Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

mercoledì 30 dicembre 2009

Campo gravitazionale

PROLOGO
La stanza da letto.

Nella mia stanza da letto i mobili scuri scompaiono inghiottiti dalla penombra.
Seppur fossi cieca, in questa camera saprei muovermi con inalterata disinvoltura.
Ogni arredo, ogni oggetto, qui ha il suo perimetro stabilito.
Inalienabile.
Un destino sicuro.
Anche se ogni cosa, all'interno di questo spazio, subisce la perentoria concava attrazione del suolo.
La forza di gravità qui esplica la sua potenza massima. In un vorace magnetismo.
S'allungano le ombre dei miei abiti perfettamente allineati sulle grucce, come innocenti impiccati.
Proiezioni di marionette metafisiche.
Paralizzate nell'asfissia.
Le mie collane a filo pencolano, tragiche, dalla cornice dello specchio.
Penosamente tese nell'impossibile sforzo di poter strisciare a terra.
E le gocce di cristallo del pesante lampadario barocco, come minacciose punte di daga, difendono dall'alto questo teatrale avamposto.
Abitato da feticci senza anima.
Vestiti, collane, scialli, ventagli, specchi, candelabri, carillon.
Un effimero boudoir.
Viola. Verde. Ocra.
Baluardo per una ultima sopravvivenza.
Per la disperazione di chi cerca un rifugio che sappia ancora di umanità.
Paradosso.
Perchè qui c'è l'assenza assoluta della vita.
La mancanza olfattiva.
L'interno, inodore, di una lussuosa scatola.
Chiusa in un armadio.
Sigillato in una stanza.
Dalla porta murata.

EPILOGO
Campo gravitazionale.

All'interno della lussuosa scatola cadono le coltri.
Che molli, scivolano, denudando il letto.
Ed i pesanti tendaggi non oppongono alcuna resistenza all'ipnotico richiamo del pavimento.
Senza fruscio cade via anche il mio scialle, lasciandomi nuda nel mio abito notturno.
Mentre i miei capelli, in un penoso sforzo di radici e di punte, si allungano all'infinito.
Avvolgendomi in un sontuoso strascico da sposa. Che tutta m'avvolge.
Mentre vengo risucchiata nel pavimento.

domenica 27 dicembre 2009

giovedì 24 dicembre 2009

Mari vs Babbo Natale

Ecco, sulla bontà di Babbo Natale ho sempre nutrito seri dubbi.
Non ho mai voluto fare foto seduta sulle sue ginocchia.
Ho sempre preferito mantenere una certa distanza.
Mai fidarsi di chi gira con un parruccone ed una barba palesemente finta!
Eppoi ride troppo.
Risata falsa.
Più che bonario, mi sembra uno psicotico.
Uno che ti spia mentre fai la doccia.
O sei appartata col tuo ragazzo.
I miei desideri non li ha mai esauditi.
Come a nessun altro di quelli che conosco.
E' ipocrita.
Ai ricchi, regali da ricchi.
Ai poveri, regali da poveri.
Regali su commissione.
Mai su richiesta.
Così, anche quest'anno, ai bambini col papà disoccupato o cassa integrato, come ai figli degli immigrati, toccheranno i giocattoli tossici delle bancarelle dei cinesi.
Quelli benestanti, invece, come al solito avranno il meglio del meglio.
Sospetto fortemente che Babbo Natale sia al soldo del ministro del ministero dell'ingiustizia.
Un mercenario.
Insomma ci ha preso anche lui per dei coglioni.
Arriva, con gran spolverio di neve e trambusto di slitte. E renne in ottima forma.
Spettacolari gli effetti speciali.
Scenografia classica. E ridondante.
Entrata stile hollywood.
Noi, impalati, guardiamo rapiti verso l'alto, con la bocca spalancata, in attesa che piova manna. O caramelle, che va comunque bene.
Ci becchiamo anche tutto il freddo per applaudire alle sue ormai collaudate performance. Alla solita recita.
Tanto c'è sempre chi ci casca.
Vuoi perché è un sognatore.
Vuoi perché è un dogmatico.
Vuoi perché è un imbecille.
E' soprattutto su questi ultimi, che sono la maggioranza, che conta il mandante natalizio dell'ingiustizia sociale, inflitta anche ai bambini col consenso entusiastico dei genitori.
Il popolo si educa ad abboccare e a subire, fin dalle fasce.

"Non è questo che io ho chiesto nella mia letterina. Sono stata buona tutto l'anno. Ho perfino sopportato zia Cloridea. E cercato di capire il teorema di Pitagora. E mangiato, senza fare storie, pure la minestra di broccoli, che solo l'odore mi fa vomitare"

- Dai, non essere drammatica, Mari, accontentati. Babbo Natale ha tolto qualcosa a te per dare ad un altro bambino che ha ancora meno. Dovresti esserne fiera -
- Ma perché continua a togliere a me, che già ho così poco, e non al figlio di qualche industriale?-
- Potevi non avere nemmeno questo. Accontentati -

Ecco, noi siamo abituati ad accontentarci.
A prendere tutto con filosofia.
A cercare il positivo anche nel buco più profondo e puzzolente della vita.
Ed è Babbo Natale che c'instrada.
Con l'ausilio dei genitori.
E se qualche bambino, con intelligenza più viva, con maggior spirito critico, o solo con più spiccato senso della giustizia, non lo accetta, non è più un bambino buono.

Meriteresti solo cenere e carbone.
Questo il verdetto, perentorio e castrante, degli adulti.
Gli intermediari di Babbo Natale.
I consegnatari delle letterine.
Quelli abituati ad accontentarsi.
Marilena

sabato 19 dicembre 2009

Lo specchio di un'altra donna

E così ho comprato questo specchio dalla cornice brunita, stile liberty.
E' stato amore a prima vista.
Sulla bancarella di brik a brak, seminascosto tra una grossa teiera ed un espositore di monete, ne fuoriusciva solo l'impugnatura.
Il venditore ha intercettato la traiettoria del mio sguardo e, lo specchio, si è magicamente materializzato tra le sue mani, nella sua interezza.
O vulite accattà, signurì. Tenite. Solo 15 euri.
Ho allungato la mano per prenderlo.
Accattatevello. E' una rarità.
Scandisce quest'ultima frase, mentre me lo porge.
Gratificandomi di un sorriso contagioso, seppur avaro di denti.
Co o' sidol arredeventa belle, 'na sciccheria.
Una rarità. E a soli 15 euro.
E' il mio giorno fortunato, questo.
Lo specchio è pesante. Di ottone.
Scurito dal tempo. E dall'incuria.
Il retro è foderato di vellutino rosso, e serrato da due solidi fermagli.
L'impugnatura raffigura una donna esile. Stilizzata.
I capelli, contro ogni legge di gravità, s'intrecciano in complicate volute verso l'alto.
Per poi ricadere dalla parte opposta a disegnare l'ovale che ne racchiude il vetro.
Opaco. Butterato.
Lo specchio meno luminoso che io abbia mai visto.
Uno specchio così non può ingannare.
Non finge luce. Nè cattura raggi fittizzi.
E' un onesto specchio vaioloso.
Vissuto.
Lo specchio appartenuto ad un'altra donna.
Chissà quante volte le sue mani lo avranno sfiorato. Accarezzato.
Riflessa nella sua immagine bella.
Riflessa nella sua immagine brutta.
Questo specchio ha un'anima.
E dei ricordi.
Ha un valore inestimabile.
Non posso lasciarlo all'incuria del venditore.
Al caos della bancarella.
Alla curiosità della gente.
A quelle mani inconsapevoli.
Frettolose.
Prive di sentimento.
Che lo andrebbero a profanare.
E' come se lasciassi lei, l'altra donna, nuda ed esposta alla morbosità del mondo.
E questo non posso permetterlo.
Lo compro. Dico al venditore.
Avite fatte n'affare, signurì. Averamente.
E mi sorride complice.
Marilena

venerdì 18 dicembre 2009

Alice, una ipotesi d'identità.

C'è il mare tranquillo di Salerno ed Alice, che ancora non è Alice ma solo una ipotesi d'identità, corre lungo la battigia.
Indossa un vestito bianco e celeste.
Deliziosamente corto.
Perchè lei sta crescendo.
Lo dicono le sue ossa che s'allungano.
Lo confermano gli orli che diventano corti.
Ed il primo mestruo.
Che un pò sconvolge.
Ma molto inorgoglisce.
Corre, Alice, con i capelli che le svolazzano disordinati sul viso.
Capelli inquieti, quelli di un'adolescente.
Che, con dita graziosamente civette, se li scosta di continuo dagli occhi.
Una meraviglia quei capelli che stanno allungandosi in maniera selvaggia.
Senza traiettoria di forbice.
E senza punto di fine.
Un atto d'indipendenza.
La sua prima ribellione.
La sua prima conquista.
Capriccio di bambina.
Vanità di donna.
Alice, che ancora non è Alice, ma solo una ipotesi d'identità, non ha coscienza di questi sofismi elucubrativi, mentre corre a perdifiato lungo la larga striscia di sabbia umida.
A fior d'acqua.
Scansando a saltelli le onde che arrivano già smorzate dell'impeto di piena che le ha generate.
Si sente entusiasticamente viva in quel suo corpo che sale in verticale.
Di anni. E di centimetri.
Si avvia ad esser donna.
Le ossa ed i capelli che si allungano, come tratto deciso di matita, ignorando i bordi.
La primizia acerba dei seni.
I fianchi, che dolcemente si vanno modellano.
Le gambe, che intuisce belle perché, pur qualcuno, ha già espresso apprezzamento.
Il resto è ancora ombra.
Non emerge il colore degli occhi.
Una tinta permalosa di verde.
Che lei sembra non rilevare, intenta ad impiastricciarsi il viso di nascosto.
Specchi provvisori. E mezze luci.
Che nessuno si accorga di quel maldestro maquillage. Ombretto naif.
Profuso, con magnificenza, sulle palpebre.
E le labbra dipinte di rosso.
Come quelle di Lolita. E delle attrici.
E delle donne che sono già donne.
Alice, che non è ancora Alice, ma solo una ipotesi d'identità, ha tredici anni e adora un feticcio a cui rimarrà fedelmente devota per tutta la vita: il rossetto.

