiammeggianti e le braccia spalancate ad accogliere il mondo.
Marilena

 (dedicato a Lorenzo per la sua costanza, la sua pazienza, la sua determinazione, ma sopratutto per il suo meraviglioso amore)

domenica 25 gennaio 2009

Dietro le quinte

Sono una persona schiva per natura, non amo stare al centro del palcoscenico, il mio posto è assolutamente dietro le quinte.
Timidezza endemica la mia che m'impediva di parlare anche se avevo cose da dire o da contestare, perchè il suono della mia voce avrebbe condotto gli sguardi su di me, ponendomi al centro dell'attenzione.
Oggi, con il trascorrere degli anni, un pò l'ho superata e riesco almeno a dire le mie opinioni anche se, ancora, continuo a preferire la penombra allo sfarzo delle luci.
Dietro il palcoscenico mi vedo come quella che scrive i testi, che veste gli attori, che arreda gli ambienti, che crea l'anima e l'atmosfera della storia.
Sono quindi molto più egocentrica e presuntuosa di quello che voglio mostrare?
No, sono solo un'appassionata della regia piuttosto che della recitazione.
Apporrei di preferenza la mia firma in calce ad un copione anzichè come prezioso autografo.
A 20 anni scrivevo testi per una band che suonava country metropolitano. Le performance del gruppo (che si avvaleva di molte cover e di qualche mia canzone) iniziavano sempre con la recita di una mia poesia dedicata a Benedetto Petrone, il giovane militante comunista ucciso nel 1977 da un gruppo di fascisti. Poesia piena di enfasi e di retorica, così come solo a 20 anni si può scrivere, ma sicuramente appassionata e rabbiosa, che veniva sempre recitata, con molto garbo, dalla cantante del gruppo. Poi, una sera, con un piccolo tranello mi hanno convinta a salire sul palco e così mi sono ritrovata davanti ad una immensa folla di una decina di persone, ed il gruppotto dei nostri roadies, parenti ed amici, che sempre ci seguivano per dare una mano a montare la strumentazione, per fare numero e stimolare l'applauso.
Ancora ricordo il battito fortissimo del mio cuore, il foglietto dei versi, visibilmente tremolante tra le mie mani, e la mia timida voce, appena percettibile, irrompere da un microfono.
Non ho più ripetuto l'esperienza.
Non ce l'avrei fatta una seconda volta.
Ognuno di noi ha un suo posto privilegiato.
Il mio è dietro le quinte.
Ma se proprio dovessi scegliere un ruolo da interpretare ecco, mi piacerebbe quello di Cyrano di Bergerac.
Adoro quell'uomo ed il suo lungo naso e la precarietà della sua anima di spadaccino, scontrosa e tagliente, sempre un pò dolorante.
Incorruttibile nella sua passionalità.
Un uomo forte e timido, conscio della propria struttura ma consapevole della propria vulnerabilità.
Per questo inviolabile.
Marilena

venerdì 23 gennaio 2009

La voce della strega

Il silenzio di Iggy pesa drammaticamente su tutti noi, sono ormai diversi giorni che se ne stà rintanato nel suo abitacolo e nessuno osa varcare la soglia del suo eremo.
Solo Amaranta può farlo.
Invano batto alla porta chiedendo di entrare.
- Va via, tanto non puoi farci niente -
E' la sua risposta, monotona e spazientita.
Ma non mi arrendo. Tra un pò busserò di nuovo. E ancora. E ancora.
Fino a che quella porta si aprirà.
Rimanere sulla soglia......no, non l'accetto. Odio le linee di demarcazione. Odio i confini.
Sono rimasta io stessa prigioniera, per un tempo lunghissimo, in uno spazio ristretto ed inaccessibile, vedevo gli altri guardarmi, incerti ed impauriti, lontani, una distanza infinita anche se sarebbe stato sufficiente allungare una mano per toccarmi.
Ma le dita si ritraevano e le parole, solidali o di circostanza, stentavano ad esser pronunciate. Sarebbe stato promettere un aiuto, assumere un impegno che avrebbe poi dovuto essere assolto. Almeno per etica o per salvare la faccia. Allora meglio tacere.
E' così che si condanna alla solitudine.
Per questo non rimarrò sulla soglia.
Entrerò nella tana di Iggy e m'inventerò un gesto, una provocazione, una qualsiasi cosa che lo faccia reagire.
Voglio che s'incazzi e mi maledica e mi punti contro la sua stupidissima pistola.
Voglio le sue reazioni.
Io urlavo e urlavo ed ancora urlavo, fino a che la gola mi diventava rauca, fino a che dimenticavo il significato delle parole e ne inventavo di nuove per sputarle in faccia al mondo.
E al suo silenzio. E al suo egoismo.
Entrerò nella tana di Iggy per tracciargli sulla fronte il segno della croce.
Così, come faceva mia madre, reciterò la formula stregonesca del rito dell'acqua e dell'olio.
La mia voce avrà la profondità degli antri e delle correnti sotterranee e l'eco dei tumultuosi venti notturni. E l'oscurità assoluta dei soli freddi e delle eclissi improvvise.
La voce della strega salverà Iggy.
Come un tempo ha salvato me

