Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

mercoledì 30 dicembre 2009

Campo gravitazionale

PROLOGO
La stanza da letto.

Nella mia stanza da letto i mobili scuri scompaiono inghiottiti dalla penombra.
Seppur fossi cieca, in questa camera saprei muovermi con inalterata disinvoltura.
Ogni arredo, ogni oggetto, qui ha il suo perimetro stabilito.
Inalienabile.
Un destino sicuro.
Anche se ogni cosa, all'interno di questo spazio, subisce la perentoria concava attrazione del suolo.
La forza di gravità qui esplica la sua potenza massima. In un vorace magnetismo.
S'allungano le ombre dei miei abiti perfettamente allineati sulle grucce, come innocenti impiccati.
Proiezioni di marionette metafisiche.
Paralizzate nell'asfissia.
Le mie collane a filo pencolano, tragiche, dalla cornice dello specchio.
Penosamente tese nell'impossibile sforzo di poter strisciare a terra.
E le gocce di cristallo del pesante lampadario barocco, come minacciose punte di daga, difendono dall'alto questo teatrale avamposto.
Abitato da feticci senza anima.
Vestiti, collane, scialli, ventagli, specchi, candelabri, carillon.
Un effimero boudoir.
Viola. Verde. Ocra.
Baluardo per una ultima sopravvivenza.
Per la disperazione di chi cerca un rifugio che sappia ancora di umanità.
Paradosso.
Perchè qui c'è l'assenza assoluta della vita.
La mancanza olfattiva.
L'interno, inodore, di una lussuosa scatola.
Chiusa in un armadio.
Sigillato in una stanza.
Dalla porta murata.

EPILOGO
Campo gravitazionale.

All'interno della lussuosa scatola cadono le coltri.
Che molli, scivolano, denudando il letto.
Ed i pesanti tendaggi non oppongono alcuna resistenza all'ipnotico richiamo del pavimento.
Senza fruscio cade via anche il mio scialle, lasciandomi nuda nel mio abito notturno.
Mentre i miei capelli, in un penoso sforzo di radici e di punte, si allungano all'infinito.
Avvolgendomi in un sontuoso strascico da sposa. Che tutta m'avvolge.
Mentre vengo risucchiata nel pavimento.

domenica 27 dicembre 2009

giovedì 24 dicembre 2009

Mari vs Babbo Natale

Ecco, sulla bontà di Babbo Natale ho sempre nutrito seri dubbi.
Non ho mai voluto fare foto seduta sulle sue ginocchia.
Ho sempre preferito mantenere una certa distanza.
Mai fidarsi di chi gira con un parruccone ed una barba palesemente finta!
Eppoi ride troppo.
Risata falsa.
Più che bonario, mi sembra uno psicotico.
Uno che ti spia mentre fai la doccia.
O sei appartata col tuo ragazzo.
I miei desideri non li ha mai esauditi.
Come a nessun altro di quelli che conosco.
E' ipocrita.
Ai ricchi, regali da ricchi.
Ai poveri, regali da poveri.
Regali su commissione.
Mai su richiesta.
Così, anche quest'anno, ai bambini col papà disoccupato o cassa integrato, come ai figli degli immigrati, toccheranno i giocattoli tossici delle bancarelle dei cinesi.
Quelli benestanti, invece, come al solito avranno il meglio del meglio.
Sospetto fortemente che Babbo Natale sia al soldo del ministro del ministero dell'ingiustizia.
Un mercenario.
Insomma ci ha preso anche lui per dei coglioni.
Arriva, con gran spolverio di neve e trambusto di slitte. E renne in ottima forma.
Spettacolari gli effetti speciali.
Scenografia classica. E ridondante.
Entrata stile hollywood.
Noi, impalati, guardiamo rapiti verso l'alto, con la bocca spalancata, in attesa che piova manna. O caramelle, che va comunque bene.
Ci becchiamo anche tutto il freddo per applaudire alle sue ormai collaudate performance. Alla solita recita.
Tanto c'è sempre chi ci casca.
Vuoi perché è un sognatore.
Vuoi perché è un dogmatico.
Vuoi perché è un imbecille.
E' soprattutto su questi ultimi, che sono la maggioranza, che conta il mandante natalizio dell'ingiustizia sociale, inflitta anche ai bambini col consenso entusiastico dei genitori.
Il popolo si educa ad abboccare e a subire, fin dalle fasce.