domenica 13 dicembre 2009

Riflessioni di una sentinella

La quiete di questi giorni reca un buio presentimento di caos imminente.
Sono come un animale che fiuta nel vento l'odore dell'incendio che si sta avvicinando, eppure si ostina a non lasciare la tana dentro la quale potrebbe, fatalmente, rimanere intrappolato.
Come una sentinella, in stato di allerta, presidio il mio perimetro.
Ma fuori, nell'immobilità del paesaggio, c'è solo il silenzio neutro dell'autunno.
Ed il percorso tracciato dalle orme, solitarie e consecutive, dei miei piedi.
La conta dei passi.
E l'ossessione del tempo.
E questa cupa quiete che incombe come un presagio ineluttabile.
Eppure, dentro questo abito mattutino, leggero per la stagione e per i miei anni, mi sento nuova.
Ed intatta.
Per la prima volta, dopo tanto tempo, non più provvisoria.
Non ho bisogno di guardarmi allo specchio per vedermi.
Capelli, occhi, labbra, mani, gambe, ventre.
L'odore glabro della pelle.
E quello tenue dei capelli.
Le rughe sottili.
E le mani sciupate.
Tutto nitidamente mi appartiene.
Tutto è parte di me.
Della donna che sono.
Questo rifletto mentre vigilo, tremando di freddo, nel vestito troppo leggero.
Ma è un abito nuovo, e talmente bello, che vale la pena soffrire questo patimento.
E la vanità della femmina ha avuto il sopravvento sulle esigenze della sentinella.
Così oggi indosso quest'abito lieve, come un respiro dell'aria.
Senz'altra corazza.
Senz'altro ingegno.
Per sfidare il destino.
Che, alla fine, vorrei degno di questo vestito.
Marilena

martedì 8 dicembre 2009

Notte ermetica

La pesante porta dell'antro si richiude alle mie spalle.
Lasciandomi sull'uscio buio della notte.
Notte nera. Compatta.
Notte da naufragio.
In una terra priva di contorni.
E senza sciabordio di onde.
E così mi sento squilibrata. E transitoria.
Come Morgana, che privata dei suoi poteri, immemore vaga nelle terre di Avalon.
Con passi accorti m'incammino.
Perchè il terreno è ostile.
Ed i miei piedi intuiscono nodi di radici.
E trappole di terra.
E mi spaventa l'ipotesi di un dirupo nascosto.
O di un sentiero che confini col nulla.
Nessun luccichio di stella all'interno di questo buio insondabile.
Notte ermetica.
In cui trascino la pesantezza della mia anima.
E quella della mia treccia.
Perchè anche i capelli possono essere zavorra durante il tragitto.
Seppur non spiri alito di vento.
E la mia treccia ballonzola docile, come coda di cane.
Senza gioia. Nè tristezza.
Rassegnata al pettine, che l'ha prima dipanata.
E alle dita, che l'hanno poi serrata.
Sciolti, i miei capelli, avrebbero assecondato i respiri dell'aria.
Sottili, come di quelli di una bimba.
O di una donna che si avvia ad invecchiare.
Perchè gli anni passano.
Come le lune nel cielo.
Con le albe sempre più brevi.
Ed i tramonti sempre più lunghi.
Con le ore della veglia che si mangiano quelle del sonno.
Sonno che non ristora.
Ma piuttosto è un cedere alla quiete del buio.
Alla notte ermetica che così tanto somiglia alla morte.
Ma che ha ancora traccia di respiro.
Quindi è ancora vita.
O forse solo entratura di coma.
O chissà quale imbroglio.
Quale magia.
Che mi fa sembrare viva.
E se è questo, oppur altro ancora, allora è giusto che io tenti questo cammino.
Ma con prudenza.
Attenta a non cadere nelle trappole predatorie della notte ermetica.

domenica 6 dicembre 2009

Innocenti ossessioni



Aveva bisogno del suo specchio per avere la conferma di essere viva.
E di una sua fotografia, per avere la prova di essere davvero lei la donna nello specchio.
Fingeva, agli occhi del mondo, un'acquisita consapevolezza di vita.
E d' identità.
Una recita.
Ma l'ossessione di quel dubbio la tormentava.
Così, quando nessuno la guardava, si fissava a lungo nello specchio.
Studiava i dettagli del suo viso.
Confrontandoli con quelli della donna della fotografia.
Era vitale, per lei, questo riscontro tra l'immagine visiva.
E quella del ritratto.
Sotto il viluppo dei capelli ritrovava l'integrità della sua fisionomia.
Esattamente identica a quella della fotografia.
Acquisiva, in questo modo, la sicurezza di essere viva.
E la conferma di essere davvero lei.
Rassicurata, riponeva lo specchio ed il ritratto.
Fino al momento in cui, il dubbio, l'avrebbe di nuovo riassalita.

Anteprima

venerdì 4 dicembre 2009

Time out, baby.

Sabato 5 Dicembre.
Con le vesti in subbuglio, ed i capelli scarmigliati, picchiando rabbiosamente alla porta del mio appartamento cittadino si è materializzata, sul far dell'alba, Amaranta.
Furiosa. Eccessiva.
D'insulti. E di parole.
Persa ogni ragionevolezza, la mia alter ego.
Vuole ricondurmi, di viva forza se lo necessita, alla quiete dell'antro.
Time out, Mari.
Time out, baby.
Ed intanto stipa alla rinfusa i miei indumenti in una sacca da viaggio.
Ha ragione lei.
La vita nel mondo di superficie non mi si attaglia.
Sono una discreta teorica dei concetti.
Ma un vero fallimento nella loro applicazione pratica.
E lo dimostra la notte appena trascorsa.
Tranquillanti per dormire.
Una sorsata di delicious, per avere un effetto più sicuro.
Perchè blando è il dosaggio del farmaco.
Inefficace, per la devastazione in atto.
Che i medici, i rimedi alle crisi esistenziali, li prescrivono in base al furore che può scaturire da un sistema nervoso danneggiato.
Quante urla. Quanti danni.
Ed io non so più urlare.
E nemmeno più piangere.
Ho rinunciato a questo diritto, per inseguire un sogno.
Un sogno deturpato.
Che non è più nemmeno un sogno.
Ma incubo, ormai. Accanimento.
Notte d'inferno, questa appena trascorsa.
Per questo Amaranta è qui.
Ha ragione lei.
Time out, Mari.
Time out, baby.
Devo andarmene da qui.
Impedire che i folli che popolano il mondo di superficie non contaminino ulteriormente, con la loro, la mia già latente pazzia.

giovedì 3 dicembre 2009

Un viaggio introspettivo

Ancora una volta mi ritrovo a dover fare i conti con le parole.
Da quello che traspare dai miei scritti.
E da ciò che se ne evince.
Raccontarsi non è certo facile.
Semmai a qualcuno interessi davvero il racconto della mia vita.
E raccontare di cosa, poi?
Della noia. Della solitudine.
Dell'inappagamento.
Del mio pessimismo congenito.
Delle mie notti buie.
Degli incubi ricorrenti.
Dei pensieri di morte.
Raccontare la realtà, così come la vivo, annoierebbe molti.
Ed inquieterebbe qualcuno.
Se tenessi questo diario come un brogliaccio di bordo, nel quale narrare le mie giornate, sarebbe il resoconto ripetitivo, e malinconico, di una vita consapevolmente incentrata sul niente.
Ed un recriminare continuo.
Corredato di maledizioni.
Ma qui spurgo la mia anima malata.
Ed inquieta.
Qui resuscito con una nuova pelle.
E nuovi intenti.
Non sono più solo quella dei fallimenti.
Ma quella che dai fallimenti ne trae spunto per racconti.
E mi piace immaginare di costruire, con i legni difettosi del mio esistenzialismo, una minuscola zattera con la quale coraggiosamente avventurarmi nell'esplorazione del mondo reale.
Di quel mondo di cui, per pochezza d'animo e scarsa fiducia nelle mie capacità, ho avuto paura d'avventurarmi.
Io che non amo viaggiare.
Che odio preparare le valigie.
Perchè tutto non posso portare.
E niente vorrei lasciare.
Che ogni oggetto mi sembra indispensabile alla mia sopravvivenza.
E, se mi fosse possibile mi trascinerei dietro, come una gigantesca lumaca, tutto il mio mondo minimo. Fatto di piccole cose.
Dettagli, più che altro.
Ma di cui, sono cosciente, non posso farne a meno. Dei miei feticci.
Come dei miei punti di riferimento.
Che se ho scarso senso dell'olfatto, altrettanto limitato è il mio senso dell'orientamento.
E solo dentro me stessa riesco a non smarrirmi.
Ed è questo un viaggio che devo fare da sola.
Senza altra zavorra.
Che la mia zattera è fragile.
Spesso precaria.
E già oberata del mio stesso peso.
Per cui chiedo, a chi mi conosce e ha la volontà di leggermi, di non vivisezionare le mie frasi.
Di non rapportarle ai termini di una propria valutazione personale.
Ma di riconoscermi la piena libertà di espressione.
Farneticazione. O saggezza.
Di lasciare che la mia minuscola zattera vaghi, anarchica ed imprevedibile, nel subbuglio degli oceani. E delle parole.
Dei concetti.
Delle astruserie.
Dell'immaginifico.
E del reale.
E' questo il senso del mio diario.
Un viaggio introspettivo.
Necessariamente solitario.
Falsh back.
Scansioni temporali.
Assemblaggi. Intuizioni.
Tutto, pazientemente fissato, attraverso i vapori di mercurio di un dagherrotipo.
Marilena