domenica 18 gennaio 2009

Lizard

Ok, è tardi lo so, e tre post in un solo giorno sono davvero un bel numero anche per una grafomane della mia specie ma, come una falena, sono inesorabilmente attratta dalla luce incandescente della lampada, ancora accesa, sulla scrivania del computer.
Un piccolo sole bianchissimo e freddo, così diverso da quello rosso e ardente dell'estate, che tutt'oggi le mie ossa hanno inutilmente invocato. Detesto l'opaca cornice di argento annerito entro la quale svogliatamente trascino, con movimenti lenti di lucertola, le mie ossa umide già infiacchite dall'inverno e dalla quotidianità.

Lizard si allunga e sbadiglia, adocchia uno stretto rettangolo di sole e ci si incapsula dentro come in un utero, caldo e provvisorio, di certo insufficiente per una vera rigenerazione, ma bastevole per una breve sosta ristoratrice.
E si lascia così facilmente irretire da quella effimera promessa di calore, concedendosi ai raggi, nodosi ed incerti, del senile gennaio che le sussurra ingannevoli promesse di estati ardenti e premature.
Languida, Lizard, si lascia sedurre dal lussurioso miraggio.
Immobile, quasi trasparente nella controluce, finalmente s'acquieta.


Un uomo inviolabile

Ho avuto molti uomini, ma nessuno come lui.
Un uomo timido e gentile, ma con l'inferno dentro.
Un uomo così avrei potuto amarlo.
Avrei infranto le barriere della sua disperazione.
Avrei lottato contro i suoi respingimenti penetrandogli dentro con tutta la forza della mia determinazione.
Lo avrei strappato all'ossessione del ricordo.
Avrebbe portato fiori vivi a me e non ad una lapide.
Ambivo ad un uomo come lui, timido e dolce, ma con l'inferno dentro.
Un uomo inviolabile.
Era soprattutto quell'inferno, da lui accettato e subito, ad attrarmi.
E la sfida eccitante di riuscire a volare sopra le sue fiamme con le mie ali di farfalla.

Anteprima

martedì 13 gennaio 2009

Tecnica di scrittura

Amo le parole, le considero preziose, vitali come l'acqua e il pane e il calore, per questo detesto vederne lo spreco.
Un bravo scrittore sa scegliere quelle giuste, gli snodi attraverso i quali, poi, svilupperà il suo percorso argomentativo.
Un bravo scrittore deve saperne valutare la consistenza e l'apporto qualitativo: abbondanza e ridondanza spesso mascherano povertà di pensiero o difficoltà d'espressione.
Ecco così parole sprecate, ingannevolmente usate come orpelli, volants e crinoline, a nascondere un corpo poco attraente.
Preferisco la nudità di quel corpo, nell'onesta esposizione delle sue membra disarmoniche, ma propriamente originali, al raffinato lavoro di sartoria confezionato per la mistificazione.
Prolissa ed eccentrica lo sono anch'io, e spesso cedo alla tentazione della minuzia descrittiva, del ricciolo rococò, del pizzo, raffinato e costosissimo, con cui coprire la bordura di un'orlo cucito a punti grossi, troppo di fretta.
Miliardi di parole e tutte gratis.
Perché lesinare?
Ma poi mi armo di forbici ed inizio un paziente lavoro di rifinitura.
Sfoltisco e taglio, sopratutto gli aggettivi di cui abbondantemente mi servo, spesso ed in eccesso, perché sono gli elementi della grammatica che preferisco. Taglio con convinzione, anche se a volte, devo confessarlo, rimane il rimpianto per una parola sacrificata, un leziosità minimo che non avrebbe forse di molto appesantito il contenuto ma che, alla fine, coerentemente immolo in virtù dello stile.
Non tutte le frasi tagliate le elimino, quelle più ben riuscite le conservo copiate su fogli di quaderno, in bella grafia, graziate dalla strage del reset ( romanticamente salvate come gli spezzoni di pellicola dei baci censurati in "Nuovo Cinema Paradiso").
Alcune parole mi attraggono più delle altre, in particolare quelle che hanno un nucleo drammatico o teatrale, quasi mai rimango indifferente al fascinoso chiaroscuro degli ossimori, e sempre mi lascio irretire dalla crudezza, ossuta e randagia, dello slang.
Marilena