"Non è questo che io ho chiesto nella mia letterina. Sono stata buona tutto l'anno. Ho perfino sopportato zia Cloridea. E cercato di capire il teorema di Pitagora. E mangiato, senza fare storie, pure la minestra di broccoli, che solo l'odore mi fa vomitare"

- Dai, non essere drammatica, Mari, accontentati. Babbo Natale ha tolto qualcosa a te per dare ad un altro bambino che ha ancora meno. Dovresti esserne fiera -
- Ma perché continua a togliere a me, che già ho così poco, e non al figlio di qualche industriale?-
- Potevi non avere nemmeno questo. Accontentati -

Ecco, noi siamo abituati ad accontentarci.
A prendere tutto con filosofia.
A cercare il positivo anche nel buco più profondo e puzzolente della vita.
Ed è Babbo Natale che c'instrada.
Con l'ausilio dei genitori.
E se qualche bambino, con intelligenza più viva, con maggior spirito critico, o solo con più spiccato senso della giustizia, non lo accetta, non è più un bambino buono.

Meriteresti solo cenere e carbone.
Questo il verdetto, perentorio e castrante, degli adulti.
Gli intermediari di Babbo Natale.
I consegnatari delle letterine.
Quelli abituati ad accontentarsi.
Marilena

sabato 19 dicembre 2009

Lo specchio di un'altra donna

E così ho comprato questo specchio dalla cornice brunita, stile liberty.
E' stato amore a prima vista.
Sulla bancarella di brik a brak, seminascosto tra una grossa teiera ed un espositore di monete, ne fuoriusciva solo l'impugnatura.
Il venditore ha intercettato la traiettoria del mio sguardo e, lo specchio, si è magicamente materializzato tra le sue mani, nella sua interezza.
O vulite accattà, signurì. Tenite. Solo 15 euri.
Ho allungato la mano per prenderlo.
Accattatevello. E' una rarità.
Scandisce quest'ultima frase, mentre me lo porge.
Gratificandomi di un sorriso contagioso, seppur avaro di denti.
Co o' sidol arredeventa belle, 'na sciccheria.
Una rarità. E a soli 15 euro.
E' il mio giorno fortunato, questo.
Lo specchio è pesante. Di ottone.
Scurito dal tempo. E dall'incuria.
Il retro è foderato di vellutino rosso, e serrato da due solidi fermagli.
L'impugnatura raffigura una donna esile. Stilizzata.
I capelli, contro ogni legge di gravità, s'intrecciano in complicate volute verso l'alto.
Per poi ricadere dalla parte opposta a disegnare l'ovale che ne racchiude il vetro.
Opaco. Butterato.
Lo specchio meno luminoso che io abbia mai visto.
Uno specchio così non può ingannare.
Non finge luce. Nè cattura raggi fittizzi.
E' un onesto specchio vaioloso.
Vissuto.
Lo specchio appartenuto ad un'altra donna.
Chissà quante volte le sue mani lo avranno sfiorato. Accarezzato.
Riflessa nella sua immagine bella.
Riflessa nella sua immagine brutta.
Questo specchio ha un'anima.
E dei ricordi.
Ha un valore inestimabile.
Non posso lasciarlo all'incuria del venditore.
Al caos della bancarella.
Alla curiosità della gente.
A quelle mani inconsapevoli.
Frettolose.
Prive di sentimento.
Che lo andrebbero a profanare.
E' come se lasciassi lei, l'altra donna, nuda ed esposta alla morbosità del mondo.
E questo non posso permetterlo.
Lo compro. Dico al venditore.
Avite fatte n'affare, signurì. Averamente.
E mi sorride complice.
Marilena

venerdì 18 dicembre 2009

Alice, una ipotesi d'identità.