lunedì 30 novembre 2009

Frammenti

Un amico, a cui sono davvero molto legata, parlando del mio blog, senza mezzi termini ed in maniera diretta, (come l'amicizia più vera esige) mi ha detto che dai miei ultimi post trapela una immagine di me per lui inedita. Sconosciuta.
Che lo ha destabilizzato.
Se sei quella degli ultimi "Frammenti" non sono convinto di conoscerti davvero.
Ma perchè proprio gli ultimi "Frammenti"?
Gli ho chiesto.
Perchè ne parli in prima persona.
Perchè sembra tutto vero.
Perchè dai l'idea che tu sia così.
E' una scelta? Una strategia?
O è la verità?
Quella dei "Frammenti", gli ho risposto, non sono io. Ma sono anche io.
Ho trasmesso un pò della mia anima, e del mio odore, alla protagonista.
C'è sempre molto di me in tutto quello che scrivo.
Romanzato, spesso. Fasullo, mai.
La freddezza dei sentimenti......è un vuoto reale, del mio vissuto.
Un vuoto doloroso.
Retaggio di un passato di cui penso sia giusto non parlare. Perchè sto, ancora oggi, cercando di analizzare in maniera più obiettiva. Meno aggressiva.
Più distaccata.
Per merito delle esperienze acquisite.
E della maturazione personale.
Ma quel vuoto è stato realissimo e doloroso.
Me lo sono portato dietro per un lungo periodo della mia vita.
Quando scrivo: l'emozione dell'amore è quella che non ho mai provato, in questo caso faccio riferimento specifico al sentimento sublime per eccellenza e, nel contesto opportuno di quella storia. Di una donna che non sono io ma, con una porzione di verità che mi appartiene.
Il buio personale delle emozioni, è vero.
Nasce con me.
Tocca la sfera degli affetti famigliari e delle relazioni sociali.
E delle scelte di vita che, dopo, ne sono scaturite.
Il mio passato.
Il mio presente.
La donna che sono.
E quella non sono stata.
Quella che non potrò mai essere.
Quella che nelle mie storie ha tanti volti.
E tanti vestiti.
Ma sempre lo stesso colore di occhi.
Biografia. O racconto.
Cosa importa?
Dentro ci sono sempre io.
Marilena

sabato 28 novembre 2009

Il diritto di possesso

L'emozione dell'amore è quella che non ho mai provato.
Ma non recrimino per ciò che non ho avuto.
Poichè tante cose nella vita sono destinate a non accadere.
Solo la delusione di non aver potuto sperimentare tutta quella vasta gamma di sensazioni che l'amore pare sempre comporti.
Quei turbamenti, analizzati e studiati, nei comportamenti dei miei partner.
La cui infinita e sconosciuta varietà toccava loro, e non me.
Io potevo solo constatarne l'intensità e di quanto ancora potessi esasperarli.
E spingermi oltre.
Per creare dipendenza assoluta al collare.
Ed alla mia voce.
E' stupefacente quanto dolore si riesca a sopportare se questo reca le stigmate dell'amore.
Agognare l'inferno per trovare il paradiso.
Non volersene staccare.
Conficca, se ti diletta, amor mio, ancora più profondamente le tue unghie nella mia carne.
E nella mia anima.
Dilaniami.
Fai pur di me ciò che vuoi.
Ma ti supllico, non lasciarmi.
Concessione di un diritto illimitato.
Ed assoluto.
Ma il dono incondizionato di se stessi snaturalizza il diritto di possesso.
Che è conquista di corpo e di anima.
Assoggettamento della volontà.
Il diritto di possesso rifiuta complici rese.
Non è un dono.
Nè contempla l'amore.
E' un duro collare.
Ed una corta catena
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martedì 24 novembre 2009

Profanazione

Mi sono svegliata.
Lui mi guardava.
I suoi occhi erano vicinissimi al mio viso.
Prigioniera del suo sguardo.
La nausea mi ha serrato lo stomaco.
Per quanto tempo era rimasto nel buio a fissarmi?
Come mi aveva vista nell'arrendevole inconsapevolezza del sonno?
Mi sono sentita oltraggiata.
Ho urlato.
Respingendolo con violenza.
Mi sono ritrovata a correre in strada, sommariamente vestita.
Respiravo a fatica.
Poi il freddo della notte mi ha calmata.
Ho ritrovato il ritmo del mio respiro.
E quello dei miei passi.
A casa mi sono seduta sotto il getto tiepido della doccia.
Sono rimasta così, per un tempo infinito, ad annusare l'odore della mia pelle.
Per potermi ritrovare nella mia interezza.
Arrancando come una cieca nel viluppo nebbioso del vapore acqueo.
Quando tutta quella densa nebbia si sarebbe diradata avrei saputo.
E' stata quella, l'unica volta, in cui ho dormito con qualcuno.
E' stata quella, l'unica volta, in cui mi sono sventatamente concessa alla profanazione.

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domenica 22 novembre 2009

L'amante bambina

IL MIO PRIMO AMANTE

Il mio primo amante l'ho avuto a 16 anni.
Era il mio professore di disegno.
Un uomo molto bello. E molto fragile.
Mediocre pittore ( inutilmente aveva tentato l'ambiente artistico) ed altrettanto mediocre insegnante.
Un uomo irrealizzato, ma non rancoroso verso quel destino che non aveva saputo tracciare.
Comunque di buon grado rassegnato a diventare, col trascorrere del tempo, indolente e sempre più distante da quella che una volta era stata la sua passione.
Era un uomo fisicamente molto affascinante e, di questa sua dote se ne serviva per far colpo, ed ottenere favori, dalle ricche madri delle sue allieve.
Le signore squittivano, estasiate dalla sua presenza. Come teenagers attempate parlottavano fra loro, con risatine ed occhiate fuggenti. Sempre pronte a soddisfare ogni richiesta del professore, così simile ad una rock star.
E lui usufruiva, senza farsi troppo pregare, di tutto ciò che spontaneamente gli veniva elargito.
Conquistare le donne gli riusciva facile.
Ironico e brillante, sapeva irretire con una intelligenza pronta ed intuitiva.
Aveva successo indiscusso anche con le sue studentesse. Che scrivevano di lui nei diari e raramente mancavano alle sue lezioni.
Mai, però, aveva tentato approcci verso qualcuna di loro.
Troppo consapevole per rischiare con le minorenni e per mettere a repentaglio i rapporti molto proficui che, invece, instaurava con le loro madri.
Le signore oltretutto, e di buon grado, gli permettevano di condurre quel gioco in cui lui sapeva davvero eccellere.

IO
Non ho mai avuto talento per il disegno e la pittura.
Non ho la pazienza né la manualità necessarie per creare.
Non ho mai nutrito alcuna passione per questa arte, e non mi è mai importato nemmeno far finta d'interessarmi alle sue lezioni.
E d'altronde, come ho già detto, lui era davvero un insegnante mediocre.
Non profondeva alcuna passione verso la sua materia. Né la esigeva.
Al pari di me, se ne estraniava.
Apparentemente indifferente al fascino minorenne delle sue allieve, avevo colto, spesso, il suo sguardo posarsi su di me.
Uno sguardo esitante.
Subito distolto appena davo segno di avvedermene.
Cercava di mantenere un corretto distacco tra la cattedra ed il mio banco, ma i suoi occhi, ossessionati, dopo poco tornavano a cercarmi.
Quel gioco di sguardi riempiva il vuoto, e la lentezza di quelle ore.
Quell'uomo così ambito, che godeva fama di artista maledetto e predatore affamato, che mi guardava di nascosto per non essere colto in flagranza di peccato, m'incuriosiva.
Mi affascinava.
Elargendomi un piacere sconosciuto. Umido.
Percepivo nei suoi occhi la richiesta muta, ma esplicita, di una perentorietà sessuale che reclamava il mio grembo ancora di bambina.
Quel grembo, che pur nella costrizione dei jeans, s'allargava e illanguidiva nel piacere bagnato di una donna.




venerdì 20 novembre 2009

Alruna

Alruna.
Il mio nome gli fiorisce sulle labbra, come bava di lupo.

Ma sono le sue unghie macchiate di azzurro sbiadito, come smalto di vampiro, ad affascinarmi.
Catturata dal volo azzurro di quelle dita che mi premono sulle labbra.
Si perdono nei miei capelli.
Mi bruciano la pelle sotto il vestito.
Carezze ruvide.
Impazienti, smarriscono la tenerezza.
Sono artigli che infrangono.
Penetrano.
Esigono.

Alruna.
Il mio nome, senza voce, ripetuto dalle sue labbra.

Anteprima

giovedì 19 novembre 2009

Corpo sensorio

Non cado in estasi davanti ad un tramonto.
O ad un bel paesaggio.
La natura mi annoia.
Non provo curiosità eccessive verso la geografia del mondo esterno.
Ho scarsissimo senso olfattivo, per cui percepisco poco gli odori. E i profumi.
E' il tatto, il mio senso più sviluppato.
Tutto quello che capto attraverso la pelle mi inebria. Mi colma.
O mi fa disperare.
Il mio corpo, tutto, è una sensibilissima struttura ricettiva. Ed esplorativa.
Il contatto diretto, e profondamente intimo, con le cose me ne dà la vera dimensione.
La pelle non inganna.
Tutti gli altri sensi, invece, sono illusori.
Se osservo un fiore sono subito attratta dal suo colore, anziche dal suo profumo.
O dalla sua consistenza.
Prima ancora di ogni altra percezione c'è quella della vista (il più ingannevole dei sensi)
Ma se quel fiore lo strofino su una qualsiasi parte di me, ecco che lo percepisco nella sua assoluta interezza.
 La ruvidità delle foglie. L'acutezza delle spine. La flessuosità dello stelo. La morbidezza dei petali.
Il suo profumo s'intrufola nei miei pori.
Se ne abbevera la mia pelle.
Si amalgama con l'odore personale del mio corpo esterno.
S'infiltra, e contamina, quello del mio corpo interno.
Il colore diventa vibrazione.
Onda sonora.
Mi lascio travolgere dalla solennità orchestrale di un rosso.
Dalla delicata armonia country di un rosa.
O dallo stupefacente preludio di un viola.
Non più solo forma. O profumo.
O colore.
Ma corpo sensorio.
Con labbra. Ed occhi. E lingua.
Quel fiore, strofinato sulla mia pelle, è assolutamente vivo nella totale complessità della sua essenza.
Marilena

martedì 17 novembre 2009

Il cuore di una bambina

Hai accesso ad ogni anfratto di me.
Tutto ti appartiene e ne puoi disporre per il tuo piacere.
Senza chiedere. E' tuo.
Solo il seno. Quello no, non puoi averlo.
Provocatoriamente nudo o pudicamente fasciato, appartiene a me sola.
Negato alla tua bocca. E alle tue dita.
E' il mio luogo sacro.
Inviolabile.
Ma tu, allora, aspirerai solo a quello.
E, tra di noi, s'innescherà un gioco perverso.
Di supplica. E di negazione.
Ed il seno diventerà il graal vagheggiato.
Implorato.
Negato.
E tu, crederai, per prepotenza.
Arroganza.
Capriccio di donna.
Ignorando che dentro quel seno pulsa il cuore di una bambina.