sabato 10 gennaio 2009

Un inverno vero

Depressione post feste qui nell'antro. Iggy è rinchiuso nel suo abitacolo, lo sento aggirarsi come un animale in trappola in cerca di un buco da cui poter evadere. Incessante la conta dei passi accompagnata dal biascichio, sommesso ed incomprensibile, delle sue nenie. Amaranta lo ha completamente disarmato e, per evitare che faccia e si faccia del male, gli ha perfino inibito l'uso del cucchiaio provvedendo lei, personalmente, a somministrargli i pasti. Ora più che mai ho empatia per Iggy, sta vivendo una fase distruttiva della sua vita, così come l'ho vissuta io. Il piccolo killer-salamandra è disperatamente solo, prigioniero nel perimetro circoscritto della sua tana e in quello inaccessibile di se stesso. Ho visto Amaranta piangere, lei che non piange mai e, per una volta tanto, è toccato a me essere, tra le due, quella decisa e di buon senso.
- Non morirà nessuno e nessuno andrà via di qui - Le ho detto cercando di dare alla mia voce un tono perentorio e convincente. Non sono affatto certa di esserci riuscita, io stessa ho una folle paura di una catastrofe imminente: l'autolesionismo di Iggy e le crisi respiratorie di mia madre.
- Non morirà nessuno e nessuno andrà via di qui - Continuo a ripetermelo come una nenia mentre percorro, come un tempo, lo stesso scampolo di pavimento contando i passi.
E fuori è inverno.
Un inverno vero, come non accadeva da tanto tempo.

martedì 6 gennaio 2009

Simbiosi

Il 9 gennaio BLOG, il mio figlio obeso e nichilista, compie un anno. Ancora non gattona nè tantomeno tenta di lasciarsi andare su quelle sue gambotte tozze ed un pò arcuate. Immagino che quando deciderà di camminare avrà un'andatura caracollante da cow-boy, ma ancora non ha davvero voglia di lanciarsi nell'esplorazione pratica del mondo fisico. Se ne stà assiso al centro del divano a succhiarsi il pollice, metà del viso coperto dagli occhialoni neri, in silenzio. Forse dorme......ma il sorriso sghembo che mi lancia appena entro nel suo campo visivo mi fa capire che no, non dorme e mi sta osservando. Me lo conferma la ruga severa che gli si forma tra le sopracciglia, una piccola v capovolta, proprio uguale alla mia. Quella sottile ruga d'espressione, comune ad entrambi, ci lega con la stessa forza di un cordone ombelicale.
Indiscutibile matrice genealogica.
Marchio di reciproca appartenenza.
Ci appartenevamo già quando ancora io non ERO ed esistevo solo come IPOTESI, casuale ed effimera, tra miliardi di altre ipotesi.
Io l'ipotesi e lui l'embrione.
Combacianti. Imprescindibili.
Simbiotici seppur immemori, in attesa di quell'unica possibilità che, realizzandosi ci avrebbe alla fine, in tempi diversi, entrambi generati.
Eruttati nel medesimo istante da un unico potente bagliore di fiamma che, per un breve momento, ha acceso di rosso il freddo ialino di un'aurora glaciale in un' era remota.

giovedì 1 gennaio 2009

Un sostanziale cambiamento di prospettiva

Mi sveglia l'aroma del caffè ed il picchiettare della pioggia sulla finestra.
I vetri sporchi incorniciano un panorama incolore così, a dispetto del profumo delizioso ed ingannatore del caffè, non ho ancora davvero voglia di destarmi.
Per la verità questa giornata, per l'avvento della quale abbiamo allestito una festa notturna e propiziatoria, eccessiva e trasbordante, non si prospetta dissimile da tante altre.
Questa nuova mattina è iniziata con l'inganno del caffè e con una scenografia deludente. Ed ora, che la pioggia è cessata, chiaramente si percepisce il silenzio imbarazzato della città.
E non supporta neppure la certezza che, proprio in questo preciso momento, migliaia di occhi guardano da migliaia di finestre e da migliaia di angolazioni diverse, lo stesso identico spezzone di pellicola. Spettatori come me, inerti ed infreddoliti, che attendono pazienti, dietro i vetri puntinati di pioggia, lo svolgersi della scena seguente. In silenzio. Senza appaludire.
Si proietta un remake già visto da molti, nessuno si aspetta stravolgimenti nella trama, ma solo una più coerente stesura della storia e, forse, la sorpresa di un piccolo ritocco nel finale.
E la regia, onesta e consapevole, di un buon artigiano che propone il suo rifacimento, in chiave minimalista e in un nitido bianco e nero, senza far ricorso all'inganno degli effetti speciali e, soprattutto, senza affannarsi ad imitare il genio, forse eccessivamente osannato, del maestro.
Il proponimento della stessa storia incentrata sulla reale vocazione degli interpreti invece che sul protagonismo del regista: un sostanziale cambiamento di prospettiva.
Così, dietro i vetri macchiati di pioggia, rimango anch'io in silenzio, in attesa delle scene seguenti.
Senza applaudire.
Marilena