C'è il mare tranquillo di Salerno ed Alice, che ancora non è Alice ma solo una ipotesi d'identità, corre lungo la battigia.
Indossa un vestito bianco e celeste.
Deliziosamente corto.
Perchè lei sta crescendo.
Lo dicono le sue ossa che s'allungano.
Lo confermano gli orli che diventano corti.
Ed il primo mestruo.
Che un pò sconvolge.
Ma molto inorgoglisce.
Corre, Alice, con i capelli che le svolazzano disordinati sul viso.
Capelli inquieti, quelli di un'adolescente.
Che, con dita graziosamente civette, se li scosta di continuo dagli occhi.
Una meraviglia quei capelli che stanno allungandosi in maniera selvaggia.
Senza traiettoria di forbice.
E senza punto di fine.
Un atto d'indipendenza.
La sua prima ribellione.
La sua prima conquista.
Capriccio di bambina.
Vanità di donna.
Alice, che ancora non è Alice, ma solo una ipotesi d'identità, non ha coscienza di questi sofismi elucubrativi, mentre corre a perdifiato lungo la larga striscia di sabbia umida.
A fior d'acqua.
Scansando a saltelli le onde che arrivano già smorzate dell'impeto di piena che le ha generate.
Si sente entusiasticamente viva in quel suo corpo che sale in verticale.
Di anni. E di centimetri.
Si avvia ad esser donna.
Le ossa ed i capelli che si allungano, come tratto deciso di matita, ignorando i bordi.
La primizia acerba dei seni.
I fianchi, che dolcemente si vanno modellano.
Le gambe, che intuisce belle perché, pur qualcuno, ha già espresso apprezzamento.
Il resto è ancora ombra.
Non emerge il colore degli occhi.
Una tinta permalosa di verde.
Che lei sembra non rilevare, intenta ad impiastricciarsi il viso di nascosto.
Specchi provvisori. E mezze luci.
Che nessuno si accorga di quel maldestro maquillage. Ombretto naif.
Profuso, con magnificenza, sulle palpebre.
E le labbra dipinte di rosso.
Come quelle di Lolita. E delle attrici.
E delle donne che sono già donne.
Alice, che non è ancora Alice, ma solo una ipotesi d'identità, ha tredici anni e adora un feticcio a cui rimarrà fedelmente devota per tutta la vita: il rossetto.

domenica 13 dicembre 2009

Riflessioni di una sentinella

La quiete di questi giorni reca un buio presentimento di caos imminente.
Sono come un animale che fiuta nel vento l'odore dell'incendio che si sta avvicinando, eppure si ostina a non lasciare la tana dentro la quale potrebbe, fatalmente, rimanere intrappolato.
Come una sentinella, in stato di allerta, presidio il mio perimetro.
Ma fuori, nell'immobilità del paesaggio, c'è solo il silenzio neutro dell'autunno.
Ed il percorso tracciato dalle orme, solitarie e consecutive, dei miei piedi.
La conta dei passi.
E l'ossessione del tempo.
E questa cupa quiete che incombe come un presagio ineluttabile.
Eppure, dentro questo abito mattutino, leggero per la stagione e per i miei anni, mi sento nuova.
Ed intatta.
Per la prima volta, dopo tanto tempo, non più provvisoria.
Non ho bisogno di guardarmi allo specchio per vedermi.
Capelli, occhi, labbra, mani, gambe, ventre.
L'odore glabro della pelle.
E quello tenue dei capelli.
Le rughe sottili.
E le mani sciupate.
Tutto nitidamente mi appartiene.
Tutto è parte di me.
Della donna che sono.
Questo rifletto mentre vigilo, tremando di freddo, nel vestito troppo leggero.
Ma è un abito nuovo, e talmente bello, che vale la pena soffrire questo patimento.
E la vanità della femmina ha avuto il sopravvento sulle esigenze della sentinella.
Così oggi indosso quest'abito lieve, come un respiro dell'aria.
Senz'altra corazza.
Senz'altro ingegno.
Per sfidare il destino.
Che, alla fine, vorrei degno di questo vestito.
Marilena