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venerdì 13 novembre 2009

L'abito rosso

E così ho deciso di venire alla festa, per vedere quella che mi ha rubato l'amore.
Quella per cui la notte smani e, nel sonno, ne mormori il nome.
Sfoggio il vestito più bello.
Quello riposto in fondo all'armadio.
Quello che mai più ho indossato.
E' rosso e di finissima seta.
E' un guanto che mi fascia e mi stringe, senza troppa fatica.
E' un abbraccio, quell'abito rosso.
L'incanto, che ti ha irretito.
Quando mi hai detto, con voce tremante, la mia voglia ha il colore del tuo vestito.
Altra festa.
Altra donna.
Altro uomo.
Ma l'abito, quello, è sempre lo stesso.
Nemmeno di una taglia tradito.
Come mai ho tradito l'amore.
Mentre tu, nelle tue notti inquiete, agitandoti mormori un nome.
Sognando l'incanto di un vestito che non mi appartiene.
E così, sono qui alla festa.
I capelli splendenti di nuovi riflessi.
Ed il trucco pesante. Trucco da sera.
E sotto l'abito, niente.
Abito ardente. Punto di luce.
Prorompente, tra il nero e l'oro, di quelli delle altre signore.
Ma tu nemmeno mi vedi.
I tuoi occhi cercano altri colori.
E sento freddo, attraverso la seta.
Perchè il rosso, alla fine, è solo un colore.
E non scalda il gelo che si allarga nel cuore.
Non vedi la festa. Non senti il rumore.
Attendi impaziente.
Ed il calice in mano è solo un pretesto.
Per colmare l'attesa. E darti un contegno.
Per fingere calma. Ma nel cuore è tempesta.
Non vedi la folla. Nè la donna vestita di rosso.
Fissi la porta. In silenzio. In attesa.
Ed io, infondo alla sala, ho la testa in tumulto.
Ma tu non lo sai.
Non mi hai vista nemmeno quando, passandoti accanto, ti ho urtato il bicchiere.
Chiedendoti scusa.
Un sorriso accennato. Un inchino leggero.
Niente altro.
Se non quello sguardo, ostinato, alla porta.
Così vorrei urlare e strapparti via il cuore.
E rendere fiamma questo vestito.
E bruciare la sala.
La festa. Il rumore.
Sbarrare la porta.
Gridare il mio male di donna ferita.
E guardami. E dimmi chi sono.
Pronuncia il mio nome.
Riconosci il vestito.
Se non il mio odore.

Anteprima

domenica 8 novembre 2009

Tragica Eroina

Lo specchio, impietoso, rimanda la mia immagine mattutina.
L'aria, pesta ed assonnata, che neppure l'ennesimo caffè riesce a ravvivare.
E, tra le labbra, la prima sigaretta del giorno. Quella che non dovrei fumare.
Esigenza psicologica. Necessità recitativa.
Anche se non c'è un pubblico a guardare.
Nessuno da irretire, con la bravura del mio genio interpretativo.
Nessun testimone. E nessuna testimonianza.
Sta di fatto che piove. Ed il mio umore è tetro.
Immagino la voce possente di un baritono, che sovrasta il tuono.
Si espande, potente e piena, su un mondo alluvionato.
Una lirica drammatica.
Un rimbombo da teatro.
I figuranti in abiti chiari, ed io sola, vestita di nero.
Avanzo verso alla macchina da presa, con una mano premuta sul cuore.
E l'altra, protesa, verso un fatale destino.
Con passo studiato. Attenta agli inciampi.
Che il dramma non tramuti in farsa.
Di rossetto dipingo la bocca.
Col rosso più intenso. Per essere bella.
E, la seconda sigaretta, ha un gusto diverso, serrata tra labbra color di geranio.
Nell'ombra dei capelli sfuma la pesantezza degli occhi.
Pennellate di rimmel e nebuloso kajal. Espedienti da mestierante di talento.
Per accentuare, invece che nascondere, le occhiaie scure di una notte insonne.
Drammatica mascherina introspettiva.
Il mondo esterno si adegua alla recita solitaria, in una penombra mattutina.
La terza sigaretta l'accendo con mani guantate di nero merletto.
La macchina da presa indugia sulle dita di pizzo, che recano la sigaretta alla bocca.
Splendente di umido rosso. Sensuale contrasto, col pallore del collo e del mento.
Un punto di luce, la piccola brace che si dissolve in filo di fumo.
La perfezione è in questo ritaglio di specchio.
In quest'unico fotogramma, semmai fosse, su pellicola impresso.
Mentre fuori, un impenetrabile sipario d'acqua preclude questa stanza al resto del mondo.
Nessun testimone. E nessuna testimonianza.
Avanzo verso la macchina da presa, con una mano premuta sul cuore.
E l'altra, protesa, verso il fatale destino.
Con passo studiato. Attenta agli inciampi.
Che il dramma non tramuti in farsa.
Che i tacchi folli, sui quali cammino, non mi tradiscano nell'ultima scena.
Marilena

mercoledì 4 novembre 2009

A Camilla

Col suo passo da soldato, Camilla, ha fatto irruzione nella quiete della mia posta con decise rimostranze sull'uso indebito del suo nome, col quale ho gratificato "lo spettro".
Così, la rabbia di Camilla, l'imperatrice, ha declassato la mia doppelganger.
Eh si che avevo già parlato della mia gemella alchemica, Camilla(Cam o Camille) in un post precedente.
Ma deve esserle sfuggito.
Ovviamente, Camilla, non si chiama realmente così, ma è il suo secondo nome, di cui anche i familiari più stretti ne hanno perso memoria.
Nei miei post, quando mi capita di parlare di persone reali, evito sempre un loro coinvolgimento diretto e, qual'ora dovesse accadere, mi sono sempre riproposta di chiedere il permesso.
Seppur riconosco di aver solo parzialmente rispettato questa regola con Camilla.
Derogando dall'etica, a cui sempre scrupolosamente mi attengo, raccontai di lei in un post, facendo attenzione a non inserirci troppi elementi identificativi.
Perchè l'Imperatrice spicca, per fisicità e stile, su tutta quella parte di mondo alla mia portata.
Una stupenda diversificazione.
Una tentazione letteraria a cui non ho saputo resistere.
Che pur da parte sua, dopo, ha ricevuto approvazione e consenso.
Camilla sa del mio affetto. E mi spiace che sia ora caduta nell'inganno di un nome.
Quello che a me sembrava, foneticamente, il più appropriato per la mia identità spettrale, per la sua facilità abbreviativa (Cam) e per l'opportunità che, tramite un semplice cambio della vocale finale (Camilla diventa Camille) avrei potuto ricavarne un francesismo.
Un nome duttile, che potesse modificarsi, senza stravolgersi, per sottolineare le capacità trasformative della mia gemella mutaforma.
Camilla (Cam o Camille) si è imposto da sè. Dolce e musicale.
In perfetta contrapposizione alla natura borderline della mia doppelganger.
Non c'era quindi nessun'altra volontà dietro questa scelta.
Con la meravigliosa Imperatrice ho comunque chiarito ogni equivoco.
Ci siamo, alla fine, vicendevolmente scusate.
Ho chiesto, ed ottenuto, l'autorizzazione a pubblicare questo post dal momento che, e lo dico con un sorriso, nella vita ordinaria della gente comune accadono ben poche cose di una certa rilevanza, degne di essere raccontate.
L'amicizia è tra queste.

martedì 3 novembre 2009

Auto assemblaggio molecolare

AMARANTA
(l'alter ego)
Amaranta è la bellezza.
E' bella nel modo in cui io vorrei essere.
E' seducente. E conscia di esserlo.
Spesso in maniera provocatoria.
Sempre assolutamente scenica.
Sa usare la voce e le parole.
Conosce la profondità dei silenzi.
La meccanica delle pause.
Professionista delle amnesie.
Adora i paradossi.
Ed il linguaggio muto delle dita.
Magistralmente riesce ad ingarbugliare l'animo.
E la mente.

ALICE
(l'adolescente)
Alice è l'adolescenza.
La ragazzina solitaria, dagli occhi verdi e i capelli bruni.
Sguardo interrogativo in uno specchio.
In attesa.
Se solo quell'attesa fosse stata per un qualsiasi fine motivata avrebbe potuto, nel corso degli anni, maturare in una possente Penelope invece, è rimasta la figurina spaurita in un libro di fiabe. Immobile.
Davanti ad uno specchio.
Aspettando l'apertura di un varco per addentrarsi nel mondo.
Eppure ha il dono di penetrare le porte di pietra.
E la materia.
Ma lo ignora.
Così è rimasta rovinosamente intrappolata nei sofismi ingannatori di una fiaba.
Al di là dello specchio.
Per sempre giovane.
Condannata a vivere in un mondo onirico.
Psicopatologico.

CAMILLA (CAM o CAMILLE)
(la doppelganger)
Camilla (Cam o Camille) è la mia oscura gemella mutaforma.
La mia immagine spettrale.
Proiezione psicologica.
Non ha ombra. Nè riflesso.
Mi sublima in un gioco di sembianze.
Per confondermi.
E confondere il mondo.
Istigatrice del pensiero parossistico.
Manipolatrice. Sofista. Teoreta.
Paradosso temporale.
Creatura alchemica.
Strega.

ALRUNA
(la femmina)
Alruna è la sessualità
E' la creatura anfibia che dimora nelle cavità remote del mio ventre.
Tra le caverne mestruali e le polle amniotiche.
E gli umidi anfratti vaginali.
Alruna è impudica e dilagante.
Ha trasparenza di medusa ed occhi persuasivi.
E labbra sessuali.
E' la sublime metamorfosi di donna in femmina.