martedì 8 dicembre 2009

Notte ermetica

La pesante porta dell'antro si richiude alle mie spalle.
Lasciandomi sull'uscio buio della notte.
Notte nera. Compatta.
Notte da naufragio.
In una terra priva di contorni.
E senza sciabordio di onde.
E così mi sento squilibrata. E transitoria.
Come Morgana, che privata dei suoi poteri, immemore vaga nelle terre di Avalon.
Con passi accorti m'incammino.
Perchè il terreno è ostile.
Ed i miei piedi intuiscono nodi di radici.
E trappole di terra.
E mi spaventa l'ipotesi di un dirupo nascosto.
O di un sentiero che confini col nulla.
Nessun luccichio di stella all'interno di questo buio insondabile.
Notte ermetica.
In cui trascino la pesantezza della mia anima.
E quella della mia treccia.
Perchè anche i capelli possono essere zavorra durante il tragitto.
Seppur non spiri alito di vento.
E la mia treccia ballonzola docile, come coda di cane.
Senza gioia. Nè tristezza.
Rassegnata al pettine, che l'ha prima dipanata.
E alle dita, che l'hanno poi serrata.
Sciolti, i miei capelli, avrebbero assecondato i respiri dell'aria.
Sottili, come di quelli di una bimba.
O di una donna che si avvia ad invecchiare.
Perchè gli anni passano.
Come le lune nel cielo.
Con le albe sempre più brevi.
Ed i tramonti sempre più lunghi.
Con le ore della veglia che si mangiano quelle del sonno.
Sonno che non ristora.
Ma piuttosto è un cedere alla quiete del buio.
Alla notte ermetica che così tanto somiglia alla morte.
Ma che ha ancora traccia di respiro.
Quindi è ancora vita.
O forse solo entratura di coma.
O chissà quale imbroglio.
Quale magia.
Che mi fa sembrare viva.
E se è questo, oppur altro ancora, allora è giusto che io tenti questo cammino.
Ma con prudenza.
Attenta a non cadere nelle trappole predatorie della notte ermetica.

domenica 6 dicembre 2009

Innocenti ossessioni



Aveva bisogno del suo specchio per avere la conferma di essere viva.
E di una sua fotografia, per avere la prova di essere davvero lei la donna nello specchio.
Fingeva, agli occhi del mondo, un'acquisita consapevolezza di vita.
E d' identità.
Una recita.
Ma l'ossessione di quel dubbio la tormentava.
Così, quando nessuno la guardava, si fissava a lungo nello specchio.
Studiava i dettagli del suo viso.
Confrontandoli con quelli della donna della fotografia.
Era vitale, per lei, questo riscontro tra l'immagine visiva.
E quella del ritratto.
Sotto il viluppo dei capelli ritrovava l'integrità della sua fisionomia.
Esattamente identica a quella della fotografia.
Acquisiva, in questo modo, la sicurezza di essere viva.
E la conferma di essere davvero lei.
Rassicurata, riponeva lo specchio ed il ritratto.
Fino al momento in cui, il dubbio, l'avrebbe di nuovo riassalita.

Anteprima

venerdì 4 dicembre 2009

Time out, baby.