KINDRED
(il vampiro)
Kindred è il mio buio
Di lei non parlo

MARILENA
(auto-assemblaggio molecolare)

mercoledì 28 ottobre 2009

L'addio

Non posso più continuare la nostra storia, amore mio.
La notte mi sveglio con la sensazione inquietante dei suoi occhi che mi osservano.
Rimango immobile. Fingendo il sonno.
Ma nel buio sento la fissità dolente del suo sguardo.
E' così fragile. Vulnerabile.
Forse sa di noi.
Eppure, non dice nulla.
Troppa è la sua paura di perdermi.
Ha aumentato le sue premure.
Tracce della sua presenza.
Messaggi.
Del suo amore incondizionato. E sofferente.
Stamani, sulla mia scrivania, ho trovato un bocciolo di rosa.
I petali, ancora tutti strettamente serrati, tranne quell' unico che giaceva solitario.
Come una lacrima di sangue.
Ho provato una stretta al cuore.
Intuendo la sua disperazione.
Muta. Remota.
Trattenuta.
E sono riandata, col pensiero, al nostro ultimo incontro.
Alla stanza inondata dalla luce chiarissima del giorno.
Al tuo odore aspro.
A quel mio perdermi nelle tue ombre più scure.
Cercare la notte dentro di te.
E rannicchiarmi nel tuo buio.
Per poter aderire ancora più intimamente alla prepotenza del tuo desiderio.
La voluttà delle tue braccia, amore mio, ha reso schiavo il mio cuore.
Così corro, ogni volta che posso, con il cuore che batte furioso e le tempie che pulsano, già umida di desiderio, alla nostra stanza clandestina.
Per consegnarmi a te.
Alla carnalità del tuo buio.
Dimentica dei doveri.
Delle regole e del rispetto.
E di quella che un tempo ero.
Prima di trovare te. Perenne notte.
E consapevolmente perdermi.
Ma stamani non posso ignorare la lacrima di quel bocciolo.
Quella muta richiesta, sulla mia scrivania.
E così mai più correrò alla nostra stanza segreta.
Mai più lambirò il tuo aspro sapore.
Mai più sosterò sul tuo ventre.
Mai più. Mai più. Mai più.
Amore mio.
Leggerai questa lettera di addio.
E sarai furente. E mi odierai.
Incapace di comprendere le ragioni della mia scelta. E l'inganno del tuo destino.
Mentre io sto piangendo.
Maledicendo quel petalo di rosa.

Anteprima

domenica 25 ottobre 2009

Mondi paralleli. Ed intersecanti

Questo racconto è dedicato a tutti coloro che perpetrano, con entusiasmo e convincimento, l'imperitura arte della narrazione.

A Lucy (Felinità)
A Massimo (achab-aleister-achab)

MONDI PARALLELI. ED INTERSECANTI

La porta non è chiusa a chiave (fiducia o distrazione?) e così, per entrare, basta solo pigiare la maniglia e ritrovarsi nel raffinato set fotografico di Lucy.
A quest'ora deserto.
Atmosfere morbide. Luci soffuse.
Molta penombra.
Spicca, con la compatta luminescenza di una cera bianca, la statua di marmo raffigurante un giovanissimo Cristoforo Colombo che, un tempo, scrutava il mare dalla loggia panoramica del Castello del Capitano De Albertis. Dalle alture ventose di Genova.
Mentre ora medita assiso in questo elegante studio, con lo sguardo rivolto verso l'ampio riquadro di una porta-finestra.
Lucy ha volutamente privilegiato la scultura di una luce fredda.
Per sottolineare l'assenza d'anima di questo giovane Colombo che continua a perpetrare la sua vacua fissità di esploratore.
Indifferente ai luoghi di appartenenza.
E di collocazione.
Lo sguardo ostinato, proteso verso il mare.
Ogni altra prospettiva gli è negata.
Perchè questo è stato il volere artistico dello scultore.
Il giovane marinaio continuerà così, nella sua eterna fissità, a cercare il mare anche là dove il mare non c'è.
Mare, che ora intravede nell'incoerente distesa di tetti e colombaie, sommersi dalla spuma delle nubi più basse del cielo di Genova.
Con le tegole che ne emergono come isolotti illusori. E promontori irrangiungibili.
Terre da esplorare.
Altitudini su cui piantare una bandiera.
Lucy ha usato come tenda, per quell'apertura, un sontuoso panneggio di broccato verde proveniente da Tara. L'antica residenza yankee della famiglia O'Hara.
Unico tendaggio sopravvissuto giacchè con l'altro Rossella ci confezionò, in stato di bisogno, l'abito per un ballo.
Così, il mare illusorio che la statua del giovane Colombo ingannevolmente continua a mirare, è quel sontuoso broccato proveniente dalle Americhe.
Dietro la pesante cortina una lucida alba ametista dilaga su un paesaggio di tronchi neri. E rami spioventi. Piegati, sotto il peso squilibrato delle foglie e dei fiori.
E dei nidi strategici dei papppagalli.
E delle scimmie ancora assonnate. Precariamente abbarbicate alle liane.
Mi aggredisce il profumo olfattivo della frutta matura.
E quello paludoso delle polle circoscritte.
Quello pregnante dell'humus.
Della terra fecondata.
Perennemente gravida.
La porta- finestra dello studio fotografico di Lucy si apre su un mondo immaginifico.
Forse per la distrazione di un meridiano.
O per l'amnesia di un parallelo.
Ma non è più Genova. Transitoria e portuale.
Notturna. Nell'ora dei meridiani terrestri.
Ma la leggendaria Foresta Viola.
Affiorata in quest'alba ipnotica. Fantascientifica.
Il paradiso dell'Eden, che nessun esploratore è riuscito mai ad intercettare nel travaglio delle rotte e dei marosi.
O via terra.
Battendo regioni desertiche e giungle labirintiche.
Con gli aghi impazziti delle bussole, senza più funzione alcuna d'orientamento che, ossessivi, indicano sempre e solo un unico, ipocondriaco, punto
Nord. Nord. Nord. Nord.
I quattro punti cardinali sconfessati dalla certezza, sempre più preponderante, della possibile realtà di un quinto.
Da decodificare negli ingarbugliati teoremi delle scienze geografiche.
E di quelle astrofisiche.
Ed ecco affiorare, nella vetrosa trasparenza dell'aurora, l'illusoria Foresta Viola.
Che si espande nell'insondabile intrigo delle liane e delle piante pioniere.
Nel morbido inganno dei funghi saprofiti stimolati dall'insidia, fucsia e tentatrice, delle orchidee.
Tra afrodisiaci effluvi di pepe, vaniglia e noce moscata.
E sciami d'insetti trasparenti.
Luccicante velo della Fata Dea.
Strascico vivo della sua veste boreale.
Fata benefica della flora e della fauna.
E delle albe rosate. E dei tramonti purpurei.
Signora assoluta, nell'incorruttibile cuore, del saggio principe achab-aleister-achab.
Sovrano di questo vergine dominio, per fortuna irragiungibile dai crocevia terrestri.
E, sulla scia luminescente dei piccoli insetti, m'addentro nel cuore animalesco della Foresta Viola.
Seguendo le orme della Fata Dea.

venerdì 23 ottobre 2009

Domina

Uomini. Cibo per le mie emozioni.
Alimenti da sminuzzare tra i denti.
Impoltigliare di saliva.
Spingere nella gola.
Espellere.
Uomini dolci e amari.
Uomini mangiati.
Solo provvisori nelle mie viscere.
Non ho mai finto.
La finzione è qualcosa che non mi riguarda e non mi attrae nemmeno nel gioco.
Tutto realmente vero.
Sapevano. E nessuno mai si è sottratto.
Audaci Ulisse, incatenati agli scogli.
Assordati dal rumore della tempesta.
Arsi dal sole.
In attesa.
Le mie trappole strategicamente visibili.
E nessun canto di sirena ad irretire.
Nessun inganno.
E' questa l'emozione più grande.
L'accettazione totale.
La sottomissione implorata.

mercoledì 21 ottobre 2009

Il vestito di Eva

Per sedurre bisogna vestirsi.
Eh si, avete capito bene.
Vestirsi.
La nudità non deve essere un regalo.
Un dono esposto.
Ma una conquista.
E' noto che le sinapsi di un uomo biologicamente vanno in tilt davanti ad un nudo sia pur solo raffigurato, immaginiamoci nell'esposizione del reale.
L'eccitazione è subitanea.
Incontinente. Vorace.
Su un immaginario grafico del gradimento, una linea perentoria, svettante verso l'alto.
Che, ovviamente, ci lusinga.
Ma, una volta toccato lo zenit la linea, inevitabilmente, ricade verso il basso.
Mantenere costante quella linea.
Il più a lungo possibile puntata verso l'alto.
E' questo l'obiettivo.
Chiaramente il vestirsi, in questo contesto, non è riferito ad un abbigliamento diurno o da serata speciale. Ma è lo squame di sirena che ci ricoprirà per ammaliare.
Il vestito è importante.
Il vestito stabilisce il gioco.
La nostra irriverenza farà il resto.
Attenzione solo a non eccedere.
Nè a tentennare.
Ad avere ben organizzata la dinamica del gioco. Sarete voi a dirigere.
Ma fatelo con accortezza. E diplomazia.
Non impartite ordini. Nè suggerite percorsi.
Date sempre l'impressione che sia lui a condurre. Lasciandogli anche un buon margine di libertà interpretativa.
Ma i tempi, quelli, dovrete essere voi a stabilirli.

Se apriamo l'ipotetico armadio di una seduttrice troviamo un arsenale stupefacente, accumulato nel corso dei secoli dalle altre che l'hanno preceduta.
Una santa barbara di marchingegni femminili.
Preziosità e bizzarie.
Leziosità e barocchismi.
Astruserie. Invenzioni.
Profumi stordenti.
Scaglie fosforescenti di sirena.
Corsetti peccaminosi.
Ambigui chador.
Pizzi lussuriosi.
Ventagli ipnotici.
Subdole crinoline.
Guanti di raso. Di velluto. Di merletto.
Chilometri di collane.
Scarpe dai tacchi vertiginosi.
Ingannevoli calze da ballerina.
E tanto altro ancora.
Di vetusto. E d'innovativo
Dal vestito di Eva a quello androgino delle moderne cybernaute.
Perchè il mondo, nonostante si declini al maschile, è inequivocabilmente donna.
Ma un suggerimento, fuori dagli standard, lo avrei.
Per le seduttrici davvero geniali
Disinvolte. Irriverenti.
Specialissime.
Targhet molto alto, quindi.