Sabato 5 Dicembre.
Con le vesti in subbuglio, ed i capelli scarmigliati, picchiando rabbiosamente alla porta del mio appartamento cittadino si è materializzata, sul far dell'alba, Amaranta.
Furiosa. Eccessiva.
D'insulti. E di parole.
Persa ogni ragionevolezza, la mia alter ego.
Vuole ricondurmi, di viva forza se lo necessita, alla quiete dell'antro.
Time out, Mari.
Time out, baby.
Ed intanto stipa alla rinfusa i miei indumenti in una sacca da viaggio.
Ha ragione lei.
La vita nel mondo di superficie non mi si attaglia.
Sono una discreta teorica dei concetti.
Ma un vero fallimento nella loro applicazione pratica.
E lo dimostra la notte appena trascorsa.
Tranquillanti per dormire.
Una sorsata di delicious, per avere un effetto più sicuro.
Perchè blando è il dosaggio del farmaco.
Inefficace, per la devastazione in atto.
Che i medici, i rimedi alle crisi esistenziali, li prescrivono in base al furore che può scaturire da un sistema nervoso danneggiato.
Quante urla. Quanti danni.
Ed io non so più urlare.
E nemmeno più piangere.
Ho rinunciato a questo diritto, per inseguire un sogno.
Un sogno deturpato.
Che non è più nemmeno un sogno.
Ma incubo, ormai. Accanimento.
Notte d'inferno, questa appena trascorsa.
Per questo Amaranta è qui.
Ha ragione lei.
Time out, Mari.
Time out, baby.
Devo andarmene da qui.
Impedire che i folli che popolano il mondo di superficie non contaminino ulteriormente, con la loro, la mia già latente pazzia.

giovedì 3 dicembre 2009

Un viaggio introspettivo

Ancora una volta mi ritrovo a dover fare i conti con le parole.
Da quello che traspare dai miei scritti.
E da ciò che se ne evince.
Raccontarsi non è certo facile.
Semmai a qualcuno interessi davvero il racconto della mia vita.
E raccontare di cosa, poi?
Della noia. Della solitudine.
Dell'inappagamento.
Del mio pessimismo congenito.
Delle mie notti buie.
Degli incubi ricorrenti.
Dei pensieri di morte.
Raccontare la realtà, così come la vivo, annoierebbe molti.
Ed inquieterebbe qualcuno.
Se tenessi questo diario come un brogliaccio di bordo, nel quale narrare le mie giornate, sarebbe il resoconto ripetitivo, e malinconico, di una vita consapevolmente incentrata sul niente.
Ed un recriminare continuo.
Corredato di maledizioni.
Ma qui spurgo la mia anima malata.
Ed inquieta.
Qui resuscito con una nuova pelle.
E nuovi intenti.
Non sono più solo quella dei fallimenti.
Ma quella che dai fallimenti ne trae spunto per racconti.
E mi piace immaginare di costruire, con i legni difettosi del mio esistenzialismo, una minuscola zattera con la quale coraggiosamente avventurarmi nell'esplorazione del mondo reale.
Di quel mondo di cui, per pochezza d'animo e scarsa fiducia nelle mie capacità, ho avuto paura d'avventurarmi.
Io che non amo viaggiare.
Che odio preparare le valigie.
Perchè tutto non posso portare.
E niente vorrei lasciare.
Che ogni oggetto mi sembra indispensabile alla mia sopravvivenza.
E, se mi fosse possibile mi trascinerei dietro, come una gigantesca lumaca, tutto il mio mondo minimo. Fatto di piccole cose.
Dettagli, più che altro.
Ma di cui, sono cosciente, non posso farne a meno. Dei miei feticci.
Come dei miei punti di riferimento.
Che se ho scarso senso dell'olfatto, altrettanto limitato è il mio senso dell'orientamento.
E solo dentro me stessa riesco a non smarrirmi.
Ed è questo un viaggio che devo fare da sola.
Senza altra zavorra.
Che la mia zattera è fragile.
Spesso precaria.
E già oberata del mio stesso peso.
Per cui chiedo, a chi mi conosce e ha la volontà di leggermi, di non vivisezionare le mie frasi.
Di non rapportarle ai termini di una propria valutazione personale.
Ma di riconoscermi la piena libertà di espressione.
Farneticazione. O saggezza.
Di lasciare che la mia minuscola zattera vaghi, anarchica ed imprevedibile, nel subbuglio degli oceani. E delle parole.
Dei concetti.
Delle astruserie.
Dell'immaginifico.
E del reale.
E' questo il senso del mio diario.
Un viaggio introspettivo.
Necessariamente solitario.
Falsh back.
Scansioni temporali.
Assemblaggi. Intuizioni.
Tutto, pazientemente fissato, attraverso i vapori di mercurio di un dagherrotipo.
Marilena