Dall'armadio dei cimeli tirate fuori la camicia da notte di batista della trisavola.
Quella con l'asola centrale.
L'indumento che le spose più pudiche usavano la prima notte di nozze.
Per superare il trauma dell'amplesso si praticava nella parte centrale della camicia notturna un'asola strategica, che permetteva al marito di adempiere al suo dovere coniugale ed evitare alla casta sposa la vergogna di mostrare, nudo, il proprio ventre.
Quell'apertura, quindi, favoriva l'accesso alla remota vergine oscurità per infrangerla, senza esibirla.
Uno stratagemma perverso.
Diremmo noi, "Barbarelle" super emancipate. E futuriste.
Funzionale, però, per la morale dell'epoca.
Rispolveriamo, allora, il diabolico camicione.
Anche se lui, sicuramente, non lo vorrà.
Ne riderà. O s'arrabbierà.
Sta a voi invogliarlo al gioco.
Le più esperte sanno come imporsi con mormorii e sospiri.
E macchiavelliche promesse.
E, credetemi, agli uomini pur piace non avere sempre tutto a portata di mano.
Ed il non vedere, eccita alla fine, ancor di più del guardare.
Vi cercherà attraverrso il tessuto.
Intuirà, con dita sensitive, ogni centimetro del vostro meraviglioso essere.
Il tatto è un senso straordinario.
Meravigliosamente erotico.
E se voi saprete muovervi, con grazia e malizia, lo coinvolgerete fino al delirio.
Non è, però, un gioco silenzioso questo.
Ma di bisbiglii impudici, compensativi all'austera scenografia.
E' il gioco dei sessi.
Voi vi negate. Nel contempo eccitandolo.
Promesse sfacciate.
Provcazioni.
Pienamente coinvolto nel gioco, si lascerà irretire dalle lascive teorie di una vergine.
La negazione esaspera il desiderio.
E l'asola tattica, lo spioncino, è una ipotesi che lui prima o poi vorrà prendere in considerazione.
Ma solo quando voi stabilirete di aver portato il partner ai vertici massimi del parossismo, allora, solo allora, sguscerete fuori dall'informe camicione.
Nuda sirena.
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domenica 18 ottobre 2009

A mia madre

I ricordi, a volte, fanno male come ferite mai rimarginate che urlano nella nostra carne appena il sole s'adombra, e cambia il tempo.

A mia madre.
Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto.
Nevrotica. Elusiva.
Inafferrabile.
Marilena

venerdì 16 ottobre 2009

Autunno

Stamani mi muovo all'interno di una fotografia color seppia.
Volutamente indosso un abito leggero.
Voglio che il freddo mi penetri.
Voglio che il freddo m'invada.
Per sentire preponderante lo stato di necessità fisica del mio corpo.
E niente altro.
Il freddo ha la stupefacente capacità, su di me, di annullare qualsiasi altra sensazione.
Mi riduce allo stato di animale bisognoso solo di un rifugio riparato.
Un incavo caldo.
Un bacino, di foglie e di paglia, nel quale rannicchiarmi come tra le braccia di un amante.
Nell'aspro odore di tana, che sempre emana il corpo maschile.
Addormentarmi.
Con l'umido della sua lingua che mi netta le labbra dall'ultima goccia di sidro.
Mentre fuori l'autunno scatena i suoi elementi drastici.
Marilena

mercoledì 14 ottobre 2009

Maria Maddalena

......ed arrivò il giorno in cui Maria Maddalena raccolse i lunghi capelli in uno chignon e nascose gli occhi, cronicamente arrossati dalle lacrime, dietro impenetrabili occhiali scuri.
Mai più avrebbe pianto per un uomo.
Gesù, consumato dall'agonia, era appena spirato.
Cioè, così aveva fatto credere.
In realtà di li a poco sarebbe risorto.
E la storia si sarebbe ripetuta.
Un estenuante dejà vu.
Quando avrebbe di nuovo riaperto gli occhi, per dar vita al ripetersi degli eventi, lei sarebbe stata già molto lontana.
A lui aveva dato non una, ma tutte le sue possibili vite.
Ed ogni volta l'epilogo era sempre lo stesso.
Dolore. Morte. Strazio. Lacrime.
Basta. Basta.
Che incasinasse un'altra, stavolta.
Accorciò, con uno strappo deciso, la veste.
Le ginocchia erano arrossate. E graffiate.
Per il troppo tempo passato sull'inginocchiatoio.
E, per quelle ultime ore, prostrata ai piedi della croce.
Le riusciva sempre più difficile capire quell'uomo ostinato.
Orgoglioso.
Irriducibile.

Avevo ragione io.
Ma, come sempre, non hai voluto ascoltare.
E guarda cos'è accaduto.
Ma stavolta, quando riaprirai gli occhi, io non ci sarò.
I tuoi miracoli non m'incantano più.
Sono diventata atea.
Marilena

domenica 11 ottobre 2009

L'apostolo

Viveva ormai solo del mio respiro.
Mi attendeva per ore, tormentandosi nell'incertezza, irrequieto come un cane alla catena che aspetta l'arrivo del padrone, solo per avere da lui una carezza distratta.
O una pedata cattiva.
Completamente travolto dai sensi e sfiancato dalla difficile attesa, accettava qualsiasi cosa odorasse della mia presenza.
Rinnegava la natura del lupo per sottostare all'umiliazione del mio piede sulla sua schiena.
Rifiutando l'affrancamento dal collare, implorava che io non abdicassi al mio diritto di possesso.
Senza la mia mano a tirare il guinzaglio lui non aveva più alcun senso.
Legato mani e piedi si consegnava, smarrito e disperato, alla mia indifferenza.
Reclamandola come un dono.
Ma, quelle emozioni che io avevo scoperto all'inizio della mia storia con lui, erano ormai troppo note ed usurate.
Non urgevano più nel mio ventre e nella mia testa.
Scene già provate di un copione difficilmente riscrivibile, dopo che l'attore e l'uomo si erano indissolubilmente fusi in una unica identità.
All'inizio, quando ancora non era stato toccato dalla dipendenza dell'amore, era un sublime apostolo alla ricerca del piacere.
Ed io lo assecondavo.
Mi nutrivo dei suoi tremiti e dei suoi battiti.
Le sue braccia erano le ali di una gigantesca farfalla priva di mani.
Mi eccitavo della sua eccitazione cieca.
Quel suo brancolare alla ricerca del mio odore ed il farfugliamento, ossessivo ed impotente, col quale m' implorava nel delirio di una febbre che rifiutava la cura.
Incrudelivo il gioco.
Decidevo i tempi ed i ritmi.
Mi nutrivo delle sue emozioni.
Lo portavo al limite.
Lo lasciavo in attesa.
Lo provocavo.
Lo eccitavo.
Lo prendevo di nuovo.
Lo illudevo.
Lo stordivo.
Lo respingevo.
E l'apostolo muoveva le labbra mute.
Mai del tutto appagato.
Sempre in attesa.
Esausto.
Sfinito dal gioco.
E dagli abusi del gioco.

Anteprima

giovedì 8 ottobre 2009

Hijab.

Stamani gira male.
Un cupo spleen autunnale.
Ho coperto tutti gli specchi di casa.
E lasciato le stanze in penombra.
Non ho voglia di ritrovare la mia immagine.
Sbalzi d'umore. Paranoie.
Una fame insaziabile.
Divoro con avidità tutto ciò che di commestibile mi capita tra le mani.
La mia gola è solo un tubo peneumatico.
Non sento i sapori.
E non è fame di stomaco.
Questo buco incolmabile, che si spalanca dentro, ha sintomi noti.
Inconfondibili
E' la tenia cieca che si sta risvegliando.
E si sta nutrendo del mio cibo.
E delle mie energie.
Inizio a tagliarmi la frangia.
Maniacalità.
Nei miei eccessi di parossismo nervoso tormento i miei capelli.
Inquadro, nel piccolo specchio adattabile alla finestra, la vertigine sul lato sinistro della fronte. Che toglie compattezza alla tendina scura dei miei capelli.
La mia frangia. Il mio hijab.
Che mi nasconde allo sguardo del mondo.
E la luce esterna del giorno è cruda.
Ostile.
Intollerabile.
Ma solo dopo aver compiuto lo scempio sui miei capelli, forse, mi riuscirà di piangere.
Marilena

martedì 6 ottobre 2009

Nel gioco delle mie dita

Non ho mai avuto talento per il disegno e la pittura. Non ho la pazienza nè la manualità necessarie per creare. Adoro però i colori. Il loro odore. Mi piace sentire l'unto del grasso sulla punta delle dita e, ad occhi chiusi, sul foglio lasciarle scorrere senza alcuna cognizione. Nè di forma. Nè di prospettiva. Macchie dense o liquide. Striature impreviste. Improbabili geometrie inghiottite dal caos. Niente di stabilito. Colori puri. Primitivi. Un arcobaleno primordiale che cancella il bianco dello sfondo. Ed il nero dei contorni. Niente bordi. E nessuno spazio che li racchiuda.

Scappuccio tutti i miei rossetti.
E le matite per gli occhi.
E per le labbra.
Apro le scatoline degli ombretti.
E quelle dei fard.
Attingo, con dita cieche, dalle boccettine rovesciate degli smalti.
E traccio ruvidi segni con il pennello del mascara.
Strappi duri. Come unghiate.
Con gli occhi bendati percorro la superficie del foglio.
Ne tasto le sottilissime nervature.
Le minute porosità.
Ne accarezzo estasiata la superficie.
Una epidermide viva
Nel gioco delle mie dita.
Marilena

domenica 4 ottobre 2009

Un travolgente piacere

Scrivere, per me, è come stendere lo smalto sulle unghie.
 Un lavoro di minuzia.
Sugli ovali, debitamente puliti e limati, passo minutissime pennelate di colore.
Non troppo liquide. Per evitare inopportuni ritocchi.
Nè troppo dense. Per scongiurare sedimenti grumosi.
La laccatura, per avere una buona estetica, deve risultare netta.
Ben circoscritta nell'area non deve, per eccesso, assolutamente permeare la cuticola.
Un lavoro di pazienza. E abnegazione.
La tavolozza dei mie smalti contempla solo due colori: il rosso ed il nero.
Abolite le anonime tinte pastello.
La volgarità dei glitter.
L'eccentricità del tatuaggio.
E la menzogna del posticcio.
Le unghie devono essere vive.
Per afferrare. Respingere. Graffiare.
Scrivere.
E' dunque, con le mie unghie vive, laccate di rosso o di nero, che scrivo i miei post.
E, l'impronta della mezzaluna ungueale, con la quale alla fine li siglo, è il monogranna identificativo della loro appartenenza.
La mia firma d'autrice.
Questo reclamo per i miei scritti.
Una impronta. Ed un odore.
Il mio odore.
Permeante. Ed inconfondibile.
Come quando si è fatto del buon sesso.
E le dita, la bocca, le narici, i capelli, l'epidermide tutta è intrisa dell'insidiosa fragranza di quel travolgente piacere.
Marilena

martedì 29 settembre 2009

Calamity Jane alla conquista di Blogosphere.

In preda alla febbre del distacco, e del rinnovamento, stanotte ho bruciato i crespi del lutto e le palandrane da ipnotizzatrice.
Gli specchi compensativi e gli elisir delle lacrime.
Lo scapolare della penitenza. E quello della passione.
I pettinini d'argento delle malie. E tutti i miei feticci illusivi.
Ancora conturbanti.
Ancora capaci d'irretirmi, nonostante la iattura della cattiva sorte.
Portentoso falò, esaltato dall'esplosione pirotecnica di una bomboletta spray, finita tra le fiamme nell'euforia del rinnovamento.
Un moderno incantesimo acquistato su E-bay.
Un aerosol terapeutico, disciplinato all'equilibrio dell'umore. E della ragione.
 Lenitivo ai tormenti delle reminiscenze. Cicatrizzante per le ferite dell'anima.
Effetti collaterali: apatia, sonnolenza, amnesia.
Obnubilamento irreversibile. Coma.
Lo scoppiettare del fuoco, e gli spari della mia carabina mirati a far cadere le stelle, hanno richiamato il coro aggiuntivo di uno sparuto branco di coyote, attratti dal trambusto e dalle fiamme.
Che ad ogni colpo, e con enfasi, hanno ululato alla luna la loro partecipazione emotiva.
Ingollo un sorso di delicious per scacciare i fantasmi che gemono con voce di vento in questa notte scura.
 Notte da fandango.
Sciolgo i capelli.
Mi sento bella. E travolgente.
Pronta alla sfida.
Calamity Jane alla conquista di Blogosphere.

giovedì 24 settembre 2009

L'assoggettamento all'amore.

Nudo, si era consegnato a me nel momento in cui aveva pronunciato la parola amore.
Prigioniero di emozioni che non sapeva dominare. E che subiva.
Mi porgeva i suoi polsi legati con i nodi indissolubili del suo amore.
Me li porgeva con la grazia con cui si offre un bouquet di fiori.
Mi donava i petali azzurri delle sue dita.
E tutto se stesso.
Accettava la sottomissione, incapace di dominare la violenza del suo amore.

Anteprima

lunedì 21 settembre 2009

Realtà apparente

Se vuoi vivere in una realtà parallela non puoi circoscriverti al semplice ruolo di spettatore.
Per poter trasformare la mera illusione in una realtà apparente devi riuscire a tramutarti in qualcuno che, in quella dimensione, occupa un posto di diritto.
Devi accettare la voce fuorisincrono.
Ed il ventriloquo che te la presta.
Devi credere alla menzogna dei soli raggianti e delle lune fredde che, scorrendo su un fondale dipinto, si alternano in un tempo squilibrato. Programmato sulla dentellatura di una rotella d'orologio. All'interno del meccanismo primitivo di un giocattolo antico.

Lunedì, 21 Settembre 2009
Stamani sono tornata nell'antro trascinandomi dietro il pesante baule del recente naufragio.
Respinta dal mondo di superficie, nel pieno della mia ennesima sconfitta esistenziale, è qui che ancora una volta trovo rifugio.
Mi rendo conto, oggi, di quanto la mia vita sia davvero solitaria.
Popolata da ombre e non da persone.
Voci, per lo più. Figure senza mani.
Perchè quello di superficie è solo un mondo fittizio. Un origami.
Ed io, una strega errante.
Che, sventatamente nel miraggio di un amore arrogante, ha rinunciato ai suoi poteri.
E così vago, senza una meta vera, appesantita dal formidabile ingombro di questo armamentario da illusionista che vado trascinandomi dietro da un tempo immemore.
E gravata dal fardello oppressivo dei miei disastrosi fallimenti esistenziali.
E dalla solitudine.
Che mi pesa dentro come un'anima morta.
Un cadavere che nessun vivo desidera vedere.
E così, per sentirmi meno sola, ho resuscitato fantasmi.
Attribuendo loro un ruolo. Ed un destino.
E facoltà di giudizio. E capacità di sentimento.
L'inganno illusorio della ragione e dell'anima
Il soffio di vita del ventriloquo.

Se le parole scritte avessero intensità di voce, queste mie, propagherebbero come un urlo apocalittico, così potente da perforare i timpani.
Azzittire le campane.
Ottundere il fragore del tuono.
Per sommergere, come inarrestabile onda di tsunami, gli anfratti più inaccessibili del pianeta.
E dilagare, ancora, oltre gli argini degli universi limitrofi.
Ma ho rinnegato la strega.
Per essere solo una donna.
E lasciarmi irretire dalla follia persuasiva di un amore delirante.
Allucinato.
Ho creduto alla menzogna dei soli raggianti e delle lune fredde che, scorrendo su un fondale dipinto, si alternano in un tempo squilibrato. Programmato sulla dentellatura di una rotella d'orologio. All'interno del meccanismo primitivo di un giocattolo antico.
Marilena

giovedì 17 settembre 2009

L'intrappolamento seduttivo



Quella dell'intrappolamento seduttivo, o La Dannazione Sulfurea, come è appellato negli antichi tomi, è una tecnica di seduzione che richiede un'abilità applicativa davvero fuori dalla norma.
Essendo una strategia da pianificare minuziosamente nei dettagli.
E dove non è concesso alcun margine d'errore.
E' questo un metodo per esperte generalesse.
E cacciatrici davvero abili.
Quindi, signore, se siete personalità distratte, approssimative, o dotate di poca pazienza, non prendetela assolutamente in considerazione. Poichè, opportunamente, l'ampia letteratura filosofica ed antropologica del pensiero femminile, e la divulgazione della metodica, nei trattati inerenti alla sperimentazione applicata riguardo a questa materia, pur contemplano alternative d'imbastimento meno artificiose.
Più sintetiche. Anche se più fallaci.
L'intrappolamento seduttivo necessita di notevole forza di carattere.
Perseveranza. Indubbia capacità decisionale.
Una incrollabile certezza nelle proprie potenzialità.
Dunque, impresa delicatissima.
Che non prevede sperimentazioni.
Nè, tanto meno, rimedi raffazzonati.
Rattoppi dell'ultima ora.
Le statistiche elencano, nell'aridità indiscutibile dei numeri, ben pochi successi e troppi, davvero troppi, disastrosi fallimenti.
Quindi, prima di accingervi ad intraprendere una impresa di siffatta complessità, assicuratevi che il vostro curriculum contenga tutte le specifiche elencate.
L'intrappolamento seduttivo si prefigge, come scopo finale, l'assoggettamento totale, attraverso l'imposizione coercitiva di uno stato di necessità imprenscindibile da voi.
Una manipolazione premeditata.
Per stabilire una dipendenza.
Fisica. E psicologica.
Un'assuefazione.
Un incantesimo ad personam.
Intrappolare significa precludere ogni via di fuga.
Nello specifico, però, scatta la meccanica della volontarietà e dell'accettazione.
Così come, per paragone, si verifica nel condizionamento della Sindrome di Stoccolma.
Le generalesse più audaci e le cacciatrici più esperte ben sanno, però, che per attuare un simile, audace ingengo, nulla deve essere lasciato al caso.
Per cui è innanzitutto d'obbligo uno studio esaustivo ed appassionato del soggetto: manie, vezzi, idiosincrasie e passioni.
Senza null'altro trascurare.
Conoscenze assolutamente fondamentali, se si mira al successo pieno del progetto.
Perchè questo occorre per organizzare una trappola invisibile.
Ed inviolabile.
Visibilissima, invece, deve essere la soldatessa che a tale opera si appresta.
La ruvidità degli anfibi e la persuasione caratteriale dello Chanel n.5
La punta dello stivale per sospingere il capriolo nella trappola.
E la traccia subdola del profumo, a rassicurarlo.
A non disorientarlo.
Badate che la trappola non abbia pareti di muro.
 O inestricabilità di labirinto.
Meglio un fondo ialino, levigato e compatto, che mostri l'esterno.
Perchè l'illusione dell'aria è fondamentale.
Stivalacci da guerrigliera.
Ed un lembo di pelle nuda.
Non occorre altro.
Nessuna trasparenza allusiva da cortigiana.
O lugubri taffettà da ipnotizzatrice.
Nessun inutile armamentario fetish.
O effimeri lustrini da diva.
L'essenzialità è, in questo contesto, l'inganno massimo della seduzione.
Ricordate anche che l'addomesticamento richiede pazienza ed indulgenza.
Le dita tenaci di Penelope.
E gli occhi veggenti di Morgana.
Non precipitate i tempi se mirate ad una vittoria piena e con resa incondizionata.
Alcune droghe agiscono subito.
Al primo impatto c'è già l'assuefazione.
Ma la dipendenza è data dalla cruda potenza della sostanza.
E non dalla mano che la porge.
Nell'intrappolamento seduttivo nessuna droga avrà più efficacia se non sarete voi ad inientarla.
E' questa la grande differenza.
L'assoggettamento che crea la dipendenza vitale.
Lo stordimento progressivo dello Chanel n. 5
E le lusinghe fameliche suggerite dall'arroganza dei vostri visceri, e dai capricci dei vostri umori, confidati al capriolo intrappolato nell'ardita spregiudicatezza di un gioco impudico, che pur terribilmente lo eccita. E, a cui mai, vorrebbe più sottrarsi.
In un territorio circoscritto. Ostile.
Ad armi impari.
Gioco pericoloso. E non condiviso.
Perchè sarete sempre e solo voi a dettar le regole.
Ma il capriolo, addomesticato, le accetterà in una resa consapevole ed incondizionata.
Felice di subirle.
Ed ecco che la droga persuasiva è somministrata.
Ed il suo destino segnato per sempre dall'amara speranza di riuscire un giorno a possedervi.

Anteprima

domenica 13 settembre 2009

Una donna

Ho avuto molti uomini.
E mai innamorata di nessuno.
L'amore è un sentimento che non mi riesce di provare.
Gli uomini, invece, s'innamorano di me facilmente.
Attratti dalla mia distanza, si mettono in gioco per conquistarmi.
Non conquistano nulla.
In realtà sono io che, dopo un'attenta osservazione, stabilisco se lui valga davvero il mio gioco.
Così lascio cadere le barriere.
Silenziosamente tesso la mia ragnatela.
Ed imprigiono la mosca di turno.
Dò me stessa come un grande dono e pretendo la consapevolezza, da parte del mio amante, che per lui lo sia davvero.
 Stabilisco la mia unica ed inderogabile regola, che voglio sia da subito accettata: sottostare ad ogni mia richiesta senza possibilità di mediazione.
Sono bella e ho la voce giusta per ottenere ciò che voglio.

Anteprima

venerdì 11 settembre 2009

L'Imperatrice Camilla

La mancanza di fantasia induce più facilmente ad accettare la realtà?
Ed il suo eccesso, invece, la rallenta o, addirittura la inibisce?
Ho avuto ieri sera una discussione molto vivace con Camilla, quella in carne ed ossa e non la mia doppelganger (Camilla Cam Camille) proprio su questo argomento, discettando su quanto sia più o meno giusta l'influenza della fantasia, non riguardo la stesura di un racconto, ma alle sue implicazioni, a volte devastanti a volte fuorvianti, (parole sue) nell'impatto con la vita reale.
Perchè gli incasinamenti esistenziali, secondo lei, nascono proprio dalle aspettative, troppo spesso concretamente irrealizzabili, suggerite dalla nostra immaginazione.
Dico da subito che Camilla vive da Imperatrice incontrastata nella sua perfetta realtà quotidiana.
I suoi desideri si avverano facilmente.
E, sopratutto, non ha bisogno d'inganni illusori per rendere più consono alle sue aspettative quello che, ardentemente, realizza.
Perchè quello che desidera si avvera così come lo ha immaginato.
Camilla non deve fantasticare su come sarebbe stato se......
Per lei è normale essere ed avere, proprio nel modo in cui lo agogna.
L'Imperatrice Camilla abita da sempre una realtà ideale. Non le serve inventare.
Ha una bacchetta magica incorporata in qualche parte del suo portentoso ESSERE, che non delude mai le sue aspettative.
Nascere con il physique du rol giusto è già un bel vantaggio.
Ed il physique du rol di Camilla è quello di un'Imperatrice a cui basta un semplice cambio d'abito, o di pettinatura, per essere qualcun'altra.
Qualcun'altra che, però, aspira sempre e solo a voler essere lei, Camilla.
Gioca con gli specchi reali senza temere il trauma dell'incantesimo che si spezza.
Il mondo adora Camilla.
Le sue grandi mani.
Il suo passo da soldato.
L'abbondanza dei suoi capelli.
Perfino le lentiggini che, al primo tenue sole marino, le inondano il viso e le spalle.
Camilla straripa di tutti questi particolari, motivo per cui a lei mai verrebbe in mente di poter immaginare di voler essere un'altra.
Camilla adora essere Camilla.
Il tranello filosofico in cui l'Imperatrice cade è quello di confondere il concetto di fantasia con quello di mistificazione.
- Sei una mistificatrice, Mari. - Quante volte me lo ha detto?
- Riesci ad ingannare te stessa. Psicologicamente irretita dai tuoi stessi machiavellici congegni mentali. Devi sostenere il peso di due mondi. Quello reale. E quello fantastico. Una fatica incredibile -

giovedì 10 settembre 2009

Il figlio della leggenda

Era arrivato trasportato dal vento della prateria, rotolando dentro un cespuglio.
Ed arenato nei pressi della canonica.
Nel momento in cui la sorella del pastore s'affacciava sull'uscio, dal cespuglio emergeva una mano. Ed una voce invocava aiuto.
Al cospetto di quello che sembrava un maleficio, la donna si fece il segno della croce.
Poi, istericamente, iniziò a gridare.
Le urla, acute e continuate, richiamarono l'attenzione di una piccola folla e, quando il pastore sopraggiunse, trovò davanti lo spiazzo della sua canonica un vivace assembramento al cui centro intravedeva la sorella, accasciata su una seggiola, ed un tumbleweed che campeggiava, irreale, sul sagrato.
Un tumbleweed dotato di una mano e di una voce.
- C'è qualcuno là dentro. Bisogna tirarlo fuori - esortò il pastore, che era un uomo pratico.
Rigettando l'ipotesi superstiziosa, e già predominante, che quello fosse un intrigo del demonio.
Aiutato da due volontari si accinse nell'opera di smantellamento del bozzolo-prigione, ed intanto andava tranquillizzando il prigioniero sull'imminenza della sua liberazione.
Non fu affatto facile penetrare la coriacea fortezza di quel cespuglio, debitamente rinforzato di rami puntuti e rovi spinosi. Che graffiavano le mani e penetravano la carne.
Alla fine riuscirono, però, ad aprire un varco, dal quale emerse, contuso e ferito e con gli abiti strappati, un giovane uomo dalla folta capigliatura corvina ed un viso lungo, dai lineamenti gradevoli.
Le proporzioni del suo corpo, invece, erano assolutamente sbagliate.
Il busto troppo lungo rispetto alla brevità delle braccia.
Le gambe tozze e molto arcuate.
Ed una gobba, sulla spalla destra.
Un abbozzo d'uomo.
Che a malapena giungeva in altezza alla vita del pastore. Che pure era di medie dimensioni.
A questa apparizione la folla era ammutolita.
I superstiziosi si facevano il segno della croce.
Biascicando formule per scongiurare la iattura.
- Chi vi ha fatto questo? - chiese il pastore al piccolo uomo ancora frastornato.
- Gringos - fu la risposta sintetica
- Per gioco. Per divertimento - aggiunse, poi, come ulteriore spiegazione. - Ma non importa se alla fine sono giunto nel luogo verso cui ero diretto -
- Eravate dunque diretto qui? Posso chiedervi chi siete?- domandò, con dolcezza, il pastore
- Joachin Ortega de la Cruz- rispose l'altro, con una nota d'orgoglio
- Joachin Ortega de la Cruz. Figlio di Santiago Ortega de la Cruz - precisò con timbro di voce assai alto, ed in palese tono di sfida.
E, a quel nome, tutti zittirono.
- Vi dice nulla questo nome? - chiese, sarcastico, al pastore - Voi dovreste conoscerlo bene, dal momento che gli avete somministrato il sacramento dei morti - proseguì amaro - Come tutti voi altri che lo avete visto penzolare dal capestro più alto che mai sia stato costruito - concluse con disprezzo, puntando il dito verso gli astanti.
A questa sua affermazione lo stupore iniziale della folla si era tramutato in scherno.
Perchè risultava davvero difficile credere ad una discendenza simile.
Santiago Ortega de la Cruz, soprannominato La Leyenda, l'incubo di sceriffi e cacciatori di taglie che per decenni, invano sulle sue tracce, avevano invece inseguito il suo fantasma, che quel bandito pareva possedesse il dono demoniaco dell'invisibilità, e non poteva di certo aver generato quello scherzo della natura.
- Voi? Il figlio di Santiago Ortega de la Cruz, ma...come è possibile? - chiedeva incredulo il pastore, riandando con la memoria al ricordo del gigante che aveva rifiutato la confessione e l'assoluzione.
E proclamato fino allo strangolamento del nodo scorsoio, la sua innocenza.
Ricordava, l'uomo di chiesa, le ultime parole del bandito: impiccatemi per tutti i misfatti che ho commesso, ma non per questa infamia di cui sono innocente.
- Fate uno sforzo di memoria, padre - sollecitava il nano - visto che è passato davvero così poco tempo da quando lo avete giustiziato. Parlo di Santiago Ortega de la Cruz: La Leyenda. Io sono suo figlio -
- Non potete essere suo figlio. L'uomo che è stato giustiziato era un ciclope e voi siete...non gli somigliate affatto - s'intestardiva il pastore, non ravvisando alcuna reale ipotesi di parentela tra il bandito, imponente come una sequoia e per il quale era stato necessario costruire un patibolo su misura, e quell'accenno di uomo che gli stava di fronte. E che ostinatamente ne asseriva la discendenza.
- E' di sicuro omonimia, figliolo - concluse in ultimo, scuotendo il capo, desolato.
- Vi dico che l'uomo che avete impiccato era mio padre. Santiago, La Leyenda. Non ce ne sono molti con quel nome e quell'aspetto - ribattè, spazientito, il giovane.
Agli insulti striscianti della folla, nel frattempo, era seguito il lancio di una pietra che mancò, per eccesso di altezza, il bersaglio.
L'odio degli astanti continuava a crescere.
- Ho aiutato io a costruire la forca per Santiago - affermò una voce tenorile - Un patibolo solido e con un capestro robusto, per spedirlo tutto intero all'inferno. E con la testa ancora sul collo -
Con tutta l'agilità che il suo corpo rattrappito gli consentiva, il giovane si voltò inviperito a cercare l'uomo che aveva parlato.
- Le provocazioni non servono a nulla - tuonò il pastore che ben conosceva l'appartenenza di quella voce - E le sfide nemmeno - aggiunse rivolto al nano. - Santiago Ortega de la Cruz è stato regolarmente processato. Riconosciuto colpevole. E giustiziato. E' tutto regolare -
- Regolare? Non c'è nulla di regolare in ciò che qui è avvenuto. Mio padre era un fuorilegge. Un bandito. Ma non un violentatore di bambine. Lo avete giustiziato per un crimine che non ha commesso. Io reclamo il suo corpo. Ed il suo onore - ribadì, in tono di sfida.
- Attento ragazzo, stai approfittando della nostra pazienza. Ti consiglio di tornartene da dove sei venuto - lo avvertì l'uomo col distintivo, materializzatosi dalla folla - Tuo padre meritava la forca. Per questo ed altri crimini. Riprenditi il suo cadavere, se proprio ci tieni. E vattene -
Un uomo deciso, lo sceriffo.
Di poche parole. Un duro.
Ma Joachin Ortega de la Cruz, figlio di Santiago Ortega de la Cruz, La Leyenda, non era giunto fin lì per veder fallita la sua missione. Aveva affrontato un viaggio durissimo. Pieno d'insidie. Da ultimo, l'aver subito la follia di quel manipolo di gringos che lo avevano derubato e poi, per solo divertimento, intrappolato nel tumbleweed.
Riprendersi il corpo di suo padre non gli bastava.
Voleva che gli venisse restituito anche l'onore.
- Per quanti dollari è stato venduto il suo onore? - urlò con rabbia dolorosa - Dimmelo sceriffo, perché per uccidere La Leyenda, il capestro, da solo, non sarebbe bastato. Per farlo morire davvero gli avete dovuto insozzare l'anima -
Ostinato, nell'impotenza della sua solitudine, Joachin Ortega de la Cruz continuava a gridare, nel nome del padre, la sua verità.
Impicchiamo anche lui.
Scherzo di natura. Depravato. Nano.
Gridava la folla inferocita.
Lanciandogli contro insulti e pietre.
L'uomo col distintivo tornò sui suoi passi solo per sibilare il suo avvertimento definitivo - Vattene, nano. Non costringermi a costruire il capestro più piccolo della storia -

(foto di L. Charb)